J.M. Coetzee fotografo

Prima di scrivere, generalmente si esita. E nello spazio di quella esitazione, talvolta si sente una vocina che sbuca dal cuore stesso della realtà dicendo: “Chi te lo fa fare? Resta al caldo dentro di me”.  Al centro del libro che raccoglie le fotografie del giovane J.M. Coetzee, prima di imboccare la strada che lo avrebbe portato a diventare un grande scrittore, c’è questa tentazione. E questo struggente inganno. 

 

Le foto ritrovate dentro uno scatolone, nelle soffitte di vecchie case da svuotare, sono diventate ormai quello che chiamiamo un topos. Pubblico e privato. Privato perché ognuno di noi possiede da qualche parte una scatola simile, piena di fantasmi famigliari. E forse saremo l’ultima generazione ad averla, quella scatola, quando le montagne dei nostri cellulari e computer straripanti di fotografie giaceranno in grandi discariche collettive. Pubblico perché casi clamorosi, come quello di Vivian Maier, la bambinaia americana che conduceva una doppia vita di fotografa geniale e segreta, ci hanno abituati alla scoperta di interi universi visivi che hanno rischiato di finire inghiottiti nel buio e invece sono casualmente tornati a galla sulla superficie illuminata dell’arte. 

 

Anche la valigia di cartone con le fotografie del giovane Coetzee in Sudafrica stava per fare una brutta fine. Sepolte per sessant’anni nella soffitta della sua casa a Città del Capo, le fotografie sono state riesumate nel 2014, al momento di vendere la casa, e consegnate all’amico Hermann Wittenberg insieme all’apparecchiatura della camera oscura. Quest’ultimo ne ha fatto prima una mostra all’Irma Stern Museum di Città del Capo e poi un libro che la casa editrice Contrasto ha pubblicato in Italia con il titolo Prima di scrivere. Fotografie di un ragazzo, nella traduzione di Maria Baiocchi. 

 

Come nel caso del secolare topos del manoscritto ritrovato, anche qui siamo di fronte alla messa in scena del dramma della perdita e della salvezza delle opere. Questo testo ha rischiato di morire due volte: prima perché il manoscritto che lo contiene stava per perdersi. Poi perché tu potevi non leggerlo. Ma tu lo leggerai proprio perché, se il manoscritto è stato salvato, vuol dire che valeva la pena farlo sopravvivere. Nel caso del mezzo fotografico, all’immagine del manoscritto si sostituisce quella della scatola, o della valigia, ritrovate in soffitta. La scatola buia che duplica l’effetto della camera oscura da cui esce la fotografia. Quale migliore allegoria dell’ombra che avvolge le umane cose, destinate a essere cancellate dal passare del tempo, se non interviene una qualche tecnica di rappresentazione a tentare di salvarle, rendendole per l’appunto “presenti” davanti ai nostri occhi?

 

La fotografia, quella stampata che veniva fuori da una camera oscura, rimarrà forse la più novecentesca delle arti, che nel secolo precedente faceva i suoi primi passi e nel nostro gli ultimi. Almeno in quella laboriosa forma tecnica che la vedeva lentamente uscire alla luce dal liquido e dal buio, come un vero e proprio parto. Offrendo una memoria privata e collettiva alla portata di tutti: una seconda memoria portatile, a supporto della capacità limitata che abbiamo di immagazzinare le immagini dentro il nostro labile cervello. A partire dall’avvento della fotografia, una nuova memoria del viso, per esempio, è diventata trasmissibile e accumulabile. Le persone anche anonime hanno potuto vedersi e avere un volto che si poteva conservare, inviare, collezionare, buttare o capitalizzare. Un fenomeno che si accelera convulsamente lungo tutta la modernità, fino al trionfo della società di Facebook. Dove l’effetto fuori controllo della moltiplicazione ha però cancellato quel senso dell’attimo, bloccato e insieme perduto, che rendeva preziose le fotografie di un tempo. 

 

Autoritratto di J.M. Coetzee.


