Torino

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

1959. “Nessuno si aspettava il successo che a Torino hanno incontrato la Mostra della Deportazione e i due successivi colloqui che hanno avuto luogo nei locali dell’Unione Culturale a Palazzo Carignano. Non solo i giovani, ma particolarmente i giovani cercavano di sapere, e insieme di avere un contatto umano; dalle domande che hanno formulato, era evidente il loro bisogno, non solo di informazione sui fatti, ma di una penetrazione più profonda nell’intrico (non solo per loro oscuro) del perché e del come. È stato forse necessario che passassero quindici anni, mezza generazione, perché in questi contatti si potesse trovare il tono giusto; ma ora, il tempo è maturato, non è più ora di tacere. Ci auguriamo che questo così lungo e innaturale silenzio sia definitivamente rotto”. 

Questa è parte di un articolo scritto da Primo Levi, appunto nel 1959, e intitolato, non casualmente, “Miracolo a Torino”.

Lavoravo alla Rai dal 1954, e, avevo 26 anni contro i 39 di Primo. Alla RAI mi ero fatto alcuni amici, colleghi giovani e in carriera come speravo di me. Uno di essi, vista per caso la Mostra, passò la voce agli altri: vennero poi tutti alla porta del mio ufficio per dettarmi l’ordine truce di uscire subito nel corridoio. “Eccomi!”

Poi cominciarono a piovermi addosso le loro domande: “Come è potuto avvenire questo?”, “Perché i nazifascisti hanno sterminato gli ebrei?” ... Avevo già conosciuto Primo Levi nel 1945, quando la mia mamma e io ci eravamo recati a casa sua per sapere se lui avesse visto qualcuno dei nostri parenti che non erano più tornati: come gli altri pochi reduci non aveva visto nessuno. E solo in seguito sapemmo il perché: quasi tutti erano stati assassinati con i gas all’arrivo.

Erano, in quel corridoio della Rai del 1959, le stesse domande a cui rispondeva Primo Levi a Palazzo Carignano, le stesse alle quali rispondo da più di 60 anni: ancor molti giovani fanno oggi domande, ma il mondo è divenuto vastissimo, la maggior parte delle persone non chiede più nulla del passato e del futuro. Tutto è cambiato e si è fatto confuso e incerto e sono sparite le speranze.

Quando Primo Levi affermava nel suo articolo: “… ma ora il tempo è maturato, non è più ora di tacere.”, non si accorgeva che una causa dell’interruzione del silenzio era proprio: Se questo è un uomo. Che era stato pubblicato (alla buon’ora!) da Einaudi editore in Torino nel 1958, perché stava finendo il periodo del silenzio. E anche il libro aveva fatto finire il silenzio. A Torino dapprima, ma poi dovunque.

Torinese, ebreo, laico: per comprendere Primo vanno percorsi questi tortuosi sentieri di montagna.

 

Nella desolazione mortale di Auschwitz, in “Se questo è un uomo” Torino è il luogo dell’identità così amata e perduta. Perduta, ma non del tutto e non per sempre: la rievocazione della “febbre degli esami” all’Università gli riaccende la mente e la memoria che lo salvano quando vince (dieci a zero) l’esame iniquo con il gelido chimico nazista di Buna-Monowitz… Torino è il luogo dei giorni di scuola e trascinare, con l’aiuto di Pikolo, la carretta della zuppa della fame programmata nel fango di Auschwitz, diventa un nuovo, assurdo esame, e dagli anni del Liceo Classico sgorga il canto di Ulisse della Commedia di Dante: conoscere è sopravvivere. Ma quando “la montagna, bruna per la distanza”, il monte lontano, e sconosciuto di Ulisse e della sua ciurma, gli fa apparire nella mente le Alpi, buie all’orizzonte della sera, della sua Capitale Subalpina, viene travolto dal turbo nell’oceano della nostalgia.

