Walter Siti, La natura è innocente

Se c’è un autore in attività che da tempo si è conquistato un posto duraturo nelle future storie della letteratura italiana, questo è senza dubbio Walter Siti. Altrettanto prevedibile – anche se di questo forse l’interessato non si compiacerà – è l’associazione del suo nome con il genere narrativo dell’autofiction, all’insegna del quale egli ha esordito (Scuola di nudo è del 1994). Un tema su cui sarebbe importante ragionare è quale sia il Siti migliore: più esattamente, quale sia il grado di compromissione autobiografica che gli ha consentito o che gli consente di attingere agli esiti più persuasivi. Il punto, a mio avviso – se mi si passa la banalità dell’espressione – è che l’ego è una brutta bestia. Senza scomodare la troppo spesso citata invettiva gaddiana contro i pronomi-pidocchi del pensiero, e segnatamente contro l’Io («il più lurido di tutti i pronomi»), nel corso della sua appassionata, spregiudicata, mai banale ricerca Siti ha corso il rischio di avvitarsi in una spirale introspettiva di auto-compiacimento/auto-denigrazione dove l’egocentrismo tracima, e il respiro narrativo s’accorcia. 

 

Da questo punto di vista, il suo ultimo libro rappresenta una significativa, positiva novità. La natura è innocente. Due vite quasi vere (Rizzoli, pp. 352, € 20) racconta la storia di due persone reali, del tutto indipendenti l’una dall’altra, che per ragioni diversissime hanno fornito in anni recenti materia alla cronaca (nera, mondana, giudiziaria). Le due vicende procedono secondo un montaggio alternato: quattro capitoli a testa, contraddistinti da un titolo generale, Via del teatro greco e La principessa del drago, seguito da un numero progressivo da 1 a 4, con il pregnante siparietto di un Intermezzo vulcanico. A incorniciare il tutto, un Prologo di carattere narrativo, oltre che introduttivo, e un Epilogo di carattere saggistico, su cui dovremo tornare: a sua volta intimamente connesso all’arguta dedica, ovviamente doppia, «A Filippo e Ruggero/ miei amici e miei stuntmen». 

Si tratta, come il lettore subito indovina, dei protagonisti delle due vite narrate. Filippo è – almeno in prima approssimazione – Filippo Addamo, catanese, classe 1980, che il 27 marzo 2000 ha ucciso la madre Rosa Montalto sparandole alla nuca davanti alla porta di casa, in via Teatro Greco: una strada lunga e stretta del centro storico, che costeggiando importanti resti archeologici discende dal monastero dei Benedettini fino a incontrare via dei Crociferi, a pochi passi dalla cattedrale di Sant’Agata.

 

Condannato a 17 anni di reclusione, Filippo ha finito da poco di scontare la pena ed è entrato in un’epoca nuova. Ruggero è (sempre con riserva) Ruggero Freddi, nato a Roma nel 1976, divo del porno gay con lo pseudonimo di Carlo Masi, per qualche tempo docente a contratto di matematica alla Sapienza, nonché personaggio televisivo grazie alla conduttrice di Canale 5 Barbara D’Urso. Legato per anni a un esponente della nobiltà capitolina, il principe Giovanni Fieschi Ravaschieri del Drago, aveva contratto matrimonio con lui in Portogallo, dove era legalmente consentito; dopo la di lui scomparsa, e dopo l’introduzione in Italia della legge Cirinnà, si è sposato con un ex collega argentino del mondo hard, chiedendo la sua mano in diretta TV in una puntata di Pomeriggio sul Cinque. Di tanto in tanto, in entrambe le storie compare anche il nome Walter. Sono i momenti in cui affiora alla superficie il carattere del libro (del resto dichiarato fin dall’inizio): un duplice resoconto biografico fondato soprattutto sulle conversazioni tra l’autore e i protagonisti. Qua e là Siti si compiace di riferire direttamente le loro parole: «E io in quel momento, Walter, non ti so spiegare…»; «E certo, Walter, facevano schifo…».  

 

Due vite, come ben s’intende, tutto fuorché comuni. La prima: un ragazzo di periferia che non perdona alla madre le sue relazioni con altri uomini, dopo l’abbandono del marito, e che ha compiuto quello che in altri tempi si sarebbe chiamato – ma che nell’ambiente sociale dove è cresciuto ancora si chiamava (si chiama?) – «delitto d’onore». Rosa aveva avuto la prima figlia a 15 anni. Quando ne ha 35 fugge con un amico del secondogenito Filippo che ne ha undici meno di lei. Non molto tempo dopo lo lascia, ma, evitando di tornare in famiglia, prende dimora in una casa diversa per condurre una vita indipendente. Il figlio si vendica come un marito tradito, tant’è che il delitto gli vale, nel suo mondo, assai più plausi che critiche. Durante la carcerazione – parte in Sicilia, parte in Toscana, a Porto Azzurro e nell’isola di Pianosa – ha tempo per riflettere sulle motivazioni e sui significati del suo gesto; quando termina di saldare il suo conto con la giustizia sarà un uomo diverso. La seconda storia è quella di un ragazzo che reagisce ai propri sensi di inferiorità ed emarginazione sociale perseguendo il successo con tutti i mezzi. Si dedica al culturismo, si prostituisce, emigra in California dove sfonda nell’industria pornografica, diventa intimo di un ricco patrizio romano di 43 anni più vecchio di lui, tanto che ormai è di casa nella storica dimora di Palazzo del Drago a Bolsena; riesce anche a riprendere gli studi, e perfino a entrare nell’università, tenendo corsi di Analisi matematica alla Sapienza. Ma «principessa del Drago» non diventerà: il testamento di don Giovanni gli destina soldi, non proprietà, e la sua unione con lui non è riconosciuta. Un arrivista senza scrupoli? Un fallito di lusso? Certo, un ospite perfetto per Barbara D’Urso. Quella vera?

