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Mascolinità nera: un circolo vizioso di stereotipi

Angelo Boccato: Volendo cominciare la nostra conversazione, non posso non pensare ai fatti di Milano di Capodanno e al modo in cui sono stati riportati sui media diciamo generalisti. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha sottolineato che gran parte del “branco” arrivava da fuori Milano, mentre i succitati media generalisti hanno ripreso quelle definizioni che conosciamo bene come “immigrati di seconda generazione”, definizioni che non hanno alcun senso di per sé, ma lo assumono nel rappresentare corpi estranei, corpi che alla fine non la meritano nemmeno la cittadinanza.

Qui poi si aggancia l’elemento della classe sociale e del modo in cui si pensi ai giovani di seconda generazione in Italia, come a una serie di controfigure di L’odio di Matthieu Kassovitz, emarginati, estranei, violenti, senza mai un briciolo di riflessione, ma solo pregiudizi che potremmo definire borghesotti. 

 

Su questo fronte torneremo spesso, ma credo sia importante centrare il fatto che ogni conversazione sui diritti, nel nostro Belpaese, viene sempre interrotta da un riferimento ai doveri.

In Italia e non solo, la cittadinanza (il Regno Unito, tra lo scandalo Windrush, lo scandalo che ha visto la deportazione e la deprivazione dei diritti di cittadini britannici di origini giamaicane e caraibiche, e i draconiani progetti di legge promossi dalla Ministra dell’Interno Priti Patel fa purtroppo scuola su questi fronti) quando non si è bianchi fa quasi pensare a un premio, come un dieci in condotta sulla pagella che in un giorno può diventare un sette, o scendere più in basso.

Non è un caso che il percorso per la cittadinanza sia una corsa a premi per chi non può contare sullo ius sanguinis.

 

In questo, rivedo sempre l’esterofilia sui fronti sbagliati, in una riedizione della narrativa sviluppatasi dopo i simili fatti di Colonia nel Capodanno del 2015. La giornalista e commentatrice sociale egiziana-statunitense Mona Eltahawy aveva specificato, in un thread su Twitter del Giugno 2016, di aver rifiutato alcune richieste per interviste su questi temi in quanto vedevano nei fatti di Colonia il fulcro della conversazione, con una narrativa sulla ossessione degli uomini, non bianchi e musulmani per le alte e bionde donne tedesche.

 

Sei anni dopo, altro Paese, altra situazione, ma i toni sono simili. Si può essere nati in Italia, ma è il tuo corpo nero a determinarti, sempre, e vi è una costante dicotomia: o si è violenti, mossi da istinti carnali o da una voglia di violenza semplice, o si è buoni, non esistono zone grigie, mai e poi mai.

O bruti, o vittime, ma non tutte le vittime non bianche sono uguali. Ad oggi, in molti, quando pensano ad Abdul William Guibre, Abba, se lo fanno, più probabilmente ricorderanno i biscotti che aveva rubato e non il fatto che fu massacrato di botte da un padre e un figlio e che la sua morte è stata accompagnata dall’insulto razzista urlato da questi.

O santi, o criminali e poi vi sono le culture wars, le ossessioni contro la critical race theory, il politicamente corretto eccetera, tutto il repertorio delle Destre statunitensi e britanniche, fesserie e notizie distorte che vediamo riportate spesso su media per così dire liberali e conservatori nostrani, per chiarirci.

 

Quello che manca totalmente è una minima riflessione su quanto poco rappresentativo il mondo mediatico e il mondo delle idee è, su quanto è maschio, bianco, cisgender ed eterosessuale e su quanto la sola idea di “passare il microfono”, come mi disse il giornalista Simone Alliva in una intervista lo scorso anno, viene vista come inaccettabile.

Quella platea plasma il mondo e il modo in cui si pensa, il “noi” e il “loro”. In sostanza, il maschio nero vive nel “sunken place”, il posto affondato di Get Out di Jordan Peele, dove può essere solo uno spettatore e mai partecipe, oggetto legato alla potenza virile, sportiva, sessuale e superumana (o a volte quasi al limite tra umana e animale) e mai soggetto pensante, mai intellettuale, mai portatore di conoscenza.

