Le sirene delle dodici

Anziché andare al teatro dell’Opera, John Cage preferiva ascoltare il traffico dal suo appartamento newyorchese su Sixth Avenue. I rumori nei quali siamo quotidianamente immersi ci disturbano finché li ignoriamo, scriveva, ma diventano intriganti non appena ci mettiamo ad ascoltarli. Bisogna prendere Cage alla lettera quando dice: “If you listen to Beethoven or Mozart, you see they are always the same. But if you listen to traffic, you see it’s always different”. Il traffico è uno spartito lacunoso pieno di variazioni e dinamiche inattese, di crescendo e diminuendo, di mezzopiano e mezzoforte, di tempi lunghi e corti, di timbri e accenti diversi, di precipitati e miracolose sospensioni. Le città sono degli sterminati soundscape, depositi di sons trouvés, macchine che producono ambient noises, ovvero nient’altro che suoni senza alcun contenuto liturgico, celebrativo, esortativo, introspettivo, espressivo. Suoni de-psicologizzati che non significano niente.

 

Che questo valga solo per Sixth Avenue?, comincio a sospettare quando mi accorgo che nello spartito di Parigi, dove Cage ha trascorso da giovane diversi mesi, c’è meno alea di quanto immaginassi. Ogni primo mercoledì del mese suonano le sirene. E suonano forte. Per tre volte. E ogni volta per un minuto che sembra non finire mai. Il muggito inarticolato di un bovino metropolitano. Piazzate sui tetti dei comuni, e non sulle caserme dei pompieri come credevo all’inizio, pare che di sirene ve ne siano all’incirca 4500, sparse per tutto l’Hexagone. Da quando ne ho individuato il suono, non c’è mese che non le senta. Eppure mi colgono sempre alla sprovvista, sempre accompagnate da un “Accidenti!”. Di più, mi inducono a sospendere qualsiasi attività stia svolgendo in quel momento: in un Café a leggere, in biblioteca, a passeggio, a lavoro, a fare la spesa. L’ultimo mercoledì ho dovuto interrompere una concitata conversazione telefonica, perché la voce del mio interlocutore si era trasformata in uno sgradevole brusio.

 

Non avendo la forza per ignorare il suono delle sirene delle dodici, devo fermarmi e prestargli orecchio. Difficile spiegare perché. Di certo, ascoltare le sirene non è una semplice presa di coscienza che sono a Parigi e ricorre il primo mercoledì del mese. Questo hic et nunc fa parte della temporalità degli orologi e dei calendari, la parte più triviale e meno attendibile del modo in cui percepiamo lo scorrere del tempo. E poi le sirene sono tutto tranne che un affare di coscienza. Il canto delle dodici è un richiamo ammaliatore e irresistibile, potente quanto quello della mitologia. Se non sento la necessità di riempirmi le orecchie di cera o di incatenarmi mani e piedi al pennone di una nave (o a un di più facile reperimento palo di un semaforo), le sirene segnano comunque un istante esclusivo. Un istante in cui diventa possibile intravedere in diagonale la propria esistenza, scollarla dalla carta moschicida del quotidiano più appiccicoso.

 

Le sirene delle dodici aprono a un’esperienza della soglia, a una dissoluzione dei confini tra realtà e illusione, tra la veglia e il sonno, permettono l’ingresso scandaloso del mistero nel quotidiano e nella logica della ragione sempre pronta a puntellarlo come una quinta teatrale di cartapesta. Una fantasmagoria che mette il quotidiano sotto una luce che ne spegne la trasparenza. Insomma un’“illuminazione profana”, per dirla con Walter Benjamin interprete del pensiero surrealista, da Nadja di André Breton a Le Paysan de Paris di Louis Aragon: “Il suono e l’immagine, l’immagine e il suono erano ingranati con tale automatica esattezza, con tale felicità che non restava più alcuna fessura dove infilare il gettone ‘senso’”.

 

La cruda realtà ci insegna che le sirene delle dodici sono un’usanza ereditata dalla Seconda guerra mondiale. Ma non bisogna aver vissuto in tempi di guerra per sapere che questo suono allerta la popolazione di un pericolo imminente, di un’eventuale fine del mondo: un attacco aereo, un’esplosione nucleare, un 11 settembre bis (ma era un martedì). Un Dies Irae o, meglio, il lamento, il canto di morte delle sirene per i naviganti se non, secondo la versione kafkiana del racconto omerico, il loro silenzio ancora più agghiacciante. Mezzogiorno è del resto l’ora più pericolosa della giornata, più della mezzanotte, il momento in cui le ombre si assottigliano e ci rendono visita i demoni meridiani, come scriveva Roger Caillois. Demoni meridiani che continuano a renderci visita nel XXI secolo sotto forma di revenant sonori, di segni spettrali invisibili ai sensori più sofisticati dei nostri iPad.

 

Le sirene suonano sempre in un momento inopportuno in cui non siamo pronti a rendere ragione. Bisognava avvertirci in anticipo e avremmo preso le nostre precauzioni, ma così ex abrupto non è corretto, non vale, non si fa. Il vantaggio delle sirene delle dodici è che si può chiedere sistematicamente una proroga per il mese successivo. È una catastrofe gestibile, una fine del mondo che finisce il mondo e il tempo che resta come il “Game Over” dei videogiochi. Permettono un breve riepilogo e un rilancio alle sirene del prossimo primo mercoledì. Ascoltare il traffico della Sixth Avenue? Beato te, caro Cage.

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