Le capitali invisibili

Potenza non sarà capitale europea della cultura, come invece nel 2019 sarà finalmente Matera, l'altra città/provincia di una terra da sempre sconosciuta. Priva di grandi architetture storiche e per due millenni di voce in capitolo, Potenza, lontana e sola come la Cordova di Lorca, insieme ai suoi novantanove comuni, è per natura invisibile, persa fra alture remote. Essa rappresenta una regione impalpabile dell'anima prima che della terra, del cielo e del mare, perché è soprattutto un valore immateriale e spirituale che essa custodisce, insieme allo spirito del silenzio “sofistico e d’oro, problematico e sottile” nell’intuizione del poeta Leonardo Sinisgalli. 

 

Si può arrivare in Lucania dal Tirreno, approdando sul litorale roccioso di Maratea, o sulle spiagge vellutate del mar Jonio, per poi inoltrarsi da lì nell’interno dove le crete compongono un grigio paesaggio lunare, o si estendono terre pianeggianti a grano, vigne e uliveti. Via terra, si attraversano gli orridi rocciosi degli Alburni al confine con la Campania dove la Freccia rossa non sfreccia per la forte pendenza, o i pascoli di transumanza ai confini con la Puglia, fino a Matera via Altamura in auto o con un trenino assai lento, o fino al Vulture coi laghi vulcanici e i castelli di Federico di Svevia, zona che rappresenta in latitudine la parte più a nord di un territorio vasto che giunge a sud, coi paesi isolati sull’Appennino, fino al massiccio del Pollino. 

 

Nei paesi della montuosa Lucania si cammina per lo più lungo direttrici verticali, al di sopra dei tetti delle case e dei comignoli, circondati da presso dai fianchi brulli della montagna, e nella voluttà liberatoria della discesa, accompagnati da un venticello odoroso di mentuccia, pane e tortiere di peperoni ripieni, ci si può sentire librati improbabilmente in aria come il violinista di Chagall. In salita, invece, lungo gradini a volte larghi e monumentali come quelli di un tempio Inca, si va dritti verso il sole “con le grandi corna” di Sinisgalli. Le case, sempre aperte all’accoglienza quando decenni fa erano ancora per lo più abitate, sono affiancate e poste l’una sull’altra, a formare spalti bianchi più o meno estesi e fitti, digradanti su piazzette spesso inclinate perché il pendio prosegue fino a valle, e attivano un simbolismo onirico e iniziatico: entrarvi o uscirne equivale a ritorni nel grembo materno e rinascite. In qualunque punto, a rompere il silenzio di fondo, possono arrivare da lontano a un certo punto brusii e voci alle orecchie, per capriccio di tortuosi itinerari acustici nell’etere e fra i muri in cui fila il vento.

 

In quest’economia frugale, dove i più non sono mai vissuti per arricchirsi, si trovano ancora oggi artigiani che vi fanno un lavoretto per niente, perché si vergognano a chiedere soldi per delle piccolezze, che però rimettono a disposizione cose significative, e gli ortolani regalano a chi fa la spesa gli odori: mazzetti di basilico e prezzemolo, sedano, carote.

 

Ma la Lucania per la sua parte più importante, ciò che si può cogliere nell’aria, nei suoi colori, nei modi dei suoi abitanti, e ciò che resta inalterabile nonostante il degrado naturale e l’incuria, sfugge a ogni possibilità di descrizione, che non sia poetica, anche solo per disponibilità a credere al linguaggio della poesia. Essa si colloca in una dimensione ulteriore rispetto alla comune realtà osservabile. 

La distanza fra i centri abitati, e il pulsare di strane cose fra terra e cielo, sicché di notte ci si può sentire perduti se l’auto smette di funzionare, fino a che non torna la benedizione del mattino, e le ombre si rintanano nel nulla fra chiocciare di galline impettite, squilli di cornetti di banditore, scintillare, anche oggi, di zoccoli ferrati sui lastricati.

Nessuno qui muove una pietra, dice sempre Sinisgalli, perché sotto di essa può trovarci l’ombelico dell’inferno.