Ecco, che voci non bianche cerchino di costruire una narrativa differente sulla mascolinità nera e non solo viene visto come una forma di lesa maestà per coloro che fanno sentire (e sono liberi e libere di farlo, poiché hanno le piattaforme necessarie) le loro discutibili idee ogni giorno.

 

Igiaba Scego: Il corpo maschile nero, e qui uso nero in senso politico, è un corpo che nella società italiana ha subito e continua a subire processi di disumanizzazione. Gli uomini neri sono annullati da un immaginario che li sovrasta e li descrive, un immaginario che li inferiorizza e li distrugge. Un nero o è vittima o è carnefice o è eroe. Non è mai persona. Non viene mai visto nella sua quotidianità, ma sempre come eccezione e pericolo. Un corpo da disinnescare insomma. Inoltre a me colpisce molto che in questa presa di posizione politica delle voci nere, soprattutto all'indomani del brutale assassinio di George Floyd a Minneapolis nel 2020, in Italia manca del tutto (o quasi) nel dibattito pubblico e culturale la voce degli uomini neri. E anche quando c'è, di solito viene marginalizzata o estetizzata. Solo in alcuni safe space, penso alla musica hip hop, la mascolinità nera e le emozioni degli uomini sono state messe al centro. Nel resto della società invece sono silenziati, anche (e direi soprattutto) da chi si professa antirazzista.

 

Sono considerati scomodi, fuori posto, fuori luogo. Pericolosi. Lo dico da donna nera, quando ho cominciato a scrivere c'erano molti scrittori afrodiscendenti e arabodiscendenti che avevano aperto a tutte e tutti noi la strada della letteratura. Penso a Pap Khouma, a Tahar Lamri, a Kossi Komla Ebri, a Salah Methnani e a tanti altri. Erano uomini, erano neri o arabi di origine, portavano con sé vari mondi e portavano con sé le loro emozioni. Poi ho visto lentamente, ma inesorabilmente, queste voci maschili sempre più marginalizzate, svuotate, invisibilizzate. Voci considerate poco rassicuranti, da esiliare. E improvvisamente è successo che siamo rimaste solo tra noi “ragazze” ed è stato terribile. Ad ogni conferenza, ad ogni articolo, ad ogni libro nuovo in uscita mi sono sentita sola. Questo personalmente mi ha lacerato. Sento che la mia scrittura, e quella delle mie sorelle, è incompleta senza la cittadinanza letteraria data anche alle voci degli uomini neri cis o queer. Sento che questo confine messo per tenere fuori le voci degli uomini neri dal dibattito pubblico depotenzia anche le parole di noi donne nere. L'assenza per me è evidente e mi risuona dentro il petto l'ultimo grido di George Floyd, quel “non posso respirare”. Eliminare delle voci significa esattamente questo, non far respirare in primis quelle persone, ma di riflesso anche la società. Quindi viviamo in un panorama dove la voce degli uomini neri non è contemplata, ma c'è invece onnipresente il corpo. Un corpo che viene visto come debordante, senza argine. Un corpo da inserire nelle vecchie categorie coloniali del corpo bestiale. In questo senso mi ha molto colpito ultimamente un servizio di Vanity Fair al centometrista, medaglia d'oro a Tokyo, Marcell Jacobs. L'articolo inizia così: 

 

Il Re Giaguaro scende tra gli erbivori intorno alle 10 del mattino.

 

Le foto rafforzano poi l'idea di questa “bestialità” (Re giaguaro) facendo vedere il corpo atletico, perfetto, del corridore senza veli. Un corpo ammiccante, in offerta, seducente, presentato (e mi perdonerà l'atleta) come se fossimo sulla cover di Playboy o di qualche porno soft. Qualcuno potrà obbiettare che lo fanno con tutte le star. Ma quando una persona nera, un uomo, viene descritto come animale non è mai un'operazione neutra. C'è un sottinteso che viene da epoche lontane. Il corpo diventa subito merce, subito carne. L'uomo viene subito identificato con la sua forza bruta, i suoi muscoli. Un tempo, durante la tratta atlantica, i muscoli dei neri venivano usati nella piantagione o come durante il colonialismo italiano come ascari (soldati coloniali) ovvero carne da cannone per le proprie guerre. Oggi, il significato quasi non cambia, quegli stessi muscoli diventano spendibili per il mercato.

