Il web non esiste

Una delle cose più sconcertanti di questi giorni è il parlare della rete.
Grillo, partendo da un blog, è arrivato al 25%, e quindi tutti giù adesso ad analizzare “il web”, come lo chiamano quelli che non lo frequentano.

 

Alcuni hanno fatto analisi molto precise, e acute (Vincenzo Cosenza, Serena Danna, Fabio Chiusi, Evgenij Morozov). Altri, considerazioni giuste, ma di routine (Gianni Riotta e Riccardo Luna, per dire). I più, però, tendono a una ottusa (e fuori tempo massimo) generalizzazione su “il web” (uno fra i tanti, Michele Serra).

 

“Il web vince le elezioni”, cosa si è detto “sul web”, “il web influenza il voto”, “non si fa politica sul web”, “la comunicazione sul web”, eccetera eccetera.
Oceani di righe generaliste, che hanno tutte un unico problema principale, e un presupposto sbagliato: la rete è un mass medium.

 

Chiunque minimamente la frequenta, capisce che il punto di partenza è insensato. La rete non è la tv, o i giornali, o i libri, la rete è una tecnologia in cui si trovano infinite realtà: è un mezzo.  
Non ha un linguaggio o un contenitore unico. Cerchiamo di capirlo, una volta e per tutte: in rete c’è la piazza, il libro, il giornale, il porno, la serata, la pizza, il flirt, gli amici, la tv, la musica, i film, l’arte, le chiacchiere, le cazzate, il fantacalcio e i collezionisti di francobolli.

 

Non esiste questo luogo comune de “il web” (e men che meno il risibile “popolo del web”), con dentro qualcosa da capire, analizzare, scrivere, o perfino dedurre. È come scrivere de “il mondo”. Non si finisce più.
Grillo ci fa politica, su un blog personale, usandolo come un messia (in Usa da decenni ci sono figure carismatiche acchiappa-popolo). Rocco Siffredi ci vende il porno, Amazon ci vende i libri, e mia mamma ci guarda le foto dell’estate. Ognuno fa quello che vuole, le dinamiche sono infinite, è mondo. È, semplicemente, mondo.

 

Poi ha un linguaggio, dei luoghi, delle grammatiche, e quelle, sì, sono da analizzare. Persino difficili da analizzare. Perchè cambiano i posti, i modi di parlarsi, i nodi passanti. Ma cambiano con la stessa modalità con cui cambia il mondo: si fanno gli aperitivi, non si va al dopolavoro, e allo stesso modo si sta su twitter, e non su myspace. Dinamiche del mondo, niente di più.  

 

La rete non è un mass medium (e quindi niente McLuhan, vi prego), non è Rai1, o Repubblica, la rete sono cavi, niente di più, come sono le strade, la posta, i binari, il telefono. È un mezzo,  e ci passa tutto e il contrario di tutto.

 

Per quelli che continuano a scrivere “sul web”, è come se scrivessero “sulle strade”, o “sul telefono”, e immaginatevi per un secondo cosa ci si è detto “sul telefono” negli ultimi mesi di tutto il paese, mettetele per iscritto, e provate a capire cosa è successo. Quello che è successo “sul telefono” non è altro che quello che è successo “sul paese”, la stessa cosa.

 

E chiunque cerca di analizzare quella cosa lì, che sia il telefono, le strade, o il web, sta semplicemente analizzando il paese. Ed è un compito difficile, faticoso, persino alto. Se ci liberiamo di questa parola, web, facciamo un bel passo avanti per capirlo, questo paese.
Ed è arrivato il momento di farlo, fidatevi.

 

 

twitter.com/roberto_marone

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