Quel che manca nelle storie che raccontiamo

7 Maggio 2023

Sulle copertine della da poco nata collana di hopefulmonster, “Pennisole”, a cura di Dario Voltolini, la punta di una stilografica traccia su uno sfondo monocromo un segno che prende la forma, come sineddoche o sigillo, del materiale narrativo contenuto nel libro.

Nella presentazione della collana si legge il proposito di lasciare “libertà di prosa” agli autori, ponendo la qualità della scrittura come perno e punto focale della selezione di testi, e nei primi tre titoli pubblicati, costruzioni narrative sperimentali, autobiografiche e metaletterarie gli autori fanno di quella libertà aspirata una cifra stilistica, sporgendosi, chi più chi meno, oltre gli schemi narrativi più tradizionali, nel tentativo di ricomporre un trauma, un’ossessione, una rivelazione, uno di quei punti in cui la vita inciampa o si incaglia, talora innescando cortocircuiti che la travolgono, talvolta incidendo tagli e fessure da cui sembra di veder filtrare la luce di una verità nascosta.

Più grande di noi, di Raul Montanari, ha una copertina verde come l’acqua di fiume, su cui la stilografica bianca traccia il profilo di un amo si piega in una curva capace di accogliere e finisce in una punta pronta a trafiggere. Il libro, che racconta dell’innamoramento dell’autore per l’arte alieutica, ha il passo di un’uscita a pesca, con le attese, la meticolosa preparazione, gli affondi, la goliardia dei momenti scanzonati e gli istanti di pura contemplazione, in cui sembra di cogliere il senso di una qualche regola universale. E il fiume è luogo d’elezione che spalanca una quarta dimensione, la corrente, un panta rei brulicante di creature luccicanti che trascina via pensieri, scioglie i lacci della vita cittadina e avvicina al mistero di quel mondo capovolto, di cui l’acqua che ci scorre dentro pare conservare memoria e a cui anela a ricongiungersi per farsi eterna, come i sassi, le trote e i loro nascondigli.

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Sulla copertina viola di Binari, di Giorgia Tribuiani, invece, dalla punta della penna stilografica nascono o vanno a convergere due linee curve, due binari paralleli, che nel libro sono due voci che si alternano a partire da un fatto, lo schianto di un treno contro una giovane ragazza che gli cammina incontro, raccontato dal punto di vista del macchinista che lo ha vissuto. Entrambe le voci mantengono un’apparente distanza emotiva, una durezza che scava un vuoto intorno alla narrazione come per dilatarne il suono, la verità: quella dell’impatto di un treno, la sua massa, la sua velocità, contro una vita che si frantuma e fa un rumore ovattato, come di qualcosa che si rompe in una busta, e ha il colore del nero di due occhi che sembrano, ma è un’illusione, guardare dritto dentro il treno. Due occhi sono un pozzo e il macchinista fa i conti con la paura di esserci caduto dentro, lui che fino allo schianto, contro ogni raccomandazione, su quella verità ha tenuto gli occhi aperti, spalancati.

La chiave tracciata con un profilo aperto sulla copertina arancione di Tutte le camere d’albergo del mondo, di Gherardo Bortolotti, infine, potrebbe ritrovarsi appesa a un portachiavi dimenticato in un cassetto, tra i reperti stratificati delle precedenti ere della propria esistenza, o essere il passe-partout universale per tutte le storie del mondo.

Il protagonista del libro, che potremmo chiamare con il nome dell’autore, Gherardo, si addormenta progettando di scrivere un libro intitolato Belle idee, in astratto, riempito di “tanti episodi della sua vita per quante buone idee ha avuto in quei momenti”.

Gherardo esce di casa, entra in un bar, va a fare la spesa, si muove all’interno del suo appartamento, va in ufficio, prende l’autobus o la metropolitana: momenti scomposti della sua vita si susseguono come istantanee accidentali, posate una sull’altra senza ordine apparente, fatta eccezione per il fatto che ognuno di quegli istanti isolati della sua quotidianità pare essere illuminato dalla germinazione di una storia. 

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In ognuno dei capitoli il protagonista contempla il germogliare di un’idea per un libro, un romanzo corale o di formazione, un’autobiografia “romanzata e paranoica”, una fiaba, una saga, ma anche, perché no, una serie televisiva, un videogioco, un racconto distopico o fantascientifico, il cui protagonista, quando lo si nomina, ha il nome dell’autore.

Sono momenti di una quotidianità ordinaria in cui l’immaginazione “fa un passo in più” e continua le linee tracciate dalla realtà percorrendo strade alternative, deviazioni, che chi scrive riesce a intravedere nel fitto intreccio delle innumerevoli trame del mondo, inneschi narrativi, che chi racconta segue per un po', come le correnti spumose di particelle che vorticano dentro una lama di luce che attraversa la stanza, e poi li abbandona, distratto dalla trama più spessa della realtà.

