Ocean Vuong

Ocean Vuong è nato in Vietnam nel 1988. Se non lo conoscete, andate a leggere Cielo notturno con fori d’uscita, il suo primo libro di poesia, pubblicato dalla Nave di Teseo nel 2017: trentacinque poesie folgoranti che raccontano l’infanzia negli Stati Uniti, New York, l’omosessualità, la madre, la nonna, un padre assente. La copertina mostra un gruppo familiare seduto su una panca: due donne, una madre e una figlia, e un bambino piccolo che guarda fisso in camera. Si trovano in un campo profughi nelle Filippine, stanno aspettando di potersi trasferire negli Stati Uniti. Le autorità hanno scoperto che la madre è di sangue misto, figlia di un soldato americano e di una raccoglitrice di riso, e la famiglia è stata costretta ad abbandonare il paese. Si lasciano alle spalle un paesaggio di guerra, anche se non riusciranno a lasciarsela veramente indietro. Per la madre e la nonna la guerra non è mai finita, ed entrambe continuano a portarne il peso sulle spalle e nei gesti quotidiani: “Da ragazzina, dall’alto del boschetto di banani, hai visto l’edificio della tua scuola collassare dopo un raid americano al napalm. Avevi cinque anni, non hai mai rimesso piede in una scuola. La nostra lingua materna allora non è affatto una lingua, è un’orfana. Il nostro vietnamita è una capsula del tempo per i posteri, un segno che indica dov’è finita la tua istruzione, ridotta in cenere. Ma’, parlare nella nostra lingua madre significa parlare in vietnamita solo in parte, e parlare tutto in guerra”.

 

Il secondo libro di Ocean Vuong, forse tra i libri più attesi di questa stagione e quindi, si spera, letto nonostante l’emergenza, si intitola Brevemente risplendiamo sulla terra ed è stato pubblicato sempre dalla Nave di Teseo e tradotto con evidente empatia linguistica da Claudia Durastanti. È una lunga lettera alla madre in cui Vuong racconta molto dei suoi primi anni ad Hartford, la cittadina del Connecticut in cui andò a vivere con la famiglia. La madre trovò lavoro in un centro estetico e non imparò mai veramente l’inglese, così come non imparò mai veramente a leggere. La certezza che la madre non avrebbe mai letto questa lettera è forse la condizione che ha reso possibile, per Vuong, il fatto di scriverla. L’amore, a ben vedere, è sempre una questione di codici appresi, mancanti o mal funzionanti; l’educazione di Vuong è prima di tutto l’apprendimento di un codice che permetta alla madre di comunicare con il mondo esterno e di guadagnarsi la sopravvivenza: “Mi sono spogliato della nostra lingua e ho indossato il mio inglese come una maschera in modo che gli altri potessero vedere il mio viso, e così anche il tuo”. Parlare vietnamita è parlare “tutto in guerra”, e i figli di genitori con stress post-traumatico sono, a quanto sembra, più inclini alla violenza. La lingua materna, dice Vuong citando Barthes, è l’unico oggetto in rapporto costante col piacere; quindi, se questa lingua è mozzata o frantumata, resta un’esperienza di piacere che è fondamentalmente esperienza del vuoto. Ciò che resta, quindi, è parlarsi affacciati al vuoto, difendendosi dai colpi.

 

 

Vuong lasciò presto Hartford per studiare letteratura. Scoprì la poesia, e trovò un gancio a cui aggrapparsi, qualcosa che lo tenesse nel mondo mentre i suoi amici morivano di eroina. Questo libro è chiaramente un figlio della poesia, nel bene e nel male, ovvero nel linguaggio fortemente metaforico e nella sovrabbondanza espressiva di alcune sue parti. “Credo nell’immagine”, dice in uno dei suoi adagi Wallace Stevens, e subito dopo aggiunge: “La lingua è un occhio”.  La lingua di Brevemente risplendiamo sulla terra è un occhio dalla formidabile capacità di cattura. Registra le sfumature dei gesti, le gradazioni della luce che si posa sulle persone e sugli oggetti, le atmosfere segrete dei luoghi vissuti. È un occhio che non dimentica, perché non trascurare i dettagli e non lasciarli andare è la prima e più ovvia forma di pietà nei confronti dei morti. 

 

Sta per morire la madre, la destinataria di questa lettera che non la raggiungerà mai, nell’aldilà del linguaggio abitato precariamente da figlio e madre; è morto Trevor, il ragazzo americano che ha rappresentato per la voce narrante la sconvolgente scoperta della sessualità. Solo che, a differenza di Trevor, Vuong non teme di essere diverso, o di scoprirsi omosessuale: da quando è arrivato negli Stati Uniti diversità si è sommata ad altra diversità, le vessazioni dei bambini che lo chiamavano checca alle botte della madre che gli diceva: Devi diventare più forte. Già sei vietnamita.

 

La seconda parte del libro è una lunga dedica a Trevor, vittima della droga come altri adolescenti di Hartford: per noia, per disperazione, o per mancanza di alternative. Vuong non è sopravvissuto solo alla madre e alla nonna, alla rovina delle loro vite per cui non troverà mai abbastanza parole; è sopravvissuto anche alla violenza del desiderio sessuale, il primo, quello che può incenerirti davvero: “Dopo che veniva, quando cercava di tenermi stretto a sé con le labbra posate sulle mie spalle, io lo spingevo via, mi tiravo su le mutande e andavo a sciacquarmi la bocca. A volte la tenerezza che ti viene offerta sembra solo la conferma che sei stato rovinato”. Ma soprattutto, è sopravvissuto alla mancanza di speranza della provincia americana. La letteratura, adesso, è l’unico modo che ha per raccontare come gli altri sono andati giù. 

 

Se la letteratura possa o meno salvare la vita, è una delle domande che poniamo più spesso ai grandi scrittori. “E se il morire è cosa di ogni giorno / anche il tuo sguardo ha luci maligne / e un tuo cenno di timidezza o d’amore / non fa altro che ritardare l’orrore / di un giorno”, scriveva Amelia Rosselli. Proprio il giorno che risplendiamo, con tutta la luce di cui siamo capaci, sulla terra. Se questa possibilità esista, se lo chiede anche Vuong, e la risposta è: Non importa adesso. Importa solo essere qui, sospeso nella mia lingua impossibile, a raccontarti questa storia. 

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