Wilma, dammi la clava!

“Wilma, dammi la clava!”, urla Fred Flintstone a sua moglie. La frase divenuta celebre in Italia grazie alla pubblicità televisiva dell’insetticida Neocid Florale degli anni Sessanta, accompagna l’istante in cui il cavernicolo si dispone a far giustizia di nugoli di mosche aggressive.

 

Annuncio pubblicato nella rivista settimanale RADIOCORRIE TV riferito alla serie di animazioni pubblicitarie per Carosello andata in onda dal 1965 al 1971.


Il prototipo dell’eroe che impugna la clava per far giustizia in un modo che si presume buono e legittimo è Ercole. La mostra Ercole e il suo mito, in corso a La Venaria Reale (fino al 10 marzo 2019), ricostruisce il percorso del mito dalle sue origini micenee al suo disperdersi nella cultura di massa: nel genere cinematografico “peplum” inaugurato da Le fatiche di Ercole nel 1958 e negli “spaghetti western” di Sergio Leone, che traslocano la figura dell’eroe dai luoghi del mito alla frontiera del West. La pistola che Clint Eastwood impugna al posto della clava per far giustizia nel film Per un pugno di dollari del 1964 “fa fuori” il genere cinematografico “peplum”, spiega Angelo Bozzolini, curatore del progetto audiovisivo che correda la sezione Ercole nel ‘900.

 

Particolare dell’allestimento della sezione cinematografica Ercole nel ‘900.


Al western segue il cinema d’azione metropolitano (gangsteristico e noir) e il genere war movie di cui Sylvester Stallone diverrà uno dei maggiori protagonisti, racconta il critico cinematografico Bruno Fornara a un seminario sul cinema. Al posto della pistola impugnata da Eastwood e degli altri eroi cinematografici del genere gangsteristico e noir, Stallone impugnerà un mitragliatore. Il documentario Rocky IV: le coup de poing américain del 2014 diretto dal regista Dimitri Kourtchine analizza come Ronald Reagan sfruttò la cultura popolare per spianare la sua strada alla presidenza degli USA e veicolare un uso ideologico del mito della forza buona da usare contro i “cattivi”.

 

Poster della versione francese del film Rambo (First Blood) del 1982 diretto da Ted Kotcheff.


“Wilma, dammi la clava!”

A differenza di questi eroi cinematografici, Fred Flintstone impugna la clava in modo ironico e disincantato. L’allegoria cavernicola della società americana degli anni Sessanta, messa in scena da William Hanna e Joseph Barbera con la fortunata serie di cartoni animati The Flinstones, ha una forza ironica, e quindi critica, che è stata sottovalutata. “I Flintstones, ecco i Flintstones, gli antenati con radio e TV. Dentro le caverne hanno luce e frigo come hai tu”, recita la sigla italiana della serie di cartoons. Peccato che il povero Fred sia stato dimenticato dai curatori della mostra, perché oggi ne servirebbe di ironia sull’uso di una forza supposta buona e legittima, che trova appunto nel ruolo interpretato da Stallone così come da Eastwood un modello cinematografico. Non c’è ragione di prendersela con il trumpiano Eastwood perché è da tempo che l’uso ideologico e politico del mito della forza legittima è in uso. 

 

Anfora attica a figure nere attribuita al Pittore del Vaticano, 540 a.C. circa. Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig.


Nella sezione Eracle nella cultura greca possiamo infatti ammirare una bellissima anfora attica dipinta a figure nere con la rappresentazione di Atena che stringe la mano a Ercole. La stretta di mano testimonia sul piano iconografico il tentativo di stabilire attraverso il mito un legame privilegiato della città ateniese con l’eroe panellenico, al fine di legittimare l’ambizione di Atene all’egemonia politica. 

 

Idria attica a figure rosse attribuita al Gruppo dei Pionieri, 510 a. C. circa. Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig.


