Martin Luther King nelle strade di Ferguson

Al termine della proiezione di Selma, quando scorrono i titoli di coda e ascoltiamo le note di Glory – la bellissima canzone che John Legend e Common hanno scritto appositamente per il film – sentiamo un verso che rappresenta probabilmente la chiave di lettura migliore per comprendere quello che abbiamo appena visto: «Resistance is us/ That’s why Rosa sat on the bus/ That’s why we walk through Ferguson with our hands up» (La resistenza siamo noi/ È per questo che Rosa [Parks] si è seduta su quel pullman/ È per questo che abbiamo camminato a Ferguson con le mani alzate). È quando, in un film che è tutto ambientato nel 1965, entra questo nome – Ferguson – questo vero e proprio convitato di pietra, che si coglie appieno la posta politica in palio di Selma. Che senso ha infatti oggi – cinquant’anni dopo, nel 2015, negli Stati Uniti – parlare ancora del movimento dei diritti civili? Oggi, che Martin Luther King non solo è stato riconosciuto da tutti come un vero e proprio padre della patria (a lui è stata dedicata persino una festa nazionale), ma dove persino il Presidente degli Stati Uniti è per la prima volta un afro-americano: non è forse la questione della razza una questione che appartiene finalmente e definitivamente al passato?

 

 

Se la regista Ava DuVernay ci vuole far sentire la parola «Ferguson» (e non è un caso che la pronunci la voce di Common, che del film è anche uno degli interpreti principali) è perché vuole squarciare la pura storicità della rappresentazione. Selma vuole parlarci dell’oggi: della persistente e scandalosamente urgente questione razziale. Dopo otto anni di presidenza Obama, la condizione dei cittadini e migranti di colore negli Stati Uniti non solo non è migliorata, come molti si sarebbero legittimamente aspettati, ma è pure sensibilmente peggiorata. I dati, sono letteralmente allucinanti: gli afro-americani, che costituiscono il 12-13% della popolazione statunitense, ammontano a circa il 40% dei detenuti, un rapporto che è di circa sei volte maggiore rispetto a quello dei bianchi. Si calcola che un afro-americano tra i venti e i trent’anni abbia più possibilità di finire in carcere che di andare all’università. Ma se si va a leggere i dati che riguardano la violenza delle forze dell’ordine nei confronti dei neri i numeri non sono certo più confortanti: si calcola che in America ogni 28 ore le forze dell’ordine uccidano un uomo di colore. È da questa situazione di vera e propria emergenza sociale che è nato il movimento #blacklivesmatter, che ha avuto il suo apice a Ferguson, in Missouri, dopo che un poliziotto ha ucciso con sei colpi di pistola Mike Brown, un diciottenne di colore per di più disarmato e colpevole solo di aver commesso un piccolo furto. Ma la faccenda più scandalosa, che ha letteralmente fatto scatenare la rabbia dei quartieri black di tutti gli Stati Uniti, è stata la decisione del Grand Jury di non processare nemmeno l’agente colpevole di questo crimine. Il messaggio è chiaro: negli Stati Uniti nel 2015 non solo si tengono i neri sistematicamente nel gradino più basso della scala sociale, ma la polizia può anche uccidere un ragazzino di colore senza che nemmeno debba sottostare a un processo.


Se la condizione di ineguaglianza sociale nelle comunità afro-americane negli Stati Uniti è così grave e intollerabile, è naturale allora chiedersi quale sia il posto che occupa il movimento dei diritti civili nell’immaginario della nazione. Quel movimento, e Martin Luther King in particolare, sono infatti negli anni diventati parte di quella narrazione lineare e conciliante che vede la democrazia americana in un costante progresso, dove diritti sociali e politici si allargano e si generalizzano sempre di più e sono sempre più disponibili per tutti. Sembra che gli Stati Uniti siano ancora fedeli a quell’idea, a un tempo ideologica e di grande fascino politico, che vede la promessa di emancipazione di quella nazione in un costante processo ascendente. Gli afro-americani allora, passati dalla schiavitù al movimento dei diritti civili, via via fino alla presidenza di Barack Obama, sarebbero parte integrante di quella promessa e di quella narrazione.

 

È allora con una dissonanza stridente che si leggono i dati sulla pressoché assente mobilità sociale di quel Paese, così come i processi di vera e propria carcerazione di massa che riguardano i neri. Ma la beffa più grande di questa regressione sociale riguarda proprio Martin Luther King, dato che nel 2013 la Corte Suprema con una sentenza che lo stesso Obama ha definito come «estremamente deludente» ha di fatto revocato gran parte delle misure eccezionali del Voting Right Act del 1965, proprio quello di cui ci parla il film di Ava DuVernay e che prescriveva un controllo speciale da parte dello Stato Federale affinché ai cittadini di colore non venisse negato il diritto di voto. È infatti grazie a quella lotta e a quella storica marcia che vide migliaia di cittadini e attivisti di colore (oltre che moltissimi simpatizzanti bianchi) marciare da Selma a Montgomery in Alabama che gli Stati del Sud furono «costretti» a riconoscere legittimità politica a un’enorme fetta della società che nonostante la fine della schiavitù quasi un secolo prima, continuava comunque a fare una vita da schiava.


