Non possiamo parlare con gli alberi

Ho posato il badile e scrivo ciò che ho visto nel piccolo pezzo di mondo in cui vivo, a pochi giorni dall’incendio, dall’alluvione e dal vento potentissimo che ha spezzato distese d’alberi e reso il paesaggio quasi irriconoscibile in molte valli della provincia di Belluno. 

Lavoro nel reparto di manutenzione di una fabbrica a Longarone e la prima cosa strana che abbiamo avvertito, mercoledì 24 ottobre, è stata l’aria calda a mezzogiorno, quando siamo usciti dallo stabilimento per la pausa pranzo: un vento persistente che ha portato il termometro a 26 gradi centigradi. Non c’è stato il tempo di fare previsioni fosche perché un’immensa nuvola di fumo, scesa dalla stretta valle di Agordo, ha chiuso l’orizzonte e arrossato il cielo sopra Belluno: un cavo dell’alta tensione, caduto per il forte vento, aveva innescato un incendio sulle pendici arse delle Pale di San Lucano. Il fuoco, alimentato dal vento che è aumentato d’intensità nella serata, si è propagato per tutta la notte; il giorno successivo, con l’arrivo dei Canadair e i prelievi d’acqua sul lago di Santa Croce, la situazione è stata arginata. E siamo finiti sul Tg nazionale: quassù in montagna ci si preoccupa quando accade questo.

 

Poi venerdì 26 il tempo è cambiato e la pioggia ha completato l’opera di spegnimento. I danni boschivi, nella zona impervia della valle agordina, sono stati ingenti ma per fortuna le abitazioni e le persone non sono state coinvolte. Non si è potuto riflettere a lungo, magari sull’idea che i cavi dell’alta tensione debbano essere interrati perché, il pomeriggio di sabato 27 ottobre, è iniziata l’allerta meteo: il primo segnale è stata una e-mail dalle scuole di Belluno: gli edifici scolastici sarebbero stati chiusi lunedì 29 ottobre. Devo essere sincero: mi è sembrato tutto molto eccessivo, una specie di “allarmismo” che disturba perché inquieta e distoglie dalle piccole incombenze quotidiane. Ne ho viste di piogge, temporali e frane nella mia vita e poi ho passato l’alluvione del 1966: avevo solo un anno e mezzo però dai racconti della mia famiglia e dai segni nelle nostre valli, è un po’ come se la ricordassi per averla vista sul serio. 

Lunedì mattina, con il cielo cupo e la pioggia battente, ero al lavoro nella zona industriale di Longarone, e intanto la chiusura delle scuole era stata prorogata fino a martedì 30 ottobre. 

 

A metà mattina è giunto alle aziende l’invito del sindaco di Longarone di evacuare le fabbriche entro le ore 13.00. Qui non scherzava più nessuno e ho visto nelle lavoratrici e nei lavoratori l’incredulità, ma anche la fiducia nei confronti di chi aveva preso le decisioni: chiusura degli impianti, spegnimento delle macchine e poi, alle 12.30, tutti in strada verso casa. Longarone, con il disastro del Vajont, ha una lunga e terribile storia in relazione all’acqua e le fabbriche in cui lavoriamo posano sui ghiaioni del Piave e una volta un compagno di lavoro più anziano mi ha detto: “Qua sotto ci sono ancora i nostri morti, dico le famiglie e i bambini, per me non sarà mai una zona industriale tra le tante”. 

Nel pomeriggio la pioggia è diventata sempre più intensa, poi è arrivato il vento forte ed è andata via la luce.

 

 

Nelle ore successive è accaduto l’irreparabile: tanta acqua, alberi divelti, strade erose, case scoperchiate, tralicci abbattuti. La mattina successiva, martedì 30 ottobre, la notizia delle prime due vittime e i paesi dell’alta provincia isolati.

L’azienda in cui lavoro, dopo aver accertato attraverso le autorità le condizioni meteo e del Piave, mi ha chiamato con altri lavoratori per cercare di riparare gli infissi, raccogliere l’acqua, rendere accessibili i locali a seguito della devastazione della notte. Alcuni di noi si sono recati al lavoro su base volontaria, mentre altri avevano problemi alle loro abitazioni, oppure le strade per raggiungere la fabbrica non erano transitabili. Abbiamo lavorato tutto il giorno, un paio di panini e un bottiglia d’acqua e la produzione, che interessava centinaia di lavoratori, è ripresa nel turno pomeridiano.

Per altre zone e paesi della montagna alta è stato tutto più difficile, drammatico e perfino ingiusto. Oggi le immagini aeree mostrano boschi rasi al suolo e gli alberi sono come bastoncini posati tutti nello stesso verso, gli alvei dei torrenti sono voragini, i bei sentieri di montagna sono divelti e coperti di massi e ghiaia; le strade ripide sono sbarrate da alberi enormi e intrecciati in un abbraccio mortale. 

C’è tanto da fare e molti pericoli per chi è al lavoro in questi giorni dormendo poco e mangiando quel che capita. Tante preoccupazioni concrete delle famiglie vittime dell’alluvione che provano la rabbia e lo sgomento di chi vede i propri luoghi di vita o d’elezione diventare altro, essere inospitali e quasi ostili. 

Penso alla natura. E a ciò che ci raccontiamo oggi, la faccenda della madre natura, una specie di principio vitale e affettuoso che noi trattiamo malissimo e lei ci tiene il broncio per un po’ ma poi ci perdona. Direi che non è più così, o forse non lo è mai stato. Ricordo le letture di Leopardi sbocconcellate in gioventù, in cui si diceva della natura matrigna e indifferente alla sorte degli uomini. Per me è più sensato. E proprio perché le forze della natura potrebbero essere indifferenti all’uomo è necessario capire una cosa: non possiamo chiedere scusa al torrente che irrompe, mettere all’opposizione il fango putrido, fare una petizione al vento che soffia a 180 chilometri all’ora.

 

E non possiamo nemmeno parlare con gli alberi. Dobbiamo parlare tra noi, fare le cose più giuste, protettive, lungimiranti, scegliere la via migliore, utilizzare il sapere e l’esperienza che abbiamo (e anche le tecniche) per salvare e salvarci dall’acqua, dal progetto fasullo, dalla tracotanza di chi crede di potere tutto e sempre. Non è l’Eden primigenio che abbiamo perduto nei secoli della tecnologia potente ma è la misura di quello che possiamo e non possiamo fare. Mentre vedo in giro tante persone al lavoro con quell’istinto di conservazione e quella voglia di rinascita che è propria dell’uomo (come il pollice opponibile), sento che non è il momento della divisione, del piagnisteo, della furberia, dell’opportunismo culturale e politico; non è il momento della cosa più oscena che abbiamo imparato in questi anni di selfie: dare sempre e in ogni caso la colpa agli altri.

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