La baby aerodinamica

Mettiamo il caso che il primo di gennaio, poco dopo essere tornato dal veglione di Capodanno, pieno di alcol e bollicine, mentre cerco faticosamente di infilare la chiave nella toppa della porta, mi si pari davanti un ometto verde che mi chiede nella nostra lingua: Chi è il terrestre che bisogna interrogare per capire questo vostro stranissimo mondo? Interrompendomi un attimo dall’immane sforzo di centrare il buco, non avrei il minimo dubbio e gli direi: Tom Wolfe! Gli metterei in mano – facendolo entrare in casa – il volume: La baby aerodinamica kolor karamella, anno 1965. Lì c’è tutto: l’invenzione della giovinezza, la musica dei Beatles, l’arte pop, l’America dei magnati, un manuale per comportarsi in pubblico e conversare felici e contenti, le istruzioni per il party perfetto, Playboy e la pornografia di massa, i mass media e Mister-il-medium-è-il-messaggio, e altro ancora.

Certo, è il mondo occidentale; ma fino a che i nuovi padroni del mondo, là in Oriente, non avranno prodotto il loro T. W. con gli occhi a mandorla, beh, fino ad allora lui è ancora un faro.

 

Tom Wolfe è un signore non troppo alto, viso affilato, sguardo luciferino che si veste di bianco da capo a piedi: cappello, giacca, cravatta calzoni e scarpe. Insomma, uno snob in versione Camp. Non uno attraente, anzi, al contrario, decisamente antipatico, però senza dubbio ficcante. I suoi scritti sono dei fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee. Lo stile più le idee. Meglio: lo stile come idea. Forse anche su Marte è arrivata l’espressione Radical Chic, ammesso che là ne esistano, mentre qui da noi, da quando Tom Wolfe ha raccontato il party allestito dal maestro Leonard Bernstein nel suo appartamento di New York in onore delle Black Panters, hanno cominciato a esistere e a essere riconosciuti come tali. E poiché ho giusto a portata di mano la recente ristampa de La baby (tr. di Attilio Veraldi, Castelvecchi, pp. 252, € 16.50) gli spiegherei che tipo di libro si tratta, ma intanto gli mostrerei altri due volumi del Nostro riapparsi da poco: La stoffa giusta (Oscar Mondadori), storia degli astronauti americani e della loro impreparazione, e Il falò delle vanità (Oscar Mondadori), libro chiave degli anni Ottanta.

 

Tom Wolfe, attaccherei, è uno scrittore, non un sociologo o un antropologo del quotidiano, uno che ti racconta la realtà come se fosse un romanzo e i romanzi come se fossero realtà. Troppo difficile? Beh, terra terra, diciamo così: ti fa vedere la società contemporanea nel suo farsi e disfarsi. Ha cominciato presto, all’inizio degli anni Sessanta, scrivendo per le riviste americane Esquire, Harper’s Bazar. Tra i primi ha avvistato l’essenza dionisiaca del Nuovo Mondo; l’ha fatto descrivendo i ragazzotti che “customizzano” le automobili appiccicando alettoni, togliendo il tetto, colorando con colori fosforescenti. Ha visto il sorgere del barocco moderno che dalle sponde del Pacifico è trasmigrato, nei sessant’anni seguenti, fino alla soglia della Città Proibita a Pechino, a Shangai, a Hong Kong, e a Dubai. Tutto comincia lì, anche quello che poi abbiamo chiamato, due decenni dopo, postmoderno, società liquida e culto della giovinezza; tutto ha inizio con la torcia della dionisiaca Linea Aereodinamica e gli autentici Geni dell’Adolescenza, l’ultimo dei quali, mago del barocchismo razionalista, Steve Jobs, ci ha appena lasciati.

 

Al mio venusiano, o marziano che sia, darei subito da leggere il più strabiliante libro degli anni Sessanta, pubblicato nel 1968: The Electric Kool-Aid Acid Test, reportage sulla vita di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, profeta dell’LSD e dei rinfreschi elettrici (libro che sarebbe bene ristampare al più presto). Apple e le sue diavolerie sono già lì, almeno in potenza. Gli anni Ottanta e Novanta sono contenuti nei Sessanta. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato – quanto gli deve Arbasino? Molto, credo. Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso. Per quanto difficile da far capire a un venusiano, o marziano, proverei a spiegargli che cos’è il New Journalism, formula vincente degli ultimi trent’anni, per cui sui giornali, e non solo lì, la parola d’ordine è: raccontare raccontare raccontare.

 

La cosa più difficile da illustrare al mio ospite sarebbe il fondamentale conservatorismo di Tom Wolfe. Di più: il suo essere un profondo e totale reazionario. Reazionario ovvero uno che reagisce. A cosa? Al conformismo dilagante. Solo un anticonformista poteva scoprire in anticipo la comicità orgiastica delle nuove generazioni americane, il loro postmodernismo. Uno dei suoi libretti più pungenti, piccolo capolavoro reazionario, è la messa sotto accusa dell’architettura modernista: Maledetti architetti. Dal Bauhaus a casa nostra. L’avessero letto coloro che hanno distrutto il profilo delle nostre città con le loro pestilenziali architetture… Ma forse no, forse non serve. Gli architetti che distruggono non leggono. Regalerò dunque la mia copia al marziano. Buon Capodanno con l’Omino in bianco!

 

 

Uscito su La Stampa

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