 

 

Sì – quasi. Il fatto è che i richiami a nomi di persone realmente esistenti non producono sulla pagina di Siti alcun effetto di realtà. Anziché conferire veridicità al racconto, i personaggi citati vengono fagocitati ipso facto: cioè digeriti, de-realizzati, assimilati a una narrazione che non è alimentata dal desiderio primario di cogliere una verità oggettiva. Poco fa, presentando la struttura del volume, ho dimenticato di menzionare l’ultima voce dell’indice, Nota e ringraziamenti, che spiega il «quasi» del sottotitolo. Vite quasi vere, per non meno di quattro motivi. Parlando di sé, anche in buona fede, a volte ci si inganna; la memoria di eventi lontani a volte sbiadisce, e allora occorre sopperire con l’immaginazione; la forma-romanzo, proprio in quanto forma, ha «occulte simmetrie che aggrovigliano la verità e la piegano a confessare anche ciò che non vorrebbe»; infine, l’autore ha operato alcune omissioni per evitare noie legali, e l’omissione è imparentata con la bugia. Ma più di queste avvertenze, che infine potrebbero valere per una quantità di narrazioni, biografie o non-fiction novels, conta la scelta strutturale di non raccontare una vita sola, bensì due: e di forzarle quindi a interagire, a illuminarsi vicendevolmente, così come fanno due parole quando si trovano a rimare (a remare) insieme. 

 

Confesso che durante la lettura mi sono detto più d’una volta che il libro sarebbe stato migliore se si fosse limitato a raccontare una «vita» sola. E tuttora penso che Via del teatro greco reggerebbe benissimo come narrazione autonoma: cosa che non direi con eguale convinzione per La principessa del drago, meno originale, specie nei passaggi più sitibondi di deltoidi e débauche (la parte migliore è senza dubbio la vicenda del legame con il principe duca don Giovanni). Ma è ovvio che il progetto di Siti è diverso, più complesso e ambizioso. A spiegarlo è il lungo Epilogo, un autocommento ammirevole per acume e chiarezza. Siti esercita su sé stesso il proprio magistero critico, e insieme rimane scrittore di prim’ordine: accumula ipotesi, ne dichiara via via l’insufficienza, e infine perviene a un’ironica definizione del proprio libro, insieme paradossale e ineccepibile, come «autobiografia bifida e appaltata». Raccontare due vite, come aveva annunciato la dedica, è insomma un modo indiretto di parlare di sé. Oltre ad essere (ad onta degli eccessi) due campioni sociologicamente rappresentativi del tempo presente, Filippo e Ruggero valgono come ipostasi di pulsioni tenute a freno, incarnano due possibilità non realizzate della vita di Walter. Il gemellaggio li promuove al ruolo di congiunto walter ego.  

 

Del resto, la virtuale centralità della figura dell’autore è avvalorata dall’Intermezzo vulcanico, una digressione ambientata nell’isola di Lanzarote, che ispira l’idea – prettamente saggistica, anziché narrativa – espressa dal titolo. «La natura è innocente» costituisce una energica presa di posizione contro l’accezione più corrente del termine «natura». Qui davvero non si può non consentire. È vero, verissimo, e senza traccia di quasi: non esiste parola culturalmente più compromessa dell’aggettivo naturale. «Chiunque pensi di dare forza ai propri argomenti prendendo come guida (e scusa) la natura», ammonisce Siti, «non dimentichi che la natura scelta come guida spesso non è che cultura abortita o andata a male». Ma fra le pieghe dell’argomentazione razionale si insinua un sentimento che è una delle cifre distintive dello scrittore: un senso di intima stanchezza, un presagio di estenuazione, al limite del cupio dissolvi. Walter Siti parla, narra e ragiona come esponente di una specie in via di estinzione. Ad acquistarne risalto è la precisione della scrittura, come estrema affermazione di esistenza. Si legga la prima pagina, con un ritratto indimenticabile di Valeria Golino e una deliziosa scena al Camparino in Galleria; o le descrizioni dei paesaggi vulcanici delle Canarie, nell’intermezzo; o l’attacco del secondo paragrafo di Via del teatro greco, 3, con le considerazioni sulle azioni contemporaneamente «volute e disvolute» che instradano i destini; o la scena della prima notte di Ruggero a San Francisco con il pornoattore Karim, che manda simultaneamente in frantumi «l’inconfondibilità» dell’amore e la fiducia nell’esistenza della realtà (La principessa e il drago, 2). E potremmo facilmente continuare. 

 

Walter Siti, La natura è innocente. Due vite quasi vere, Rizzoli, pp. 352, € 20.

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