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Quando la radio faceva scuola

In mezzo alle tante emergenze suscitate dal Coronavirus la chiusura delle scuole è arrivata abbastanza all’improvviso e si prospetta molto lunga. Allora come mandare avanti le lezioni alle elementari, alle medie, alle superiori, all’Università senza la compresenza in classe di docenti e studenti? Quali tecnologie e piattaforme utilizzare? Non è la prima volta che in Italia, nell’epoca della riproducibilità tecnica, le lezioni vengono sospese così a lungo e su tutto il territorio nazionale, per causa di forza maggiore. C’è almeno un precedente, seppur di natura assai diversa, e anche in quel caso ci si interrogò sui possibili rimedi.

 

Nell’inverno del 1942-43, in conseguenza delle difficoltà della guerra, furono chiuse le scuole. Il ministro Bottai, sotto il cui controllo era rientrata qualsiasi attività radiofonica in ambito educativo, predispose un esperimento di «radioscuola»: al posto delle lezioni in classe, programmi radiofonici da ascoltare in casa (naturalmente solo per chi disponeva di una radio o per chi riusciva a organizzarsi con altre famiglie). Immaginate una barca senza remi. Sarà sbattuta di qua e di là dalle onde o dal vento. L’insegnante potrà costruire la barca, «ma i remi» – ammonisce il ministro Bottai nel discorso inaugurale rivolto agli studenti – «li dovete costruire voi… Ebbene, l’avete già capito, i remi sono, appunto, l’attenzione». Ma non c’è da preoccuparsi perché i ragazzi del 1942 sono «gente seria»: «non siete, forse, i figli, i fratelli, i parenti, gli amici dei soldati, che su vari fronti tanto seriamente combattono?».

 

L’idea di una programmazione radiofonica che fosse a servizio della scuola era in realtà nata una decina di anni prima con la creazione dell’Ente radio rurale che aveva il compito di portare notizie e consigli utili ai contadini e ai loro figli residenti nei più remoti villaggi. La radio entrava a scuola, ma molti maestri sembravano rimanere sordi alle seduzioni del nuovo mezzo. Le trasmissioni, oltre ad essere infarcite di dettami di dottrina fascista, soffrivano la zavorra di una tradizione retorico-umanistica, però c’era qualcosa di originale, almeno nelle intenzioni, nel voler mescolare scienza, educazione civica, musica, e nel tenere assieme il pubblico dei bambini e dei contadini adulti.

 

La radio italiana fin dalla sua nascita ha avuto un’attenzione particolare per i più piccoli. Elisabetta Oddone, una maestra montessoriana, già dal 1926, cioè solo due anni dopo l’inizio ufficiale delle trasmissioni, cura i programmi L’angolo dei bambini e Cantuccio dei bambini, con la messa in onda di tante novelle e storie dal sapore deamicisiano. Attorno alla radio possono sedere divertiti anche i bambini, ipnotizzati dalle magie dalla scatola sonora. Il problema è che i programmi per i più piccoli soffrono – ancor più di quelli per gli adulti – il peso dell’ideologia e della propaganda. Ecco allora che tra una favola sonora e qualche Pinocchio trasposto in musica, si ascolta la celebrazione degli eroi fascisti insieme alle virtù dell’aeronautica italiana. Eppure la radio italiana o in lingua italiana trasmessa da paesi stranieri – emittenti ascoltabili con buoni apparecchi e un’ottima dose di pazienza – sembrano, leggendo i palinsesti dei primissimi anni, delle scuole a cielo aperto: corso di francese, di inglese, di esperanto, di elettricità… L’educazione in tutte le radio del mondo è un campo d’azione cruciale. D’altronde far entrare la voce di un maestro, di un professore, di una persona che insegna (o la voce del padrone, per citare l’allora nota marca di grammofoni) in tutte le case contemporaneamente, abolendo le distanze, concretizza un’utopia. Utopia totalitaria ma anche democratica.

 

Il primo leggendario direttore della BBC, John Reith, sosteneva con convinzione che compito della radio pubblica era Information, education and entertainment. Queste tre parole sono state ripetute come un mantra per quasi un secolo e sono anche alla base della canonica tripartizione dei programmi del servizio pubblico. Walter Benjamin e Rudolf Arnheim, già agli inizi degli anni Trenta, erano convinti che occorresse però mescolare un po’ le carte, riuscire a educare divertendo e divertire educando. Il programma di intrattenimento doveva contenere implicazioni culturali non scontate e le trasmissioni educative non potevano che essere accattivanti. Nel dopoguerra le parole d’ordine informare, educare e intrattenere diventano anche in Italia il modello da seguire. Il divario con la BBC rimane grande, ma la voglia di rinascere e ripartire è fortissima e la radio ne diventa una delle più importanti interpreti.