Ma appunto, gli Stati Uniti del 2015 non hanno mantenuto le promesse di quelli del 1965. Le condizioni sociali degli afro-americani non sono in «costante miglioramento» naturale come l’ideologia della democrazia del «best country in the world» (come purtroppo continua a dire anche Barack Obama) vorrebbe. Perché le cose migliorino è necessario che le lotte continuino. È dunque necessario un movimento #blacklivesmatter a Ferguson, nella provincia del Missouri (perché i poveri in America, oggi ancora di più di allora, vivono in provincia) così come è necessario togliere Martin Luther King e il movimento dei diritti civili da quel piedistallo morale e inoffensivo a cui per troppo tempo sono stati ridotti. Ed è proprio questo che fa Ava DuVernay in Selma, un film che forse non brilla per l’audacia della messa in scena ma che può vantare una stupefacente lucidità politica. Cosa che di questi tempi non è certo una qualità da poco, soprattutto quando si riesce a portare al cinema milioni di persone di colore, che quelle condizioni le vivono quotidianamente sulla propria pelle.

 


Martin Luther King in questo film non è l’irreprensibile leader dalla visionarietà religiosa «oltre questo mondo». È semmai un politico lucido, che calcola le proprie mosse più in base ai rapporti di forza che a ciò che è moralmente giusto o sbagliato. Siamo talmente abituati a pensare al movimento dei diritti civili come a un movimento di «vittime» che si sono messe a reagire per una sorta di umano residuo di dignità, che è quasi stupefacente vederlo invece rappresentato come lucido, tattico, razionale. In una parola, politico. Anche la delicatissima questione della non-violenza ci viene mostrata da DuVernay come mossa innanzitutto da ragioni tattico-politiche, non morali. L’obiettivo non è quello di rifuggire dal conflitto attivo in un nome di un pacifismo irenico. Martin Luther King semmai il conflitto vuole istigarlo: ma invece che scegliere la via dell’azione offensiva, che rischierebbe di giustificare l’inevitabile contro-mossa repressiva, cerca continuamente e consapevolmente la provocazione (che a tratti sfiora quasi un calcolato cinismo). Si deve andare nelle contee dove si trovano gli sceriffi, i poliziotti e i governatori più razzisti degli stati del Sud in modo che la teatralizzazione del conflitto porti il movimento sulle pagine dei giornali. Lo vediamo in un dialogo decisivo per il film in cui Martin Luther King spiega la sua tattica ai ragazzi dello Student Nonviolent Coordinating Committee («Noi facciamo così: negoziamo, protestiamo e resistiamo. E nei giorni più fortunati i nostri avversari ci aiutano facendo degli errori»): l’obiettivo non è quello di rifuggire la violenza, ma semmai di farsela scatenare addosso in modo da riuscire a conquistare quella che è la vera posta in palio del movimento: il consenso della comunità dei bianchi (che infatti arriverà, nel momento di massima forza del movimento durante la marcia di Selma).


È importante capire che Selma non è la biografia di Martin Luther King, che inevitabilmente si sarebbe concentrata sull’uomo e sulla sue scelte di vita, ma è la narrazione di un evento particolare e circoscritto: la lotta di un gruppo di militanti della SCLC (Southern Christian Leadership Conference) per vedere riconosciuto il diritto di voto degli afro-americani negli Stati del Sud. In questo modo del personaggio politico ci viene mostrata soltanto la razionalità politica riducendo al minimo le intrusioni di elementi biografici, che magari sarebbero state cinematograficamente più semplici da rappresentare, ma che tuttavia avrebbero portato il film su tutt’altri lidi. La DeVurnay usa l’immagine di uomini d’importanza storica come materializzazione di rapporti di forza sociali. Un esempio di questo approccio è il modo in cui in Selma vediamo rappresentata la figura di Lyndon Johnson, il presidente degli Stati Uniti dell’epoca che è passato alla storia per avere approvato il Voting Right Act. Non solo vediamo Lyndon Johnson insofferente nei confronti di King e delle sue azioni di massa (fino al punto da flirtare con i metodi repressivi extra-legali di Edgar Hoover), ma vediamo che le sue convinzioni politiche sono totalmente conseguenti e dipendenti dagli equilibri politici di quei mesi, fin al punto da sposare l’agenda di King non per convinzione, ma perché le condizioni sociali hanno reso quella scelta inevitabile.


Selma ci fa vedere che le scelte politiche – soprattutto quando si tratta di contingenze decisive, come nell’Alabama del 1965 – non dipendono tanto dalle intenzioni dei grandi uomini, ma dalle condizioni materiali che le rendono concrete. E in questo ci dà una grande lezione politica su come è possibile spostare gli equilibri dei rapporti di forza partendo dal basso e dalla collettività. Ava DeVurnay con Selma riesce insomma a mettere in immagini la famosa massima di Septima Clark: «Non è stato Martin Luther King a creare il movimento dei diritti civili. È stato il movimento dei diritti civili a creare Marthin Luther King». Anche oggi a Ferguson, come allora a Selma, è importante farla propria, per evitare che il miglioramento delle condizioni sociali e politiche dell’America black non attenda le scelte di Obama, ma che semplicemente renda questo cambiamento inevitabile e necessario.

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