Questa terra racchiude qualcosa di cui potremmo dire, poiché si colloca in un altro mondo, che ci non-è, parafrasando le parole di Furio Jesi sul mito nella sua "Lettura del bateau ivre" di Rimbaud; qualcosa che esiste per contenere in sé una mancanza motrice e struggente, un pre-essere posto nel suo stesso cuore d'essere. Un altro mondo che conduce dalla natura, da pura immanenza, al divenire di uomo e mondo culturale, alla realizzazione di opere e scopi. 

Un mondo che ci non-è nella comunità planetaria concitata e animata del mondo dei consumi, perché impermeabile a tutto ciò che non sia grande e tragico, che non contempli direttamente la vita e la morte, senza le mediazioni e obbligazioni rituali della civiltà urbana e mercantile. E che così ci ristora, non tanto con quello, pure importante, che dà in positivo ‒ civiltà e sapienzialità millenaria ‒ ma con quello che in negativo col suo ci non-è, rende possibile, cioè coi mondi aperti da questo scenario in cui tutto incessantemente si compie e ricomincia, con la virtualità investita di una nostalgia verso ciò che non si è mai saputo né mai si potrà sapere, la pienezza, il reale travolgente del vivere in sé, il godimento senza confini allo stato puro. 

 

Un mondo riscattato dalla storia, che non è mai stata clemente e giusta nei suoi confronti, storia di dominio e di rapina, di oblio e paternalismo, non esente oggi dalla spinta all'omologazione che investe nel pensiero e nel costume l'intero pianeta. 

Questo mondo mantiene, ad onta delle ingiurie subite e delle ferite che mostra, uno speciale potenziale magico di salvazione. È come se in suo favore Flash Gordon e Dale Arden, interponendosi con l'astronave del dottor Zarkov, scongiurassero la collisione definitiva col pianeta Mongo, cioè il male del negativo storico e il disastro irrimediabile. 

 

Parlo di un mondo che mi appare come la scena originaria del pensiero, un mondo facile da amare nella sua infinita pazienza, cui non si può rinunciare perché indica qualcosa di universale, la speranza e l'idealità necessarie alla civiltà, e chiama in causa la nostra partecipazione al riscatto attraverso una capacità, che si affianca alla consapevolezza e al pensiero critico, di contrasto senza resa, e di trasfigurazione poetica, rispetto al negativo presente di desertificazione. 

Dirò qui di seguito qualcosa delle meraviglie e delle grandi difficoltà che rendono unica questa realtà, sul filo di una memoria affettiva rivolta al futuro, e di una distanza dal cattivo passato. 

 

Ernesto de Martino definì il Salento, ma in genere il Sud, «l'antico Regno di Napoli, quel Regno che stretto fra lo Stato Pontificio e il mare suggerì a un suo re l'immagine di una terra protetta dalla storia, e quasi fuori dal mondo, "tra l'acqua benedetta e l'acqua salata"», come La terra del rimorso, «la terra del cattivo passato che torna e rigurgita e opprime col suo rigurgito [...]».

Il termine rimorso allude al morso della tarantola, metafora della possessione amorosa femminile, di una forza della natura che non poteva trovare espressione accettabile altrimenti e veniva perciò rappresentata teatralmente, con uno stato di crisi psichica e convulsioni che un dispositivo coreutico-musicale poteva controllare ritualmente, in piena epoca cristiana, e dopo illuminismo e positivismo, dando prova della possibilità di una elaborazione culturale del naturale. 

 

Il concetto di Terra del rimorso, fuori da questa metafora, è contributo molecolare per analizzare con la nostra razionalità moderna un simbolismo antico, quello «della taranta che morde e avvelena, e della musica, della danza e dei colori che liberano da questo morso avvelenato». Per analizzare così il senso della questione meridionale e di qualcosa di molto più grande «poiché [...] la Terra del rimorso è il nostro stesso pianeta, o almeno quella parte di esso che è entrato nel cono d'ombra del suo cattivo passato». Il passato che «non fu scelto».

