Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

Il sentiero luminoso delle Albe

Abdicare all'abitudine del pensiero e dei sensi, al canone dei sentimenti, sacrificare la rassicurante simmetria della dialettica, consumare ogni energia in questa tensione verso l'ignoto, spendersi completamente, e quotidianamente, nell'esercizio di una rivoluzione spirituale; tendere gioiosamente, disperatamente, estaticamente, a uno stato di bellezza estrema, di indefinibile perfezione, di luminosità, di bontà; scegliere ripetutamente questa strada e bruciare continuamente lungo il percorso: è questo lo scandalo della vita dei santi e degli artisti.

Perché la “santità”, la scelta di perseverare nella pratica dell'umanità, è l'eresia eccellente in un tempo che rifiuta il concetto di irriducibilità, la densità perturbante del simbolo e dell'assoluto, in favore della chiarezza delle corrispondenze; che rifugge il buio e con esso la luminosità e la meravigliosa caducità del bagliore, per accogliere invece la luce permanente della logica trasparente.

 

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, nuovo bellissimo lavoro del Teatro delle Albe, con la drammaturgia e la regia di Marco Martinelli e l’interpretazione di Ermanna Montanari, è il racconto di questa eresia, la parabola di una scelta, di un percorso di avvicinamento a una condizione di “giustizia e verità”, di disciplina mentale, di attitudine etica, che si riferisce a questa donna eccezionale, simbolo della resistenza birmana, già premio Nobel per la pace, ma in fondo, più radicalmente, è la tensione mai appagata di chi si fa carico di immaginarne la vita per osservare meglio la propria; degli artisti, “santi in marcia verso un obiettivo irraggiungibile” come suggerirà la stessa Suu.

 

Bruciare completamente in una vita straordinaria vuol dire, in questa Vita, trascorrere vent'anni agli arresti domiciliari per costruire la pace nella propria terra, non veder crescere i figli, perdere l'amato marito senza potergli dire addio, sacrificare una esistenza felice per coltivarne in se stessa e nella sua patria un'altra, più alta, più difficile, “a dispetto dell'angoscia e della stanchezza che ci fa vacillare”, intendere la rivoluzione politica come impegno quotidiano per la rivoluzione spirituale, meditare incessantemente, come una mistica, leggere, studiare, soffrire la condizione di privazione della libertà senza però sentirsi mai in prigione davvero perché “essere agli arresti faceva parte del mio lavoro”.

 

Foto Enrico FedrigoliFoto Enrico Fedrigoli

 

Come si racconta una parabola come questa?

Come si racconta la vita dei santi. Per aforismi, per iperboli, per simboli, per ironie, per eccessi, per metafore, per rituali, con l'asciuttezza sintattica di un testo sacro e insieme con la ricchezza di registri di un racconto fantastico, con il grottesco, il de-forme, senza realismo, con altre forme, che dal teatro non ci aspettiamo quasi più, con militari-scimmie che sottopongono la ribelle con le orchidee fra i capelli a un interrogatorio surreale, con generali che ancora negli anni novanta si affidano alle previsioni di indovini e chiaroveggenti, con un rap birmano, con una giornalista di “Vanity Fair” esageratamente caricaturale, con un universo popolato da fantasmi, con la presenza ricorrente di un giovane Bertolt Brecht alla cui dialettica, alla cui logica meccanicistica che sembra disattivare ineluttabilmente il potenziale della bontà umana, si oppone l'assolutezza, la radicalità della scelta.

 

Oltre l'ordinaria logica, dunque, Suu ha la schietta bidimensionalità di una icona, l'azione che si sviluppa è in senso completamente verticale, interiore. Non ha contraltari esterni, le contraddizioni e le resistenze si consumano e si risolvono solo dentro di lei, nei suoi soliloqui, nei suoi dialoghi con un geco compagno della sua detenzione, e con i Nat, i fantasmi della sua infanzia, le uniche entità che hanno il potere di minare il suo equilibrio interiore, gli spiriti che spaventavano la Suu bambina e che ha imparato da adulta ad accogliere con serenità.

 

Enrico FedrigoliFoto Enrico Fedrigoli

 

Coerente con quella continua tensione che abita e caratterizza ogni lavoro del Teatro delle Albe, Aung San Suu Kyi è nello stesso tempo in questo mondo e fuori da esso, una politica e una sciamana, collocata nella dimensione della polis e in quella dello spirito, con un destino inscritto nel nome “del padre e della madre e della madre del padre”, eppure libera di scegliere. La struttura della sua scandalosa bontà è esattamente a metà tra l'amore perfetto del Buddha e il bene terreno che le ha insegnato la madre. Rivoluzionaria prima ancora di pronunciare la sua prima parola, da bambina, là dove ogni cosa ha inizio, quando ancora “io sono noi, e canzoni lontane sull'acqua e carezze del vento”, informata alla struttura del sentire della famiglia, della terra, del tempo in cui è nata, e diversa, discreta, separata, unica – e dunque universale – come ogni essere umano.

