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Nannetti e la polvere delle parole

Nannetti. La polvere delle parole (ExOrma, 2022) è il romanzo che Paolo Miorandi, psicoterapeuta e scrittore, intreccia intorno alla figura di Oreste Ferdinando Nannetti, recluso nell’ospedale psichiatrico di Volterra. Miorandi descrive la sua storia nella forma di un romanzo rapsodico, sospeso, digressivo, dagli echi sebaldiani, che ora è narrato dalla voce del matto, ora da quella dell’infermiere che lo custodisce, ora dall’autore che riflette sui temi della follia, della scrittura, del tempo. Fin dall’inizio, il libro ci persuade e ci disorienta per quella sua atmosfera di viaggio inabissato nel presente e nel passato, durante il quale tante voci arrivano a parlarci, a perderci, a ritrovarci. Scrive Miorandi: «….Nannetti, tu sempre a scrivere; non faceva nient’altro, non giocava a bocce, non una partita a carte o a dama, ammesso che fosse stato in grado di farla, non si avvicinava neanche più agli altri ricoverati, può ben capire che questo suo continuare a scrivere sembrasse strano, come dire, più strano che agitarsi, urlare, biascicare senza sosta parole incomprensibili o ridere a raffica, comportamenti che uno si aspetta in posti come questo, ma scrivere sul muro del padiglione, incidendo lettera dopo lettera con la fibbia del gilet, questo non è normale nemmeno fra i matti».

 

La storia è nota: sulle mura interne del padiglione Ferri del manicomio di Volterra un alienato, negli anni cinquanta-sessanta del Novecento, scrive interminabilmente i suoi appunti personali, usando la fibbia metallica di un vecchio panciotto: il suo nome è Ferdinando Oreste Nannetti (1927-1994). Nannetti usa le mura interne dell’istituto come le pagine di un grande murales di pietra dove, in mezzo all’indifferenza delle autorità psichiatriche e degli alienati stessi, si definisce ingegnere astronautico e minerario, abitante di un mondo dove luce e suono hanno la stessa lunghezza d’onda, dove la terra è ferma e gli astri girano. «Sono materialista e spiritualista, amo il mio essere materiale come me stesso. / Perché sono alto». Taciturno, Nannetti impagina i muri del cortile e dentro quelle pagine di pietra descrive i fantasmi “formidabili alla seconda apparizione”, afferma che “le ombre sono vive e che l’uomo invisibile è armato e vivo, con ossa, occhio, spirito” e che “le immagini hanno una temperatura, sono materia vivente, poi muoiono”. Si sente uno scienziato che con scrupolosa precisione traccia il grafico della mortalità ospedaliera, che lui pensa determinata dai rancori umani.

 

Ph Francesco Pernigo.


Ostinato e non violento, innocente e osceno nella rappresentazione pubblica di se stesso, Nannetti impagina il libro di pietra delle sue allucinazioni autonominandosi Imperatore di Inghilterra e di Francia, elaborando così una leggendaria automitobiografia. Mentre scrive sulle pagine che ricava nei muri, rispetta i corpi dei catatonici che poggiano la schiena su quegli stessi muri: scrive sopra le loro teste, non disturbandoli ma neppure fermando mai la sua scrittura, ossessionato dalle scoperte di una scienza che lo porterà anche a prevedere, nel suo delirio, lo sbarco sulla luna dell’uomo. Questa scrittura ‘interminabile’ si conclude con il trasferimento di Nannetti in altri più anonimi luoghi di reclusione. Del suo grande libro di pietra, progressivamente disgregato per effetto del tempo e dei vandalismi, esistono dei calchi, presenti nel Museo di Art Brut di Losanna. Riportiamo qui alcune delle iscrizioni deliranti e immaginose scavate con la sua fibbia sul muro del manicomio: ««Ti mando alcune notizie che mi sono arrivate nel sistema telepatico. / Cose che appaiono strane ma sono vere. / Io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale. / Questo è la mia chiave mineraria. / Sono anche un colonnello dell’astronautico minerario astrale e / terrestre. // Il vetro. / Le lamiere. / I metalli. / Il legno. / Le ossa, dell’essere umano e animale, e l’occhio e lo spirito, si / controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catodico. // Nannetti Fernando: sei un asino! / Nannetaicus Meccanicus Santo con cellula fotoelettrica. / Come una farfalla libera canta / Tutto il mondo è mio e tutto fa sognare. / Per chi sona la campana? / Un giorno sonerà per me / Un altro giorno sonerà per te. / È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio».

