L’Aurora, messaggera di Primavera

Ma l’Antòcari vola e il cuore sulta!

È la farfalla della novità, / la messaggiera della Primavera,

la grazia mite, l’anima del Marzo / Essa avviva la linfa nelle scorze, 

il brusio, il ronzio, lo stridio, / risuscita l’incognito indistinto. 

Oh! Messaggiera della Primavera!

La Terra attende. Il cielo che riempie / il frastaglio dei rami e delle roccie

sembra intagliato nel cristallo terso; / il profilo dell’Alpi è puro argento;

pallido è il verde primo, il pioppo è brullo...

 

 

Anche quell’anno il freddo e le brume dell’inverno stavano a poco a poco evaporando, i giorni si allungavano, il sole cominciava a scaldare la terra intorpidita dalle buie e corte giornate di neve, e si assisteva al solito, millenario, lento risveglio della natura. Io che vivevo di natura e di farfalle attendevo la miglior stagione per mesi, pensando alla primavera e alla brezza leggera e tiepida che questa porta con sé per far meglio respirare i nostri polmoni. Anche quell’anno, eravamo giunti al debutto della primavera con la coscienza che il giorno ancora una volta l’aveva vinta sulla notte, se è vero che le ore di luce ormai superavano quelle di buio nel nostro emisfero terrestre. In effetti, questo concetto tipicamente post-equinoziale, mi lasciava spesso perplesso e temevo che, a causa di qualche strano fenomeno astrale, la terra riprendesse a inclinarsi dalla parte sbagliata e ci riproponesse altri sei mesi di freddo, buio, pioggia e neve. Ah, come lo temevo – e temo tuttora – l’inverno. La natura è apparentemente morta, si va per boschi e foreste e al massimo si sente il gracchiare dei corvi, esseri non bene auguranti e sgradevoli, tra l’altro, sia d’aspetto che di verso. Non si odono i canti inverosimilmente melodiosi dei merli, o quelli cinguettanti delle cince. Non vi è il ronzio delle mosche e delle api, e non si avverte il fruscio sulle erbe secche tipico del ramarro e delle lucertole in fuga al nostro passaggio. Tutto tace, tutto è maledettamente silente. Mi immaginavo così il nostro mondo quando qualche altro strano fenomeno astrale avrebbe sconvolto la natura e provocato la scomparsa di ogni essere vivente, eccetto l’uomo e i corvi gracchianti in modo fastidioso sulla nostra testa.

 

Ma l’inverno era vinto anche quell’anno. Mi affacciai alla finestra in un giorno di sole, vidi che il colore imprecisabile di tutto era primaverile, e decisi che era ora di farsi un giro in bicicletta per le straducole che portavano verso Cascina Venalba, oltre il cimitero. Su queste straducole passavo spesso in estate alla ricerca di farfalle, nei prati e nei boschetti che stavano intorno e ovunque si volgesse lo sguardo. Raramente ci ero stato in primavera, pensando che, tutt’al più, avrei osservato solo cavolaie bianche ed insipide nella loro banalità. Infatti, quelle erano dappertutto, non mancavano mai, e da sempre mi chiedevo perché il buon Dio ne avesse fatte così tante, mentre aveva lasciato sguarnita la terra di macaoni e podalirio, le magnifiche caudate dal volo meraviglioso e planante, grandi e colorate e prestigiose per noi che ci dilettavamo nella loro difficile ricerca. Presi la mia bicicletta, salutai mia mamma che era contenta di vedermi uscire a godere del primo sole (credo, ora a distanza di decenni, che pensasse che avrei potuto diventare rachitico per mancanza di attivazione del precursore della vitamina D che si trasforma sotto i raggi solari – a quei tempi, i supplementi di questa vitamina vitale non c’erano ancora nel latte che si compra imbustato), e salii verso il cimitero. Passatolo velocemente per non incorrere in qualche maledizione di cui mi raccontava il superstizioso Piscopo, risalii in fretta verso Cascina Venalba. Questa non era altro che una vecchia, grande e allungata casa, ove abitavano una decina di famiglie; era tutto meno che una cascina come l’intendevo io, conoscitore delle vere cascine della bassa, verso Vercelli, da cui venivano ben tre dei miei nonni. I prati che stavano ai bordi della via, superata quella cascina, erano maltenuti, selvaggi, l’ideale per permettere alle farfalle di riprodursi e di proliferare. C’erano erbacce ovunque, ma anche un sacco di infiorescenze che, nella piena stagione, avrebbero offerto nettare a numerose specie adulte, e anche quelle piantine che invece nutrivano le loro larve voraci.