 

Nel caso dell'atleta questo porta a delle medaglie. Nel caso dei migranti è un attimo diventare braccia da sfruttare per i campi di pomodori e di ortaggi del sud italia, diventare così vittima dello sfruttamento del caporalato, su cui tornerò dopo. Inoltre nell'articolo di Vanity Fair colpisce che il corpo dell'atleta diventa un feticcio e con lui automaticamente lo diventano anche gli uomini neri. È come se ci fosse solo un desiderio distorto verso quel corpo, quella persona, un desiderio che non si libera delle gerarchie. Un desiderio che impedisce ogni empatia e ogni amore. Un desiderio che si trasforma in violenza, possesso, asservimento. Durante il colonialismo italiano i corpi dei ragazzi giovani, amanti degli ufficiali, venivano chiamati diavoletti. Venivano sfruttati anche sessualmente, come corpi da usare e poi buttare via. Non corpi da amare, ma corpi su cui agire il potere. Ecco perché nei fatti di cronaca che riguardano uomini neri (nero lo ripeto come categoria politica) c’è sempre in ballo una complessità di cui la società italiana, anche quella antirazzista, non sta discutendo. Una complessità che tu Angelo hai ben descritto.

 

Angelo Boccato: Io aprirei una parentesi nazional-popolare, diciamo. Pensiamo a Sanremo e al monologo sul razzismo di Lorena Cesarini. Cesarini ha citato Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahar Ben-Jelloun e ha aperto il suo cuore, condividendo la sua esperienza e il suo dolore. Un momento di riflessione importante, si potrebbe dire. Certo, ma il problema è che subito dopo è arrivato Luca Medici, meglio noto come Checco Zalone con il suo monologo di sedicente critica ai benpensanti e intriso di transfobia, in un Paese che poco tempo fa ha affossato il ddl Zan. Da una parte c’è quindi la banalizzazione estrema di una esperienza e dall’altra una catarsi rapida, un po’ di comodo dispiacere al razzismo, e poi tutti razzisti, o indifferenti al razzismo come prima.

Chiarisco, credo che ogni occasione di potersi veder passare il microfono, per le minoranze non bianche nel nostro Belpaese sia una cosa positiva, ma perché deve sempre esserci solo la dimensione del dolore del corpo e della mente nera?

Il fatto che manchi poi il rispetto per questi corpi lo vediamo anche quando, con nessuna timidezza e vergogna, le homepages dei grandi quotidiani non si fanno problemi a condividere le foto di corpi neri nel Mediterraneo. Dolore, dolore e sofferenza, tutto il resto viene visto come noia.

Ma perché non si pensa mai di ribaltare le cose, parlando ad esempio di quella Storia che nel mondo occidentale non leggiamo mai sui libri di scuola, quella del Regno di Kush, tra gli odierni Sudan e Egitto o dell’Impero del Mali e del suo Imperatore Mansa Musa, l’uomo più ricco della Storia umana, ben più di Jeff Bezos? O dell’antico Sudan?

Il colonialismo europeo non è stato l’inizio della Storia del continente africano, ma questo preconcetto influenza il modo in cui i corpi e le menti neri continuano ad essere visti e viste, come minori, come inferiori. Anche se preferirei non citare Michael Jackson, devo dire che il videoclip di “Remember the time” del 1992, diretto da John Singleton, aveva rappresentato, con Eddie Murphy e Iman che siedono sul trono d’Egitto, una delle versioni più gloriose della nerezza nell’ arte e cultura popolare occidentale, quasi trent’anni prima di Black Panther.

 

Invece, a causa della narrativa e delle rappresentazioni generali e stereotipate il  corpo nero e il dolore nero rappresentano la catarsi, il modo per società stra-razziste di piangere qualche lacrimuccia liberale o pseudoprogressista, senza tuttavia pensare di demolire l’architettura alla base delle varie forme di razzismo, in particolare di quello istituzionale, che ha un fortissimo e centrale elemento di classe, che magari non ci manganella in faccia, ma ci tiene in basso, sotto uno stivale di intolleranza.

