L’amore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Spesso, superata una certa fase iniziale di conoscenza, gli utenti dei maggiori social network, in particolare quelli che prevedono una chat interna, sono soliti lamentarsi reciprocamente dell’artificiosità del medium.

Si fa strada una certa reticenza nel parlare, la sensazione – quasi una vergogna – di aver superato un limite d’intimità con un estraneo, di cui al fondo si conosce solo l’identità costruita sullo schermo, per esso o tramite esso. A volte l’escamotage per uscire da questo imbarazzo è lo scambio di numeri di telefono, come se la voce, lo scambio delle voci, creasse una sfera maggiormente “reale”, rispetto a quella interamente scritta della chat.

Spesso allo scambio dei numeri di telefono non fa seguito alcuna telefonata.

Resta un pudore, un’intimità che fatica a essere violata, anche volendo: come se la scrittura e la voce fossero due realtà totalmente incommensurabili.

 

Più spesso risulta maggiormente efficace lo scambio dell’indirizzo privato di posta elettronica: si resta sul piano della scrittura, ma all’immediato dileguare della chat (in cui spesso la possibilità di scrivere in contemporanea crea sovrapposizioni tra le risposte) fa da contraltare la possibilità di chiarirsi più a lungo, più diffusamente, di ritornare sullo scritto, di cancellare e correggere senza lasciare traccia.

Dalla lettera inviata per e-mail scompare la traccia dell’errore, l’indecisione della grafia, la cancellatura sofferta che a sua volta creava nel lettore della missiva spedita a mano la percezione dell’esitazione e della cura messa nella scelta delle parole da parte del mittente. Scompare la possibilità della ricerca di un’interpretazione di quella frase cancellata, ma forse ancora in parte leggibile, il potersi struggere nella possibilità di decifrare un frammento di quella frase così importante da venir amputata.

È forse per mantenere questa “autenticità” dell’incancellabile che spesso si assicura – soprattutto in E-mail molto sentite – che si è scritto di getto, senza rileggere, e che si è inviato il flusso di pensiero così come è venuto, senza filtri.

 

Se un tempo la rilettura era traccia visibile della cura riservata al destinatario, oggi è la mancata rilettura a diventare segno di autenticità nello scambio.

Anche solo queste brevi riflessioni in ordine sparso possono già in qualche modo evidenziare quanto i rapporti umani della contemporaneità possano essere influenzati retroattivamente, nella carne della loro quotidianità, dai dispositivi mediatico-tecnologici.

Di certo il lato più delicato, al contempo il più profondo e il più superficiale dei rapporti umani, quello dell’amore e della seduzione, appare come il luogo in cui i mutamenti antropici portati dai media sono più patenti, e insieme contraddittori: nell’amore lo stridio del mutamento epocale tra forme di vita dell’epoca neolitica e modalità di relazione dell’epoca postumiana si palesa in maniera evidente.

Da un lato c’è la sfera del corpo, che in qualsiasi discorso sull’amore appare un’autoevidenza assoluta: l’incontro degli occhi e delle mani, delle labbra e della pelle, il condividere la casa e il cibo, odori e sapori. 

Dall’altro c’è l’ostacolo che il corpo, in qualche maniera, pone sempre all’amore: lo sguardo abbassato e la parola strozzata in gola per la troppa timidezza, i corpi che non si trovano nel giusto modo o nel giusto momento, la cena non ancora pronta e la stanchezza di una giornata di lavoro che si legge negli occhi (e nelle occhiaie) dell’altro.

 

 

La fatticità del corpo viene in qualche modo bypassata dai media e in particolare dai social network: maggiore facilità nell’instaurare un contatto, maggiore possibilità nella scelta di come e quando si vuole apparire, la possibilità di scegliere sempre con cura le parole, se lo si vuole.

Ma in fondo questo oltrepassamento della fatticità è sempre solo parziale: è sempre un corpo che scrive, che si connette, che pensa dietro alle parole digitate. Non si bypassa neanche la seduzione, cambiano solo le modalità dei gesti: l’attesa spasmodica del simbolo verde (che indica disponibilità a parlare nella maggioranza delle chat) vicino al nome della persona desiderata, la frustrazione di un messaggio che si sa essere stato letto (vi sono spesso apposite funzioni di notifica a riguardo) e a cui non è stata data alcuna risposta, una foto della persona amata in un luogo o in una situazione che ci erano state taciute.