 

Mi fermai per vedere meglio cosa stava succedendo tra le erbe, non avendo sino a quel momento visto altro che le solite cavolaie ed una bella e giallissima Cedronella sopravvissuta al rigido inverno in qualche crepa, cavo di albero o chissà dove. La cedronella, infatti, è una specie che si riproduce una sola volta nell’annata, verso l’inizio dell’estate e, contrariamente ad altre colleghe, sverna sino all’anno successivo, dopo aver passato la bella stagione volando gaia e posandosi a suggere sui cardi e su altri fiori, splendendo al sole con il suo giallo limone e confondendo il predatore con la forma delle sue ali che imitano le foglie. Insetto bellissimo, la cui femmina è bianco-verdastra ma di pari forma e dimensioni, questa farfalla è sempre la prima ad allietarci le rare giornate soleggiate e tiepide d’inverno, uscendo dai suoi rifugi per sgranchirsi le ali non appena può e tornando, poi, al riparo dalla neve e le piogge fredde della cattiva stagione. Solo a primavera ritorna in volo dopo il lungo letargo e si accoppia. Così nasce la nuova generazione che durerà sino alla primavera successiva, per far ricominciare un ciclo vitale ben sincronizzato da tempi immemori.

 

 

Lasciai la bici come si costumava tra noi ragazzini, ovvero per terra ma con un pedale posto strategicamente su di un ramo rotto, a tenerla in parte sospesa affinché non toccasse il suolo nella sua interezza, e mi incamminai sui prati, fin verso l’inizio del boschetto di gaggie, querce e frassini. Intorno tutto era verde, di quel verde brillante intenso e fresco, forse un po’ virante sul giallo, che caratterizza ogni foglia e ogni erba al debuttare della primavera. Chi non ha mai visto questo colore che sa di nuovo e che brilla al sole ancora tiepido di fine marzo? Tutto è verde quando si cammina sui prati e si attraversano i boschi in primavera, anche il cielo azzurro pallido pare avere una sfumatura di verde in questa stagione gloriosa della rinascita della natura. Mi godevo il mio verde preferito e pensavo che fosse ancora presto per osservare qualche farfalla importante, né si scorgevano le falene addormentate alla base dei pali della luce, dove, in estate avanzata, a volte trovavamo le grigie volatrici della notte.

 

Non vidi nulla di particolare, sinché una farfallina bianca con due grandi macchie aranciate colpì il mio sguardo. In volo, visto che non si fermava mai, si notava un bianco brillante alternato all’arancio che pareva esserci e non esserci, come dei flash. Infine si posò su un fiore giallo di tarassaco. All’esterno era di un colore giallo-verdastro dorato, con disegni intricati e delicati. Non l’avevo mai vista prima, anche perché le mie cacce da queste parti si svolgevano in estate e non così presto nella stagione. Che strana e bellissima farfalla, pensai. Subito ebbi l’impressione di aver scoperto una nuova specie, il sogno di tutti noi entomologi soprattutto quando da giovani, ogni anno, si scorgono specie mai viste. Invece, mi resi conto poco dopo che era la ben nota Aurora di cui scrisse Guido Gozzano in una delle sue poesie dedicate alle farfalle e che avevamo letto a scuola l’anno precedente. Mi ricordai dei versi e mi guardai intorno, aveva ragione il poeta: “Primavera è per me questa farfalla fatta di grazia e di fragilità”, e ancora: “Il profilo dell’Alpi è puro argento; pallido è il verde primo, il pioppo è brullo, la quercia ancor non abbandona il fulvo stridulo manto che sfidò l’inverno”.

