Oliver Sacks e le cellule dell’Aston Martin

Ho ascoltato di recente una conferenza tenuta una decina di anni fa da Oliver Sacks, intitolata Che cosa rivelano le allucinazioni alla mente. Sacks mette in guardia gli psichiatri e gli psicologi dal considerare tutti i tipi di allucinazione come fenomeni psicotici, l’idea che propone è che il cervello possa vedere anche senza il supporto degli occhi e dei recettori oculari; al di là dei fenomeni psicotici e per ragioni assai diverse. In quella conferenza, Sacks sostiene che, poiché una diagnosi psichiatrica è ancora un’etichetta spaventosa, sarebbe bene rassicurare la maggior parte delle persone che hanno allucinazioni che non sono affatto folli. Molti infatti tengono segrete queste esperienze visive per il timore di essere psichiatrizzati. In quella conferenza Sacks cita affascinanti ricerche neurologiche, risalenti agli anni Settanta, che designano cellule che riconoscono forme specifiche e dettagliate, designate a osservare, per esempio, paesaggi, oppure edifici, volti, persone, automobili. Forse persino cellule dedicate al riconoscimento delle Aston Martin.

 

Il rinnovato ricordo di Oliver Sacks, neurologo romantico e romanziere d’eccellenza, viene da una nuova pubblicazione di Adelphi Ogni cosa al suo posto.

Scopriamo un Sacks lettore di Goffman e Foucault. Tra i libri citati, e dimenticati dalla bibliografia, c’è infatti La storia della follia, che Sacks mostra di avere letto e apprezzato. Nel capitolo, dal titolo provocatorio, “Le virtù perdute del manicomio”, sulla scorta di Foucault, Sacks riconosce lo spirito umanitario cha permette la nascita del “trattamento morale”. Forse in quel capitolo, almeno dal mio punto di vista, assume un tono troppo enfatico nel ricordare l’istituzione asilare nei termini di accoglienza (asilo significa protezione, ricorda Sacks), e fa riferimento ad alcuni centri che, negli anni Sessanta, venivano ritenuti di eccellenza; spesso però riservati alle élite sociali. 

Sacks però riconosce che nel tempo l’istituzione manicomiale diventa “universo concentrazionario”. Il termine “universo concentrazionario” non è usato da Sacks, ma le sue descrizioni di certi manicomi, quelli per la povera gente, popolati da migliaia di persone, lo evocano. 

 

 

L’elemento più importante di questo capitolo è però la memoria relativa alla cittadina belga di Geel, presso Anversa. Su Geel mi è capitato di leggere un saggio scritto dal medico argentino Jose Nesis. Si tratta di un testo non ancora pubblicato, che ho proposto alla rivista Connessioni, diretta da Massimo Giuliani. Il mito di Geel si è trasformato in un “esperimento sociale unico” – così lo definisce Sacks – che dura da molti secoli e nasce dall’agiografia di Santa Dympha (il nome significa poetessa), figlia di un re incestuoso e malvagio, che la decapita perché si converte alla religione materna: il cristianesimo. 

Dympha viene dichiarata santa, protettrice dei folli e venerata, appunto a Geel. La sua venerazione non è però formale atto di preghiera, ma si trasforma in gesto di ospitalità dei folli. A Geel il mito si trasforma in pratica sociale e rende la cittadina una comunità dove la follia è pienamente integrata nella vita quotidiana.

 

Certo il libro di Sacks, morto a Manhattan ormai quattro anni fa, non è interamente dedicato al tema dell’internamento manicomiale, benché lo spazio preso da questi argomenti, in questo testo, sia vasto. Sacks racconta storie varie; il testo è una raccolta di scritti brevi, ma lo stile del grande scrittore si distingue sempre, così come le competenze mediche, che gli permettono di ridescrivere una serie di casi psichiatrici in chiave neurologica, mettendo in guardia il mondo psi- da facili letture psicodiagnostiche.

Nel capitolo intitolato “Un’estate di follia”, Sacks scrive, riguardo ad alcuni casi di disturbo bipolare, in termini, per così dire, ontologici. Ipotizza che Lucia Joyce, figlia di James e amante di Beckett – alla quale anch’io ho dedicato un capitolo in Follia e creazione, Mimesis – fosse sconvolta da un fuoco “acceso nel cervello”, come scrive il padre, che mai l’aveva creduta schizofrenica, o di una “povera bambina che ha cercato di fare troppo, di capire troppo”, come ebbe a dire, in tono crudele, Samuel Beckett. 

Più in generale, i disturbi maniaco-depressivi, secondo Sacks, sono forme di eccitazione del sistema nervoso che creano velocità inaudite nell’intuizione e nel linguaggio, hanno a che fare con un neurotrasmettitore chiamato dopamina, ma possono venire indotti da sostanze esterne, come nella cura della malattia di Parkinson oppure nell’uso di sostanze psicostimolanti. 

Il problema che pone Sacks – lo stesso che pone in modo più esplicito in Il fiume della coscienza – riguarda il rapporto tra velocità massima e blocco totale e sembra un problema matematico: l’avvicinamento asintotico di una curva a un punto. Nel disturbo bipolare, il massimo di velocità coincide con il congelamento melancolico.

 

L’ultimo capitolo che voglio esaminare è intitolato “Vedere Dio nel terzo millennio”. Si tratta di un testo che parla di epifanie, tema caro al già menzionato Joyce, e di stati d’estasi. Che cosa accade a un soggetto che sente un estremo stato di esaltazione? Cosa succede quando si viene improvvisamente sopraffatti da stati di beatitudine? Che pericoli ci sono, in questi stati di benessere assoluto?

Si tratta di condizioni tipiche del terzo millennio, spesso indotte da sostanze chimiche o, aggiungo io, da esperienze para religiose individuali o collettive: mindfulness, new age, o altre forme di ipnosi selvaggia che si vedono praticate sui nuovi media. 

Sacks riporta testimonianze di pazienti sofferenti di epilessia che riscontrano questo stato di assoluto benessere durante la fase di aura precedente l’attacco. Mette in guardia da questi stati di esaltazione, li considera preoccupanti forme patologiche, si tratta dei nuovi sintomi. Qui la psicosi non è più un fenomeno strutturale legato alla personalità, ma un fenomeno diffuso nel sociale che si riscontra nei gesti del soggetto collettivo, piuttosto che nella struttura del soggetto individuale.

Il volume raccoglie anche nuovi stralci autobiografici, ricordi di casi clinici già presentati in Un antropologo su Marte, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Risvegli. Si tratta di un insieme di esperienze cliniche che non cercano mai la standardizzazione, ma la singolarità e l’irripetibilità. 

La conclusione che se ne trae è che, dalla vita, non si guarisce mai e che gli stati di benessere e guarigione durano sempre lo spazio di un’estate. Che dopo quattro anni, nonostante una buona psicoterapia, si riprende a perdere la testa, che un intervento farmacologico o chirurgico, con tutta la buona fede del medico, può, nel migliorare la funzionalità di un organo, peggiorare il sistema vegetativo, il sistema relazionale, oppure creare difficoltà al soggetto nei rapporti con la propria comunità o con l’intera società.

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