I pashtun tra stereotipi (post)coloniali e terrorismo

In una recente pellicola di Bollywood, Dishoom, due nerboruti sbirri-vendicatori indiani sono in missione per salvare il capitano della squadra nazionale di cricket, Viraj (si noti l’assonanza con il vero capitano, Virat). Viraj è stato rapito proprio alla vigilia dell’eterna finale, LA partita: Pakistan contro India. L’azione si svolge in un non meglio identificato stato del golfo Persico, tutto grattacieli, piscine e macchinoni. Puro realismo, non fosse che al suo interno si trova un’enclave pakistana abitata da pashtun, Abudhin.

 

Abudhin è un pittoresco villaggio, dove uomini con la faccia da criminali, la pelle bianca e gli occhi chiari vendono armi e pugnali come fossero souvenir. Il presunto rapitore del capitano della nazionale indiana si nasconde in un esotico covo segreto, un disordine fatto di giovani donne prigioniere in acquari, danze spinte, gioco d’azzardo, e competizioni testosteroniche, incluso braccio di ferro. Tutti i malviventi indossano rigorosamente il cappello tradizionale pashtun (“chitrali topi”), reso globalmente noto dai Talebani.

 

I due poliziotti indiani, più americani che mai – le forze del bene – inseguono il presunto rapitore pashtun in una rocambolesca corsa, tra motocarrozzette e campi minati, fino a raggiungere una moschea. È l’ora delle preghiere, uno stuolo di pashtun reclini e devoti separa i giustizieri dalla loro preda. In quel momento un cecchino spara inaspettatamente al criminale, in una scena che non avrebbe stonato nella serie americana “Homeland”.

 

Bollywood dishoom.

 

I trionfanti, hollywoodiani poliziotti indiani si liberano di un criminale pashtun dalla pelle chiara e gli occhi verdi: India contro Pakistan. In questa scena sono esposti molti degli stereotipi coloniali che ancora abitano il subcontinente indiano. I pashtun sono una popolazione guerriera, dalla pelle chiara, “belli come statue ellenistiche”, secondo Sir Olaf Caroe, che fu governatore della cosiddetta frontiera del nord-ovest dell’impero britannico (NWFP) fino al 1947, anno di nascita di India e Pakistan. Scrive Caroe in una delle tante mitizzazioni erotiche che si trovano nella sua storia dei pathan (nome coloniale dei pashtun): “Un giovane afridi (tribù pashtun e, ironicamente, anche cognome/etnia dell’attuale capitano della squadra di cricket pakistana) potrebbe fare da modello per Apollo”. I pashtun erano infatti oggetto delle fantasie omoerotiche dei loro colonizzatori, tanto che “su per il Khyber” (passo montano che collega Afghanistan e Pakistan) era diventato un tropo per sodomia, come racconta la storica inglese Alice Albinia nel suo bellissimo libro “Imperi dell’Indo: La storia di un fiume”, pubblicato in Italia da Adelphi.

 

SharbatGula, ph Steve McCurry.

 

L’immaginario globale sui pashtun si nutre del discorso coloniale che li ha costruiti come soggetti belli e violenti. I pashtun sono belli, come bella era Sharbat Gula, la bambina resa famosa dagli scatti di Steve McCurry. Come milioni di profughi afghani, Sharbat è stata recentemente ritrovata in un campo rifugiati in Pakistan, repatriata e persino ricevuta dal presidente Ashraf Ghani. Ma i pashtun sono anche una razza marziale secondo le gerarchie razziste (post)coloniali, sono guerrieri, coraggiosi, violenti. Questo ben radicato stereotipo si fonde con la quasi automatica equazione tra un’intera e variegata etnia, divisa in due paesi da confini imposti dagli inglesi, e i talebani. In particolare, la valle di Swat è diventata l’epitome della barbarie talebana: un luogo dove la violenza non risparmiava neanche le ragazzine, come il premio Nobel Malala Yousufzai, giovane pashtun originaria di Swat.

 

Caroe. 

 

Con mia grande sorpresa, anni fa, l’editore di un mio articolo su Swat pensò di migliorarne la qualità, scrivendo maiuscolo Swat: da Swat a SWAT, l’acronimo Special Weapons And Tactics che designa le unità speciali della polizia americana, e reso celebre da un’infinita teoria di pellicole hollywoodiane e serie televisive.

 

ChitraliTopi, ph G. Gioli.

 

Non ci feci troppo caso allora, mi limitai a correggere e rimandare le bozze. Non molto tempo dopo, mi capitò di leggere un articolo accademico, pubblicato su una rinomata rivista di scienze ambientali, dove di nuovo Swat (la valle) era diventata SWAT. Com’è possibile – mi chiesi – come possono scrivere in maiuscolo un toponimo, il nome di una valle, di un distretto? Come poteva un errore così grossolano sopravvivere al processo editoriale che accompagna la pubblicazione della letteratura scientifica? La mia sorpresa si è fatta stupor filosofico quando recentemente il mostro ortografico SWAT è riaffiorato in uno scambio con un colto collega indiano.

 

Come cantava Laurie Anderson, il linguaggio è un virus. Non lo parliamo, ci parla. Lapsus apparentemente irrilevanti sono spesso sintomi. Qual è la diagnosi qui? Tornando al film di Bollywood, perché dei poliziotti indiani che mimano le squadre speciali americane (SWAT) inseguono criminali pakistani di Swat? Militarismo, nazionalismo, valori e gerarchie morali ed estetiche di derivazione coloniale incontrano le generalizzazioni orientaliste del nostro presente islamofobo. Questa geopolitica sessualizzata e testosteronica deve essere presa molto seriamente.

SwatValley ph Shafaat Ali.

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