 

 

Guido Gonnella, il ministro democristiano della Pubblica Istruzione, il 22 ottobre 1946 annuncia alla radio l’inizio del nuovo anno scolastico invitando ad avere fiducia nelle istituzioni e assicura l’impegno, anche del mezzo radiofonico, di combattere l’analfabetismo che riguardava allora sei milioni di persone. Comincia una vera e propria età dell’oro per la radio nella divulgazione della lingua italiana e della scolarizzazione, prima della televisione e quindici anni in anticipo rispetto al Non è mai troppo tardi del maestro Manzi. La radio per le scuole è un programma che va in onda la mattina, dalle 10.30 alle 11, offrendo rubriche studiate per i diversi livelli di istruzione, prima le elementari e poi anche le medie. Si organizzano concorsi e gare tra le classi per promuovere una partecipazione attiva degli studenti. Le scuole iniziano a munirsi di apparati di fono-diffusione. Pedagogisti, uomini di radio e qualche letterato si mettono al lavoro. Nei promemoria distribuiti ai collaboratori della Radio per le scuole si invitano gli autori a realizzare prodotti facilmente fruibili dai bambini. Per evitare le lunghe narrazioni monologanti, che riprodurrebbero l’approccio frontale e professorale della scuola, si spingono gli autori a prevedere forme di drammatizzazione con dialoghi pronunciati da poche voci e ben chiare. Il radiodramma nelle sue molteplici applicazioni (adattamenti di racconti, favole e fiabe) è la forma vincente e la produzione cresce esponenzialmente. La Compagnia di prosa della Rai di Firenze ha un ruolo decisivo nel gioco. Si pubblicano i copioni con l’avvertenza di seguire alla radio i testi e di prendere appunti, segnandosi la dizione corretta delle parole. L’educazione passa per le vie dell’intrattenimento. Per avere un’idea di quella stagione visitate il sito di Radio Techete che offre una gran quantità di prezioso materiale d’archivio fino a pochi anni fa inimmaginabile e che tra l'altro proprio a marzo ha dedicato - a cura di Andrea Borgnino con Silvana Matarazzo – una ricchissima settimana di programmazione alla rievocazione del La Radio per le scuole che potete ascoltare qui.

 

Antonio Santoni Rugiu, che dedicherà tutta la vita alla scuola e alla pedagogia, ma che in gioventù era tra i pionieri della radio come autore di «originali radiofonici», nel 1950 mette in guardia da queste nuove pratiche in un articolo dal titolo Sì e no della radioscuola («Radioquadrante», 1950): la radio nelle scuole può andare bene, ma solo con la collaborazione attiva e integrata dell’insegnante che rimane il «regista» assoluto del percorso educativo. La radio e la televisione non potranno mai sostituire il docente, ma potrebbero essere integrate con successo.

 

Tra le iniziative più riuscite si annovera il programma L’Antenna che dal 1954 al 1968 organizza incontri settimanali con i ragazzi delle scuole medie con la presentazione degli argomenti del programma didattico nel modo più coinvolgente possibile, con rievocazioni storiche, ricerche naturalistiche e curiosità anche extrascolastiche. Il programma, a grande richiesta, va in onda anche d’estate allo scopo di preparare gli studenti al nuovo anno scolastico. E poi c’è l’esperienza del centro di produzione della Rai di Torino che si specializza sia in una produzione creativa sperimentale (Pressburger, Quartucci…), attenta anche alle evoluzioni della tecnologia, sia in programmi per ragazzi, anch’essi costruiti in modo nuovo e moderno. Sono gli anni – tra i Sessanta e i Settanta – durante i quali a Torino nasce e si sviluppa l’animazione teatrale, che mette al centro la creatività del bambino in connessione stretta con un teatro che esce fuori dai luoghi deputati e invade la città, compresa la radio, che è attenta e permeabile a questa nuova spinta culturale.

 

Quando si parla della radio precedente alla riforma del 1975, si fa sempre riferimento all’atteggiamento paternalistico, eccessivamente pedagogico, paludato della Rai; e anche arretrato rispetto alla ‘rivoluzione’ apportata dalle radio libere, dal mercato privato e dall’emersione dei ‘giovani’. Eppure più passa il tempo – complice forse l’attuale diffondersi dei podcast che risponde anche alla richiesta di una qualità maggiore dei programmi radiofonici – e più appare necessaria una rivalutazione complessiva di una stagione culturalmente vivace, e molto più aperta di quanto si pensi, ai problemi e alle necessità di un paese in rapido sviluppo e meno succube delle ragioni prettamente commerciali delle future radio di flusso.

 

Oggi la radio, e più in generale il mondo dell’audio, con l’espansione anche della rivoluzione digitale, sembra vivere una nuova primavera. Se andate ad esempio sul sito di Radio 3 Rai si possono trovare tutti i programmi scaricabili. Una miniera di informazioni dalla scienza alla letteratura, dalla politica all’arte. Oggi, in queste giornate di clausura per il Coronavirus, la radio sembra avere un suono più splendente, come se rispondesse a richieste di affidabilità e di conforto, alla ricerca di un senso di comunità e di solidarietà (la comunità degli ascoltatori si rivela fortissima). 

 

Ma la radio, con le sue inscindibili piattaforme digitali, sotto questo aspetto può rispondere – supportata anche da insegnante o famiglia – alle richieste ‘di contenuto’ e in particolar modo a scopo didattico. Per fare due esempi, da Piccolaradio, a cura di Benedetta Annibali, «pensata per le bambine e i bambini e gli adulti a loro vicini» a Wikiradio, a cura di Loredana Rotundo con Antonella Borghi, Roberta Vespa e la collaborazione di Lorenzo Pavolini, almanacco della modernità condotto da esperti, si trova davvero tanto materiale di qualità per studenti, dalle elementari alle università. Andare a caccia di podcast nelle tante piattaforme che son nate negli ultimi anni può diventare una pratica divertente e istruttiva. E, come cantava Eugenio Finardi, “Quando son solo in casa / e solo devo restare / per finire un lavoro / O perché ho il raffreddore / C’è qualcosa di molto facile / Che io posso fare / è mettermi ad ascoltare (…) Con la radio si può scrivere / leggere o cucinare / Non c’è da stare immobili / seduti lì a guardare / e forse proprio questo / che me la fa preferire / è che con la radio non si smette di pensare”.

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