 

Trascrivo dalla quarta di copertina del libro di Miorandi: «Questa è la storia del più noto recluso del manicomio di Volterra e del suo libro di pietra. Oreste Fernando Nannetti era “una di quelle cose per cui non c’è posto nel mondo”, uno tra le migliaia di uomini e donne senza voce internati nell’istituto psichiatrico. Aldo Trafeli, che al manicomio lavorava come infermiere, si accorge che giorno dopo giorno Nannetti sta trasformando il muro del Padiglione Ferri in un immenso libro. Incide con la fibbia del panciotto parole a prima vista indecifrabili e disegni. Aldo è il solo che presta attenzione alla sua voce, poi nel corso degli anni copia e trascrive il grafito, mentre il muro a poco a poco si sbriciola e le parole ritornano a essere polvere, pagine strappate da un quaderno di sabbia e calce».


Il libro di Miorandi, documentato in modo esemplare dalle fotografie di Francesco Pernigo, si articola in quattro parti: 1) I pellegrini (Diario del ritorno-Sparizioni); 2) Casa della misericordia (Diario del ritorno-Resti); 3) Elicottero con i piedi (Diario del ritorno-Voci); 4) Invocazione a San Girolamo. L’autore scrive: «Il muro del Ferri è per Nannetti ciò che sopravvive di un altro tempo e di un’altra vita, e non importa che sia una vita non vissuta, talvolta vissuta soltanto per sentito dire, raccolta da stralci di riviste illustrate, o costruita su frammenti immemoriali di case perdute, di gesti antichi conservati nelle articolazioni delle dita, dell’odore infantile di una carezza, del corpo di una donna osservato da lontano così come si osserva una barca che veleggia al largo. Il muro di Nannetti è il sintomo: ciò che ritorna a scompaginare il tempo attraverso la notte immobile del manicomio, dove ogni cosa si ripete e continua a ripetersi».

 

Ph Francesco Pernigo.


Ma non è soltanto Nannetti il protagonista di questo libro, ma anche Freud che parla delle Memorie di un malato di nervi di Daniel Paul Schreber, anche altri “matti” istituzionalizzati che si sono affidati alla vertigine della scrittura, primo fra tutti Adolf Wölfli, del quale scrive Miorandi: «Nella sua cella Wölfli inizia a scrivere il fantasmagorico racconto delle sue mirabolanti avventure mentali. lo intitolerà “Von der Wiege bis zum Graab”, “Dalla culla alla tomba”… A quella prima opera ne seguiranno altre per un totale di circa venticinquemila pagine che andranno a formare quarantacinque grandi libri che lo stesso Wölfli provvederà a rilegare, contenenti, oltre al testo, milleseicento disegni e millecinquecento illustrazioni ottenute con la tecnica del collage. In aggiunta utilizzerà altri sedici quaderni. La Marcia funebre sarà l’ultima opera alla quale Adolf lavorerà, almeno fino a quando il dolore causato dal tumore allo stomaco glielo avrebbe permesso. Non ce la farà a terminarla, come avrebbe voluto, per il giorno di Natale». Un altro straordinario e folle interprete dell’arte, lo studioso Aby Warburg, viene evocato così da Miorandi: «Tra il 1921 e il 1924, nella clinica Bellevue a Kreuzlingen sul lago di Costanza Aby Warburg in pieno delirio paranoico riempie di parole interi taccuini.

 

Il più delle volte sono fogli stipati fino all’orlo di frasi scarsamente decifrabili, di tanto in tanto la pagina è attraversata da un’unica faglia che la divide in due, un’obliqua ferita di parole che taglia il foglio da un angolo all’altro. Qualche anno prima il mondo è andato in pezzi. La Prima Guerra Mondiale ha inferto le sue ferite alla Terra sotto forma di reticoli di trincee scavate nella pioggia e nel fango. Warburg, finché ce la fa, segue il decorso e ricopia il tracciato dei fronti, come se le linee delle trincee costituissero l’encefalogramma della follia che è andata impossessandosi dell’umanità. Poi la follia sequestra anche la sua mente».

Ma torniamo a Nannetti, all’idiota senza voce che traccia segni sul muro e che con quei segni riconquista, inconsapevolmente, la vita perduta. Miorandi, da terapeuta, restituisce consapevolezza a quella vita con la sua scrittura. Dalla lettura di Nannetti. La polvere delle parole si esce trasformati, dopo un viaggio iniziatico. Artisti, poeti, scrittori, pittori, disegnatori, scultori, se vivono e lavorano estranei a ogni canone, nell’ottica di una via non maestra che traversa il territorio della conclamata o segreta follia, sono i primi testimoni del loro “non adattarsi alla vita”: in quel non-adattamento pulsa l’energia sotterranea della vita e dell’arte che esige forme nuove per esistere.

 

Ph Francesco Pernigo.


