Le regine rubate del Sinjar

Intervista a Dunya Mikhail

Dunya Mikhail è una poetessa irachena di fama internazionale esule dagli anni Novanta negli Stati Uniti. Ne Le regine rubate del Sinjar (Ed. Nutrimenti. Traduzione di Elena Chiti) raccoglie le testimonianze di decine di donne irachene prevalentemente di culto yazida che sono riuscite a fuggire e a mettersi in salvo dopo essere state rapite e vendute da miliziani dello Stato islamico attraverso il loro mercato delle schiave, souk al-sabaya, (che è anche il titolo originale del libro di Mikhail in arabo), nel quale avveniva la compravendita di donne non sunnite considerate bottino di guerra e trasformate in schiave sessuali. Quello che Dunya Mikhail realizza attraverso questo libro è un importante lavoro di documentazione giornalistica su una delle pagine più tragiche della recente storia contemporanea; il genocidio della popolazione yazida perpetrato da miliziani dello Stato islamico a partire dal 3 agosto del 2014 nell’Iraq settentrionale, attorno alle montagne del Sinjar, non lontano dal confine siriano. Gli yazidi – di etnia a predominanza curda – sono una delle minoranze più antiche presenti in Iraq e praticano una religione sincretica che data migliaia di anni. Sono considerati infedeli e per questo perseguitati da Daesh. Dall’agosto del 2014 migliaia di uomini yazidi sono stati uccisi arbitrariamente, le donne rapite e vendute, i bambini dai 12 anni separati dalle madri e indottrinati al fondamentalismo jihadista, interi villaggi spazzati via. A tutt’oggi sono ancora migliaia i dispersi. Mikhail compone un caleidoscopio di voci e di sguardi che riesce, nella complessità del suo portato, a rendere la devastazione di questa tragedia. 

 

Come riuscire a dire la voce di queste donne perseguitate, rapite, violate ma non uccise? Come riuscire a rendere giustizia al loro dolore, al loro coraggio, alla loro verità? Come fare a comprendere il peso che la violenza della Storia imprime sulla personale e privatissima vicenda umana? Mikhail ha il dono della parola poetica ed è così che riesce a non fallire nel compito delicatissimo di chi raccoglie e deve portare testimonianza. E, attraverso la lingua poetica, riesce a creare immagini che delineano il paesaggio interiore di questa spoliazione e – al contempo – è in grado di raccontare l’eroismo di chi si è opposto al giogo degli assassini – per non soccombere al peso della storia e per riuscire oggi a testimoniare. Ci affida le testimonianze di queste giovani donne perché ciò che hanno subito non venga passato sotto silenzio. Perché il mondo non taccia a cospetto del loro coraggio. Ci racconta, insieme a quella delle ragazze, anche la storia di Abdullah Shrem perché è solo grazie a questo apicultore iracheno, e alla sua rete di contatti tra Siria, Iraq e Kurdistan, se centinaia di vittime dello Stato islamico sono oggi salve e possono raccontare. E così, le parole-immagini di Mikhail portano al lettore al contempo la devastazione e la grandezza a cui può arrivare la natura umana, la sua degradazione più assoluta contrapposta all’amore e all’eroismo di cui può essere capace. Ne abbiamo parlato insieme all’autrice, che in questo testo ha intrecciato la sua voce a quella delle donne sopravvissute che le hanno affidato le loro parole, la memoria del suo personale esilio a quella di questi nuovi esodi per raccontare la straordinaria forza dell’umanità davanti alla barbarie.

 

 

Il 3 agosto 2018 è stato il 4° anniversario del genocidio della popolazione yazida perpetrato dallo Stato islamico nell’Iraq settentrionale. Perché e quando hai deciso di raccontare le storie delle donne che sono sopravvissute a una delle pagine più crudeli della recente storia contemporanea? Come hai raccolto le loro testimonianze?