 

La recente scoperta del petrolio in Val d'Agri non ha granché modificato lo stato delle cose e quel che sembra il destino di questa parte del Sud d'Italia che gli antichi chiamarono Lucania pensando forse alla luce (lux) qui davvero particolare per la profonda serenità dei cieli, forse al bosco (lucus) forse al lupo che vi ha sempre dimorato (lycos). Terra ignorata, dimenticata, lasciata a pochi contadini e pastori, e ai rimasti dopo ripetute ondate migratorie destinate a continuare, soprattutto rappresentanti del terziario e anziani, mentre i giovani continuano a dover cercare la loro strada altrove. Diceva lo scrittore e poeta Vito Riviello, nato a Potenza, che i lucani, sparsi per il mondo dalle Americhe all'Australia all'Europa, sono sempre lontano da casa, dispersi sul territorio come Eschimesi a caccia sulla banchisa polare. Il popolo lucano andrebbe calcolato perciò non contando solo i pochi residenti, ma questo sterminato popolo nomade, con ambasciate molteplici da New York a Roma.

 

Ph Franco Fontana.


Un territorio impervio e segreto, abitato dall'uomo fin dal neolitico, come Matera documenta. Nella piana di Metaponto riecheggiò la voce di Pitagora, mentre l'interno fu scoperto dopo oltre mille anni da ispirati monaci basiliani itineranti fondatori di abbazie, due dei quali, Luca e Vitale, vi divennero santi, ed è stato negli ultimi tre secoli meta privilegiata di grandi viaggiatori e scrittori, di storici come Theodor Mommsen, di uomini politici come il bresciano capo del governo Giuseppe Zanardelli che percorse anche lui la regione a dorso di mulo. Nel secolo scorso all'inizio degli anni cinquanta fu meta della spedizione antropologica di Ernesto de Martino, e di contemplazioni ed esplorazioni di grandi fotografi, da Cesare Zavattini a Franco Pinna, da Mario Carboni a Henri Cartier-Bresson che attratti dai luoghi e da volti antichi vi realizzarono stupefacenti reportage e ritratti, di cineasti come Luchino Visconti per il film Rocco e i suoi fratelli, poi di Pasolini con Il Vangelo secondo Matteo, e in seguito di molti altri registi, e di artisti diversi come il pittore e scrittore Carlo Levi, che ambientò in un paese lucano in cui era stato confinato, Aliano (diventato Gagliano nel libro) il suo Cristo si è fermato a Eboli.

 

Un territorio di contraddizioni e contrasti, in cui ad esempio l'isolamento geografico non ha impedito nei millenni il mescolarsi di etnie, lingue e costumi. Lucani, greci romani, schiavoni (slavi), normanni ebrei, albanesi, saraceni, si sono fusi generando la più grande varietà di corporature, lineamenti, usi e costumi, che ciascuno ha coltivato e mantenuto in vario modo, anche conservando intatte le sue tradizioni. 

Un territorio di contraddizioni urbanistiche, per la violenta giustapposizione a Potenza in particolare di alti palazzi moderni in cemento armato su un tessuto di case piccole e in pietra, come nei paesi. 

Un’area del sud dove nella assolata valle del Basento nel materano si raggiungono oltre quaranta gradi d'estate, e dove per il resto sulle alture c’è fresco d'estate e freddissimo d'inverno, tanto da far pensare in certi giorni a un’area balcanica anziché mediterranea. Il freddo è secco, però, e si vince con un poco di movimento, e il sole è sempre caldo. 

 

Uno degli appuntamenti annuali dell'intellighenzia nazionale con la Lucania era rappresentato dalla commemorazione di Rocco Scotellaro, poeta per Mondadori e sindaco socialista di Tricarico incarcerato all'epoca dell'occupazione delle terre dei latifondisti, morto a trent'anni nel 1951. Essa si svolgeva ancora negli anni settanta del secolo scorso nella sezione paesana del partito stesso, e richiamava figure illustri come quella, per limitarci a qualcuno dei miei ricordi di giovanissimo partecipante, dei fratelli Rossi-Doria da Portici, di Piero Santi da Firenze, scrittore e storico titolare della galleria d'arte “L'indiano” di Firenze, del pittore Tono Zancanaro da Padova, e di molti altri intellettuali e artisti. 