Cito, fra i diversi artisti influenzati da Nannetti, Gustavo Giacosa, performer argentino e organizzatore di mostre di artisti outsider, che in onore di Nannetti ha inventato uno spettacolo teatrale Nannetti, il colonnnello astrale: nella pièce, Giacosa-Nannetti, un finto naso rosso piantato in faccia, seduto immobile a un tavolo, indossa una veste da internato e intona le parole di Nannetti come il pazzo che finalmente può declamare a voce alta i suoi deliri costringendo al silenzio i sani. Giacosa sul palcoscenico parla e canta al microfono, cammina e balla, appare non solo vittima delle sue allucinazioni ma anche individuo che sa esprimere una prodigiosa, cosmica libertà, sospendendo poeticamente il discorso del delirio tra sogno e realtà, fra scienza e immaginazione. Giacosa non solo dà voce alle scritte murali dell’Ospedale di Volterra ma le alterna a lettere che il recluso ha scritto a parenti immaginari, dai quali elemosina il dono di una visita e qualche quattrino per vivere.

 

In questa prima parte dello spettacolo, intensamente drammatica, con i forti contrasti luce-ombra di sedia e tavolo proiettati sullo schermo, la follia viene esposta nella sua durezza allucinatoria e perturbante. La musica complice e persuasiva di Fausto Ferraiuolo, accompagna i movimenti dell’attore-ballerino-cantante non come un basso continuo ma come uno strumento dolente e duttile. Il “Va’ pensiero” del Nabucco verdiano e la canzone Pino solitario, prediletta da Nannetti, vengono evocate come frammenti sonori dove si celano anche echi jazz e classiche sonatine mozartiane.

Nel catalogo della mostra da lui stesso curata a Genova negli spazi della Commenda, Noi, quelli della parola che sempre cammina, così Giacosa descriveva Nannetti: «All’interno di un’architettura votata a una duplice valenza di sorveglianza e di guarigione, i cortili degli ospedali rappresentano il solo spazio dove è possibile, per i reclusi, esercitare un elementare cenno d’attività motoria e sociale… I corpi diventano muri ai quali solo una paziente opera di scalfittura concederà parole. Il corpo fantasticante di Nannetti s’arrampica come un’edera, moltiplicando i chilometri percorsi sul luogo, in un’opera che si estende in 180 metri di lunghezza e 2 metri circa d’altezza. In seguito, la sua scrittura ambulante andrà a ricoprire il passamano di cemento di una scala di 106 metri per 20 centimetri e a immaginare alcune migliaia di destinatari per cartoline che non saranno mai spedite. Nonostante il disperato bisogno comunicativo, la sua opera non conosce un’apertura verso l’esterno».

 

Ph Francesco Pernigo.


Ancora oggi, pur essendo impossibile percorrere con lo sguardo il libro di pietra inventato da Nannetti, ci troviamo al centro di una fantasia totale, che sovverte i canoni carcerari per graffiare sui muri del manicomio una nuova realtà che, pur non abbattendo quegli spazi istituzionali, li rimette in discussione, affidando a commentatori futuri il compito di parlare ancora e sempre di quel tragico destino. Le sue pagine di pietra, a Volterra, che impagina giorno dopo giorno con i graffi della sua fibbia, lo apparentano, anche in assenza di consapevolezze artistiche, a un Robert Walser che, prima del definitivo silenzio del manicomio di Herisau, nei suoi microgrammi scriveva un’opera infinita e memorabile. Commenta commosso Miorandi, in una delle pagine più belle di questo libro anomalo, estroso, addolorato: «Torno a vedere Oreste Ferdinando Nannetti aggrappato alla sua pagina di pietra, mosso dalla volontà che lo spinge a occupare con le linee aguzze delle sue lettere gli spazi d’intonaco rimasti ancora vuoti, vedo poi Walser che guarda davanti a sé e forse si specchia nella parete bianca della camerata come fosse di fronte a un campo di neve attraverso il quale nessuno è ancora passato, e penso che in fondo è il medesimo manicomio.

 

C’è infatti un invisibile corridoio che partendo da Herisau, nella Svizzera orientale, arriva fin sulle falde delle colline toscane. È lì che compiamo il nostro ininterrotto andirivieni, a un capo del corridoio la muta contemplazione delle cose, affacciati alle soglie dell’indicibile, all’altro l’incessante invenzione di un delirio con il quale costruire le nostre vite, il nostro passato, i nostri amori, le nostre gioie, le nostre disperazioni». E le parole di Miorandi sono l’eco necessaria di quelle di Freud: «La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione che segue alla catastrofe».

 

Libri consultati

Gustavo Giacosa, Noi, quelli della parola che sempre cammina, catalogo della mostra 3-30 settembre 2010, Museoteatro della Commenda di Pré, Genova

Marco Ercolani, Galassie parallele, Genova, Il Canneto, 2019

Paolo Miorandi, Nannetti. La polvere delle parole, Roma, ExOrma, 2022

 

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Ph Francesco Pernigo.