Proprio così, pensai: “La messaggera della Primavera è timida, sfuggevole alle dita, cosciente di sua fragilità, quasi non vola, si abbandona al vento e visita la primula e l’anemone, la pervinca, il galanto, il bucaneve”. Ripetevo quei versi, o quanto di essi fosse rimasto nella memoria, e osservavo la mia Aurora volare lieve e leggera, bassa tra le erbe, a volte esitante. Mi rattristai pensando al verso “E la caduca musa marzolina sa che deve sparire con l’anemone”, ma così è la sua vita: breve e leggera, in attesa di accoppiarsi e riprodurre la specie per la nuova primavera che verrà dopo un altro inverno.

 

Rientravo pensoso attraversando il prato verso la bicicletta quando la mia attenzione fu attratta da un gruppo di ortiche, in un punto ove le vacche evidentemente urinavano. Lì potevano celarsi le larve di qualche vanessa, pensai, sapendo che varie specie di vanesse vivono di ortiche. Mi avvicinai e, cautissimo per non urticarmi, spostai con un bastone le punte delle pianticelle per vedere bene che succedeva lì sotto. Infatti, c’ero passato dentro, in una di queste “foreste”, l’estate precedente e non fu una bella esperienza dover grattare per un pomeriggio intero le nude gambe piene di ponfi dolorosi e pruriginosi. Anche Piscopo mi raccontava spesso delle sue battaglie con le ortiche, eventi comuni a chi si occupi di insetti e di farfalle e debba, per ragioni di causa maggiore, marciare tra le erbe. Non c’era ragazzino di campagna, in quei tempi, che non avesse piagnucolato per le sue urticate alle gambe o alle mani, più o meno frequentemente. Il peggio era quando le ortiche venivano utilizzate come arma di guerra tra bande rivali di ragazzini, oppure come strumento per far paura alla bambine, la cui pelle era certo più delicata della scorza abbronzata che rivestiva i maschi in estate. Ebbene, mi avvicinai a quelle ortiche e spostai le cime, e subito notai una sorta di nido di tela che pareva quella del ragno ma era tondeggiante, a formare un sacchetto appeso tra due o tre piantine. A guardare bene, notai che era aperto da un lato e che da quello stavano uscendo piccoli bruchi pelosi e nerastri. “Ci siamo”, mi dissi, ed avevo ragione: erano i bruchi che io avevo visto illustrati in qualche libercolo di insetti e che certo dovevano poi darci delle belle vanesse dell’ortica.

 

 

Che fare? Subito corsi a casa, presi una scatola di scarpe, senza farmi vedere dalla mamma, afferrai i miei guanti invernali, e ripartii: cimitero, Cascina Venalba, prati. Raccolsi quanti più bruchi potei, li misi nella mia scatola, strappai qualche ortica e le misi dentro. Avevo così concepito un vivaio per le vanesse dell’ortica che mi avrebbe occupato per qualche settimana; ogni giorno dovevo portare nuove ortiche, poiché queste larve voraci divoravano tutto in poche ore, e intanto crescevano e si allungavano. Fu un processo di due settimane, seguito dall’affascinante fenomeno dell’incrisalidamento, durante il quale la larva, ormai cresciuta sino a 4-5 centimetri, si appende immobile a testa in giù sul coperchio della scatola o su qualche rametto secco e dopo un giorno, agitandosi lentamente, si trasforma in una crisalide con punte come spine e con una macchia metallica.

 

Così starà, immobile, per altre due settimane prima dell’ultimo atto della metamorfosi, durante il quale una farfalla arancio vivo e con macchie nere e blu fuoriesce a stendere le umide ali per un paio d’ore, prima di volare felice e incontrare la compagna con la quale farà partire un nuovo ciclo vitale per la sua specie. Fui impressionato da questo primo mio allevamento di farfalle, lo raccontai a tutti, lo descrissi in un tema scolastico, lo disegnai per ricordamelo. Ah, la primavera! Come si può non amare questo inizio di stagione di freschezza, di tiepido sole e di verde delicato ovunque? La mia Aurora era ancora lì, volando fragile tra le erbe, musa marzolina che sparirà con l’anemone: “congeda il Marzo, volgesi all’Aprile: Aprile! Marzo andò: tu puoi venire!...”.

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