Come quelle che il giovane Coetzee scatta tra i suoi quindici e sedici anni a Città del Capo. Foto in bianco e nero, che riproducono i volti di lui stesso e dei famigliari, di maestri e compagni di scuola, paesaggi, persone sconosciute. La vita del giovane Coetzee nel tentativo embrionale di darne una rappresentazione. O piuttosto di averne una rivelazione: «Credo che a interessarmi fosse la possibilità di essere presente nel momento in cui la verità si rivela, un momento che in parte si scopre e in parte si crea». La scoperta sta dalla parte della rivelazione, la creazione dalla parte della rappresentazione. In mezzo c’è la presenza, o meglio la ricerca della sua pienezza nell’attimo in cui tutto avviene. Ma soprattutto c’è la verità: il problema della sua conoscenza e della sua fabbricazione. In questa frase, che si legge in un’intervista del 2017 di Wittenberg allo scrittore collocata alla fine del libro, Coetzee palesa il potere che la macchina fotografica ha di mettere in discussione nientemeno che il nostro rapporto con la realtà. E quindi la nozione stessa di realismo. Queste immagini sono reali, oppure si tratta di fantasmi? 

 

Uno dei nuclei più intensi delle fotografie che provengono dalla soffitta della vecchia casa dello scrittore è quello dedicato alla madre. La madre fissata per sempre nella pellicola mentre dorme, cucina, legge, cuce. Non c’è niente di più patetico, nel senso proprio del pathos che suscita, del vedere l’immagine da giovane di chi è già morto. Lo sfasamento tra la sopravvivenza di quell’immagine e la definitiva assenza dal mondo del solo corpo capace d’incarnarla, è talmente spaesante da lasciare come un vuoto dentro il pensiero. Un vuoto esacerbato dalla giovinezza, la quale fa galleggiare quel corpo in un tempo che sembra ancora aperto. E invece è già finito. «È sempre lì a cercare di capire sua madre», recita la didascalia che accompagna una di queste foto. Tratta da un libro di Coetzee che s’intitola Boyhood: Scenes from Provincial Life e che è stato pubblicato nel 1997. Tutto il libro fotografico gioca sul montaggio delle vecchie immagini con alcune frasi prese da questo libro scritto quarant’anni dopo. Un libro che racconta esplicitamente pezzi della vita di John Coetzee, ma che lo scrittore definisce romanzo. Sempre fedele al principio che la verità in parte si scopre, in parte si crea.

 

Un libro, soprattutto, che esiste grazie all’oblio delle immagini che si sono accumulate “prima di scrivere”. Sepolte nel buio della soffitta, quelle immagini sono state infine sostituite dalle parole. Superando l’esitazione e l’inganno di cui si parlava all’inizio. Prima di scrivere ho esitato a uscire dalla realtà, sembrano dire queste foto messe in fila. Allora ho visto mio fratello su una bicicletta e l’ho fotografato. Ho visto mio zio in macchina e delle donne che danzavano a capodanno. Fratello Otto, Mr. Scully e i campi sportivi del St. Joseph’s Marist College. Il giovane Coetzee ha fotografato tutto. Poi se n’è dimenticato, entrando nel tempo che sta dopo la scoperta della scrittura. Un tempo non certo privo di immagini, ma che si è privato dell’inganno di doverle catturare direttamente. “Chi te lo fa fare?”, chiedeva la vocina che sembra sorgere dal cuore pulsante della realtà. Infine ecco la risposta: la scoperta che restando dentro quella realtà non si rimane al caldo. Bisogna saltare oltre. Prima che il freddo di ciò che resta senza parole ci colga come uno scatto venuto male. 

 

Forse questo libro avrebbe dovuto resistere alla tentazione di mettere le parole di quarant’anni dopo accanto a queste immagini. Tentazione che era difficile da respingere, dato che le frasi di Boyhood si adattano perfettamente alle fotografie, raccontando la stessa epoca a cui quelle fotografie risalgono. Avrebbe dovuto prendere le foto dalla soffitta, le foto scattate dal giovane Coetzee prima di cominciare a scrivere, e avere il coraggio di lasciarle nude e crude davanti a noi. Senza la scrittura: per farci sentire il peso di quell’assenza, che dà loro un’aura di mutismo commovente. Ma anche suscita un desiderio irresistibile di sapere ciò che verrà dopo. Quando il volto di Vera Coetzee abbandonerà le sue fattezze reali, per ricomporsi nella mente di chi legge, grazie a un puzzle di lettere e frasi che avrà il sorprendente potere di convocare dentro al volto immaginato di Vera Coetzee quello di ogni altra madre perduta.

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