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Zelda e Scott Fitzgerald. La cognizione dell’attaccamento

Lo scrittore di culto e la sua metà inquieta; l’alcolizzato e la psichiatrica: è quasi impossibile non sapere qualcosa sui Fitzgerald, marito, Francis Scott (1896-1940) e moglie, Zelda (1900-1948). 

Praticamente chiunque ha di loro una qualche immagine: che sia stato perché si è letto uno dei romanzi e racconti firmati da lui, F. Scott Fitzgerald, o perché si è scorso un articolo su uno degli adattamenti cinematografici di quelli, o perché si è compulsato tra i testi critici e antologici che celebrano i Fitzgerald come icone di un’epoca, e di recente, lei, Zelda Sayre Fitzgerald, quale nume femminista. Alcune immagini sono andanti e altre molto raffinate; nel mezzo non mancano piume, orchestre jazz, manicomi, gin, e incendi. 

 

Forse, ad averli aiutati di più a fluttuare nell’immaginario collettivo attraverso tutto un secolo, dal 1920 ad oggi, è la grande figura dell’eccesso. Ma si tratta di un eccesso un pochino fané, o leziosamente passatista, logorato dall’inevitabile competere con molte altre forme mitizzate di autodistruzione che alla storia dei Fitzgerald hanno fatto seguito; danni autoinflitti da singoli, coniugi, generazioni e stagioni culturali, a partire da Sylvia Plath e Ted Hughes, fino all’emergere di un parallelo tra gli anni Venti e gli Anni Ottanta, tanto per dire.

 

Anche per questo, quando ci si imbatte in ciò che ai Fitzgerald è accaduto dopo la fama, quando cioè scontavano gli eccessi e erano alle prese con calamità perpetue, si riceve un’impressione inattesa. La loro vicenda assume un senso di modernità spiazzante, e conferma quanto, in certi casi, partire dalla fine sia più una necessità che un vezzo. 

 

È l’autunno del 1939, le intenzioni di Hitler sono state rese inequivocabili dall’invasione della Polonia, e il 6 ottobre le forze di difesa polacche hanno dichiarato la resa. Dalla West Coast Scott scrive a Zelda, che si trova dall’altra parte degli Stati Uniti, preoccupatissimo per il «naufragio della situazione internazionale», ma, ancora prima, per una retta da pagare. Il tema della lettera è l’urgenza di trovare i soldi per la tassa del Vassar College, l’università di grido frequentata della loro figlia diciottenne, Frances, che da sempre chiamano per gioco «Scottie». Lui si dichiara povero in canna, ma la retta è «più importante di qualsiasi spesa voluttuaria per te o per me», e poi, come se parlasse a sé stesso, rimugina che da qualche parte dovrà pur riuscire a raggranellare i dollari che servono. La lettera si chiude con queste righe aspre e tanto belle: «La tua vita è stata una delusione, come anche la mia. Ma non abbiamo fatto tutta questa fatica per nulla. Scottie deve sopravvivere e questo è l’anno più importante della sua vita. Sempre col più Tenero Amore». 

 

 

Scottie è onnipresente: è la fonte di tutte le angosce e la ragione di tutte le battaglie. Zelda e Scott si lamentano l’una con l’altro che dall’università la figlia non si fa più sentire, e nel frattempo si spediscono il ritaglio di un’intervista che le ha fatto un giornale locale. Scott si lascia andare a un paternalismo spiccio, allegro, ma nella forma del ragionamento emerge anche l’impronta di un grande scrittore: «Parlando seriamente, non ho mai sentito in vita mia un mucchio di sciocchezze come quello che ha propinato al giornalista, ma sono contento che abbia una qualità che ho riscontrato essere preziosa quasi quanto l’autentica originalità e cioè: è capace di far rendere al massimo quello che ha letto e ascoltato… Questo è uno dei modi per diventare persone colte, prima fingere di esserlo – poi essere tenuti a reggere la parte».