Dal punto di vista del giornalismo, poi, c’è il problema della ghettizzazione delle voci nere e delle voci non bianche in generale. Gary Younge, giornalista straordinario in un incontro qui a Londra, qualche anno fa, nella sede della NUJ, il sindacato dei giornalisti, parlò di questo tema. Younge spiegò di quando in un certo periodo della sua carriera gli veniva chiesto di scrivere di qualunque cosa "nera", anche se la tematica non gli interessava o se voleva scrivere di altri temi. Quindi la logica diventa magari anche quella di passarlo il microfono, ma solo per parlare del razzismo, di cosa vuol dire esser neri, in mezzo a società stra-razziste, magari con la possibilità di scrivere due righe su migrazione, ma su altro ecco, non vi è interesse.

Ecco, il fronte della rappresentanza e allo stesso tempo, di una promozione di una rappresentanza nei vari media non isolata è un fronte fondamentale. 

 

Igiaba Scego: James Baldwin in una sua famosa critica al film L'esorcista, contenuta in The Devil Find Work, aveva detto che gli americani certamente conoscevano il male molto più di quello presentato nel film del 1973. E Baldwin considerava, non a torto, tutto il film, con i suoi demoni, le sue luci, i suoi giochi di rappresentazione, una banalizzazione assoluta del male. Lui da uomo afroamericano conosceva bene il male, soprattutto sapeva bene come agiva nel suo paese. Essere afroamericani significava vivere costantemente con il male, quello assoluto, alle calcagna. Un potere delle tenebre non di un altro mondo, ma di questo mondo. Un potere capace di far perdere il corpo a un nero, distruggerlo fino alla sua più intima fibra.

Questo vale naturalmente non solo per gli uomini.

 

Ma se pensiamo agli uomini neri negli Stati Uniti una cosa è certa: vengono annientati in ogni loro aspetto, da quello riproduttivo fino al respiro vitale. Non è un caso che gli autori neri e nere negli Stati Uniti sono sempre stati consapevoli della propria sofferenza collettiva. In un certo senso, se lo esaminiamo fino in fondo, anche Beloved di Toni Morrison è un libro dell'orrore. Io sono arrivata alla conclusione che la letteratura afroamericana è tutta una letteratura dell'orrore. Da lì si parte verso gli inferi.

È chiaro, noi in Italia abbiamo un'altra storia. Io direi una storia diversamente violenta da quella delle Americhe del Nord e del Sud. La violenza è una prerogativa del suprematismo, quindi costitutiva dell'Occidente. Solo che si declina in modo diversa a secondo dei paesi. Se il punto centrale della narrazione negli Stati Uniti sono la tratta atlantica, il genocidio dei nativi e questo suprematismo bianco che asfissia ogni possibilità di cambiamento; in Italia, come del resto in Europa, il punto di rottura è il colonialismo. Non si possono capire tante delle vicende che ha attraversato l'Europa o quella linea del colore persistente che lacera ogni cosa se non partiamo dai colonialismi storici. Sono 400 anni che hanno forgiato le relazioni e che hanno spezzato legami. E quella violenza di ieri è passata nelle relazioni (violente) del nostro presente.

Io in questi giorni penso molto ad un uomo: Ahmed Ali Jama. Una delle prime persone uccise a causa dell'odio razziale in Italia. Ahmed Ali Jama ha sperimentato tutta la furia dell'Europa contro il corpo maschile nero su di sé. Come molti ragazzi somali era andato a studiare in Unione Sovietica. Lui era finito a Kiev, nell'attuale Ucraina. Soprattutto Kiev era una meta di studio che ha conservato questa prerogativa fino all'invasione di questi mesi. Certamente mi ha addolorato il carico di dolore che ha dovuto affrontare il popolo ucraino con questa terribile invasione, ma come ogni afrodiscendente mi ha fatto male notare che anche in un teatro di guerra, quando si arriva alla frontiera (in questo caso la frontiera con la Polonia), i neri vengono, come in qualsiasi altra frontiera, bloccati. Come se questo “bloccare” fosse un riflesso incondizionato di questa Europa a doppio standard. Addirittura in alcuni casi molti afrodiscendenti sono persino stati respinti violentemente. Sono state scene tristi. Ma ecco, torno a Ahmed Ali Jama. A Kiev era entrato in contatto con l'alcool, questo succedeva a molti studenti somali anche in Ungheria, in Russia, in Romania. Si entrava in contatto con uno stile di vita completamente diverso da quello a cui si era abituati e non sempre si era pronti a reggere un alcool che non si era mai bevuto fino a quel momento, in quanto la Somalia era ed è un paese musulmano, e l'alcool è tra le proibizioni rituali.