Uno degli episodi si apre con il protagonista nel suo appartamento, intento a cercare un portachiavi, quando trova, in una borsa, un biglietto di cui non riesce a ricostruire la provenienza. Lo rimette a posto (“come se fosse l’indizio di un mistero che riguarda qualcun altro”), ma non riesce a togliersi di testa la frase che vi è scritta, e “non avendo fiducia nella continuità delle trame, considerando un’allucinazione consensuale l’esistenza, arriva a pensare che sia il reperto non tanto di una vita precedente ma di una linea narrativa scartata dalla sua vita attuale, una puntata interrotta per errore, un intreccio cancellato per sottovalutazione” e “si attarda a pensare a tutte le epoche di se stesso di cui mancano i minimi reperti, di quante altre sorgeranno sull’oblio di quella che ora vive”.

In un altro episodio, mentre si muove tra gli scaffali del supermercato, Gherardo immagina di infilare lo sguardo “in mezzo alle ombre e alle etichette, in un pellegrinaggio microscopico oltre le confezioni, verso il fondo degli scaffali, là dove si annidano particelle amorfe, polvere, fibre, probabilmente carcasse di insetti” e di avventurarsi, da lì, alla ricerca di “tracce di resti di antiche carovane, microscopiche civiltà passate, reperti degli esseri minuscoli che vissero, era dopo era, tra i beni di consumo”. Immagina le loro gesta tramandate in saghe dimenticate, narrate in cronache leggendarie dal titolo “Del Sublime” oppure “Alle barriere della merce” e “tutti gli eventi si svolgono in epoche appartenenti al sogno, in un mondo fatto della stessa sostanza immateriale dei suoi acquisti, delle sue soddisfazioni da consumatore. Mattina dopo mattina, apertura dopo apertura, mentre i commessi si piegano sulle ginocchia per disporre i prodotti negli scaffali più bassi, mentre i clienti si guardano da una cassa all’altra, le loro trame diafane ed evanescenti ramificano nell’aria, nei pensieri, nel niente”.

Se la cornice lacunosa e scompaginata del libro aderisce alla meccanica banalità della vita di un “esponente del ceto medio impoverito”, avvolta dalle spire del capitalismo e delle leggi di mercato, la materia di cui si compone ha una natura iridescente, fatta di “lucore e diffrazioni, fenomeni di diffusione e riflessi”, un’impalcatura sottilissima tenuta insieme dalla scrittura, capace di reggere sperimentazioni metaletterarie e illusioni prospettiche, intrecci di piani temporali, incursioni nei reami del fantastico e tra le pieghe più cupe della contemporanea realtà sociale.

Camminando verso l’ufficio, Gherardo sente di fendere “un sistema complicatissimo di cause, fili, coincidenze e imprevisti che si distribuisce come una ragnatela tenuissima e narrativa”, e che tiene tutto insieme, dall’invisibile movimento di isotopi e particelle pulviscolari allo smisurato moto dell’universo in espansione.

La sostanza che compone il mondo è la stessa di cui sono fatte le storie, che affiorano continuamente da ogni crepa della realtà e i capitoli del libro nascono da questi inciampi, “per ogni occasione c’è la potenza di un inizio: per ogni inizio, la proliferazione delle conseguenze, per ogni conseguenza, la germinazione delle occasioni”.

Nella continua moltiplicazione delle trame del mondo attorno a chiunque, a qualunque oggetto, pare di avvertire un senso di vertigine al cospetto di tutte quelle possibilità abortite, lasciate dietro le proprie spalle e di tutte le biforcazioni che a ogni passo, ci si diramano davanti, ma proprio questi strappi del tessuto della realtà lasciano intravedere il mare di possibilità che ci scorre intorno, e sembra di poter avvicinare la verità, polverizzata e traslucida, proprio questi “momenti di rispecchiamento dell’universo su sé stesso potrebbero davvero celare il segreto innocuo della sua creazione, a cui rivolgersi, una buona volta, per trovare la pace in questa storia insensata scomposta dalle guerre, dalla morte e dalla cessione del lavoro per un salario”.

Gherardo “pensa alla collezione di episodi passati in cui una coincidenza gli ha mostrato una filigrana di corrispondenze ottuse ma reali tra i pezzi più disparati della sua vita”, immagina di scrivere un romanzo in cui “le cose rispondono a una geometria complessa ma percepibile, a uno schema di convergenze immotivate e tuttavia leggibili, come una mappa, un organigramma, un libretto di istruzioni” e cataloga incontri, minuscole collisioni, epifanie che hanno interrotto il flusso della realtà per suggerire che nello scarto creato dall’immaginazione, in quell’allenamento dello sguardo a scorgere l’invisibile e nella facoltà demiurgica di creare storie sia depositato il segreto dell’universo. Il romanzo dal titolo “Tutte le camere d’albergo del mondo” avrebbe come tema “ciò che manca nelle storie che ci raccontiamo” e in quella lacuna troverebbero spazio la poesia e la verità del mondo, la contemplazione della fragilità e della meraviglia delle vicende umane che si consumano “mentre le sofferenze e i capitali percorrono il pianeta” e “le masse di denaro, orrori e interessi si trascinano inesauste sulle terre degli uomini” e “l’universo si disperde, abbandonato nelle trame secondarie della storia”.

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