 

Fuori dal nido protettivo degli abitati, appena oltre le porte della città, cominciava il dominio di una terra, tutta scoscesa e selvaggia, fascinosa e interessantissima per gli studiosi, come terreno di persistenza, all'inizio degli anni cinquanta del Novecento, di costumi arcaici, di un mondo magico e pagano incastonato nel circostante tessuto di congrua contemporaneità modellata secondo i valori occidentali, o come subcontinente di paesaggi originari già allora e per sempre perduti per l'occhio dell'uomo moderno, scenari dominati da contrasti immani. 

I suoi simboli sono i paesi montani, i primitivi pini loricati modellati dalle raffiche di vento sul Pollino, le pietraie prosciugate d'estate di ampie fiumare, il digradare lento dei calanchi grigi o le orbite vuote della gravina che non smettono di fissare i Sassi.

 

Vi si contempla un vuoto che prelude a un incombente e violento arrivare del pieno: tuono, nume, terremoto o massa d'acqua che sia, o densa nuvola di polvere giallastra alzata dall'avanzare di un gregge di pecore, da affrontare bendandosi completamente il volto, perché, come avvertivano i pastori che lo precedevano, c'era dentro "la mosca", una specie di temuto e concreto parassita o di miasma metafisico, una sorta di flogisto capace di scatenare contagio dalla bestia all'uomo. 

 

Facilmente si può qui osservare dalle alture, che occupano quasi tutto il territorio, il transito veloce delle nuvole che proiettano le loro ombre scure volanti sulle vallate e colline di grano e ulivo sottostanti, ma il luogo magico di questi avvistamenti, in un cielo solcato da corvi, falchi e altri rapaci, è per me l'altopiano di Serra Lustrante con un tempio dedicato a Eracle a breve distanza dal paese in cui sono nato, Armento.

 

Potenza, sospesa fra i molti idiomi locali ‒ con particolarità per ogni paese e perfino contrada ‒ fra la lingua italiana della poesia di Riviello e di Leonardo Sinisgalli, l'ingegnere poeta di Vidi le Muse, il dialetto tursitano della poesia di Albino Pierro, tradotto in molti paesi stranieri, e la lingua poetica di Orazio, è il capoluogo di un arcano reame disteso lungo una sterminata cordigliera appenninica, un mediterraneo tetto del mondo in cui cielo e terra si toccano e si riuniscono, convivono la trascendenza e l'immanenza, gli alberi si sposano nei riti di fecondità, e la Madonna è oggetto di culti assidui e plurimi, in una fusione di sacro e profano, di paganesimo e cristianità che tutt'ora vive negli splendidi riti diffusi in tutta la regione, fra cui spiccano quelli dei culti arborei di Accettura e Pietrapertosa, che impegnano schiere di uomini e buoi nella cornice di splendide foreste, e la venerazione della Madonna Nera di Viggiano, in un luogo che è oggi epicentro in Val d'Agri di una cospicua estrazione di petrolio. 

 

Una presenza particolare da queste parti, amica stretta della poesia, è quella della musica, a partire dall'insegnamento di Pitagora, integrato fra le sue fonti e guide dal geniale e carismatico poeta e musicista contemporaneo Antonio Infantino, da poco scomparso, considerato nel 1966 da Fernanda Pivano come «un personaggio che incarna in senso letterale alcune tra le cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi quarant'anni». Infantino ha creato, su quella scia di metri esoterici, fusioni musicali mediterraneo latine che hanno avuto successo internazionale col gruppo dei Tarantolati di Tricarico. Al Cinquecento risalgono i Madrigali di grande potenza innovativa di Gesualdo da Venosa, figura tragica e oscura di artista mistico e principe uxoricida, che ha ispirato n film di Herzog. 

 

Potenza, come scriveva Vito Riviello, il mio compianto amico poeta nato nel suo centro storico dedicandole la sua prima raccolta di versi, è Città fra paesi, a ricordare il suo statuto anomalo di città/campagna in cui le istituzioni si devono raccordare con una coscienza popolare antichissima, con usi e costumi ispirati a una collettività dispersa nelle aree rurali, che meno di un secolo fa si trovava per la fatica, gli stenti e la malaria nella presenza continua della morte, come scriveva Carlo Levi nel Cristo. Qui la psicoanalisi, scriveva Vito nel suo solo libro in prosa, Premaman, libro dell'amore impossibile nel contrasto fra slancio giovanile e conservatorismo piccolo-borghese, sarebbe un fattore di propulsione fondamentale, sarebbe come la Fiat degli animi comunali. 