La gelosia per una tag (l’apposizione di un segnale che indica che una data persona è stata in un dato momento in un dato luogo, con determinate altre persone) inopportuna, un litigio per una foto ambigua, sono tutti marchi di rapporti che non possono essere tacciati di minore autenticità (e tantomeno di minore emotività) solo per il fatto di essere nati, o di avere una componente non trascurabile, che si svolge sulla rete.

 

Si soffre davvero, si piange davvero, si ama davvero su Facebook, o su Skype. 

Forse anche di più: si è condannati al Panopticon senza averlo realmente voluto, e senza neanche avere la dignità del prigioniero. 

Siamo noi – carcerieri di noi stessi – che guardiamo, volontariamente, solo perché ci è permesso, perché ce ne è data la possibilità.

Idealiter, ovunque siamo abbiamo la possibilità di una comunicazione ininterrotta: tramite telefono o tramite rete, o tramite l’unione dei due che si dà negli smartphone e nei tablet.

C’è un double bind in questa totale possibilità della presenza all’altro: l’impossibilità dell’assenza. Un cellulare spento o una batteria scarica possono sancire la fine di un rapporto laddove, neanche un secolo fa, era possibile aspettare una lettera per mesi, senza che questo fosse anormale.

Questa sottrazione dell’assenza rappresenta forse il più grande cambiamento antropico dato dai new media ai rapporti umani: una raggiungibilità totale e costante, una comunicazione ininterrotta, la possibilità di leggere e rileggere all’infinito le tracce delle conversazioni, dei dialoghi avuti, sottoponendoli alla luce chirurgica di un’ermeneutica continua, è una possibilità inaudita a livello mediologico, mai avuta prima dall’uomo.

 

L’interiorità delle persone si dona per frammenti in infinite discussioni per chat, non è possibile negare nulla, ritrattare nulla: scripta manent, soprattutto in un hard disk che può contenere in memoria milioni di conversazioni.

Scompare quell’irraggiungibilità che, paradossalmente, nell’epoca neolitica della vicinanza fisica degli esseri umani era possibile. Il silenzio dell’altro, la sua inarrivabilità, la fattizia irraggiungibilità nei momenti di assenza, la muta accettazione dell’impossibilità di una comunicazione a distanza, sono scomparse dalla nostra vita, senza che però siano mutate le forme della nostra convivenza. Abitiamo in strutture abitative molto simili a quelle in uso all’epoca dei primi accampamenti stanziali (forse l’unica vera grande rivoluzione abitativa è stata quella data dal passaggio dall’abitazione di campagna, dove risiedeva un nucleo familiare transgenerazionale che comprendeva nonni e spesso le famiglie dei figli, a uno in cui la famiglia abita da sola, separata dagli antenati e dai discendenti), viviamo relazioni che seguono legami codificati da tradizioni vecchie di millenni, ma al contempo viviamo anche un’implosione della distanza senza precedenti: non è raro che due persone, nello stesso appartamento, comunichino per chat o sms.

 

Le nostre stesse strutture relazionali (l’unione monogamica ad esempio) appaiono espressione di un’epoca dei media che non è più la nostra, che è un’epoca in cui i rapidi mutamenti di posto di lavoro, di luogo di residenza, le comunicazioni sempre più orizzontali, danno agli esseri umani l’occasione di trovarsi in contesti relazionali che cambiano rapidamente, portando con sé persone e mondi sempre nuovi.

Forse persino la gelosia è un a priori proprio di epoche dell’evoluzione umana che non sono più le nostre, divenuto contro-adattivo.

 

Spesso Giorgio Agamben ha ripetuto, sulla scorta dello scrivano Bartleby di Hermann Melville (ma anche di Aristotele, Metafisica, 1046a, 29-31), che la vera potenza è “potenza di non”: l’unica vera possibilità per esprimere la potenza di fare qualcosa è di rinunciarvi sovranamente, pur avendo il potere di attuarla.

 

Questo “potere di non” è forse una delle keywords dell’amore nell’epoca della propria riproducibilità tecnica: non sottoporre l’altro a un controllo panottico, padronale, proprio nel momento in cui il dispiegamento globale del dispositivo mediatico ce lo permetterebbe; amarlo «come cosa non mia», come consigliava Seneca a colui che volesse divenire saggio, più di duemila anni prima del Postumiano.

 

 

Il presente contributo è tratto dal libro Umano Post Umano, uscito nella collana Umweg dell'editore INSCHIBBOLETH che ringraziamo per la gentile concessione dell'estratto.

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