Si! può! fare! (un nitrito per la poesia)

Se uno di loro è assente due, tre, cinque giorni e chiedo che ne è di lui nessuno ne sa niente. Ma come? Siete compagni e non volete neanche sapere se sta bene? Se è scappato di casa? Se è in ospedale. No. Nessuno si frequenta di pomeriggio o nel week-end, e solo qualche maschio ha il suo piccolo branco con cui fa la ronda al massimo per alcuni isolati del quartiere. «Professore, cosa ha fatto durante le vacanze di Natale?». Ve lo dico soltanto se poi dopo anche voi mi dite cosa avete fatto. Mariella è andata a Milano: bene, cosa hai visto? «Niente». Come niente? «Eh sono scesa alla stazione e ho cominciato a camminare». Hai visto negozi, musei? Sei andata a vedere le vetrine di via Montenapoleone? «No, giravo.» Aurelia è andata in montagna due o tre giorni: non c’era un fiocco di neve, tranne quelli sparati dai cannoni sulle piste da sci. «Ho fatto qualche camminata». La maggior parte di loro è stata a casa, andava a letto tardi, e crollava con lo smartphone sul naso nella cameretta. E la mattina dormiva ad libitum: «Io mi alzavo sempre a mezzogiorno!». Nessuno è tornato al paesello, né al Nord, né al Centro, né al Sud, né tanto meno in Romania, Moldavia o Egitto o Tunisia o Senegal o Ghana.

 

Samir dice che quando a Capodanno è scoppiata (letteralmente) la mezzanotte lui è uscito con due o tre amici: uno di loro aveva l’iPhone X, e si è avvicinato un gruppo di giovinastri che hanno chiesto l’iPhone (tentativo di rapina, direi); l’amico ha detto no. Si è preso un pugno in faccia, e quegli altri sono scappati. L’amico steso a terra abbracciava l’iPhone X che non aveva consegnato ai ribaldi; hanno chiamato il 112. Quando la pattuglia è arrivata e ha visto il piccolo branco di giovanotti di origine maghrebina, e uno di loro con il naso sanguinante steso sulla schiena e le gambe in su appoggiate a un muro per recuperare lo svenimento, hanno detto: «Raga, ci state prendendo per il culo? A voi, volevano rubare?». Però alla fine hanno registrato la denuncia per aggressione. Sanno chi sono, è una banda che gira nel quartiere.

 

 

Ah, cosa ho fatto io durante le vacanze? Ho sgombrato la scrivania da tante scartoffie di cui dovevo occuparmi. Andavo a letto tardi e mi svegliavo riposato… guardavo serie tv… leggevo libri… Voi avete letto qualcosa? Silenzio di tomba. Saleema ha detto che sta leggendo il libro che le ho prestato: Canto di Natale di Charles Dickens, che avevo portato a scuola per consigliare questo bel personaggio dell’avaro di cuore e di spirito, il signor Scrooge, buono per tutte le stagioni. Saleema leggeva: a Natale, poiché la sua famiglia è islamica, sono andati a letto alle 22. 

Vi avevo chiesto di leggere le quattro poesie di Pascoli che sono sull’antologia: le avete lette? Silenzio di tomba. Bene, le leggiamo ora. Pioggia, Il vespro… E mentre parlo nella testa mi rimbomba una ossessione: come potrà mai interessare a ragazzi che vivono così un mestiere letterario quale quello di Pascoli? Spiego loro che la poesia è una musica, che i Greci la cantavano accompagnati da una cetra, ovvero un’antenata della chitarra.

 

Loro non cantano più canzoni accompagnati dalla chitarra, perché il Sessantotto e il Settantasette sono morti. Ecco, quando cantate Tran tran di Sfera Ebbasta voi state cantando poesia: 

Chiedono: Come va? Come va? Come va?
Ma noi non cambiamo mai, no, mai, no, mai
Qua è sempre il solito tran tran

 

Non puoi parlare dei miei contenuti, fra', non hai l'età
Che barba, che noia, che cantilena

 

https://www.youtube.com/watch?v=tU_KbOs8w2o

 

Un cantautore scrive poesia per musica, e la canta. Non sanno chi siano i cantautori: De André è morto l’11 gennaio di 20 anni fa e non sanno chi sia. Mogol ha riparlato di Battisti in televisione, ma non sanno chi sia Battisti, morto 21 anni fa. Il rap sì, le canzoni sì. Ascoltate la poesia di Giovanni Pascoli: il suo contesto non era urbano come il vostro, era la campagna; e lui faceva suonare uccellini, e tuoni, e gocce di pioggia e raganelle. Questa è la superficie di Pascoli, la sua è una pittura del paesaggio, un pittore dipinge un quadretto con la neve sui campi, lui la (de)scrive con gli endecasillabi e le rime. Sanno cosa sono gli endecasillabi! «Undici sillabe!», dal greco. «L’endecasillabo l’ha usato Dante Alighieri nella Commedia, lo abbiamo studiato l’anno scorso». Oh meravigliosa gratitudine per te, collega dell’anno scolastico 2017/2018!