 

Da un lato del palcoscenico, dunque, un ritratto del padre, un politico integerrimo, combattente per la democrazia assassinato poco dopo essere diventato presidente, quando Suu aveva solo due anni; dall'altro una pila di libri, quegli oggetti di carta che “ci infettano, ci bruciano in testa”, che contengono le parole di uomini che prima di noi hanno pensato i nostri stessi pensieri, inneschi delle nostre più intime rivoluzioni, catalizzatori del coraggio di scegliere. Nel finale, al momento della liberazione, Suu sale proprio sulle due pile di volumi in proscenio; tra le mani il ritratto del padre: ciò che lei era prima di aver letto una sola pagina di quei libri e che sarà sempre oltre, e accanto, a ogni libro che leggerà.

 

   Enrico Fedrigoli

Foto Enrico Fedrigoli

 

Una Vita così, dunque, si racconta con il teatro.

Con le luci di taglio di Francesco Catacchio ed Enrico Isola, che attraversano la scena per lampi fugaci e che Ermanna Montanari-Suu deve guadagnarsi ogni volta, con quelle sue stesse mani con cui prova a trovarle e trattenerle, per prendervi respiro. In quella Birmania inventata in uno spazio astratto costruito attraverso pannellature e proiezioni in cui il biancore dei monsoni ovatta e insieme fonde gli squarci d'oro delle pagode, l'ocra della terra, il rosso, il viola, il bronzo, il colore denso delle pietre dure, dei rubini e dei marmi e delle giade della pagoda di Shwedagon – luogo più sacro della Birmania in cui Suu tiene il suo primo comizio – e del fango, delle foreste verdi, del legname, il nero del buio delle notti.

 

Con le sonorità metalliche di Luigi Ceccarelli, indizi di sacralità e cinico stridore di sbarre. Con quella bocca grottescamente vorace del generale Ne Win di Roberto Magnani che divora una prugna sputando parole, e che sembra ingigantirsi di fronte ai nostri occhi, fino quasi a superare nella nostra memoria immediata quella in scala enorme dell'immagine del militare proiettata sul fondo.

Con la voce e la postura lieve della giovane cameriera birmana Myat Thu di Alice Protto, minuta, bellissima di una bellezza orientale. Con il generale Saw Maung di Massimiliano Rassu, che inventa al suo personaggio un linguaggio estremamente efficace dicendone la spregevolezza e la corruttibilità per il tramite di una sguaiata irrequietezza fisica. (I tre bravissimi attori, con una incursione scenica di Fagio, si trasformeranno via via in tutte le figure che popolano il paesaggio reale e psichico di Ermanna Montanari-Suu).

 

Enrico FedrigoliFoto Enrico Fedrigoli

 

Ma soprattutto con il corpo e la voce di Ermanna Montanari, straordinaria autrice di un diagramma gestuale e vocale arbitrario, creato dal nulla, che sprigiona miracolosamente un significato universale. Fasciata in colorati costumi birmani, su sandali con zeppe alte, si costringe a una significante rigida compostezza, anche nei momenti di dolore più intenso. Non potrebbe dire meglio la lacerante sofferenza per la morte del marito Michael, in quelle notti senza oro che il coro stesso non sa raccontare, che con lo svenimento che costruisce con la stessa innaturale eleganza con cui svengono le sante nell'iconografia religiosa. Né il suo racconto della strage di Rangoon dell'8 agosto del 1988, di tutti quei morti e quei feriti, di quella bambina sbalzata in aria da una camionetta “come un palloncino” potrebbe sconvolgere di più lo spettatore di quanto riesce a fare con il dolore muto compresso nella sua voce che non esplode mai.

 

La somiglianza con Aung San Suu Kyi è sconvolgente, eppure essa, proprio come accadeva per la “Tonina” che interpretava in Pantani, non si traduce mai in istanze di verosimiglianza. Ermanna Montanari è un attrice-segno, la sua voce, la sua figura, la sua presenza, aggiungono un significato altro al significante del personaggio. Non racconta la vera Aung San Suu Kyu, ma quella che si è immaginata con Marco Martinelli e i suoi compagni di scena; quella istanza di perfezione indefinibile, quell'incedere attraverso e verso un sentiero luminoso, nel senso di un miraggio etico umano e artistico allo stesso tempo, che è di Suu ma soprattutto sua (e loro), e che può rendere in qualche modo visibile solo agendo in forza di un accerchiamento di una figura altra, visibile, lontana, diversa da sé. Per scoprire, in fondo, che la Birmania, Aung San Suu Kyi e la sua scandalosa bontà sono più vicini che mai.

 

In scena al teatro Rasi di Ravenna fino al 14 dicembre

Foto Enrico Fedrigoli

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO