Metafisica delle piante

Conoscevo una persona che parlava con gli alberi. Passeggiando, talvolta, si fermava davanti a una quercia o a un ulivo, a una pianta qualsiasi, guardandola a lungo, con le mani unite dietro la schiena. Le toccava il tronco o le foglie, come accarezzandola, poi restava fermo, sorrideva, annuiva e riprendeva la sua passeggiata. Era convinto che gli alberi abbiano molto da dirci, se soltanto li sappiamo guardare e ascoltare. Anche se non parlano, suggeriscono pensieri e, a chi ha una mente sensibile, possono far intuire quale sia l'architettura del mondo di cui anche noi siamo parte. Lo credevo un romantico, adesso penso che fosse un filosofo, capace di osservare le cose meglio di quanto sapessi fare io, e che cercasse nella natura risposte ai suoi quesiti esistenziali. Un'attitudine che mi pare la stessa di Emanuele Coccia nel suo ultimo saggio, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (il Mulino), dove, partendo dall'osservazione delle piante, egli conduce un'interessante e suggestiva riflessione attorno alla vita e al legame che unisce ogni creatura vivente alle altre e all'Universo intero. La profonda unità di tutto ciò che esiste, afferma, invita a ripensare a una metafisica capace di comprendere e interpretare una realtà in cui la distinzione tra materia e spirito è sempre più sfumata, e tutto si svela essere forma diversa di una sola sostanza.

 

Quello di Coccia non è un libro di botanica, come indurrebbe a pensare il titolo, ma piuttosto un libro di filosofia, come chiarisce bene il sottotitolo. Si tratta, infatti, di un'originale riflessione sulla relazione tra noi e la realtà in cui siamo immersi e di cui siamo parte, e sul senso di questa relazione, condotta a partire dalla natura, parola che, spiega, «non designa ciò che precede l'attività dello spirito umano, né ciò che si oppone alla cultura, ma ciò che permette ad ogni cosa di nascere e di divenire». In tal senso, il concetto di natura di Coccia richiama quello di situazione con cui il filosofo Luigi Pareyson designa la condizione dello stesso esistere di una persona, la quale solo in quanto situata in una determinata realtà può entrare nel mondo, ossia vivere e agire. La situazione dunque, prima di essere un limite posto alla libertà dell'individuo, è innanzitutto l'unica possibile via di accesso all'esistenza. Così è la natura per Emanuele Coccia: «la possibilità dell'essere al mondo e, per converso, tutto ciò che lega una cosa al mondo e alla storia fa parte della sua natura». Per questo capire una pianta aiuta a comprendere il mondo; per questo la filosofia per molti secoli non ha interrotto il suo dialogo con la natura. 

 

La scarsa considerazione in cui teniamo la vita vegetale trapela dal linguaggio: dicendo a qualcuno che è un vegetale, vogliamo insultarlo; mentre essere ridotti alla vita vegetale rimanda a una condizione di assoluta insignificanza, peggiore della morte. E per noi umani è certamente così, ma se sapessimo qualcosa di più sulle piante, avverte il neurobiologo Stefano Mancuso (Verde brillante, Giunti), forse non le considereremmo proprio «cittadine di seconda classe nella repubblica della Terra». Non solo esse, infatti, costituiscono il 99 per cento della biomassa terrestre e la nostra vita dipende totalmente da loro, ma non sono neppure passive come crediamo, anzi sono piuttosto «scaltri protagonisti sulla scena della loro vita, e della nostra». Mentre tutti gli animali, uomo compreso, sono esseri indivisibili, le piante non potendosi spostare (tecnicamente si dice che sono sessili) si sono evolute in corpi modulari, senza organi singoli, una soluzione molto accorta che permette loro di essere potate o mangiate dagli erbivori senza morire. Mancuso paragona la loro struttura a una rete di Internet. Senza le piante non ci sarebbe vita aerobica sulla terra, giacché è grazie alla fotosintesi – il metabolismo delle piante – che si è sviluppato l'ossigeno sul nostro pianeta. Perciò, se l'intera umanità scomparisse di colpo, le piante continuerebbero a vivere senza problemi; nel caso contrario, invece, tutti gli animali terrestri, noi compresi, sparirebbero. Inoltre, esse sono alla base della catena alimentare e all'origine delle fonti energetiche che ancora utilizziamo. Se, poi, per intelligenza s'intende la capacità di risolvere i problemi che la vita presenta, dobbiamo ammettere che si tratta di esseri intelligenti, a modo loro, e anche sensibili. Infatti, sempre in un loro modo tutto vegetale, le piante vedono, sentono, percepiscono tattilmente; e sono anche in grado di avvertire la gravità, i campi elettromagnetici, l'umidità e molti gradienti chimici. 

