Joan Sales, Incerta gloria

Nella letteratura sono esistiti ed esistono i cosiddetti "libri di una vita", quei libri cui gli autori hanno dedicato per l’intera esistenza energie, riflessioni, ripensamenti. Incerta gloria di Joan Sales (Nottetempo, 2018) è uno di questi, ma non solo per questo motivo. Esso è stato la "ragione di una vita" perché si occupa di quella Guerra Civile spagnola che ha riempito l’esistenza dell'autore, travolgendola.

Ma chi era Joan Sales? Nato nel 1912 e morto nel 1983, è stato un nazionalista catalano, militante comunista ma su posizioni che politicamente si sono scolorite con il tempo. Al momento dello scoppio della guerra si arruolò a 24 anni, partì per il fronte di Madrid passando in quello d'Aragona. Combatté fino alla disfatta del 1939, attraversò le frontiere francesi ma fu arrestato ed internato nel campo di Prats de Mollò. Dopo un esilio durato nove anni tornò nella Spagna franchista nel 1948 e continuò l’opposizione questa volta come editore.

 

Lavorò alla Club Editor e al suo interno fondò una collana divenuta celebre nella letteratura iberica, Club dels Novel. Si occupò anche della traduzione di classici, ma il suo impegno, principale e totale, fu e continuò ad essere Incerta gloria che fece uscire nel 1956. Il lavorio sul testo fu incessante, quasi maniacale sia per l'insoddisfazione permanente di Sales sia per gli interventi censori del governo. Ne uscirono dieci edizioni di dimensioni diverse, tagliate molte pagine talora, accresciute talaltra. Il Rigobon, in minuzioso saggio (Incerta gloria di Sales tra filologia, storia e traduzione, 2007), ricorda anche un interessamento negli anni sessanta dell'editore Rizzoli che opzionò il romanzo, lo fece tradurre per poi accantonarlo causa le continue notizie di riaggiornamenti e di nuove edizioni straniere. In effetti la Francia iniziò ad occuparsene nel 1962 con Gallimard, grazie al romanziere spagnolo Juan Goytisolo cui venne dedicato ('A Juan Goytisolo che era un ragazzo'), per poi riprenderlo ancora nel novembre del 2018. Le difficoltà, oltre che per la censura e gli ondeggiamenti di Sales, si concentravano anche sulla parte finale del lavoro, la quarta. L'attuale edizione italiana presenta le tre classiche, e le "Note Editoriali" spiegano che la quarta è assente perchè era intenzione dell'autore farne un’opera a sé stante in cui narrare le sorti dei protagonisti negli anni successivi alla guerra. E così è stato: quella parte è uscita autonoma, intitolata El vento de la nit, aggregata per completezza nelle edizioni francesi (anche nell’ultima del novembre 2018) ma non in questa italiana, forse anche per non ingigantire un volume già ponderoso con le sue 600 pagine.

 

Nel frattempo l'interesse per Sales è cresciuto anche su altri versanti, ad esempio nel cinema con la pellicola uscita nel 2017 dal titolo Incerta gloria del regista spagnolo Agustì Villaronga reperibile su Youtube, che ripropone i temi centrali del libro.

Le ragioni dell'attenzione per l'autore si coniugano a quelle storico-letterarie. Dopo la guerra la letteratura catalana si trovò ferita e annichilita soprattutto per la censura imposta dal vincitore avversario Franco. La lingua catalana fu abolita dall'insegnamento nel 1939 e si aprì un periodo di doloroso silenzio per quella fiera regione che pensa e vuole pensare da nazione.

Incerta gloria alla sua uscita rappresentò uno dei primi, se non il primo tentativo di ripresa, anche se un po’ anomalo. Il romanzo evita la divisione tra buoni e cattivi, accomunando tutti, attori e comparse, nella grande tragedia della guerra. Non solo: il conflitto impone di non retrocedere di fronte all’esigenza di verità anche sgradevoli, di mantenere la spinta a reagire alle menzogne da qualunque parte provengano, anche dalla propria, perché solo così può esistere la necessità di credere. 

