La vita e le forme

Qualche anno fa - 2005 circa - guardando il lavoro sulla vita monastica, Per sempre, della cineasta Alina Marazzi rimasi colpita da una frase pronunciata dalla giovane donna, aspirante alla clausura e poi ritornata alla vita mondana, di cui il documentario seguiva il percorso esistenziale. La giovane donna diceva che non avrebbe potuto dedicare se stessa a quel tipo di vita se dalla preghiera e dal contatto esclusivo con Dio non le fosse venuta ogni giorno una forma di piacere, di bellezza e di intensità non barattabili con niente altro. Nelle parole di questa ragazza, bella e disponibile a parlare della propria singolare esperienza con pacatezza e intelligenza tanto da attirare l’evidente empatia della telecamera, ho trovato un’associazione diffusa tra i mistici e i dediti alla contemplazione, quella tra pienezza estetica, propriamente dei sensi, e divino. Esiste una discreta letteratura sull’intersezione fra queste due dimensioni, estetico/divino, dunque non mi sono sentita particolarmente originale nel notare come la giovane donna parlasse dell’esperienza di Dio nei termini in cui altri parlerebbero di un’opera d’arte o di un vissuto sensoriale molto forte. Ciò che mi aveva colpito era che questo fenomeno, stando alle sue parole, accadesse ogni giorno, dovesse accadere ogni giorno per nutrire la sua fede e lei stessa come persona. Allora ho cominciato a riflettere sulla quantità e frequenza di bellezza, di senso di appagamento profondo, di senso di giustizia delle cose che normalmente la gente si concede, o riesce a ottenere dal mondo.

 

Di quanta bellezza e pienezza ha bisogno un essere umano ogni giorno? Perché la ricerca della bellezza è un fatto comune e trasversale all’umanità, quanto sottovalutato nelle retoriche diminutive del: “conta la sostanza”. Come se, in ambito naturale, tanto per fare un esempio, forma e sostanza fossero cose distinte. Certo per l’animale culturale uomo le cose sono più complesse e direi che la principale difficoltà consiste proprio nello stabilire cosa sia bello e, al contrario, cosa non lo sia. Non c’è niente di più difficile da motivare che un giudizio di valore, anche se tutti siamo assolutamente persuasi di sapere cosa abbia o non abbia pregio estetico. Per secoli la ricerca della bellezza è stata concentrata, a livello élitario, nel conferire forme interessanti e significanti alle città, alle opere d’arte agli oggetti d’uso più raffinati, ai vestiti, con l’adesione a canoni largamente condivisi, frutto di una distillata e, di volta in volta, meditata visione del mondo. Oggi un canone condiviso non esiste, viviamo nella pluralità. Esistono, però, soverchianti leggi di mercato e di profitto valide in ambito urbanistico (e di distruzione del paesaggio) quanto artistico.

 

Mi domando se la gente pensi alla bellezza come a un fatto da museo d’arte antica, poiché quella contemporanea suscita (giuste?) perplessità e spesso un ingrato sforzo intellettualistico, o se la bellezza, come una antica divinità scaltra, sia migrata altrove. Dove? Negli oggetti di design, che l’industria ha messo alla portata di molti, se non tutti, nelle forme più o meno popolari di intrattenimento come la musica, il cinema, la televisione, forse. Ognuno avrà il proprio catalogo, la propria classifica, il proprio tempietto interiore. Intanto - è un fatto - nel paese Italia viviamo in quartieri dormitorio e città diffuse che si sono mangiate la campagna, in centri storici degradati, al meglio mummificati e quasi del tutto incapaci di comunicare con i tempi attuali, in case abominevolmente costruite con scarsa attenzione ai materiali per non dire alle forme, in luoghi non-luoghi per usare un’espressione ormai abusata. Eppure tutto è forma, la vie même est une forme, scriveva Balzac e se l’arte non ci persuade a tanto, la biologia, la matematica, la chimica e le scienze tutte ce lo ricordano tassativamente: le forme contengono e consentono la vita.

 

Allora forse non è poi così ozioso porsi la domanda: di quali forme, di quale bellezza ci nutriamo ogni giorno? E al contrario quale bruttezza rifuggiamo?

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