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Osvaldo Licini e la regione delle Madri

Bella e importante la mostra in corso nelle Marche del sud intitolata “La regione delle madri”, incentrata sul rapporto strettissimo fra il lavoro di Osvaldo Licini e il suo paesaggio. Bella perché ricca, con le opere inserite in un percorso che si snoda dal Centro Studi alla casa dell'artista (ottimamente ristrutturata qualche anno fa con un sapiente recupero), e importante perché significativa per comprendere il prima, la base, il lavoro di elaborazione su cui poggia il salto verso il figurativismo fantastico per cui è famosissimo e amato in tutto il mondo il pittore marchigiano e che, qui, può apparire come l'ancoraggio al terreno prima di spiccare il balzo verso i cieli, i voli, i sogni, le visioni e gli enigmi suoi caratteristici. 

Ed è un viaggio da compiere, quello verso Monte Vidon Corrado, paese natale dell'artista (Licini ne fu anche sindaco nel dopoguerra), perché già nell'addentrarsi fra valli e colline in questa estate 2020 particolarmente spettacolare per il giallo dei girasoli e il verdone dei prati, fra dolci curve e ombre improvvise di alberi dalle chiome molte fitte, ci si prepara all'incontro con i quadri che quei paesaggi raccont

ano (non si può non pensare ai colori appena visti quando, nella grotta-cantina della casa di Licini, si arriva di fronte al quadro “Angelo ribelle su fondo giallo” con la figuretta nera che sembra portare una falce in spalla e salutare l'angelone bianco in volo in un cielo tutto giallo: o si tratta di un albero brunito sul ciglio di una collina? O di tutte e due le cose, uomo/albero? O, ancora, di un segno da decifrare a piacimento?). 

 

Osvaldo Licini_Servigliano, 1926 (con interventi successivi) olio su tela, Galleria Arte Contemporanea Osvaldo Licini, Ascoli Piceno.


Salire al piccolo borgo significa, poi, immergersi in un paese incantevole in cui gli abitanti hanno reso omaggio al concittadino più illustre dedicando alle sue parole strade, luoghi, targhe, piccoli giardini: via degli Angeli Ribelli, piazza dell'Amalassunta, via Fiori Fantastici. E, in un paio di punti strategici del paese – ingresso e belvedere – il bellissimo volto di Licini stesso, in bianco e nero con le linee scavate e i capelli folti argentei che guarda il cielo di profilo, ci accoglie dalle gigantografie pensate e collocate per la mostra.

Fatti allora i biglietti nei piccoli locali in fondo a una viuzza, avanti e indietro fra le belle casette di pietra del paese, si comincia con la prima parte della mostra passando per le marine, sia marchigiane che francesi; si ammirano profili di paesi in collina, gole di montagne, angoli di piazzette di piccoli borghi medievali (una è stata identificata con la piazza di Leopardi a Recanati), scorci di campagna che molto ricordano Cézanne per tocco, colori, taglio e inquadrature. Si riconosce Monte Falcone Appennino, paese inerpicato su un costone di roccia proteso verso le montagne, nel cuore della vicina Valdaso, dove Licini negli anni '20 andò più volte a lavorare dal vivo, a dipingere su cavalletto con colori preparati da lui macinando vernici; si scorgono case abbandonate in mezzo alla campagna, alberi contorti, spiagge del litorale fra Porto San Giorgio e il Conero; si ammirano profili di colline con i paesi sul cocuzzolo, rare sagome di persone in cammino su stradelli; la gola dell'Infernaccio, in cui figure in movimento stanno forse partecipando a un sabba con i pastori, a rievocare il mito della Sibilla, profetessa reinterpretata dalle leggende nei secoli come regina di faterelle ballerine nella notte e che in seguito, per Licini, si incarnerà, dea dalle figlie e sorelle magiche, nella figura dell'Amalassunta. 