 

 

A causa della troppa vodka Ahmed Ali Jama venne rispedito in Somalia, da lì si rimise in viaggio, e arrivò in Italia in fuga da un regime, quello di Siad Barre, asfissiante. Doveva essere un soggiorno temporaneo. Ma poi qualcosa andò storto. Venne derubato di tutto, soldi e soprattutto documenti. Da lì si può dire che iniziò il suo calvario. Non gli venne riconosciuto dall'Italia lo status di rifugiato, andava e veniva dagli uffici preposti, ma niente da fare. La sua domanda veniva ogni volta respinta al mittente. Trovò da dormire prima all'hotel Archimede alla stazione Termini, esiste ancora, luogo di quella primissima diaspora somala, poi finì dopo aver devastato la camera dell'albergo in un istituto di suore e poi ultima stazione la strada. Da studente Ahmed diventò in poco tempo un homeless. Fu l'inferno per lui. In un paese con pochissimi rifugiati il sistema si può dire che abbia deliberatamente ucciso Ahmed Ali Jama.

 

Poi arrivò la sora nostra morte corporale, per dirla con le parole di San Francesco. Ma non è la morte benigna che invoca per sé e per le creature il santo, quella di Ahmed Ali Jama fu una morte brutale, ingiusta, insensata. Qualcuno gli diede fuoco a Piazza della Pace. Furono in seguito arrestati quattro giovani, poi nei processi tutti assolti con formula piena. Il delitto di Piazza della Pace, lì in quella piazzetta turistica dietro a piazza Navona, rimarrà senza colpevoli. Di Jama rimarrà solo cenere. Già crudele così il suo destino. Ma la storia ebbe un seguito. La sinistra dell'epoca non fece per Ahmed nessuna manifestazione, perché lo avevano ucciso delle persone comuni e non i fascisti. Siccome non era la vittima dei nemici di destra il suo corpo venne letteralmente abbandonato da quelli che si etichettavano, senza esserlo, antirazzista. A ricordarlo furono solo i somali della città, a quell'epoca pochi, e gli homeless come lui. Questi ultimi furono però dispersi con un foglio di via, ognuno costretto a tornare nella sua regione di origine. E l'altarino che gli homeless hanno fatto per lui portato via dalle autorità cittadine.

Ora ritorno a James Baldwin. Ecco, davanti a quello che è successo ad Ahmed Ali Jama e a tutti quelli che lo hanno ahinoi seguito da Giacomo Valent ad Abba, da Jerry Maslo agli spari di Macerata, beh l'esorcista ci sembrerà davvero una commedia, di quelle comiche.

 

Il vero film horror è quello che le cosiddette società bianche, che si credono erroneamente pure, fanno ai corpi dei neri e delle nere.

Negli ultimi anni Ahmed Ali Jama viene ricordato quasi sempre nelle manifestazioni antirazziste. Questo la considero una sorta di abbraccio che noi non gli abbiamo mai potuto dare.

Ma la cosa che mi agghiaccia è che potrebbe risuccedere, mille e mille volte. Ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai nostri fratelli, ai nostri padri. Cambiano i nomi, le epoche, gli outfit, ma la paura resta. La paura di essere uccisi, non una volta, ma più volte, com'è successo a Ahmed Ali Jama.

 

Angelo Boccato: Il maschio nero lo troviamo molto spesso collegato alla violenza, o come perpretatore o come vittima.

Voglio cominciare con un esempio pop, ovvero la notte degli Oscar di quest’ anno e l’ormai celebre schiaffo di Will Smith a Chris Rock. Ora, abbiamo letto sul tema commenti e analisi di ogni tipo, fino a certi pezzi sulla nostra stampa mainstream con visioni deliranti secondo le quali lo schiaffo in questione ha rovinato anni di diversità sullo schermo, mentre una delle analisi più lucide è stata espressa su Facebook da Catherine Adoyo, docente alla George Washington University.