In La tregua, Torino diventa il punto d’arrivo nel viaggio verso la lontana normalità: il 25 aprile 1945, sui giornali di Katowice, città industriale polacca, riesce a leggere solo la parola “Torino” della Torino del giorno della Liberazione, dell’ordine di “insurrezione generale” contro il nemico nazista occupante e il suo servo fascista. Sempre a Katowice una eroica negoziante tedesca antifascista non comprende che cosa possa significare “ebrei di Torino”, cioè la normalità perduta, ma, quando sente “Ebrei di Auschwitz”, assidua e sconvolta prontamente li soccorre.

Giunto finalmente a casa, invece della sua città, si accorge di com’è ridotto lui: “Ero gonfio, barbuto e lacero, e stentai a farmi riconoscere”. Come Gulliver, al ritorno da Brobdingnag, che si chinava per passare sotto le porte sentendosi divenuto un gigante, l’io miserando del reduce dal Lager non è commisurato alla città: “Solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo come per cercarvi qualcosa da mangiare, o da intascare presto e vendere per pane...”.

Terminano qui quelli che ardisco chiamare “I viaggi di Primo Levi”: Se questo è un uomo e La tregua. Le assonanze con Jonathan Swift vanno estese alla terrificante satira: Una modesta proposta, nella quale Swift protesta contro la miseria della sua Irlanda proponendo di mangiare i bambini ben nutriti e ben cucinati. 

 

Il fascino dell’epoca di pace e speranza, la novellistica fantasy della Torino del dopoguerra, guidata dal suo amico Italo Calvino, fa nascere Storie naturali, che, per il pudore di disvelare la sua permanente qualità di Profeta laico, pubblicò con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, tratto da una insegna di negozio vista per strada a Torino. Malabaila vuol dire in piemontese “cattiva balia” e qui ricordo la “grama lavandera” (la lavandaia incapace) di Fruttero e Lucentini. Sospetto che perfino “Gulliver” possa significare qualcosa in gaelico.

Nelle Storie naturali, Torino appare una sola volta, nel racconto “Cladonia rapida”.

La Cladonia rapida è un parassita delle automobili, un lichene degenerato che aggredisce sulle prime la carrozzeria dei veicoli ma poi con grande rapidità invade gli organi interni dell’autoveicolo infettato. Il primo a diagnosticare il grippaggio acuto e simultaneo dei quattro cilindri del motore è il titolare di un’autorimessa di Torino, un certo signor Voglino. Si scoprono altre caratteristiche delle auto, come, ad esempio, la loro differenziazione sessuale. Proprio a Torino si sono imposte, contro ogni logica apparente, le forme “il Millecento” e “La Seicento”: la Cladonia rapida è una malattia venerea? Sono in corso studi approfonditi alle linee di montaggio della FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino).

Il signor T.M., all’occuparsi dell’anamnesi della vettura, notò che essa, ogni volta che si avvicinava all’incrocio di corso Valdocco con via Giulio, rallentava sensibilmente e tirava a destra; non manifestava invece irregolarità di comportamento in alcun altro punto della rete stradale …”.

“È di pochi giorni addietro l’osservazione di Beilstein che ha potuto dimostrare e fotografare tracce evidenti di tessuto nervoso nella tiranteria dello sterzo della Opel Kapital: tema che ci ripromettiamo di trattare diffusamente in un prossimo articolo”.

 

 

Il racconto, umoristico, è anche inquietante: le macchine del secondo dopoguerra erano già dotate di intelligenza artificiale? Peggio, già malate di mente? Afflitte da un’epidemia?

Dunque Torino, la capitale dell’auto italiana, avrebbe potuto avere lo stesso destino di Detroit, la capitale dell’auto americana? Nella mia prima giovinezza, quando bussavo per lavoro a ogni porta dell’industre città di Torino, non mi passò mai per la retrocamera del cervello di chiedere un impiego alla FIAT, con tutto il rispetto per la famiglia Agnelli, e per l’Amministratore Delegato Valletta…

È con i racconti di Il sistema Periodico che tutti i nodi debbono venire al pettine: ogni racconto porta come titolo uno degli elementi della Tavola Periodica di Mendeleev, ma il lettore viene avvertito che il libro non è un testo di chimica, e infatti non lo è: non solo Primo ha scelto esclusivamente gli elementi che in qualche modo lo riguardavano, ma non ha neppure rispettato l’ordine della Tavola. Sono dunque allusioni metaforiche? Talvolta molto di più, come vedremo.