 

Nelle lettere, l’alcolismo di lui e i problemi psichiatrici di lei baluginano spesso, ma si dissolvono sempre nelle preoccupazioni quotidiane di due genitori, pur un po’ raminghi. Luglio del 1939: Zelda è ricoverata in una clinica psichiatrica in North Carolina, l’Highland Hospital, e lì la raggiunge per un periodo la figlia. Dopo che Scottie è ripartita, Zelda compone per il marito una piccola lezione di pedagogia: «carissimo, confido che non te ne abbia a male se te lo dico: in una lettera a Scottie le hai scritto che deve considerare il Vassar come la sua unica casa... secondo me sarebbe deplorevole che dovesse mai (non è che lo dichiari) avere la sensazione di non sapere dove andare, quando in realtà le tocca altrettanta devozione che alla maggior parte dei figli»; continua: «non critico la tua lettera, ma credo che l’unico diritto che ha un genitore di spartire le proprie tragedie coi figli minorenni è del genere più concreto – quanti soldi ci sono e il nome tecnico della sua malattia sono più o meno le sole debolezze che una debuttante sia preparata a comprendere –».

 

 

Come scrivono Cathy Barks e Jackson Bryer, i curatori del volume che raccoglie la corrispondenza tra i Fitzgerald (Caro Scott, Carissima Zelda, 2002, ed. it. 2003, Baldini Castoldi Dalai, 504 pp., trad. Marina Premoli), è un peccato che biografi e studiosi si siano concentrati così poco su questi ultimi anni. Cioè sugli anni dell’educazione di Frances non più bambina, e della vita di Scott a Hollywood (come sceneggiatore più o meno fallito); anni in cui, per parte sua, Zelda riuscirà a un certo punto a ottenere il permesso di una dimissione permanente dall’ennesima clinica psichiatrica, e nella primavera del 1940 tornerà a vivere a casa di sua madre nella città di Montgomery, Alabama. È una fase in cui le loro disgrazie testimoniano quanto sia falso immaginare che la letteratura esalti la realtà, e di quanto semmai sarebbe più corretto dire che la distilla e disciplina. Non molti sanno, per esempio, che nell’aprile del 1939, forse afflitto dal senso di colpa per non avere soldi da destinare alle attività ricreative della moglie in clinica, Scott partì da Hollywood ubriaco: da lì volò in North Carolina, convinse il medico di Zelda a concederle una «licenza», e la accompagnò in viaggio a Cuba. Nessuno dei due, tuttavia, sentì di dover rispettare «il patto con i dottori»: lei fumò e bevve, come le era stato proibito in modo tassativo di fare, e lui si distrusse tanto con l’alcool che Zelda fu costretta a interrompere la vacanza e a riportarlo d’urgenza a New York, perché si ricoverasse. Messo al sicuro Scott, poi, si arrangiò per percorrere da sola i novecento chilometri che la separavano dalla clinica di Highland Hospital. In una serie di lettere del maggio 1939, quando ormai era giunta sana e salva in North Carolina, Zelda spiegava al marito come accordarsi su una balla ufficiale, perché uno coprisse l’altra nelle dichiarazioni ai rispettivi curanti. Le risposte di lui mostrano quanto a lungo Scott le fu grato per tutto questo.

 

Sregolatezza, rischio, ma seguiti appena dopo da nuove responsabilità: quando Frances deve operarsi per l’appendicite, a giugno dello stesso anno, non è il padre a poterla accudire – perché è a letto, a Hollywood, prostrato dalla tubercolosi che ha contratto dopo gli eccessi cubani – ma la madre, che si fa dare un altro permesso per uscire dalla clinica, si acquartiera in una pensione davanti all’ospedale e cura con perfetta serenità la convalescenza della figlia. Scott veglia sull’intera operazione: manda i soldi, e ringrazia per i (deliziosi) resoconti epistolari di Zelda sulla ripresa graduale di Frances.

 