 

Era l’agosto del 2014 quando ho saputo che esisteva un mercato aperto per la compravendita di donne. Loro lo chiamavano “souk al-sabaya”, che significa “il mercato delle schiave”. Mi sono messa in contatto con amici e parenti a casa chiedendogli cosa stesse succedendo. Così son venuta a sapere che migliaia di uomini erano stati uccisi e migliaia di donne e bambini erano stati catturati come bottino di guerra. Le persone marciavano in una lunga carovana, alcuni con i loro vecchi sulle spalle, sollevando la polvere alle loro spalle perché Daesh era arrivato, le loro bandiere nere sui carri del califfato. Ero in un momento di pausa dal mio lavoro di insegnante ma non potevo rilassarmi né riuscivo a occuparmi delle mie cose. Continuavo a seguire lo sviluppo della situazione giorno e notte. Pochi mesi dopo, ho saputo che alcune donne erano fuggite al giogo di Daesh. Non ho potuto riposare fino al momento in cui non ho sentito le loro voci. Era così importane per me (e per loro) rendere testimonianza portando il loro dolore personale in una dimensione pubblica piuttosto che ignorarlo. Ascoltandole, desideravo che il mondo intero potesse arrivare e ascoltarle insieme a me. Ecco perché ho scritto questo libro.

 

Chi è Abdullah, l’eroe di queste pagine?

 

Ho conosciuto Abdullah per caso. Traduceva la mia conversazione con sua cugina Nadia che lui stesso aveva salvato. Abdullah non avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe stato coinvolto in un lavoro pericoloso per salvare delle persone. Lavorava come venditore di miele tra Iraq e Siria. La sua esperienza come commerciante affidabile gli ha garantito l’amicizia con i mercanti siriani ed è in questo modo che ha imparato l’arabo con l’accento siriano e i suoi viaggi frequenti in Siria gli hanno permesso di conoscere le strade. Questa esperienza lo ha aiutato a salvare persone rapite in Siria. Tutto ha avuto inizio quando sua nipote Marwa è riuscita a chiamarlo da Raqqa, in Siria, per chiedergli aiuto. Allora lui si è rivolto a quei commercianti che conosceva ad Aleppo chiedendo loro cosa avrebbe potuto fare. Loro gli consigliarono di rivolgersi ai contrabbandieri di sigarette perché erano persone abituate ad avere a che fare con situazioni pericolose. Gradualmente Abdullah ha coltivato un alveare di trasportatori e contrabbandieri di entrambi i sessi per salvare ancora più persone. Hanno lavorato come in un alveare, con estrema cura e con iniziative ben pianificate. Finora ha salvato più di 350 persone.

 

Sei ancora in contatto con alcune di queste donne? Come stanno riuscendo a sopravvivere nel dopo-guerra in una Regione devastata? Dove vivono ora?

 

Sì, alcune di loro stanno ancora vivendo all’interno di campi profughi e alcune hanno lasciato l’Iraq per il Canada e per l’Europa. Cercano di dimenticare quello che è accaduto ma è difficile dimenticare. Alcune di loro ancora sperano che i loro cari possano tornare. 

 

Il libro è costruito attraverso un mosaico di voci che porta a una pluralità di punti di vista su questa immensa tragedia; le testimonianze dei bambini vittime di quell’orrore, le voci delle giovani donne rapite e le storie di quelli che hanno rischiato la propria vita per salvarle. Come hai costruito la polifonia di queste voci? La mia impressione è che solo attraverso questo tipo di complessità e di approccio si possa davvero cercare di comprendere il peso della Storia sul destino di singoli esseri umani.

 

È esattamente come hai detto. D’altra parte, puoi pensare (a questa polifonia n.d.r) come a una singola voce. Ho cercato di salvare quella voce rendendola udibile. 

 

Nel libro racconti anche parte della tua storia personale-familiare di esilio. Come se attraverso il racconto di un mondo scomparso si potesse restituire almeno una porzione di verità e di giustizia. È così? La poesia e la narrazione hanno il potere di riparare un paesaggio così traumatizzato? 

 

Il loro esodo mi ha riportato alla memoria esodi precedenti dei quali sono stata testimone. Compresa parte della mia storia personale. Con i loro racconti è stato come se a livello emotivo ci stessimo tenendo per mano, come se fossimo insieme. La mia parte preferita nelle loro storie è stato constatare come le donne si siano battute le une per le altre, come siano fuggite insieme. Ho aggiunto parte di me stessa nel libro per dire “Io sono con voi”. 

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