Bellissima anche l’idria dipinta a figure rosse sulla quale è rappresentato Eracle in lotta con il leone di Nemea.  Qui la linea dipinta dal ceramografo suggerisce non solo il movimento e la tensione nella lotta ma anche la plasticità dei corpi. È la linea di contorno che cambia spessore nel corso del suo svolgersi sinuoso, descritta da Plinio in Storia Naturale: “la linea di contorno deve come girare su se stessa e finire in modo da lasciare immaginare altri piani dietro di sé e da mostrare anche quelle parti che nasconde” (XXXV, 68). La sua invenzione, attribuita a Parrasio, è all’origine di una maniera diffusa nella pittura vascolare attica degli ultimi decenni del V secolo. Attraverso questa invenzione grafica, in alcuni casi particolari, è possibile vedere una figura alternativamente da un lato e dal lato opposto. 

 

Contorno di un militare che saluta.


Il soldato è di fronte o di spalle? Per convenzione il saluto militare si esegue con la mano destra, ma se fosse possibile eseguirlo anche con la sinistra? 

Il contorno è tratto da un’immagine della campagna militare condotta da George Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di essere in possesso di armi di distruzione di massa. Ora possiamo vederne anche l’altro lato: l’infondatezza delle supposizioni dell’amministrazione statunitense e constatare quale peso abbia avuto l’uso ideologico del mito della forza buona evocato da Bush. Per saggiare  lo spessore dei fatti è necessario osservarli da un lato e alternativamente da quello opposto. 

Alla rappresentazione dello spessore bastano due punti di vista contrapposti tra loro lungo uno stesso asse visivo. Sono quelli ai quali si riferisce Leonardo Da Vinci nel suo trattato: “Lo scultore nel fare una figura tonda fa solamente due figure, e non infinite per gl'infiniti aspetti donde essa può essere veduta, e di queste due figure l'una è veduta dinanzi e l'altra di dietro” (Trattato della Pittura, a cura di Rafaelle du Fresne, Parigi, Jacques Langlois 1651). Sono probabilmente gli stessi punti di vista di cui racconta Auguste Rodin in una conversazione con Dujardin-Beaumetz: "L'importante è guardare i profili dal di sopra e dal di sotto, dall'alto e dal basso, [...] cioè rendersi conto dello spessore del corpo umano" (Henry-Charles-Étienne Dujardin-Beaumetz, Entretiens avec Rodin, Paul Dupont, Parigi 1913). 

 

Sovrapponendo a un punto di vista quello diametralmente opposto assegniamo spessore non solo a ciò che vediamo attraverso il disegno ma anche a ciò che pensiamo attraverso il linguaggio: “E per prima cosa disse che ci sono due discorsi intorno ad ogni fatto, che si oppongono l’uno all’altro – Καὶ πρῶτος ἔφη δύο λόγους εἶναι περὶ παντὸς πράγματος ἀντικειμένους ἀλλήλοις·” scrive Diogene Laerzio (IX, 51) riferendosi al filosofo greco Protagora, il più insigne esponente della sofistica vissuto nel V secolo a.C.  Il termine “περὶ” usato da Laerzio suggerisce che per pensare attraverso due discorsi contrapposti tra loro sia necessario “girare attorno” al “fatto” preso in esame per mostrarne anche il lato opposto.

L’idea che il pensare attraverso il disegno alla maniera di Parrasio possa avere un rapporto con il pensare attraverso la parola alla maniera di Protagora, non deriva da un metodo ricostruttivo della storia dell’arte antica basato sulla convergenza delle fonti letterarie con l’analisi delle opere, ma da un’urgenza del presente per il quale il passato è un cumulo di macerie e frammenti in attesa di un prelievo. Sul prelevare dall’antichità ciò che meglio si presta “a essere giocato in parallelo o a stimolo del presente”, che caratterizza la modernità, consiglio la lettura del saggio Futuro del classico di Salvatore Settis (Einaudi, Torino 2004).