 

Torino è al centro di una serie di vicende che si riferiscono al Piemonte, che, più che una Regione, appare come un intero universo di miniere, industrie, lavoro, procedimenti scientifici, storia, fascismo, antifascismo, minacce di guerra, Leggi Razziali, antiche storie e leggende di famiglia, dialetto ebraico-piemontese inteso come lingua umoristica, umani alla conquista del mondo e alla conoscenza della propria identità. Poco per volta il lettore si convince che Il sistema periodico sia una sorta di autobiografia, ma, giunto al termine della raccolta, con l’elemento “Carbonio” Primo Levi si esprime così: “Si può dimostrare che questa storia, del tutto arbitraria, è tuttavia vera. Potrei raccontare innumerevoli storie diverse e sarebbero tutte vere: tutte letteralmente vere, nella natura dei trapassi, nel loro ordine e nella loro data”. Non sarà che ci abbia fatti entrare di soppiatto nel mondo probabilistico dei quanti, le particelle elementari della struttura dell’atomo? E l’atomo di carbonio sappiamo che è all’origine della vita del nostro Pianeta.

Gli atomi appunto (quasi) indivisibili, (quasi) ideali come luoghi geometrici senza dimensioni. È un punto di Carbonio, con la scaglietta di grafite premuta sulla carta dalla matita, il punto e basta ortografico che ci lascia nello spazio del nulla privo di semantica, grammatica, sintassi, ortografia, narrazioni… Restiamo muti, soli, fuori da un mondo che ci era sembrato anche il nostro, restiamo di “petrifio”, come diceva la mia, di mamma, in qualche dialetto ebraico-veneto dell’Italia dell’Est.

La chimica di Primo assomiglia, penso io, alla scala del sogno di Giacobbe, percorsa in su e in giù dagli angeli-messaggeri. Ma non porta al Paradiso, non porta a Dio, tenta di condurre alla inafferrabile realtà: Primo è torinese, è ebreo, ma non è religioso, almeno non nel senso normale della parola. Proprio come me.

 

La scala che immagino essere di corda a pioli, comincia con l’Argon, dai gas inerti, chiamati anche nobili, che in greco significano: “Il nuovo”, “Il nascosto”, “L’inoperoso”, “Lo straniero”. Erano gli antenati, quei gas, giunti in Piemonte attraverso la Provenza. Si erano stanziati in varie località senza mai superare, anche nei periodi più floridi, la condizione di una minoranza estremamente esigua. Piemonte, Torino, la patria tanto amata, la patria ideale è adottiva…

Non so più dove, non ho il tempo di cercarlo, anzi, l’ho trovato: “Gli ebrei torinesi, di lontana origine provenzale e spagnola, non hanno mai subito apporti consistenti da altre regioni. Infiltrazioni sì, in varie epoche, come attestano alcuni cognomi di provata origine tedesca (Ottolenghi, Luzzati, Morpurgo, Diena, e, ovviamente, Tedeschi)”. Precisa inoltre che, in Piemonte, non sono arrivati ebrei del Nordafrica o di Regioni asiatiche.

E invece sono arrivato io, di cui lui, nei nostri rapporti, ha percepito solo l’origine tedesca di mia madre, che, da nubile, era appunto una Tedeschi. Zargani, invece, è un cognome arabo (anche). Su GOOGLE ho perfino scoperto uno Zargani estremista islamico di Bagdad… Quanto era meglio, scappando dalla Spagna nel 1500, passare dalla Provenza invece che dal Maghreb!