 

In questi paesi, dove gli antichi censimenti contavano i residenti per fuochi, intorno ai quali si costituiva l'unità elementare di vita familiare, la vita scorre come un fiume solitario, ma ogni membro della comunità che vi si bagna è ancora un valore, e anche dopo la morte, la sua presenza non si perde. Vi è dialogo permanente fra i vivi e i morti, entro una tradizione che Riviello faceva risalire a Luciano di Samosata. Neanche si perde il senso di unione fra parti del mondo vivente, fra mondo vegetale e uomo. Perdura, e nel 2013 è stata presentata con azione filmica spettacolare su grandi schermi speciali al Moma di New York, la saga degli uomini albero di Satriano di Lucania, dei romiti che si ricoprono d'edera fino a perdere la sembianza umana, recuperata ad opera del regista Michelangelo Frammartino. 

 

Inutile dire che in questi luoghi sono custodite e tramandate tradizioni che riguardano anche la preparazione e la conservazione dei cibi, arte preziosa per sottrarsi alla penuria o alla carestia, si conoscono rimedi tradizionali per molti disturbi a base di erbe e incantesimi tramandati da madre a figlia nei casi da me conosciuti, vive ancora una sensibilità naturale per i cicli delle stagioni (una sola, quella calda, in un altopiano gelido d'inverno, inverno che inizia già a metà novembre, si chiama per eccellenza "la stagione"). Ancora e per prima cosa al mattino si guarda il cielo, così vicino, inquadrato come un drappo azzurro nelle finestrine e nelle mezze porte le cui parti alte sono sempre aperte. Si nutre poi una particolare dedizione e cura con un'aura mitica nei confronti dei bambini, comune a quella di alcune popolazioni africane: il bambino è un dono celeste, che va accolto con gli onori e le attenzioni dovute perché non se ne torni nel posto da cui è venuto. Una metafora dolce e spirituale della mortalità infantile un tempo dilagante.

 

Carlo Levi ha saputo rappresentare in Cristo si è fermato a Eboli, scritto quando era ormai a Roma dopo la guerra, lo spirito antico della Lucania magica e pagana, pastorale e fuori dalla storia, paziente e resistente, scena calcata dai vivi e dai morti, da energie e presenze oscure che danno espressione a credenze e concezioni e mali del mondo, dall'invidia al malocchio…

Levi era Don Carlo per i paesani e la gente comune che gli si rivolgeva con la deferenza che qui è tradizione usare rispetto ai forestieri. Accettava sempre di parlare, soprattutto per spiegare perché Cristo si era fermato a Eboli. Era conosciuto e riconosciuto da tutti in Lucania, era celebre come un cantante, più di Gianni Morandi secondo il mio amico Vito Riviello. Andavamo a prenderlo alla stazione quando veniva a Potenza da Roma, subito salivamo in città e passavamo nella libreria di Vito all'inizio di Via Pretoria che spacca il centro dividendolo in due metà sul crinale del monte, si chiacchierava passeggiando dopo cena, e don Carlo era irresistibilmente attratto dalle falene estive che turbinavano sotto i lampioni.

 

Levi fumava il sigaro toscano, e la cosa per me sorprendente era il suo abbigliamento, normalmente rappresentato, nella stagione fredda, da un gilè bianco di vello di pecora su pantaloni scuri, indossato sopra una camicia rossa, se necessario anche da una giacca di velluto, con sopra tutto questo la ruota di un tabarro nero, e una coppola in testa. Levi nato torinese, intellettuale, medico e artista, antifascista, amico di Gobetti, si vestiva e si muoveva da contadino lucano. Col tempo si era del tutto immedesimato nella cultura e nei personaggi che in Lucania aveva conosciuto, descritto con le parole e dipinto in quadri di respiro corale, in cui se ben ricordo compariva anche la sua immagine confusa fra quella degli altri personaggi. Levi aveva adottato la Lucania come sua patria, e nel paese del suo confino, Aliano, ha voluto essere sepolto, in una delle tombe in cui era solito prendere il fresco nei giorni dell'insopportabile calura estiva. Il giorno dei suoi funerali, nel gennaio 1975, la colonna di auto che saliva verso il paese e si vedeva dall'alto, era interminabile. 

