Narcisismo

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Narciso.

 

Sarà forse la dismisura, ancora una volta, il carattere peculiare del narcisismo? Quella proiezione eccessiva con la quale ci attribuiamo più di quello che siamo, diventando superfici autospecchianti per evitare di andare in profondità? Per poi andare in frantumi non appena, specchio o stagno che sia, l’impianto mostra di non tenere? Camminiamo e ci muoviamo negli spazi spesso in stato di autocontemplazione. Indifferenti e insensibili attraversiamo sovente gli altri con i nostri sguardi autocentrati, come se loro non esistessero. Costruiamo campane di vetro insonorizzato intorno a noi, investendo per curare con ossessione la nostra immagine e farcela bastare. Lo stagno che ci riflette diventa il mondo intero e in esso ci esauriamo illudendoci di esaudirci. In quell’acqua stagnante affoghiamo ritenendo di essere il massimo immaginabile. Replichiamo così William Blake: “Chi non cambia mai idea è come l’acqua stagnante, alleva rettili nella testa”.

 

 

 

Il mito di Narciso ci dice che si tratta di qualcosa che viene da lontano: ergersi su se stessi e considerarsi, ha prodotto in noi “homo sapiens” qualcosa di eccessivo. Si può anche capire, ma si tratta di una faccenda che rischia di costarci cara. È probabile, infatti, che la più acuta manifestazione di narcisismo noi umani l’abbiamo espressa ponendoci al di sopra degli altri animali, mammiferi inclusi, nella natura di cui siamo parte. Come sia accaduto non è facile descriverlo, ma una delle motivazioni potrebbe avere a che fare con lo sforzo necessario per elaborare il proprio svantaggio neotenico, il fatto che alla nascita abbiamo bisogno di un tempo di dipendenza molto più lungo delle altre specie. O anche per il fatto di essere una specie giovane e fragile che per affermarsi deve aver faticato non poco. Ne è emersa una assunzione di presunta superiorità che ci ha portato a separarci dalla natura di cui pure siamo parte, fino a ritenerci narcisisticamente superiori. Le nostre distinzioni specie specifiche sono diventate per noi fattori che hanno autorizzato la presunzione di supremazia sul resto del sistema vivente. Un modo per evidenziare l’incidenza del narcisismo è quello noto, relativo alle ferite narcisistiche che è stato ed è necessario elaborare nel corso del tempo, in conseguenza della crisi di quella superiorità presunta. Galileo, Darwin, Freud, per citare solo alcuni “demolitori” della presunta centralità superiore, ci hanno deposto dal centro del sistema solare, dal centro del sistema vivente, dal centro di noi stessi.

 

Così decentrati e perfino abbandonati dagli dèi che da tempo hanno lasciato la Terra, abbiamo fatto tentativi di prendere bene le misure per fondarci su noi stessi in modo appropriato e consapevole della nostra caducità e finitudine ma anche della nostra bellezza e capacità, ma presto abbiamo esagerato perdendo il senso della misura. A parte pochi momenti storici, come ad esempio i tempi di Marco Aurelio e di Adriano, per riferirsi alla Roma antica, in cui evidentemente un tentativo di qualche valore specifico lo abbiamo pur fatto, per il resto ci siamo sentiti o mendicanti in una valle di lacrime, o re per una notte. Negli ultimi tempi sempre più la seconda cosa, laddove la notte si presenta prolungata e si fa fatica a vedere il lume del giorno, mentre noi perpetuiamo la disposizione interiore a sentirci re di nulla, in buona misura alieni al mondo che ci sta intorno, concentrati sul nostro stesso ombelico. Un esempio? Si susseguono scoperte scientifiche che mostrano come le nostre superiorità sono in buona misura presunzioni narcisistiche. Ci siamo accorti da poco che i cebi striati usano strumenti di pietra da cento e più generazioni. Un nuovo studio, che combina l’osservazione del comportamento con procedure di scavo, ha stabilito che queste scimmie sudamericane si servono da secoli di utensili per aprire le noci di anacardo. Insieme agli umani, vi sono diversi altri primati che usano strumenti come pietre e bastoncini, specialmente per procacciarsi il cibo. Tra questi, si è stabilito che gli scimpanzé occidentali (Pan troglodytes verus) della Costa d’Avorio fanno impiego di utensili da migliaia di anni e che i macachi cinomolghi (Macaca fascicularis aurea) si servono di pietre per aprire i gusci dei molluschi da cui si nutrono da almeno sessant’anni. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Current Biology aggiunge ora un altro importante tassello all’archeologia dei primati. È stato osservato che i cebi striati (Sapajus libidinosus) nel Parco Nazionale di Serra de Capivara, in Brasile, usano abitualmente un sistema portatile dove sono state assemblate una pietra con funzione di martello e una con funzione di incudine per rompere i gusci di alcuni semi, ma soprattutto delle noci di anacardo. I cebi tendono ad accumulare questi strumenti in siti specifici, alla base degli alberi di anacardo.