 

In questo saggio l’autore cita Le Corbusier, per il quale i templi dorici trasmettono una “impressione di acciaio filettato e polito, una meccanica delle forme plastiche realizzata nel marmo con lo stesso rigore che noi abbiamo imparato a praticare nelle macchine” (Le Corbusier, Vers une architecture, 1923). Come Le Corbusier, osservando lo stile dorico, pensa all’acciaio filettato, osservando la linea usata dal ceramografo che ha decorato l’idria esposta nella sala Eracle nella cultura greca, penso allo “spessore” che a noi manca. È lo “spessore” dei “fatti” che si ottiene opponendo due punti di vista sullo stesso asse per dar luogo a una dialettica di cui avvertiamo la mancanza, soprattutto in politica, dove le opposizioni sono false perché disposte su assi diversi, con la conseguenza di mostrare una serie di vedute indipendenti e perciò non confrontabili tra loro.

Con questi pensieri che mi ronzano in testa come i nugoli di mosche che tormentano Fred nella pubblicità Neocid, passo da una sala all’altra finché giungo alla sezione Ercole nei giardini dedicata al rapporto tra il mito di Ercole e il mondo vegetale.

 

Particolare dell’allestimento della sezione Ercole nei giardini.


Com’è possibile vedere attraverso la linea di contorno lo “spessore” che a noi manca è anche possibile vedere nel mito di Ercole il green dei nostri tempi, quello dei giardini sui balconi delle grandi città e della cura degli interstizi urbani, che trova nell’architettura dei giardini un importante capitolo della sua storia. 

Questa sezione della mostra mette in luce anche un interessante aspetto psicologico del mito connesso alle sensazioni. Citando lo psicanalista e filosofo James Hillman, l’architetto Darko Pandakovic ricorda che le divinità e gli eroi dell’antica Grecia non sono morti ma sono presenti in mezzo a noi in tutte le sensazioni che possiamo provare. In un video, che raccomando di non perdere, Pandakovic racconta che l’eroe, spossato dalla lotta con il leone di Nemea, dormì per trenta giorni. Al suo risveglio s’incoronò con il sedano. I vincitori dei Giochi Nemei istituiti da Ercole venivano incoronati con il sedano, una pianta pallida quando germoglia, pallida come Ercole affaticato e poi forte e vigorosa, con un sapore rivitalizzante. Se pur non si conoscono a fondo le implicazioni simboliche, conclude Pandakovic, d’ora in poi, ogni volta che assaporeremo il sapore forte e caratteristico del sedano, potremo ricordare la resurrezione di Ercole che ritorna con vigore alla vita. Sgranocchiando un gambo di sedano possiamo così entrare nel mito. 

Fantastico!

Giro lo sguardo verso la finestra alla mia destra, dalla quale si possono ammirare i Giardini della Reggia nella loro geometrica estensione. Il vagheggiato giardino delle Esperidi, dal quale Ercole prelevò i pomi ingannando Atlante, è il prototipo del giardino all’italiana. Fulcro del progetto secentesco dei Giardini è infatti la Fontana d’Ercole, un tempo dominata dalla Statua dell’Ercole Colosso realizzata nel 1670 da Bernardo Falconi, il cui restauro è l’occasione della mostra. 

 

 

Esco dall’ultima sala e mi inoltro nei giardini con la speranza di cogliere un aroma, una sensazione attraverso la quale incontrare eroi o divinità che, come sostiene Hillman, sono presenti in tutte le nostre sensazioni. Cerco tra le piante un passaggio per entrare nel mito, con la consapevolezza che questo ingresso sarà necessariamente accompagnato dallo “YABBA-DABBA-DOO" di Fred Flintstone, vale a dire con la consapevolezza che la clamorosa manifestazione di gioia provata incontrando un dio o un eroe ha assunto nuove forme mescolandosi all’ironia dei cartoons disegnati da Hanna & Barbera. Il mito di Ercole e la serie dei Flintstones si mescolano tra loro come nel XX secolo la severità dello stile dorico si mescolò alla meccanicità dell’acciaio filettato e polito.

La statua di Ercole Colosso realizzata nel 1670 da Bernardo Falconi per la fontana monumentale dei Giardini riprodotta in una stampa d’epoca e una foto della stessa statua ricollocata nei Giardini di Venaria in attesa di essere posta nell'ubicazione originaria.

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