 

Anche Ernesto de Martino aveva trovato nella Lucania, da uomo nato in una metropoli quale era Napoli, il suo paese, la sua patria del cuore, lontano da una società percepita ormai come alienante ed estranea, vicino invece a una umanità antica che colpiva per il suo isolamento e la sua sottomissione a voleri imperscrutabili. Prima ancora che alla natura e al destino, ai capricci dei poteri che muovono e scrivono la storia, quella storia, come notava Levi nel suo romanzo più famoso, il Cristo, cui il popolo dei contadini si sentiva totalmente estraneo, e di cui aveva un'idea solo per gli effetti sempre su di lui luttuosi e dannosi, di decisioni prese suo malgrado, altrove, senza che potesse saperne nulla o modificarle. Una città una volta era saccheggiata e incendiata per volontà di un certo casato, un'altra per il volere degli avversari di quello, e tutto avveniva sulla testa degli abitanti.

 

Potenza non sarà capitale europea della cultura. L'insegnamento di questa città e di questa terra così austera, eppure materna culla dell'appartenenza perpetua, che permette ai cacciatori di sopportare la più grande lontananza, è al di qua e oltre la dimensione della pubblicità planetaria e della festa. Anzi la Lucania dei millenni e della più grande solitudine, la Lucania dei paesini montani, refrattaria strutturalmente alla banalità e all'effimero, naturalmente affabile e ospitale, oppone una indifferenza sorda e coriacea di fondo alle folle clamorose richiamate dell'industria turistica, che sopporta mentre sbandiera ai consumatori dei quattro angoli del mondo, isolandole dal contesto, le sue bellezze paesaggistiche e naturali e la sua cucina povera che produce pezzi d’arte, ridotte, senza che i più se ne avvedano, ad attrazione mercantile anodina. E la presenza ormai in qualche luogo martellante di ondate di turismo non incide se non negli aspetti esteriori e superficiali della vita, che ne sono peggiorati.

La provvidenza ha posto questi luoghi al servizio di un fine immateriale, di una testimonianza e pratica di civiltà che si svolge nel silenzio, e nel contraddittorio titanico con le forze dello sviluppo sganciato dal progresso. Semplicemente Matera, Potenza, la Lucania sono da sempre cultura, sapienza millenaria incorrotta per conoscere la natura e resistere alle avversità, oltrepassare il dolore e la perdita. Custodiscono ancora, nonostante i guasti e gli influssi negativi della globalizzazione che anche qui è arrivata, un intimo segreto di conoscenza. 

 

La città nel suo cuore antico, i minuscoli paesi, che mantengono un nucleo di autenticità e indipendenza dalle mode, sono luoghi di persistenza di qualcosa di originario che si rifugia nelle persone oltre le insegne esteriori della globalizzazione e i ritardi della politica, una persistenza che molti scambiano per immobilismo. Qualcosa che sfugge all'isolamento fisico cui costringe la realtà virtuale di televisione e computer. Nella notte buia di oggi risplendono come stelle le luci delle piccole case tutte raccolte fra loro negli abitati, mescolate ai pochi palazzi dell'aristocrazia, e dicono di una adunanza di poveri senza classe, ma mi parrebbe di dire meglio, di uomini abituati intimamente all'essenziale.

Potenza e il corteo dei suoi piccoli paesi, di rabdomanti e masciare, di giovani di intelligenza pronta e anche estrosa, artistica e contemplativa, nel ricordo di Guido Piovene, è la casella vuota per accogliere il discorso nuovo, per recepire e rendere possibile qualcosa che verrà domani. 

Potenza, Matera, Lucania, sono semplicemente cultura demoltiplicata, una esoterica universitas diffusa in sedi diverse e speciali disseminate sulle montagne, e ognuna di esse è, e non è, capitale di qualcosa. 

Ph Franco Fontana.

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