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Ivan Illich: un rivoluzionario gentile

 

Soltanto gli uomini liberi possono cambiare idea e sorprendersi;

e benché non esistano uomini completamente liberi,

alcuni uomini sono più liberi di altri

[Ivan Illich]

 

Ripensare e rivoluzionare le nostre forme di vita

 

Muovere in azione, con chi passa gentile, ti situa sulla sponda più autentica del fine della vita. La lettura di Celebrare la consapevolezza, il primo volume delle Opere complete di Ivan Illich, uscito da Neri Pozza Editore, Vicenza 2020, porta con sé una risonanza con un verso di Pier Luigi Cappello: “Affondava le radici nel futuro”. Nonostante la quarta di copertina riporti una lapidaria affermazione di Illich: “Non permetterò all’ombra del futuro di posarsi sui concetti mediante i quali cerco di pensare ciò che è e ciò che è stato”, è difficile smentire la propensione all’utopia come motore del percorso di una vita, e di un pensiero articolato e complesso, quale è stato il suo. Poche altre sue opere possono confermare questa distinzione di Illich a cercare e pensare al futuro anteriore meglio di I fiumi a nord del futuro, il suo testamento raccolto da David Cayley, pubblicato in italiano da Quodlibet, Macerata 2013. L’incessante cercare di Illich richiama il Michel Foucault che sottolinea il valore dell’“infinito bisogno di discorso in una società democratica in cui il consenso non può mai essere raggiunto in maniera definitiva, né dovrebbe…”. Perché celebrare la consapevolezza? O meglio, perché il verbo celebrare? Dalla elaborazione di questa domanda si può ricavare uno dei significati più rilevanti, non solo dei contributi contenuti nel volume, ma dell’intero complesso percorso di vita e lavoro di Ivan Illich. A patto che si eviti quello che è accaduto più e più volte a proposito di questo autore e della sua vicenda di studioso e di essere umano: tirarlo di qua e di là per collocarlo in appartenenze di diversa estrazione e tipologia. Un pericolo che si può correre, se non si adotta una particolare attenzione storiografica, per molti aspetti probabilmente prematura, sia per esigenze di approfondimento delle fonti, sia per la contemporaneità evidente del suo pensiero e delle sue azioni. Celebrare pare assumere per Illich una connotazione particolare, opponendosi a ogni forma di “pianificazione” e di soluzione istituzionale definitiva, e tendendo a essere una prassi e un pensiero impegnati a convocare il futuro nel presente e a trattenere e valorizzare il tempo storico con le sue espressioni da attualizzare. Egli scrive, infatti, “Il futuro ha già fatto irruzione nel presente. Ciascuno di noi vive in una pluralità di tempi. Il presente di uno è il passato di un altro, e il futuro di un altro ancora”. Non vi è nel suo lavoro alcuna concessione a ipotesi e tecniche di ingegneria sociale, quanto piuttosto, come diverrà maggiormente evidente nell’ultima fase della sua esistenza, il riconoscimento del punto più elevato dell’umano nella poesia e nel gioco. Celebrare, insomma, non solo con riferimento all’esperienza sacerdotale di Illich, fino a che essa è durata, ma nella continuità delle altre sue azioni ed espressioni esistenziali e di pensiero, “significa vivere e godere la vita sull’orlo del tempo, nel momento finale del tempo”. Lo stesso messaggio cristiano è vissuto da Illich, anche durante il tempo del suo esercizio sacerdotale, come un appello a una consapevolezza più profonda della vita: “Sono costantemente consapevole del fatto che il messaggio cristiano, almeno per me, nella mia vita personale, è principalmente l’appello a una consapevolezza più profonda, un più profondo e pieno gusto della realtà sociale in cui vivo”. Così si esprime, infatti, nell’intervista Celebrare il cambiamento, in appendice al primo volume della sua opera. 

 

Il limite e l’originario

 

Quando si giunge al limite, per proseguire bisogna tornare all’originario. Ogni soluzione che si proponga originale non solo non può bastare, ma distoglie e distrae dal fare quello che va fatto. Tornare all’originario vuol dire cercare di dare vita a una nuova origine della storia, di ogni storia. È stato probabilmente questo lo spirito che ha mosso Ivan Illich in tutta la sua vita. 

