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Una buona economia per questi tempi difficili

“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!”.

È l’incipit di Tempi difficili, di Charles Dickens. I “tempi difficili” sono evocati nel titolo del libro Una buona economia per tempi difficili (Laterza 2020, 24 euro) dei due economisti Abhijit Banerjee e Esther Duflo, vincitori nello scorso anno insieme a Michael Kremer del premio Nobel per l’economia per i loro studi sulla povertà. La citazione di Dickens è voluta: i tempi in cui viviamo sono appunto difficili, e richiedono una “buona economia”, di cui danno la ricetta, distinguendola dalla cattiva economia. E come si fa a distinguerle? Con i dati, che ci apprestiamo a ricevere, leggendo le 454 pagine, come gli allievi di Thomas Gradgrind, “piccoli vasi disposti in ordine qua e là pronti a ricevere imperiali litri di fatti, da colmarsene fino all’orlo”. I fatti di Banerjee e Duflo sono i dati che su ogni capitolo dello scibile economico hanno raccolto con il metodo che è valso loro il Nobel.

 

Gli esperimenti sociali randomizzati, microtest sull’effetto di singole politiche su gruppi di persone – il più delle volte poveri, il più delle volte nei paesi poveri. Si tratta di metodi simili a quelli che si usano per testare un farmaco: si individua la popolazione di riferimento, si divide in gruppi di trattamento, e si sperimenta il diverso effetto di diversi comportamenti. Per esempio, è famoso il caso delle lenticchie, descritto in un Ted talk dalla stessa Duflo, su quella volta che sperimentarono la diversa adesione a una vaccinazione nel distretto indiano del Rajasthan – data gratuitamente – a seconda che con vaccino fosse somministrato o no anche un chilo di lenticchie (la storia è raccontata su sbilanciamoci.info da Giacomo Battiston). 

 

Di episodi come quello delle lenticchie il libro è colmo. Il lettore ne viene sommerso, come i piccoli vasi di Dickens, e, se non è un addetto ai lavori dell’economia schierato pro o contro il metodo sperimentale (molto dibattuto, per esempio criticato da un altro grande studioso delle disuguaglianze come Angus Deaton, anch’egli Nobel per l’economia, secondo il quale – riassumiamo molto – non si possono trarre leggi generali da piccoli esperimenti localizzati; e da chi pensa che nell’ossessione per le microsoluzioni si perda di vista il tema, ossia le cause della povertà), ne riceve opposti stimoli. Da un lato, può essere vagamente inquietato da sperimentazioni che avvengono sulla vita materiale di persone in difficoltà: che ne è dei bambini che non hanno avuto le lenticchie da quei ricercatori mandati a studiare il loro villaggio? E delle donne che, in un altro esperimento in un altro continente, non hanno avuto la capra, assegnata invece al gruppo di vicine scelte per il test? Dall’altro, può sentirsi confortato: esiste un’economia “buona”, in tutti e due i sensi. Fa cose utili, e funziona. Ma come funziona? Ricorriamo alle parole dei due autori, che hanno il pregio di essere molto chiare: “la buona economia è quella che parte da fatti problematici, fa qualche supposizione basandosi sulle cose che già conosciamo del comportamento umano e delle teorie che altrove hanno dimostrato di funzionare, usa i dati per verificare queste supposizioni, affina (o modifica radicalmente) la sua linea di attacco basandosi sul nuovo insieme di fatti e alla fine, con un po’ di fortuna, arriva a una soluzione. Da questo punto di vista, il nostro lavoro somiglia molto alla ricerca medica”.

 

 

Vista così, l’economia dei due “Nobel dei poveri” è una scienza sociale fino a un certo punto: l’oggetto è la viva materia della società, certo, e questo segna una rottura rispetto al lungo dominio di astratti modelli basati solo sui mercati efficienti e sull’ipotesi del comportamento razionale dell’individuo che vuole il massimo benessere e dell’impresa che vuole il massimo profitto. Ma con l’esperimento la società si trasforma in numeri, corrispondenti ad altrettanti individui che rispondono a incentivi. Non c’è storia o teoria generale, se non quella del “vediamo se funziona”.

