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Pier Vittorio Tondelli, Viaggiatore solitario

Ci sono diversi modi di percorrere l’ultimo libro che raccoglie tutte le interviste e le conversazioni di Pier Vittorio Tondelli curato da Fulvio Panzeri; poiché entrambi autore e curatore sono mancati, il primo ormai da trent’anni il secondo da pochi mesi, e poiché entrambi hanno avuto un forte senso della contingenza temporale cui ogni testo è legato, ma anche dell’aspirazione a trascenderla che ogni scrittura candidata a essere letteraria porta con sé, privilegerò proprio quest’aspetto: il tempo, quello breve in cui Tondelli ha vissuto e operato, e quello lungo quasi il doppio che è venuto dopo. 

Quando nel 1980, esce Altri libertini, Tondelli è giovanissimo, ha venticinque anni e, con l’eccezione di Enrico Palandri, non ha intorno a sé alcuno scrittore della propria età, né che abbia fatto quello che gli è appena valso un successo folgorante: trasfigurare una generazione, con i suoi tic linguistici – lo scazzo che divertiva Giovanni Giudici – i suoi costumi – le droghe, l’omosessualità senza più vergogna – la sua collocazione politica – il ’77 e il disincanto che ne era seguito – in una autobiografia generazionale.

 

Ne è pienamente consapevole, perché ha studiato a Bologna dove Gianni Celati ha rotto il muro dell’accademismo rituale con il suo insegnamento, ma è altrettanto consapevole di costituire un’eccezione, di essere entrato nell’editoria con la forza di qualcosa mai visto prima, almeno in Italia. Così si cala – e gli viene facile – nei panni dello scrittore da giovane, una figura inedita, che egli costruisce prima aderendo all’urgenza di novità – di lingua, di storie – che lui stesso ha introdotto, poi seguendo una naturale evoluzione riflessiva e autoriflessiva. Siamo nel 1984 e dichiara sulla Fiera: “La condizione dei giovani narratori? Per cominciare, non conosco nessuno sotto i trent’anni che abbia fatto dei libri. Lo scrittore sotto i trent’anni in Italia è una specie ignota. Ora, io non credo proprio che non esistano giovano che sanno scrivere. Il fatto dipende, molto banalmente, da una situazione di mercato. Imporre un autore nuovo è un’operazione rischiosa e costosa. Probabilmente, la cosa cambierebbe se ci fossero, in Italia, parecchie case editrici di piccole dimensioni, capaci di stampare e distribuire bene libri in mille o tremila copie: intendo editrici agili, aggressive, senza i problemi enormi delle case editrici.” E dalle pagine di Repubblica rincara la dose: “In Italia trionfano sempre i soliti premi letterari, addirittura mi pare che il ‘mestiere’ di scrittore sia rimasto identico a duecento anni fa.

 

Le opere prime ora sono tutte di quarantenni. È mai possibile? Certo l’editoria a Bologna d’altra parte è sempre rimasta fuori dal giro. Però qualcosa, piano piano si sta muovendo. A Reggio per esempio, c’è Aelia Laelia, un’editrice giovanissima, diretta da Giorgio Messori, ventisei anni, che si autogestisce con buon successo. Anzi, a maggio uscirà un almanacco letterario curato da Gianni Celati. È una delle tante risposte alla logica perversa che per pubblicare bisogna garantire dei best seller, altrimenti niente”.

Due cose, almeno vanno, dette: nonostante il suo primo libro si fosse rivelato un best seller, Tondelli aveva chiarissima la situazione editoriale del paese, ostile ai giovani imbalsamato in un circuito autoreferenziale, e che una nuova narrativa per esistere doveva sfondare le barriere anagrafiche non meno che quella delle logiche di pubblicazione delle grandi case editrici. L’auspicio che sorgessero piccoli editori indipendenti si sarebbe poi realizzato nei decenni successivi e avrebbe facilitato l’ingresso di scrittori e scrittrici giovani; Tondelli stesso si fece carico di questo tipo di ricerca e promozione con il progetto Under 25, varato nel 1985, e la rivista Panta. Ma un’altra osservazione si può aggiungere: a 28 anni Tondelli non gioca a fare il giovane o il giovanile, non fa insomma della giovinezza un valore assoluto, né cavalca l’onda del successo, si rende conto che i fenomeni del mercato editoriale – i best seller, le mode, i personaggi – sono tutti a detrimento di un’autentica ricerca letteraria, un refrain che sarebbe diventato comune in seguito tra scrittori, critici e addetti al mestiere, ma che all’epoca era ancora nel vago. E, di certo, Tondelli non poteva immaginare che l’esordiente sarebbe diventato a sua volta una moda: lo è stato, in Italia, almeno per un decennio a partire dal 2000. 