E in effetti Sales non trascura di segnalare i numerosi errori e orrori commessi anche dalla propria parte, le atrocità degli anarchici, l’amarezza per le disillusioni repubblicane, l’indisciplina delle milizie catalane frutto delle tante prediche demagogiche contro l'idea del dovere e dell'onore militare, come ebbe a notare nei “Quaderni dell'esilio” (n. 15).

 

 

Non solo: l'autore si rivelò un outsider, un soggetto eccentrico che denunciava senza troppe riserve il tormento della fede in quanto coerente con la spiritualità catalana, ma così in conflitto morale con i compagni di strada, gli alleati comunisti ed anarchici. 

In sostanza nei suoi confronti è inapplicabile ogni classificazione, nella consapevolezza che sui grandi temi del mondo la vita e i pensieri sono fluidi, insofferenti a trovarsi ingessati in categorie rigide. 

Si è detto che Incerta gloria s’inserisce nel filone letterario sulla Guerra Civile Spagnola, ma sarebbe fuorviante considerarlo un romanzo storico classico in quanto per rientrare in quella categoria il romanzo dovrebbe contenere la storia di un popolo, come osservò Lukàcs. Nel contempo però il genere è multiforme, sfuggente alle maglie strette della teoria per rifugiarsi in modalità molto differenti tra loro. Senza dubbio Sales si riappropria dei combattimenti della Guerra Civile, soprattutto nelle ultime pagine della terza parte, su cui in precedenza i vari Malraux, Hemingway, Orwell, Bernanos per citarne alcuni, avevano costruito un soggetto mitico. Il testo però si serve della Storia come cornice e la lascia ai margini dei campi di battaglia perché tutto è guerra e la guerra è tutto, perché i combattimenti ci sono, sono là, si sentono dentro la pelle e nell'animo degli individui. La Storia è un mezzo per descrivere l'ombra lunga dei suoi effetti attraverso storie individuali, che sono quelle dei combattenti. 

Scendendo nello specifico la trama del romanzo ruota attorno a tre uomini e una donna che lottano dalla stessa parte, che si parlano anche fittamente, ma la cui diversità è abissale. La costruzione narrativa è articolata su tre parti dedicate a tre protagonisti.

 

La prima ha come figura centrale Lluis de Broca, tenente che scrive dal fronte di Aragona un diario–giornale al fratello ecclesiastico Ramon, dal giugno all'ottobre del 1936. In realtà il suo fronte è una retrovia, un 'fronte morto' in cui si vive nell'attesa e in cui si trova a contatto con gli altri due protagonisti maschili, Soleras e Cruells. In quei giorni nel contempo vive un'esperienza anomala. Conosce, e se ne invaghisce, una donna, la “carlana” cioè la castellana, vedova, madre di due figli, la quale cerca in ogni modo di far certificare l'avvenuto suo matrimonio con il ricco ed ucciso signorotto in “articulo mortis” per godere dell'eredità. Nel frattempo Lluis ha lasciato a Barcellona una donna, Trini, da cui ha avuto un figlio, Ramonet. Rivelerà il rapporto con la carlana all'amico e compagno d'armi Soleras, che ne tradirà la fiducia comunicandolo a Trini.

Nella seconda parte la protagonista è Trini, la compagna di Lluis, anarchica, che si trova in una Barcellona sfigurata dalle bombe. La donna invia lettere tra il dicembre del 1936 al settembre del 1937 a Juli Soleras, grande amico suo e del compagno Lluis. In questa corrispondenza descrive episodi reali nel contempo distorcendoli con frammenti di falsità. Così come, all’inverso, contamina fatti falsi con venature di realtà. È quanto avviene nella concitata ricostruzione della rivolta anarchica a Barcellona. Oppure nelle riflessioni sull’ateismo, sua fiera bandiera da sempre ma ora declinante a favore della conversione alla fede. Trini si è rivolta al cattolicesimo cercando una ragione per vivere, trovandovi un aiuto a sopravvivere e la forza necessaria per continuare ad aspettare la fine della guerra e il ritorno di Louis.

