Salvarsi dalla dittatura del presente

Fine della tradizione, memoria senza storia, dispotismo del presente: la memoria subisce, nella contemporaneità, una profonda mutazione segnata com’è da una percezione sempre più distorta – e distratta – del passato. Parlo di mutazione, potrei dire cesura, determinata da una serie di vistosi paradossi che sembrano condizionare i moti contraddittori della memoria contemporanea. Avvertiamo anzitutto una caduta della nostra capacità di ricordare – il tempo di ieri è già un passato remoto, il nostro stesso passato è straniero a noi stessi – ma insieme sperimentiamo una tendenza ipertrofica della memoria a celebrare se stessa (è lo storico Charles Mayer a farlo notare).

 

Il passato anche quello prossimo ci è già estraneo ma le sue schegge ci raggiungono, compiacenti, dal video di casa: popola gli schermi cinematografici di ibridi mutanti, prolifera attraverso una letteratura iperbolica che vive del suo solo, incredulo, racconto. È una memoria, quella che ci invade nell’epoca – a detta di molti – del poststorico, in larga parte immemore del passato ma insieme incontinente. 

Spia di un tempo sofferente, la memoria contemporanea sconta i paradossi maturati nel cuore feroce della storia del Novecento: il ricordare-irricordabile proprio dell’esperienza limite della Shoah, il ricordare inseparabile dal suo stesso opposto, il dimenticare, negli usi virtuosi o meno dell’oblio. Costretta a fare i conti, quella memoria, con la fine dei Testimoni – le figure cruciali della memoria del 900 – e con la crisi dello stesso spazio pubblico, proprio della cultura della civitas, in cui si radicava tradizionalmente. Come si trasmette allora questa memoria implosa, dentro un tempo imperscrutabile, in grado di riconoscere solo la forma al presente della durata: per cui si è coniato addirittura un neologismo il Presentismo?

 

 

Sempre più la memoria, al riparo dal tempo in fuga e dal suo carico di irrimediabilità, tende a sedimentarsi – seguendo l’ermeneutica folgorante di Paul Ricoeur – nella forma di segni, tracce, rovine. A rinarrare il tempo attraverso lo spazio investendo di sé luoghi, edifici, oggetti. Come se, dispersa dall’incessante consumo di eventi che si cannibalizzano l’uno con l’altro, e, ancor più, dal flatus vocis dell’ininterrotto cicaleccio virtuale, la memoria cercasse rifugio nella tenacia della materia. Per farsi dimora, paese, paesaggio (Pierre Nora, Simon Schama, Jan Assmann). Disertando il deputato spazio celebrativo per privilegiare semmai gli scenari più ibridi della vita quotidiana. Adottando per lo più il linguaggio intimista, di sapore biografico, delle piccole cose, sempre comunque intriso di una qualità sentimentale, affettiva reperendo “qualcosa di noi” nel racconto di memoria. Offrendo ai ricordi – per parafrasare una espressione del testimone-scrittore israeliano A. Appelfeld “una tazzina di caffè”. 

Quasi che, smarrito ogni altro legame, solo il vocabolario delle emozioni ci consentisse di ricordare (Annette Wieviorka) gravando, col suo carico sentimentale, su edifici, oggetti, paesaggi del passato. Così che, in sostanza, è l’operazione affettiva a trasformare le superfici di per sé neutre dello spazio in luoghi memori.

 

Memoria come traccia, spazio che diviene luogo: del resto i ricordi non “abitano,” come si dice di consueto, i recessi più profondi della mente? Abitano o, secondo un’espressione più aulica “dimorano”. I luoghi della memoria (oggetto già in passato di un potente lavoro storico da Nora a Isnenghi) divengono a tutti gli effetti nell’era della fine del Testimone i nuovi Testimoni. Ma con quali parole parlano i luoghi di memoria oggi? Sempre con quelle dei sacrari della fede o delle lapidi dei caduti di guerra o ancora dei raduni di piazza o, infine, dei simboli della storia comune?

Anche i luoghi della memoria sono attraversati oggi da linguaggi più eclettici, mobili, in cui gli spazi della vita pubblica si sovrappongono a quelli domestici, quotidiani. Gli sguardi sul passato si fanno più riposti, protetti: spazi del dentro in contrapposizione al caos indistinto, neutro, del fuori. Questa precarietà tra fuori e dentro, vicino e lontano, è ciò che, per altro, contraddistingue, alle sue instabili fondamenta, la società liquida in cui viviamo immersi, sperimentando una violenta “crisi dell’esperienza dei luoghi” propria del vivere contemporaneo. 

 

Non a caso però, il rapporto tra memoria e luoghi si colloca oltre il raggio della sola indagine storica. Dell’immagine di un luogo, osservava già profeticamente Maurice Halbwachs, il più autorevole studioso della memoria sociale, si compenetrano i ricordi, quasi che lo spazio, sia portatore, di per sé, di un’autonoma capacità di ricordare. È nei luoghi investiti dei sentimenti del tempo che si libera con maggiore potenza la memoria, svelando i legami che ci uniscono, nelle parole del sociologo, a quelle impercettibili eppure vitali “società invisibili”. 