Del resto anche Primo osservava un fenomeno assai curioso: gli ebrei yemeniti sono identici agli yemeniti non ebrei. Dato che gli ebrei non praticano il proselitismo, non può che trattarsi di un fenomeno particolare che chiamo con brutale approssimazione “le bisavole scostumate”. Si tratta comunque di problemi del DNA.

 

Ho trovato nell’edizione scolastica de Il sistema periodico, un’indicazione preziosa per vedere in 3D il pensiero laico e nel contempo spirituale di Primo Levi: “L’analisi qualitativa insegna a riconoscere quali elementi chimici sono presenti in un solo campione. La frase che segue ricorda l’iscrizione che si legge sulla facciata della Sinagoga di Torino: Entrando nella Casa di Dio, rifletti ai tuoi passi. Al suo ingresso nel laboratorio di chimica, l’Autore ha la sensazione di penetrare in un luogo sacro”. Della religione ebraica restano impressi nella mente di ogni ebreo, anche di quelli più lontani dall’osservanza, i doveri morali, i valori, gli scopi della vita. Almeno si spera.

Levi, del resto, legge, come nelle pagine di un libro religioso, i muri della sua città: “Gli austroungarici nella Prima Guerra Mondiale furono concentrati in un campo, sì, in un Lager, vicino a Torino. La maggior parte erano morti di spagnola, e infatti ancora oggi i loro nomi esotici, nomi ungheresi, polacchi, croati, tedeschi, si possono leggere su un colombario del Cimitero Maggiore, ed è una vista che riempie di pena al pensiero di quelle morti sperdute…”;

 “L’edificio…che ospitava l’Ospedale Maggiore di S. Giovanni Battista, non è un luogo ameno. Le sue mura vetuste e le altissime volte sembrano imbevute dei dolori di generazioni; i busti dei benefattori, che fiancheggiano le scale, guardano il visitatore con l’occhio senza sguardo delle mummie”. 

Ecco invece un brano tratto dal mio romanzo Per violino solo, che ricorda di quando, nel 1943, l’Ospedale era ancora funzionante:

 

“L’ospedale è un’imponente costruzione barocca che non ha nulla di mediterraneo; l’interno, maestoso, è cristiano nel senso più lugubre: le corsie per gli ammalati hanno la pianta di un’immensa croce e, alla congiunzione dei bracci, sopra un altare disadorno, domina una croce di legno nero, alta fin quasi a toccare i funerei lucernari. È stato concepito come tempio del dolore e dello spegnersi mesto dell’identità umana. Immense finestre illuminano di luce bianca la cattedrale della malattia”.

Nella scienza esperimenti differenziati (quello di Primo Levi e quello mio) convalidano l’accertamento di un dato fenomeno: è assodato, il S. Giovanni Vecchio di Torino fu costruito nel ‘600 con lo scopo preciso di toccare proprio le corde atonali dei più tristi sentimenti degli uomini.

La chiave a stella fu considerato dalla critica nazionale, quando apparve, una sorta di romanzo-affresco della classe operaia di Torino.

In alcune interviste Primo Levi spiegò che il suo operaio specializzato Faussone, non era un personaggio reale, ma probabilmente, non venne creduto, anche perché, in altre interviste, disse che era il suo alter ego.

 

Del resto tutti i personaggi di qualsiasi autobiografia, compreso l’autore, sono immaginari. Rappresentano cioè quel che noi crediamo di pensare degli altri, e anche di noi stessi (guardate agli autoritratti di Rembrandt, o quelli di Bacon). Le fotografie, se esistono, costituiscono una attestazione solo apparentemente veridica di ciò che pensiamo di credere.

 Era l’epoca, una delle epoche di Claude Lévi-Strauss, uno dei ritorni all’antropologia, e nessuno si avvide, forse, che nel romanzo, se c’era una persona vera, questi era l’autore che però nascondeva se stesso per non inquinare i racconti dei “selvaggi” che stava studiando sul campo.