Adoyo ha osservato il fatto per il quale lo schiaffo di Smith a Rock poteva non inserirsi solo in una questione di mascolinità tossica o simili, ma piuttosto in un quadro di complesso disordine post traumatico, in considerazione di quanto lui ha scritto nella sua autobiografia riguardo alla violenza di suo padre nei confronti di sua madre alla quale assisté da bambino e ragazzo, e riguardo anche al modo in cui le questioni di codipendenza e dei problemi tra lui e Jada Pinkett Smith sono stati esposti.

Il post di Adoyo sottolineava il modo in cui questo incidente illumina “la mascolinità tossica che guida i paradigmi di potere patriarcale [che] possono essere dannosi per la mente e per il cuore” e il modo in cui Tyler Perry e Denzel Washington avevano parlato a Smith dopo l’episodio, riconoscendo la vulnerabilità in gioco.

 

La vulnerabilità del maschio nero è qualcos’altro che non si vuole mostrare, in quanto l’idea di una sua assenza gioca spesso un ruolo importante nella rappresentazione semi-umana che ne viene fatta. 

Passiamo invece alla violenza inflitta al maschio nero ora.

In Italia purtroppo i casi sono numerosi, da Jerry Essan Masslo a Ady Diene, ma vorrei parlare invece di altri due casi: Willy Monteiro Duarte e Abdul William Guibre, noto come “Abba”. Il primo è stato ucciso più di un anno fa, il secondo quattordici anni fa: Willy compirebbe 23 anni quest’ anno, Abba ne compirebbe 33.

La memoria di questi omicidi è importante perché l’omicidio di Willy è ricordato da tutti, anche da personalità come Giorgia Meloni, nota leader di un partito politico che ha il razzismo nel suo DNA; in un certo senso, la memoria di Willy incarna lo stereotipo dell’ ascaro, incarnava i valori migliori, un giovane che stava cercando di difendere gli amici e che era in vita, laborioso e un giovane esemplare.

Invece la memoria di Abba non è una questione nazionale, lui viene ricordato dai movimenti antirazzisti, centri sociali come il Cantiere di Milano ed altri, ma di lui probabilmente ci si ricorda del fatto che aveva rubato dei biscotti e non del fatto che è stato ucciso a sprangate da due negozianti, padre e figlio che gli urlarono contro insulti razzisti fino a quando non lo uccisero.

 

Peraltro, mentre l’elemento di razzismo nel caso dell’omicidio di Abba non può essere messo in dubbio, in molti insistettero sul fatto che il razzismo non aveva nulla a che fare con l’omicidio di Willy.

Il fatto che due ragazzi siano stati uccisi e che la memoria delle loro morti sia così differente è indicativo del modo in cui il maschio nero è visto, ma anche del fatto che il maschio nero sarà ricordato benevolmente solo se incarna certe qualità, altrimenti verrà dimenticato, la violenza razziale sarà dimenticata e per molti quei biscotti rubati conteranno più di altro.

O santo, o violento o vittima, o semi-umano o destinato al dimenticatoio. Queste sono le prospettive per le narrazioni generaliste del maschio nero. La possibilità di un riscatto e di una rappresentazione non negativa, passiva o attiva è una lotta costante e quotidiana.

 

Igiaba Scego: Nel mainstream italiano spesso l'uomo nero poi oltre che corpo annientato, come abbiamo visto, diventa anche corpo di fatica, animale da soma per molti.

Braccia insomma… braccia di cui naturalmente non sono contemplati i diritti. Anche tra chi porta avanti delle politiche antirazziste, ma nella loro versione liberista e soft, i neri (e in generale gli stranieri) “fanno i lavori che noi non vogliamo fare qui”. Quindi l'accoglienza viene legata a questa supposta utilità. Sono corpi utili, sfruttabili, quindi va bene anche difenderli. Non si difende l'integrità della persona in quanto tale, ma si difende il corpo che può essere sfruttato. Inoltre la fatica del nero non è mai considerata vera fatica. C'è la forza “bruta”, quello che secondo il mainstream permette ad un uomo nero di vincere medaglie o di raccogliere ad oltranza i pomodori.