Una continuità di fondo, infatti, è possibile riconoscere nella complessità e intensità del suo percorso. In questo primo volume, ad esempio, seguendo il filo dei molteplici contributi, pur nella elevatissima varietà di temi e situazioni, e nonostante il dramma personale dell’uscita dalla Chiesa con la sospensione del sacerdozio, se non ci si sofferma sugli eventi e si leggono le connessioni che caratterizzano pensiero e azione, emerge un quadro concettuale in cui sono centrali i temi del contatto tra culture, del cambiamento che ne consegue, del ruolo della religione come idolatria e ideologia, degli aspetti perversi del modello di sviluppo dominante. In nuce vi sono già le questioni che prenderanno forma nella fase successiva, con una centratura costante sulla convinzione che una maggiore consapevolezza, una maggiore responsabilità, una più mirata inventiva sociale fossero possibili e che si trattava di promuoverle. La sua azione individuale e organizzata si sarebbe concentrata tutta su questi obiettivi. Si avvertono evidenti le inquietudini e le traiettorie di un pensatore del futuro come Ivan Illich che, tra gli altri contributi, si sarebbe impegnato a porre al centro la convivialità e la compresenza dei valori dell’antico nella progettazione del futuro, con una visione di particolare ampiezza e fecondità [I. Illich, La convivialità, Mondadori, Milano 1974]. Lo strumento conviviale, rispetto allo strumento moderno fondato sull’espropriazione dell’esperienza, secondo Illich, risponde a tre esigenze:

  • Genera efficienza senza degradare l'autonomia personale.
  • Non produce né schiavi né padroni.
  • Estende il raggio di azione personale.

 

Una rivoluzione nelle teste

 

La ricerca di alternative all’esistente produce contributi di idee fin da questa fase, spesso convulsa, che tendono sempre e comunque a criticare l’inaridimento delle energie creative che possono sorgere solo dalla presa di coscienza adulta di un contesto, di un problema, di un orizzonte di libertà possibile. Per questo, proprio nella fase di transizione che porterà all’abbandono definitivo del ministero, si consolida l’attenzione alla pedagogia politica di Paulo Freire, come leva per una coscientizzazione a più vasto raggio delle potenzialità individuali e collettive, centrata sull’educazione, ma allo stesso tempo estesa ad ogni altro processo sociale concomitante. Quando si fa riferimento all’umanesimo di Illich si pone, con ogni probabilità, l’attenzione alla prospettiva realistica e rivoluzionaria delle sue posizioni, delle sue azioni e del suo pensiero, come egli stesso esplicita in un’intervista allo Spiegel dal titolo: Può la violenza essere cristiana?, contenuta in appendice al volume: “Una rivoluzione nelle teste dei singoli, pensabile solo come processo sociale”.

La definitiva rinuncia al ministero dà vita, nell’esperienza di ricerca e impegno di Ivan Illich, a un superamento delle ostruzioni precedenti riguardanti la forza e la continuità dei suoi propositi e delle manifestazioni dei suoi temi. Come riconosce Erich Fromm nell’introduzione ai saggi e scritti contenuti nel volume: “Ma egli è rimasto fedele a se stesso nel nucleo di fondo della sua ispirazione, ed è questo nucleo a unirci”. 

 

Il primo volume dell’opera richiede alcuni attraversamenti per cogliere continuità e discontinuità di un’azione e di un pensiero che hanno fatto dell’impegno diretto la ragione principale di ogni scelta. Le parti in cui è organizzato il materiale pubblicato sono sette, più un’appendice. La prima parte insiste sulla celebrazione della consapevolezza e si configura come un appello a rivoluzionare le istituzioni, fino a formulare una costituzione per la rivoluzione culturale. La seconda parte, che ha per titolo “La Bolivia e la rivoluzione culturale”, dal titolo del libro omonimo, è introdotta da Mariano Baptista Gumucio, Ministro della pubblica istruzione del governo rivoluzionario di Bolivia. È possibile, leggendo i testi di questa parte, rendersi conto di quanto fossero dirompenti e potenzialmente trasformative le idee di Illich, sia come modo di formularle e proporle, ma anche per lo specifico ambito, quello della scuola e della descolarizzazione, che egli espone fin da allora. Nella terza parte, “Chiesa, cambiamento, sviluppo”, si ritrovano saggi, studi e documenti che consentono di comprendere l’evoluzione del rapporto con la gerarchia ecclesiastica e le criticità che aprono già alle piste di lavoro future. La parte quarta si concentra sulla trascendenza e ha per titolo, appunto, “Saggio sulla trascendenza”, con attenzione particolare ai temi della morte, dell’esperienza religiosa e della trascendenza. La ricerca delle vie per trascendere se stesso da parte dell’essere umano è stata sempre una costante del cammino esistenziale e conoscitivo di questo pioniere dell’azione e del pensiero, che da un certo punto in poi della sua vita, come egli stesso dichiarerà, si trova suo malgrado a essere “autore di libro”.