Faussone rappresenta nel romanzo antropologico l’alto popolo degli eroici operai di Torino che, armati di chiave a stella, avanzano battaglieri nella sterminata giungla dei procedimenti industriali, delle fabbricazioni sperimentali, delle catene di montaggio in fase di realizzazione…

Sa tutto Faussone, ma sa anche di non sapere, combatte alla Lancia di Torino, come alla Zigulì di Togliattigrad, o in India. È infelice perché proietta l’alta coscienza che dovrebbe avere di se stesso, e che non ha, nella titubanza sulla moglie ideale, che non riesce a trovare. Fra le tante ragazze, sgarzole o virginali, che potrebbe scegliere, non si sa orientare. Spero che non venga considerata alla stregua di un gossip l’ambivalenza, in questo caso, Levi-Faussone.

Ecco Faussone, alla fine del romanzo, nel ruvido addio al Primo Levi che non vuol più fare il chimico:

Ma doveva seguire un suo filo di pensiero perché, dopo un lungo silenzio, mi ha detto: ‘Così lei vuol proprio chiudere bottega? Io, scusi sa, ma al suo posto ci penserei su bene. Guardi che fare delle cose che si toccano con le mani è un vantaggio; uno fa i confronti e capisce quanto vale. Se sbaglia, si corregge, e la volta dopo non sbaglia più. Ma lei è più anziano di me, e forse nella vita ne ha già viste abbastanza’”.

 

Faussone si esprime in italo-piemontese, la seconda lingua, dopo l’ebraico-piemontese, raccontata da Primo Levi.

L’ebraico-piemontese è certamente umoristico, sia nel senso che possiede, congiunto, lo humour ebraico e quello piemontese, sia nel senso che fa proprio ridere quando lo si ascolta.

L’ebraico vero e proprio ha una consonante che è la gutturale aspirata: provate a inghiottire un grosso pezzo di pane dicendo nel contempo gna gna. Forse per la sua difficoltà di pronuncia si è trasformata nell’ebraico moderno in consonante muta, come l’h in italiano, mentre nel dialetto ebraico-ispanico, si è trasformata in n : “Naina lo caprecico…“ dice una famosa canzone di Pasqua. Naina, e non aina. Il caso ha voluto che la gutturale aspirata esistesse per conto suo nel dialetto piemontese, cosicché quello ebraico-piemontese riesce a far ridere anche gli ebrei di Gerusalemme perché sembra un parlare remoto dei tempi della Bibbia.

 

La terza lingua esaminata da Primo Levi è il piemontese vero e proprio che lui sostiene con un certo humour essere direttamente derivato dal latino, mentre Dante Alighieri, per parte sua, afferma nel De vulgari eloquentia che il piemontese non ha alcun rapporto con quello che si sarebbe poi chiamato italiano e che è il peggior dialetto che lui abbia mai sentito (citazione a memoria approssimativa).

Primo Levi aveva una sorella, ancora più fine e minuta di lui, e ne parla nel racconto “Il mitra sotto il letto”, che mi ha convinto che una delle più grandi deprivazioni di questo nostro eroe dell’antifascismo è stata quella di non sentire sulla faccia il vento di gioia e di gloria della insurrezione del Nord Italia.

Al tempo della Repubblica di Salò, mia sorella era staffetta partigiana…doveva stare perennemente all’erta e cambiare spesso residenza…Era una ragazza aliena dalla violenza; tuttavia, nel giugno 1945, aveva un mitra Beretta nascosto sotto il letto. A domanda mi dice che non ricorda più da dove venisse e a quale banda fosse destinato. Forse gli occorreva una riparazione, poi era semplicemente rimasto lì”.

Non aveva forse il coraggio di raccontargli dei torinesi in armi? Dei partigiani che scendevano a valanga dalle montagne? Dei tedeschi che imparavano a loro spese quanto fosse facile entrare in Italia e quasi impossibile uscirne?

La sorella di Primo, sapendo che volevo tanto bene a suo fratello, quando mi incontrava, mi faceva molte feste, gentile, sorridente, una delle più care persone di Torino assieme al suo, Grande, fratello grande.

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