Il luogo di memoria è uno spazio aperto, il prodotto di un gioco in cui storia e memoria si sovrappongono surdeterminandosi a vicenda: un composto ambiguo, come ammette lo stesso storico Pierre Nora, l’inventore dei Luoghi della memoria, agli incroci tra passato e presente, fra prosaico e sacro, tra ricordo individuale e collettivo. È per sua natura dunque mutevole, non vive che della sua attitudine alla metamorfosi, entro un incessante rimescolamento di significati e simboli. 

 

 

Spazio, luogo, materia: nei luoghi, cantieri in cui si forgiano incessantemente i nostri ricordi, si consuma una memoria sovrabbondante quanto priva di parole. Con la storia inscritta tra le loro pietre, il paese o la valle narrano il racconto delle generazioni che si sono succedute. Sui muri di chiese, di palazzi, di fontane si conservano le tracce di gesti ripetuti: l’iscrizione di una lapide, il tratto di un ex-voto, i segni della devozione impressi sui marmi. E, per estensione, quell'intero orizzonte materiale degli oggetti consueti, un vecchio mobile o attrezzi da lavoro, da cui promani un'immagine di permanenza e di stabilità. 

Attraverso le superfici calde del ricordo, o per meglio dire del racconto di sé nel tempo, la memoria si fa spettacolo di un passato sempre più contiguo, quotidiano. Ricompone frammenti di un mondo sommerso eppure emotivamente ancora vigile: quasi a ricercare, nei segni concreti di antiche (e presunte) armonie invisibili, rassicurazioni sulla nostra incerta esistenza. 

La memoria, i luoghi del passato, li aiuta a rivivere, o meglio a sopravvivere nel nostro orizzonte. È il caso fortemente simbolico del borgo francese di Oradour sur Glane, evocativo della più “tradizionale” memoria di guerra, che si racconta proprio attraverso questa dimensione quotidiana, carica di emozioni, della memoria. Ancora una volta è “la macchina domestica” a tenere unite le emozioni, il ricordo di ciò di cui non abbiamo esperienza diretta: a farci condividere il passato attraverso mediatori universali, i borghi e le sue case anche quando non ci sono più, anzi proprio quando non ci sono più. 

 

Ecco la storia in breve. Il 10 giugno 1944, pochi giorni dopo lo sbarco in Normandia, i nazisti accerchiarono una cittadina del Limousin, Oradour-sur-Glane. Radunarono gli abitanti in piazza col pretesto di un banale controllo dei documenti. Rinchiusero le donne e i bambini in chiesa e vi appiccarono il fuoco. Gli uomini furono portati nelle grange, fuori dall’abitato, e poi fucilati. Morirono 642 persone: solo 6, di tutto il paese, riuscirono a porsi in salvo. Nel 1946, per decisione del presidente De Gaulle, il borgo sarà dichiarato Monumento storico. 

Le rovine del paese, che fu in gran parte distrutto e bruciato, sono tuttora visibili. Rovine (attenzione) che furono restaurate in forma di rovine: ecco (dalle foto) il profilo salvato delle case o di una macchina da cucire o le forme annerite di un cucchiaio. Sono i simboli di una esistenza nuda (nuda vita direbbe Agamben): resti di passeggini (bruciati in chiesa), giochi dei bambini, arnesi del lavoro agricolo (lasciati in mostra tra le rovine delle case), le casseruole di cucina (esposte in edifici senza tetto), che ricordandoci, appunto, di qualcosa di noi, ci fanno emozionare e ricordare.

 

È una memoria “perturbante”(homely e insieme unhomely) che si esprime attraverso gli stereotipi della vita intima, ancora in grado di trasmetterci i suoi umori oltre gli ormai flebili clamori della guerra. Attraverso codici linguistici esili e insieme universali che ancora decodifichiamo: l’insegna dell’olio Renault (Louis Renault, “collaborazionista”, morì in carcere in attesa del processo perché costruì carri armati per i tedeschi) condivide la stessa parete in pietra con l’insegna di un mestiere estinto: carradore, un artigiano che ripara i carri. O la sagoma panciuta dell’automobile del “dottor Desourteaux” tra i sopravvissuti, così lontana dalle geometrie aggressive delle nostre automobili. 

Parole e forme scomparse, cancellate non solo dalla violenza della guerra, anzi paradossalmente salvate, in chiave dichiaratamente propedeutica, proprio dalla violenza più terribile di guerra. Perché in gioco oggi, si può dire, è un’altra guerra inarrestabile: quella appunto col tempo. 

 

Uscito l’8 giugno sul “Corriere della sera” in versione ridotta.

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