 

Comunque sia questa seconda parte è pervasa dal senso di un’insopportabile solitudine. Il fatto che Ramonet sia ancora piccolo rende Trini ancora più sola e con Lluis vive un’evoluzione personale molto diversa. Trini sa cosa vuole: vivere con Lluís e Ramonet, tutti e tre insieme come una normale famiglia. Lluís invece è indeciso, si trova come ad un "crocevia” come nota l’autore, con la sensazione di sentirsi perduto, privo di destino. La sera, nonostante l’atmosfera magica, rappresenta un cambiamento al peggio perché segna l'arrivo della notte, che porta lo smarrire della chiarezza, della possibilità di distinguere. 

Infine la terza parte è dedicata a Cruells, giovane repubblicano, seminarista divenuto vicario dopo la guerra, che scrive le memorie di quel periodo dopo anni dalla conclusione del conflitto, e solo in quel momento scoprirà il valore della vita. La stessa fede che dà speranza a Trini pervade Cruells. Gli uomini sono traditori ed egoisti per natura e la Chiesa insegna che solo Dio non abbandonerà mai. Di nuovo il mondo terreno è descritto come un luogo ostile, un transito verso ciò che è veramente importante. Anche per Cruells la sensazione è di essere soli in questo mondo e che da soli dobbiamo farcela, senza perdere tempo ad aspettare l’arrivo di qualcuno: “La solitudine è il nostro pane quotidiano; e non è un pane tenero”. È lui, Cruells, il narratore per eccellenza per la capacità di recuperare nelle pieghe della memoria le azioni e i fatti, riuscendo a riprenderli con nitidezza. Come l’aver letto di nascosto le lettere di Trini inviate a Soleras e l’aver maturato un affetto sincero per quella giovane. 

 

Queste tre voci, che compongono ciascuna una parte del romanzo, sono legate attraverso un filo nascosto rappresentato da Juli Soleras. Questa figura, le cui iniziali forse non casualmente sono quelle di Sales, si pone come dissonante rispetto alle altre. È amico dei protagonisti, è stato studente dai gesuiti come Lluis, viene ricordato come persona stravagante, enigmatico, egocentrico, eccentrico, ondeggiante tra angoscia e trasgressione, amante delle cose proibite come la cocaina e le prostitute della cui pratica si compiace, avvicinato e respinto dai compagni, assimilabile ad una figura uscita dalle pagine di Dostoevskij di cui Sales è stato cultore ed appassionato traduttore in catalano. Come detto non è figura centrale inserita in una parte specifica del romanzo, ma una sorta di controfigura. Quando appare genera sorpresa, crea sentimenti, interloquisce sempre, influenza gli altri, provoca riflessioni, installa dubbi, si interessa delle perversioni, ama gli autori classici che cita senza riserbo, oscilla tra 'osceno e macabro' come ricordava Sant'Agostino, è alla ricerca di un destino assoluto. 

 

Emergono dalle pagine del romanzo e dalle sue tre parti le storie personali di questi attori, scaraventati sulla scena come protagonisti, mentre sono vinti dall'amore, per ciascuno ragione di tormento, e dalla guerra, infine perduta. Sono orfani in mezzo alla guerra, sono i perdenti, sono gli ultimi, animati dal bisogno di dare senso alla vita e renderla significante. Sono gli sconfitti, delineati senza toni epici, salvo Soleras irriducibile contro un mondo in delirio. Si tratta di giovani che hanno poco più di vent'anni, partiti volontari per la guerra, mossi da un affanno che nulla deve all'ideologia e poco agli ideali, ma molto alla "sete di gloria". "Darei tutto per un istante di gloria", "siamo dei fantasmi, delle nuvole senza altra speranza che conoscere un istante di gloria, un solo istante, per poi dissolverci”, “La gloria è il nostro obiettivo, un desiderio di superare la morte, di trascendere. Essere in tempo di pace, essere in guerra, nei tempi che si adattano alle circostanze di ciascuno, l'obiettivo che nella vita è cercare i momenti di felicità”. In particolare per la generazione dell'autore e dei personaggi del romanzo, che hanno subito la guerra, la ricerca di questi momenti felici è diventata una sorta di motore indispensabile per sopravvivere. Essi faranno sentire ai sopravvissuti che la vita, anche in prima linea, vale il dolore e forgia il carattere per il resto dell’esistenza. Da allora nessuno dei personaggi sarà più come mai prima.