È vero che dalle lettere emerge come i Fitzgerald dovessero aver sofferto molto prima di raggiungere questa forma, pur malcerta, di stabilità; come dovessero aver fatto enormi sacrifici per tenere vivo un simile viscerale attaccamento – reciproco, e alla loro figlia –. Dieci anni prima, nel 1929, si immergevano nel loro abisso privato. Dopo una fase di ricchezza esorbitante – a metà Anni Venti Scott guadagnava trentaseimila dollari l’anno, contro una media statistica, per i suoi compatrioti, di millecinquecento – i loro conflitti coniugali cominciarono a pesare. Come molti sanno, i Fitzgerald si ubriacarono, drogarono, tradirono, picchiarono, furono denunciati molte volte, e essere sommersi di debiti era all’ordine del giorno. Nel 1929 Scott autorizzò il primo ricovero psichiatrico di Zelda, che dopo un amore monomaniacale per la danza tentò il suicidio e visse una lunga fase depressiva. Dal ‘26 Scottie andò a vivere con gli Ober, cioè con il prestigioso agente letterario di Fitzgerald, Harold, e con sua moglie, Anne. I due capolavori di Scott, Il grande Gatsby e Tenera è la notte, non portarono affatto guadagni comparabili a quelli Di qua dal paradiso, il primo romanzo pubblicato a soli ventiquattro anni, e per mantenere Frances e Zelda lui si diede a un’infaticabile attività di scrittura di racconti e articoli. Accettò anche alcuni ingaggi come sceneggiatore, uno dei quali era ancora in corso quando morì all’improvviso d’infarto nel dicembre del 1940, a Hollywood, a quarantaquattro anni. Infine, c’è un dibattito molto ampio sul conflitto che contrappose Scott e Zelda quando lei pubblicò il suo unico romanzo (autobiografico), Lasciami l’ultimo valzer (nel ‘32), mentre viveva in una delle varie cliniche psichiatriche, e mentre anche il marito adattava materiale della loro difficile esistenza per farne un’opera letteraria (Tenera è la notte, uscito due anni dopo). 

 

 

Si potrebbe suggerire che è solo dopo aver percorso a ritroso la lunga corrispondenza dei Fitzgerald, contenuta nel bel volume a cura di Barks e Bryer, che si capisce meglio l’inizio del loro rapporto, il quadretto di un amore sognante sbocciato nel 1919 tra due ragazzini. I Fitzgerald giovani appaiono come fantasmi di quella coppia di persone così profonde, sagge e spesso troppo tristi che sarebbero diventati alla fine, e non viceversa. Rileggendo l’inizio della corrispondenza amorosa col senno di poi, si soffre molto meno la passione «mitomane» di Fitzgerald diciannovenne per il denaro e il successo; sempre col senno di poi, la Zelda Sayre ancora nubile che firma le prime lettere, che racconta come si sbronza, si veste da uomo e guida il tram con le sue amiche, non appare più tanto come una «ragazzina sentimentale», «civettuola» e ambiziosa, ma piuttosto come qualcuno che aveva già eletto a propria guida una massima filosofica tagliente e sfaccettata, riassunta anni dopo a un’amica, nel pieno del successo, con queste parole: «Scott e io, noi non crediamo nella conservazione». 

 

Ma seguendo il senso complessivo di questo arco di tempo delle comunicazioni epistolari dei Fitzgerald, percorso all’indietro, verrebbe da dire che invece alla conservazione ci hanno creduto, o meglio, che l’hanno perseguita in modo strenuo all’atto pratico. Sono morti entrambi molto prematuramente, ma c’è stata Scottie, unica erede, unica figlia, che poi è diventata anche lei scrittrice, che è stata una giornalista e una politica di fama tra i Dem dell’Alabama. Frances Scott Fitzgerald è sopravvissuta a qualcosa a cui, ha scritto una volta Zelda, «niente avrebbe potuto sopravvivere».

Come ha fatto? Forse apprendendo dalla vita dei suoi una tenacissima arte, e infinite immagini, dell’attaccamento, per lei, e fra di loro. Perciò forse, si può avallare senza troppa cautela l’idea che i Fitzgerald sono stati eccessivi, che quella è stata la loro cifra, ma a patto di aggiungere che l’eccesso nella loro vita è equivalso anche a un’eccessiva modernità. 

 

Da una lettera del 1931 di Zelda a Scott, da Montgomery, la città natale di lei: «Ho trovato il vecchio trombettiere cieco reduce dalla guerra civile che mi vendeva le caramelle quando ero bambina. Gli ho detto “Zio Bob, io compravo le caramelle da te venticinque anni fa” e lui ha detto “Non c’è niente di nuovo”. Così ho sentito davvero di essere parte delle generazioni, patetica e battagliera. Ho comprato a Scottie una barretta di crema. Sapeva di tesoro sepolto sicché l’abbiamo data al gatto che è ricomparso».

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