 

C'è in alcuni di questi primi quadri, l'apparire delle linee e delle geometrie che verranno in quota, sbalzate, spogliate, essenziali ed evidenziate dai colori che si fanno più forti e più propriamente liciniani (il giallo e il verde appunto, il blu dei notturni, il rosso) nella seconda parte della mostra. Paesaggio marchigiano del 1925 (probabilmente Massa Fermana, il paese vicino a Monte Vidon Corrado), delinea delle linee incrociate, campanili e tronchi verticali che tagliano i tetti dell'incasato, così come Paesaggio in grigio sempre del 1925, con le linee diagonali delle colline. Ecco, la diagonalità, giustamente sottolineata, più volte, dalla curatrice della mostra Daniela Simoni, è la dimensione che davvero si coglie appieno in questa mostra pensata sul “paesaggio dentro al paesaggio”. È la diagonalità delle colline, dello sguardo, dell'altezza da questo luogo. 

 

Osvaldo Licini_Angelo ribelle, 949, olio su tela, collezione privata, Milano.


Dell'erranza, della ricerca (“poi ho cominciato a dubitare”), dello sguardo. Scrive Licini a Morandi in una lettera del 1927: “Ogni tanto parto per altri paesetti dove vado a dipingere paesaggi.” 

Paesetti sparsi fra le colline: da Macerata, passando per Fermo, ad Ascoli. Tutti apparentemente simili, ma tutti diversi. Per forma, posizione, vista (dall'alto e dal basso), abitato, mura, chiese e torrioni. Così come sono diverse le colline, miracolosamente, in ogni stagione, cambiando colori e solchi a seconda delle colture – come il pittore Tullio Pericoli ci ha insegnato a guardarle con i suoi bellissimi quadri materici e aerei al tempo stesso – ma mantenendo sempre la quadrettatura degli appezzamenti e dei poderi mezzadrili di un tempo. 

 

Anche le marine raccontano la progressione di Licini, sia quelle adriatiche che quelle francesi: ricordiamo che Licini, prima di tornare, per restarvi stabilmente, a Monte Vidon Corrado, soggiornò a lungo in Francia, dove viveva parte della sua famiglia e dove si formò anche come pittore, e per vari periodi in Svezia, dov'era nata sua moglie, la pittrice Nanny Hellström, conosciuta a Parigi e sposata nel 1925. Vale la pena soffermarsi su questo paesaggio di casa che si completa con il paesaggio del mondo. Licini scrive delle coste svedesi, della vegetazione, dei tramonti e delle primavere. Nota Daniela Simoni, leggendo di paesaggio nelle lettere di Licini da Goteborg: “Il vascello, la luna, le leggende nordiche, Wagner, la solitudine, nonostante fosse in compagnia di Nanny: come non cogliere in questa scrittura visionaria i topoi della futura mitografia liciniana?”

Ed è di ritorno, nel '32, da un viaggio in Svezia a Monte Vidon Corrado che Licini scrive all'amico Acruto Vitali: “in questi giorni chiari, dalle mie finestre sto tenendo d'occhio la primavera, ed i movimenti del verde, e nel contempo una mia “idea” che ho di un quadro che ho dovrei fare e che deve chiamarsi... Con questi puntini finisco.”

 

E finita la mostra, dopo aver ammirato una ricca esposizione di opere degli anni rappresentative del suo astrattismo e delle sue geometrie (alcune molto note, altre più piccole, nei rosa, nei gialli, “Il capro” di un paesaggio fantastico, “Aquilone rosa” del 1935, le lune, le linee, i segni, i numeri, le mani nel cielo, i volti nella neve o sospesi nello spazio), e aver visitato varie stanze, è fuori dalla casa che si apre una delle terrazze più spettacolari di tutte le Marche, un balcone slanciato sulla valle e sui boschi con la corona dei Sibillini sullo sfondo da cui sembra di poter librarsi con lo sguardo, davvero come angeli o creature siderali in volo sulla terra o nello spazio astrale.

Un colpo d'occhio mozzafiato fra profili di montagne e cielo profondo, lo stesso delle finestre di Licini, un paio di metri più in alto, da cui l'artista “teneva d'occhio” colori e movimenti del paesaggio, in compagnia di Nanny: “da due mesi che siamo ritornati, non ci siamo più mossi dal paese. Adesso guardiamo dalle finestre crescere la primavera e i cambiamenti rapidi del cielo e dei verdi, e ci divertiamo come a teatro.”

 

Osvaldo Licini, La regione delle madri, a cura di Daniela Simoni

Monte Vidon Corrado, dal 25/07/2020 all’08/12/2020

Catalogo Electa.

 

 

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Paesaggio Fantastico (Il Capro) 1927