 

Chiaramente in questo senso le lotte contro il caporalato sono di fatto una rottura dello stereotipo. E in quanto tale spaventano il mainstream. Le persone nere, soprattutto gli uomini, quando rivendicano i loro diritti diventano allora corpi pericolosi, da sedare, da mettere all'angolo in poche parole. La tolleranza è zero. Lo si vede quando sono descritti gli sbarchi dei migranti a Lampedusa o in altri porti o lo si vede quando ci sono i servizi su gruppi di giovani figli di migranti nelle periferie delle grandi città. Corpi massa da stigmatizzare nella loro stessa esistenza. Corpi che violano la frontiera “sacra” della nazione... una nazione che non è bianca, ma fa finta di esserlo, che ha costruito la sua bianchezza per essere accettata nel club di privilegi di quelli che contano. Davanti agli uomini e alle donne nere l'Italia si accorge di essere meno bianca di quello che crede. E per questo mette in pratica tutto quello che può per differenziarsi e per rendere l'accesso (simbolico, sentimentale e materiale) alla nazione più complicato possibile. Non solo l'annosa questione della legge della cittadinanza che manca da troppo tempo (e visti i chiari di luna attuali, quando sarà realizzata sarà una riforma monca, ormai obsoleta, che avrà necessità di aggiustamenti per cui aspetteremo altri decenni. Sono molto pessimista al riguardo.

 

Mi sembra un intercalare che usano spesso i politici di sinistra per farsi belli agli occhi della Nazione, ma zero sforzo, zero volontà), ma anche una mancata rappresentazione di quello che il paese è davvero diventato. Non c'è un solo modello di uomo nero (e di donna, ma ora stiamo parlando di uomini e maschilità e rimango nel campo che ci siamo prefissati di analizzare insieme), gli uomini neri non hanno una sola origine, un solo orientamento sessuale, un solo modo di concepire il proprio genere, per non parlare poi dell'italianità che esprimono, essere di Roma non è la stessa cosa di essere di Torino, a Brescia c'è una realtà completamente diversa da Palermo e così via. Si vede un solo corpo. Ma nel corpo, questo va sempre ricordato, convivono più identità, più modi di essere neri, di essere maschile.

 

Si può essere italo ghanesi gay o figli di una coppia dove lui italiano di generazione e lei italiana da una o due generazioni, entrambi neri, non binari. Si può essere minori stranieri arrivati da adolescenti in Italia, orfani ed etero. Si può essere migranti, appena arrivati, in cerca di un genere o di nessun genere a cui appartenere. E tutto questo nella rappresentazione pubblica degli uomini neri in Italia (alcuni italiani e altri no) non è presente. È molto frustrante. Inoltre questo non capire le varie identità che gli uomini neri si portano dentro, diventa una sorta di boomerang per un sistema Italia che agli occhi degli altri mondi appare arretrato e insensibile. Io ogni volta mi immagino cosa un uomo nero di un altro paese, statunitense, britannico, zimbabwiano, etiope, brasiliano ecc., si immagina della relazione uomini neri e Italia. Quanto il razzismo che l'Italia non vede, per gli altri non solo è evidente, ma è osceno proprio nella sua inconsapevolezza.

 

L'Italia è come se fosse ignara completamente del male che ha fatto e continua a far subire. So di scrittori residenti afrodiscendenti che se ne sono scappati via dal nostro paese per questo. So anche quanto gli Italian Studies fanno sempre più fatica a reclutare studenti interessati al nostro sistema mondo, perché una certa fama, assolutamente non buona, precede quello che di buono abbiamo. Le discriminazioni di fatto portano le persone ad allontanarsi da noi, da quello che il nostro paese rispecchia. Molte di queste persone sono uomini neri e donne nere. Il New York Times, ma in quel caso si parlava di donne nere, ha pubblicato qualche anno fa un articolo dal titolo “My very personal taste of racism abroad”. Ecco, l'articolo parlava dell'Italia, quel racism abroad, quel razzismo all'estero, era il razzismo italiano.

Fa molto male subirlo, viverlo, attraversarlo il razzismo.

Ma fa male anche al sistema che lo produce.

 

Per questo l'Italia avrebbe bisogno di un serio processo di decolonizzazione.