 

 

Ma torniamo al giovane, non più così giovane, che s’inoltra negli anni ’80 annusando l’aria, presentendo cambiamenti, immergendosi nel vitalismo luccicante, creativo e meticciato della prima metà e ritraendosi in maniera critica dall’edonismo esibito e dal rampantismo con cui viene siglato il decennio: ne verranno fuori il romanzo Rimini e centinaia di réportage e articoli che con l’aiuto, e la lungimiranza, di Fulvio Panzeri usciranno riuniti con il titolo di un Week end postmoderno, una vera e propria antologia critica di quegli anni, scritta in diretta, ma con un filtro, con la capacità di cogliere il senso delle situazioni e l’air du temps, che Tondelli ammirava in un cantore del proprio tempo come Francis Scott Fitzgerald. Perché crescendo Tondelli aveva chiarito a se stesso qualcosa che doveva aver sempre saputo per via intuitiva: per capire il presente bisognava conoscere il passato e trovare il giusto punto di distanza fra i due. Nelle sue interviste comincia a comparire sempre più spesso la parola solitudine, come valore da cercare e coltivare, insieme al valore, per lui assoluto, della scrittura.

 

Questi sono anche i temi del suo ultimo romanzo Camere separate, dove l’autore fa i conti con molti aspetti del proprio percorso esistenziale e di scrittore, a partire dalla lingua che ora preferisce più classica e che talvolta può non risultare del tutto adeguata a esprimere l’emotività, diventa troppo letteraria o poco amalgamata con il parlato. Tondelli anche di questo è consapevole, lo dimostra parlando della critica letteraria, alla domanda che gli rivolge Panzeri su cosa intenda per blocchi e schieramenti Tondelli risponde: “Penso soprattutto a quegli scrittori e intellettuali che hanno continuato con fedeltà, quasi categorica, a porsi sotto la bandiera del Gruppo 63. Non credo però che siano preparati o almeno abbiano gli strumenti critici adeguati per capire quello che ognuno di noi ha fatto in questi anni. (…) Quando con Camere separate, coerentemente, almeno credo con me stesso, ho cambiato il mio modo di scrivere o mi sono dedicato ad altri temi, questi stessi intellettuali e critici hanno interpretato tutto come un tradimento. (...) All’inizio ero preso come uno sperimentale, mah… Certo lavoravo sul linguaggio, ma non ho mai nutrito un’idea di letteratura algidamente sperimentale e combinatoria.” 

 

E ancora con una sincerità e una volontà di confronto che sembrano del tutto scomparse, oggi, tra gli scrittori e le scrittrici: “Quelli di Linea d’ombra hanno sempre preso una posizione assolutamente stroncatoria nei confronti della nuova narrativa italiana, salvando se non erro alcune cose di Del Giudice o di Gianfranco Bettin che, tra l’altro, è redattore della rivista. Però su di me, su De Carlo, su tanti altri sono stati molto duri. Questo mi può andare benissimo. Loro sono dei giovani critici, hanno bisogno di imporsi, anche se lo fanno goffamente… Mi chiedo comunque perché non abbiano mai pensato a un forum di Linea d’ombra e non ci abbiano mai chiamato a discutere di queste cose. Perché Goffredo Fofi usa per noi l’appellativo di neorealisti – che io non considero assolutamente offensivo ma solo inadeguato – e non abbiamo mai discusso su questa interpretazione? Ho l’impressione che qualsiasi questione sia da loro liquidata da un punto di vista ideologico, che loro hanno nel porsi nei confronti della letteratura. I loro atteggiamenti non si comunicano, non si discute, non si dibatte. Del resto, la critica è importante quando mette in gioco le cose che scrive”.

 

Quello che stava qui invocando Tondelli era merce rara già allora, e diventerà pressoché irreperibile negli anni a venire: un confronto aperto tra scrittura e critica. In barba alla rete che potrebbe rendere il forum auspicato da Tondelli ancora più facile, abbiamo assistito da una parte all’arroccarsi della critica in posizioni di chiusura e incapacità di dialogo che l’hanno resa sempre più irrilevante, se non per incensare i propri prescelti diventando quindi inattendibile, dall’altra al dilettantismo più becero, chiunque senza la minima competenza può dire la sua. La verifica degli strumenti sul campo e sui testi che Tondelli desiderava si è molto rarefatta, e forse questa è una delle perdite, da lui intravviste, più gravi. 

In quella medesima conversazione con Panzeri registrata fra il 1989 e il 1990 affermava: “Credo che la funzione nobile della critica sia quella di interpretare il testo, di approntare un discorso intorno al testo in modo da far emergere quelle linee profonde e quelle risonanze che lo collegano alla storia della letteratura, al suo sviluppo, al suo ritorno”. Sviluppo, ritorno, altrove aveva parlato di elaborazione del lutto a proposito della letteratura: quanta strada aveva percorso e quanta avventura dall’ultima pagina di Altri Libertini.

 

Non sappiamo cosa avrebbe scritto Pier Vittorio Tondelli se avesse avuto altra vita davanti a sé, né come avrebbe reagito all’esplosione della rete, alla prevaricazione delle modalità comunicative sui contenuti letterari, o all’imperversare dei personaggi mediatici. Da parte mia sono piuttosto sicura che lo avrebbe fatto sempre con la consapevolezza acuta che ha animato l’arco della sua breve e intensissima parabola artistica. Ancora oggi, le parole di questo viaggiatore solitario ci rendono tutti e tutte, meno soli. 

 

Pier Vittorio Tondelli, Viaggiatore solitario, interviste e conversazioni 1980-1991, a cura di Fulvio Panzeri, Bompiani 2021.

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