 

Nella parte quinta, “La Chiesa senza potere e altri scritti scelti”, 1955-1985, l’evoluzione verso la critica irrimediabile all’istituzione di appartenenza, la Chiesa, diventa la base del lavoro successivo che renderà Illich un personaggio noto in tutto il mondo e non sempre per le ragioni che costituivano i fondamenti del suo progetto e del suo lavoro. Anche perché molto spesso ha prevalso l’attenzione agli aspetti di originalità e unicità del personaggio, rispetto alla profondità per molti caratteri irriducibile del suo pensiero e delle sue proposte di azione. La critica all’istituzione-scuola assumerà una connotazione paradigmatica che progressivamente Illich estenderà a una critica a più ampio raggio delle istituzioni vigenti nel sistema mondiale dello sviluppo-sottosviluppo, funzionali al suo mantenimento e allargamento. 

 

“Gli aratri dei ricchi possono fare altrettanto male quanto le loro spade”

 

Un saggio contenuto nel primo volume delle opere può fare da riferimento e sintesi dell’impianto concettuale e operativo del lavoro di Illich, ed è Assistenza allo sviluppo: una povertà pianificata. La critica radicale agli aiuti al cosiddetto sviluppo, peculiare per affinità alla critica all’azione missionaria nei paesi impoveriti, gli consente di evidenziare come noi mettiamo a tacere la nostra consapevolezza di realtà evidenti “perché non vogliamo ammettere che la nostra immaginazione sia stretta in un angolo”. La creazione di modelli di consumo di fatto irraggiungibili e non certo corrispondenti ai loro bisogni, né ai loro modelli culturali, in interi popoli, non può che aumentare il loro impoverimento. Le stesse società industrializzate, sostiene Illich, possono ben fornire confezioni per consumi personali alla maggioranza dei cittadini, ma ciò non vuol dire che siano società sane o economiche, o che promuovano la vita. “È vero il contrario. Quanto più il cittadino è addestrato a consumare beni e servizi ‘in scatola’, tanto meno sembra divenire capace di dar forma al proprio ambiente: spende le sue energie e risorse finanziarie per procurarsi modelli sempre nuovi delle medesime merci, mentre l’ambiente diventa un sottoprodotto delle sue abitudini di consumo”. Conclude quel saggio con una considerazione che descrive bene il suo pensiero e la sua posizione: “Soltanto gli uomini liberi possono cambiare idea e sorprendersi; e benché non esistano uomini completamente liberi, alcuni uomini sono più liberi di altri”.

 

La critica all’istituzione-scuola si incentrerà particolarmente sulle questioni della libertà come dell’immaginazione. L’appello a liberare l’immaginazione sociale si sviluppa più o meno direttamente nei saggi e scritti contenuti nella parte sesta, intitolata: “Scritti mai raccolti in volume”. La liberazione dell’immaginazione è un momento essenziale di tutta quella che possiamo definire la “controricerca” di Illich, come la definisce anche Fabio Milana che cura e introduce il volume. Con quello sguardo Illich si rivolgerà, com’è noto, a istituzioni quali la scuola, la sanità, i trasporti, costruendo così il suo impegnativo piano di lavoro, e gettando una nuova prospettiva sull’umanità. Non un’umanità biologicamente e culturalmente presupposta, come ricorda Giorgio Agamben nella prefazione al libro che appare nella collana “la quarta prosa” da lui stesso diretta, ma l’umanità emergente dalle azioni e dalle scelte mediante le quali le donne e gli uomini si rendono la vita possibile.

 

Da discutere, nella prefazione di Agamben, sembra l’affermazione che tutto il pensiero di Illich apparirebbe “come un pensiero del regno, della sua speciale presenza fra noi, già compiuta e, tuttavia, ancora avveniente”. Se si può concordare che nel percorso di Illich compiutezza e incompiutezza siano entrambe contenute nel presente – e questo, aggiungiamo noi, fa del suo un pensiero vivente – sembrerebbe quanto mai opportuno non piegare quel pensiero connotato di irriducibilità, ancora una volta a un’appartenenza.

Anche alla luce della lettura dei saggi di questo primo volume dell’opera, inclusa la settima parte su “I fondamenti filosofici della storiografia in Arnold Joseph Toynbee” e l’Appendice, quello di Ivan Illich si propone come un pensiero che più che appartenere, attraversa. Un pensiero anticipatore. Un pensiero al futuro anteriore. Per questo l’immaginazione del possibile come filo conduttore e la mobilitazione creativa come strategia continueranno ad essere, per Illich, il viatico per la ricerca di un futuro non ancora scritto di un’umanità libera.

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