Ma la durata della gloria è incerta. L'autore sottolinea anche che l'eternità dei momenti di felicità sta proprio nella loro breve durata e, se dovessero fermarsi diventerebbero parte del nostro tempo normale, non li apprezzeremmo. Usa come esempio quello del cactus che vive mille anni per sperimentare un'eternità spaventosa, ma quando finalmente fiorisce, muore. L'istante della gloria vale la vita, e si trasforma in monotonia se dura più di un momento. 

 

L’epoca che conduce alla gloria è la gioventù, se la vecchiaia fa rima con saggezza, lo fa anche con tristezza. Né i giovani, né l'opportunità di essere felici tornano più e per questo motivo non dovrebbero sfuggire. La gioventù, quell'epoca fortunata della vita in cui non si ha modo di percepire di essere mortali, è trafitta da un affanno, da una preoccupazione, dalla ricerca di un senso nascosto e irrinunciabile. È 'l'incerta gloria di un giorno di aprile' del verso di Shakespeare da I due gentiluomini di Verona che compone il titolo. È il comparire di una timida primavera, presto purtroppo oscurata dal ritorno cupo dell'inverno. È la metafora della gioventù con il suo alternarsi tra la luce del sole e l'ombra delle nuvole. 'La mia gioventù, unico momento di gloria, non fu che un tenebroso temporale' secondo Baudelaire, citato non a caso dall'autore. E la nuvola è quella che si estende su un'intera generazione, quella dei protagonisti, costretti come l'autore alle difficoltà e alla censura, cancellati dall'autorità e dal potere. “C'è un momento della vita che sembra come se ci svegliassimo da un sogno. Abbiamo smesso di essere giovani”. Quei giovani sono persone comuni, travolte dal corso della Storia. E il loro fallimento è quello che accompagna il destino umano, quando l'istante si trasforma in durata.

 

Si sente in lontananza la brutalità della guerra, spietata e senza quartiere, un orrore che rinvia a un’innocenza perduta. È quanto ricorda a Trini il padre, vecchio anarchico e pacifista, un tempo duro come la roccia ma incrinatosi ora con gli anni. Pensa agli anni passati "con nostalgia", non per tornare ad essere ragazzo ma "perché il nostro ideale possa ritrovare quella innocenza perduta". E aggiunge che "era così bello il nostro ideale quando ancora nessuno aveva provato a metterlo in pratica!". Sibilato tra le labbra di un anarchico sembra una bestemmia, ma è la riconferma del valore della giovinezza che vagheggia e sogna ipotesi, rifuggendo dall’atto perché non potrà portare che delusioni. Gli ideali sono tanto più agognati quanto più non si è provato a metterli in pratica perché, aggiunge “le persone non dovrebbero essere unite da ideali ma da sentimenti. La guerra sta uccidendo metà Catalogna… Avevo bisogno di superare gli anni 60 per capire che le idee non valevano la pena”. 

 

Il romanzo, complesso, multiforme, polifonico, eccessivo forse come è stato notato (Xavier Pla, Survivre à l’épreuve du temps, 2007), con forti accenti religiosi, ha un dominatore incontrastato. È il canone del tempo che corrompe non la memoria ma l'individuo, che è inseguito e perseguitato dagli istanti di gloria, dal venir meno della giovinezza e del senso della vita. Incerta gloria è un romanzo senza una vera trama che passa dalla descrizione alla introspezione, dalla memoria ai fatti, è fluido, ingloba lentamente la dimensione della storia, coniuga vene narrative all'interno del realismo, inserisce dettagli apparentemente secondari ma non gratuiti, delinea abbozzi nitidi, costruisce dialoghi spesso minuziosi, illumina atmosfere chiarificatrici, genera cambi di prospettive, crea fantasmi metafisici. È un romanzo generazionale sulla gioventù che subisce la guerra e nel contempo intreccia e sviluppa il racconto della storia e delle relazioni personali. 

Quante “glorie incerte” per i catalani pensando all’oggi! Di certo la letteratura, entrando nella condizione umana può contribuire a sviluppare una riflessione ricostruttiva dopo essersi imbattuta in un’identità nazionale devastata.

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