 

Opera di Ernst Radiolaria.


Il metabolismo è l'elemento fondamentale che differenzia più radicalmente le piante dagli organismi animali, i quali si nutrono della vita degli altri per conservare e produrre vita. Grazie alla fotosintesi, invece, i vegetali trasformano l'energia solare cosmica in corpi viventi; essi hanno bisogno soltanto di quello di cui il pianeta è dotato: pietre, acqua, luce e l'aria da loro stesse prodotta. Le piante hanno trasformato il pianeta in un luogo pieno di vita e l'hanno fatto nutrendosi del mondo inanimato. La qual cosa ci ha insegnato che non solo la vita si adatta all'ambiente, come abbiamo appreso dall'evoluzione della vita animale, ma può anche creare le condizioni che la rendono possibile. Come hanno fatto le foglie, spiega Emanuele Coccia, creando l'atmosfera e provocando, in tal modo, la fine della maggior parte degli organismi anaerobici, primi dominatori del pianeta. Insomma, le piante hanno imposto «alla stragrande maggioranza dei viventi un unico ambiente», la nostra atmosfera ricca di ossigeno.

Colpisce anche la coerenza tra la visione del mondo offerta dalla botanica e quella che viene dalla fisica odierna, in particolare per quanto riguarda la sorprendente unitarietà della materia di cui sono fatti l'Universo e tutto ciò che contiene, compresi gli esseri viventi.

 

Materialmente siamo fatti della stessa sostanza, delle medesime particelle; ogni cosa materiale sembra essere semplicemente un diverso assemblaggio degli stessi elementi (un fatto che le piante, con le loro infinite forme, esemplificano particolarmente bene, fa notare l'autore). Il modo migliore di raffigurare il nostro rapporto con l'Universo è, per Coccia, quello dell'immersione: non ci dovremmo rapportare al mondo «come un soggetto si rapporta a un oggetto, ma come una medusa vive nel, con e attraverso il mare che le permette di essere ciò che è». I cosmologi la pensano allo stesso modo; siamo immersi nell'Universo come pesci nel mare, e siamo fatti della sua stessa materia. La natura intrinseca del reale è fluida: si compone di «flussi che ci penetrano e che noi penetriamo, di onde a intensità variabile e in perpetuo movimento». 

La vita è iniziata in un ambiente fluido e, dopo esserne uscite, le piante hanno creato quell'altro spazio fluido che è l'atmosfera, luogo fisico-metafisico «in cui tutto dipende da tutto il resto… in cui la vita di ciascuno è mescolata alla vita degli altri». L'atmosfera, che ci ha dato il respiro, è fatta dal respiro delle piante; l'aria che respiriamo è il respiro dei viventi. Emanuele Coccia suggerisce di fare, di questa realtà, la metafora dell'interdipendenza che unisce tra loro tutti gli abitanti del pianeta, a qualunque regno appartengano, e lega la Terra, e tutto il suo patrimonio di vita e materia al cosmo intero. L'unità della materia e il confine labile e sempre meno definito che la separa dallo spirito, non risolve ma accresce l'enigma del mondo, evocando un'idea nuova, quella di tuttunità (parola che riprendo dal gesuita e artista Marko Rupnik, che ne ha parlato in vari contesti). Soprattutto costringe a ripensare in modo del tutto nuovo concetti un tempo chiaramente distinti, riportati all'attenzione dalle implicazioni filosofiche (e metafisiche) delle attuali conoscenze scientifiche. 

 

L'epilogo con cui si chiude il libro è un appello a difesa della libertà della ricerca e un'esortazione affinché sia ridata alla metafisica l'attenzione che le spetta nell'ambito della speculazione filosofica. Attualmente Emanuele Coccia è maître de conférence presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales; si tratta di una delle più importanti scuole di scienze umane contemporanee, nata nel secolo scorso per ispirazione di storici del calibro di Lucien Febrve, March Bloch, Fernand Braudel, per citarne solo alcuni, i quali hanno rivoluzionato le discipline umanistiche ponendovi al centro la ricostruzione e la comprensione globale della storia umana, possibile solo attraverso la più ampia interdisciplinarietà. Convinto assertore delle medesime istanze e fedele rappresentante dell'École, Coccia rivendica con forza il diritto della ricerca a non venire limitata entro i confini accademici imposti alle diverse discipline, per ragioni pratiche ma anche di potere, dalle università, perché «il pensiero filosofico non è da nessuna parte, esso è ovunque. Come un'atmosfera».

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