 

E apprezzano le rime onomatopeiche: badia/via, e quando mi esalto per compagnia/accompagna/campagna/campana capiscono l’arte che si disciplina nella maestria della tecnica. Ma a loro, come Arbasino nella memorabile intervista impossibile del 1974 a Pascoli, sembra una cosucciola questo tintinnare di gocce e gracidar di raganelle.

 

https://www.youtube.com/watch?v=weORCtAdAPY

 

Devo arrivare al Pascoli subacqueo di cui ho parlato tracciando lo schema alla lavagna (i miei schemi li copiano, e sto pure reimparando a disegnare! Nella lezione di Geografia, per spiegare la Corrente del Golfo, ho tracciato una bella silhouette di penisola iberica, Bretagna e Normandia). Ora che abbiamo visto Pascoli paesaggista di sensi avviciniamo il Pascoli segreto, a quello che – come vedrete – ai sensi del paesaggio aggancerà le sue emozioni profonde, dolore e calma consolatrice.

Parlottano, ridacchiano, e allora mi indigno. Io l’avevo detto: toglietemi tutto ma non il nostro “ambiente di apprendimento”! Con voce tonante lancio l’invettiva: non vi interessa ciò che dico? Non vi interessa ciò che leggiamo insieme? Dormite! Ma boicottare il mio impegno, questo non ve lo concedo! Silenzio. 

La cavalla storna. A me non è mai piaciuta La cavalla storna. «Perché?» Perché la trovo una filastrocca narrativa piagnucolosa. Sono sempre interessati alla condivisione di un vissuto.

 

Allora mi tornano simpatici. Sentite che c’è un ritornello? Non ci sono forse ritornelli nelle canzoni che avete cantato l’ultima ora prima delle vacanze? O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna! D’ora in avanti intoniamola tutti insieme! Ridendo questa volta per qualcosa che condividiamo dirigo il coro ad ogni ritornello (ci sentirà il vicario, ma pazienza). E decido di fare comedy: Disse un nome… Sonò alto un nitrito. E io nitrisco! Ridono. Mi fanno una domanda, e io rispondo Sììì nitrendo. A quel punto posso introdurre il tema del dolore per l’assassinio di suo padre. Lavandare mi permette di parlare di canzone popolare e di quelle lunghe cantilene, di cosa accadeva alle ginocchia di quelle povere contadine che lavavano i panni lungo i ruscelli, inginocchiate nel freddo e nell’umido, gonfiandosi le articolazioni, gonfiandosele di dolorosi reumi e artriti… “ecco perché si diceva “il ginocchio della lavandaia”. Questo era nell’era prima delle lavatrici, prima degli anni Sessanta e della rivoluzione consumistica di cui vi ho parlato.” 

 

Quando avvertono umiliazioni, ingiustizie, mi ascoltano. E prima della campanella sfondo su La mia sera, sul simbolo (dal greco, “mettere insieme più cose in un disegno o in un concetto”: questo lo hanno capito); sul paesaggio visto che diventa segno dell’emozione profonda sentita: memoria, inconscio. Don… Don.. E mi dicono, Dormi! Là voci di tenebra azzurra mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era… sentivo mia madre… poi nulla… sul far della sera. Sentite questa regressione all’infanzia? Questo stropicciarsi nella cuccia per non soffrire più e calmarsi e dormire? Lo sentono.

 

https://www.youtube.com/watch?v=yay1KbNc7GE

 

E quando il Don! Don! diventa Driiiiiiiiin! lancio la sfida: chi studierà a memoria una poesia di Pascoli, e ce la reciterà facendocela capire, avrà un 10 tondo di orale. Se non sarete perfetti, non avrete un voto.

Saleema si alza e viene alla cattedra. Vuole imparare a memoria Lavandare. Lei che è di origini maghrebine, lei così caruccia e ancora tanto bambina nonostante i suoi 13 anni appena compiuti ieri, lei che è certificata BES, ovvero rallentata da Bisogni Educativi Speciali, lei ha accettato la sfida; e io ho alzato alto il mio nitrito interiore per la stanca materia rianimata: Si! può! fare! 

 

13 gennaio 2019

Eugène Boudin, Laveuses au bord de la Touques (1885).

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