Ora noto che ci sono tentativi di dare una rappresentazione diversa della società. Ma ancora siamo al token, alla quota, me ne accorgo nelle pubblicità, che recentemente hanno riempito i minutaggi di neri e nere come carta da parati politically correct. Ma manca sostanza. Ci sono molti bravi attori, che stanno spingendo per un cambiamento, come Miguel Gobbo Diaz che con Nero a Metà (titolo un po' infelice di una serie di successo arrivata alla terza stagione) sta dimostrando di essere non solo in gamba, ma con una visione non solo per se stesso, ma per i suoi colleghi e colleghe, parla spesso di rappresentazione, della necessità di più autori e attori/attrici con un background multisfaccettato. Serve diversity insomma. Penso però anche a chi ha lottato in tempi non sospetti come Jonis Bascir o Salvatore Marino. Che hanno imposto in tempi difficilissimi, dove in Tv e nel cinema si viveva un'epoca di razzismo quasi biologico, non solo il loro corpo di neri entrambi con legami con le terre colonizzate dall'Italia, ma una vena ironica e dissacrante. Salvatore Marino poi aveva una comicità raffinata, intelligente.

 

E poi penso alla serie Zero, un'idea geniale, nata dai libri del bravo Antonio Dikele Distefano, un progetto che poteva dare molto e che si è fermato alla prima stagione per alcuni inciampi di produzione. Ma che forse farà da apripista ad altre idee del genere. Ho parlato molto di cinematografia. Ma a me piacerebbe che i movimenti avvenissero in vari ambiti della società. Vorrei per esempio avere più professori neri nella scuola e nell'accademia italiana. Di uomini neri ne abbiamo forse uno, almeno di mia conoscenza, Uoldelul Chelati che insegna a Macerata. Forse ci sarà qualcun altro spero. Recentemente è entrata in accademia la docente di storia dell'Africa Leila el Houssi. Ma mi sembra tutto molto bloccato ancora. Dove la blackness è bandita dai luoghi di creazione del pensiero e di formazione del futuro. Questo mi rattrista. Ma come si dice, La Lotta continua.

 

Angelo Boccato: La questione fondamentale è che il modo migliore per liberare il corpo del maschio nero dalle narrazioni tossiche, dagli stereotipi resta alla fine alquanto semplice, con un passaggio del microfono, con un passaggio dall’essere oggetti (di scherno, di razzismo…), a soggetti e plasmatori in ogni campo, autori delle proprie storie. 

 

Igiaba Scego: In conclusione vorrei citare un libro: Nero di Puglia di Antonio Campobasso.

Un libro straordinario che è difficile trovare. Non è più stampato. Almeno questa l'ultima notizia che avevo io del libro. È uno di quei libri che trovi al mercato dell'usato, in cantina, in qualche sparuta biblioteca. Ma è un libro le cui pagine dovrebbero stare nelle antologie scolastiche. È l'autobiografia di Antonio Campobasso, nato a Giovinazzo, in provincia di Bari, da una donna pugliese e un soldato afroamericano. Un ribelle con il cuore pieno di arte. La sua è un'autobiografia sincera sulla sua vita di nero, figlio della guerra, quando intorno neri come lui non ce n'erano. Sui figli della guerra ora c'è disponibile per Einaudi Storia Il colore della Repubblica. Un libro che è anche una galoppata dentro non solo varie esperienze di vita afro-italiana, ma anche dentro un razzismo italiano che ha una storia che ha lacerato corpi. Il libro di Antonio Campobasso in questo senso è uno sfogo, ma anche una fotografia che la nostra scuola non può ignorare.

 

Io vorrei che le esperienze che ci arrivano dall'arte possano entrare nella scuola, nei programmi di studio.

Solo così, insegnando cos'è il male inflitto ai corpi, possiamo superarlo.

Penso ai tanti ragazzi neri nelle nostre scuole che si devono creare una loro identità senza supporti. Senza parole che rispecchiano la loro esperienza.

Hanno molto dal rap per esempio.

Ma la scuola cosa dà loro? Molto certo, il corpo docente in Italia è straordinario, ma non è ancora abbastanza. E questo dipende soprattutto dai programmi scolastici.

Ecco, a questo dobbiamo rimediare. Anche per tutto quello che ci siamo detti.

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