Questo metodo sta prendendo sempre più piede nella ricerca economica e sociale, ed è possibile che di fronte a un esperimento di massa dal vivo come quello che stiamo facendo con la pandemia trovi ancor maggiore impulso – una massa di dati sulle reazioni asimmetriche a uno choc simmetrico è in arrivo. Nel libro i due autori lo utilizzano per affrontare tutti i giganteschi capitoli rilevanti della discussione attuale, economica e non solo: le migrazioni, la globalizzazione (“i dolori dello scambio”), la fine della crescita, il surriscaldamento climatico, la disoccupazione tecnologica, il nuovo spazio pubblico di internet, il reddito di base universale. E, naturalmente, la povertà e la disuguaglianza. 

 

Su molti di questi capitoli, Banerjee e Duflo hanno gioco facile nel dimostrare – anche senza ricorrere agli esperimenti in vitro – che le idee e le ricette finora dominanti nella scienza economica semplicemente non funzionano. Oppure che lasciano sul campo, nella transizione da uno stato all’altro, troppe vittime, effetti collaterali: o si trova il modo per compensarli, oppure tutto il meccanismo si blocca. Qui si torna nella parte confortante del libro, quella che – per dirla con un altro motto dei due autori – va contro “la dittatura dell’ovvio”. Per esempio, le tasse. Aliquote troppo alte sui redditi finiscono per disincentivare la gente a lavorare, è stata la vulgata dagli anni Ottanta in poi. E ancora adesso, con l’insorgenza delle disuguaglianze, teoria e politica dominante resistono all’idea di aumentare le tasse, in particolare quelle sul reddito. Sistemi come quelli degli anni Settanta, quando si arrivava al 70% e oltre di aliquota marginale, sono considerati semplicemente improponibili. Invece “la buona economia” li ripropone, con due motivazioni. La prima è che “lo scopo di aliquote massime così alte, che si applicavano solo ai redditi elevatissimi, non era tanto quello di ‘spremere i ricchi’, quanto di eliminarli del tutto”. Quasi nessuno finiva per pagare quelle aliquote, perché i redditi altissimi erano praticamente scomparsi”. In sostanza, quello che per gran parte degli economisti è un disincentivo al lavoro funzionerebbe invece come disincentivo alle imprese a remunerare esageratamente i loro manager.

 

Dunque, imporre tasse altissime sui redditi altissimi ridurrebbe non solo la diseguaglianza dopo le tasse, ma anche quella prima delle tasse, quella che si forma sul mercato. Anche perché in questa formazione della diseguaglianza sul mercato non c’è una libera competizione in azione, ma “la concentrazione del potere politico ed economico”. Che funziona così: “Man mano che i ricchi si arricchiscono hanno più interesse e più risorse per fare in modo che la società rimanga come è adesso, anche finanziando le campagne di legislatori pronti a ridurre le tasse ai più ricchi”. L’insurrezione populista è stata una reazione a questo stato di cose, pur consegnandosi contraddittoriamente alla “pubblicità ingannevole” di persone come Trump.

 

Ma non ci basta abolire i super-ricchi. Dobbiamo anche capire come aiutare tutti gli altri. E qui le diagnosi e le ricette dei due economisti dei poveri, contenute soprattutto nell’ultimo capitolo che tratta di “soldi e assistenza”, traslano nell’occidente ricco e sofferente le sperimentazioni, le osservazioni e le esperienze fatte nei paesi meno sviluppati. Trovando un tratto comune: l’idea che la povertà sia una colpa e un “profondo disprezzo per la dignità umana dei poveri”. Invece: “Cosa hanno in comune un contadino colpito dalla siccità in India, un ragazzo del South Side di Chicago e un bianco cinquantenne appena licenziato? Hanno in comune il fatto che hanno dei problemi, ma non sono loro il problema. Hanno il diritto a essere considerati per quello che sono, non unicamente per il problema che devono affrontare”. La demolizione dei luoghi comuni e del sotterraneo stigma della povertà, che parte dal puritanesimo e arriva a noi a tutte le latitudini, è premessa delle analisi dei programmi possibili, primo tra tutti il reddito di base, del quale si elencano i pro e i contro (diversi a seconda delle situazioni) e naturalmente i soliti innumerevoli esperimenti. Ma soprattutto di un invito a “ripensare il welfare con robuste iniezioni di immaginazione”. Non a caso, forse, arriva qui la parte più interessante del libro, con i racconti di casi di politiche sociali di comunità, fatte con programmi pubblici partiti o accompagnati da un associazionismo dal basso – non un terzo settore fattosi istituzione –, da esperimenti fatti da attori sociali e non pensati in vitro per essere tradotti in paper accademici. 

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