 

Il gruppo di ricerca, guidato dall’esperto di archeologia dei primati Michael Haslam, ha scavato in un’area di 35 metri quadri fino a una profondità massima di circa 70 centimetri nella località di Caju Baixão de Pedra Furada, recuperando una settantina di strumenti. Vicino a quel sito, ad una distanza di 25 metri, si trova l’alveo di un torrente da cui i cebi prelevano le pietre dopo averle selezionate. Le pietre usate dai cebi sono state identificate da residui scuri di anacardo sulla loro superficie (analizzati con tecniche di gascromatografia e spettrometria di massa), dai tipici segni d’uso, dalla densità di altre pietre simili e dalle loro dimensioni, significativamente maggiori rispetto a quelle delle pietre circostanti. Si è scoperto infatti che le pietre usate come martello sono in media quattro volte più pesanti rispetto ai sassi naturali situati nei paraggi, e che le pietre usate come incudine sono a loro volta quattro volte più pesanti di quelle usate come martello. Inoltre, i cebi tendono a selezionare pietre lisce di quarzite per i martelli e rocce di arenaria di forma tabulare per le incudini. La datazione al radiocarbonio, effettuata sul carbone vegetale presente nei vari strati dello scavo, ha permesso di stimare che le pietre rinvenute nello strato più profondo risalgono a circa 600-700 anni fa, corrispondenti a un centinaio di generazioni di cebi. Nel sito non sono state trovate tracce di attività umana, né di altri primati, confermando così che si tratta di utensili usati esclusivamente dai cebi striati. Un risultato interessante è che gli strumenti rinvenuti in ogni strato non differiscono in modo rilevante da quelli usati attualmente, evidenziando un approccio conservativo nella trasmissione delle abilità tecnologiche fra le generazioni di cebi. La trasmissione generazionale delle abilità, che comporta una qualche forma di istruzione e di apprendimento, o se non altro una significativa capacità imitativa, tende a stabilire una linea di continuità, senza negare le differenze, tra noi e gli altri animali, mostrando antecedenti evolutivi anche in ambiti fino a qualche tempo fa insospettabili. Sono proprio quegli ambiti che evidenziano e allo stesso tempo logorano il nostro narcisismo, che sembra decisamente dislocarsi verso altri livelli della nostra esperienza e, in particolare, nel nostro mondo intrapsichico. 

 

Credere troppo in se stessi, (o, come si dice a Napoli di un narcisista: “quello è uno che si crede…..”) – significa, in fondo, smettere di giocare con se stessi. 

Ma allora a che gioco sta giocando il narcisista?

Forse a riempire di sé il vuoto che si ritrova dentro.

Forse a cercare di creare e ricreare se stesso a propria immagine e somiglianza.

Ma creare sempre la stessa cosa, confermare ossessivamente quello che c’è già, operare una sorta di sacralizzazione dell’io, separarsi per esistere, è ancora creare?

Se il gioco scompare, che gioco è?

Nel polisemico significato di gioco, per esempio nel senso meccanico del termine, una delle dimensioni necessarie è il gioco che si può produrre nello spazio marginale in cui si danno condizioni almeno relative di movimento. 

Se quello spazio non è consentito dal bisogno di tutto pieno, quello è ancora un gioco?

E se non lo è, allora si crea ancora qualcosa, o invece è un gioco finto e illusorio per tenersi comunque in piedi?

Giocare solo con se stessi un gioco che deve produrre sempre lo stesso risultato, un gioco dalle possibilità regolate che usa una creatività ad esito predeterminato, una non-creatività, quindi, è un gioco-non-gioco che inchioda sulla propria solitudine facendone motivo di contemplazione. Se “il successo dell’uomo – la sua disgrazia? – consiste forse nell’aver introdotto un po’ di gioco nell’immenso ingranaggio”, come ha scritto Roger Caillois, citato da Stefano Bartezzaghi nel suo libro La ludoteca di Babele, il gioco a cui gioca il narcisista potrebbe essere letto come una neutralizzazione del gioco stesso. 

Il tema della creatività, infatti, sembra convergere con quello del gioco in molti punti, secondo Bartezzaghi. I due termini si affiancano in modo utile e convincente: cercano entrambi di catturare la facoltà umana di percepire il potenziale, e il tentativo di dominarlo. Come la creatività, anche il gioco e le sue permanenti e molteplici aperture appaiono ostacolati con tutta evidenza dalle chiusure su se stessi dovuta al narcisismo. 

 

 

Se si gioca per compiacersi, vale la pena chiedersi che senso ha quel modo di giocare. Certo, giocare significa così tante cose che la varietà e le striature assunte dal gioco nella nostra esperienza sono infinite. Qui interessa comprendere cosa succede quando nel gioco si introduce la disposizione a giocare un gioco illusorio con se stessi e su se stessi. D’altra parte il narcisismo sembra avere a che fare proprio con il gioco dell’individuazione, quel particolare tipo di gioco mediante il quale ognuno cerca di diventare se stesso. Se il valore del gioco di individuazione consiste nel fare, almeno in una certa misura, la differenza, nel riconoscersi ed essere riconosciuti in una qualche forma di distinzione, il paradosso del narcisista pare stare nel fatto che mentre egli gioca quel gioco, mira di fatto all’effetto fotocopia aumentata di se stesso.

Il valore risiede nella differenza, come ha scritto J. A. Miller nel libro, Il nuovo. Questa breve definizione ci può portare lontano perché situa il senso e il valore, il senso che vale e il valore che conta, nello scarto rispetto alla norma, in quella rottura, in quel break-down che apre al possibile rispetto al conforme. 

 

 

 

Quello scarto rispetto alla norma il narcisista non se lo può permettere, perché vive di conferme della propria costruzione identitaria e in quella costruzione si rispecchia curandone l’esatta corrispondenza mediante insistite focalizzazioni. Fino ad annegare, spesso, nella propria immagine. 

«L’individuo che empatizza è come se si muovesse alla cieca verso l’enigma della coscienza altrui. In quanto avventura del toccare, di un toccare impossibile – come lo è in fondo ogni toccare – l’empatia evoca anche l’azione di una mano che cerca, nel riempimento della presa, nella pienezza dell’Erfüllung, la gratificazione di un bottino che rimane differito e promesso all’infinito», scrive Jaques Derrida in Toccare – Jean-Luc Nancy.

 

Muoversi verso la coscienza altrui rispecchiandosi nell’altro e rispecchiandolo, è un rischio che il narcisista non riesce a correre e forse non può correre.

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