Presenza/Assenza del padre

Un percorso nella saggistica contemporanea

Potremmo definire questo periodo storico come quello del lamento per l'assenza dei padri. E poiché ogni tendenza esprime una controtendenza, abbiamo fortunatamente anche una letteratura che insiste sull'importanza del Padre. Ivo Lizzola ha pubblicato di recente, presso Pazzini, La paternità oggi. Tra fragilità e testimonianza. Pedagogista e collega all'Università di Bergamo, Lizzola presenta un discorso differente sul Padre: più che lamentarne l'assenza, ne sottolinea l'importanza per il figlio, poiché ogni padre è padre del figlio e ogni figlio è figlio del padre. Legame che presuppone l'elezione, la scelta.

 

Lizzola rileva che “quella del padre è una precedenza che lascia essere, non una precedenza che incombe”. La paternità è, in qualche modo, sempre un'adozione. Una scelta propria del padre, che apre al figlio mondi possibili. Una scelta sui generis, non programmabile. Non è finalità cosciente, siamo di fronte a un paradosso.

 

Il padre è sempre anche un figlio nella trasmissione generativa e, come asserisce il sottotitolo dell'opera, i due capi di questa relazione sono la fragilità, che appartiene al figlio, ma anche al padre, che il padre mostra al figlio, e la testimonianza del figlio nei confronti del padre e del padre che narra al figlio il legame con il proprio padre e che testimonia le conquiste del figlio.

 

Lizzola, docente cristiano, con la sua peculiare scrittura, preferisce descrivere il meglio di ciò che è, piuttosto che lamentarne le mancanze. Con ciò riprende la prosa di questo nuovo Papa, intento a raccontare le meraviglie del creato, nella convinzione che la provvidenza divina si presenti come nelle parole di Amleto: ci son più cose in cielo e in terra di quante non ne sogni qualsiasi filosofia.

 

La questione del padre fu posta “sul crinale del millennio” da Luigi Zoja. Invero, prima ancora, nel 1992, David Meghnagi, psicoanalista e studioso di Ebraismo, aveva sottolineato l'importanza del padre in Freud e in psicoanalisi in un'opera magistrale: Il padre e la legge. Freud e l'ebraismo (Marsilio). Il padre è Legge per via del carattere della generatività paterna, una trasmissione narrativa delle tradizioni e del rispetto, che si rende particolarmente urgente e necessaria nell'ebraismo dopo la Shoah. Il padre serve a ricordare e testimoniare, a mostrare la forza e la fragilità dei legami, la contraddizione. In Freud questa contraddizione si esprime nell'atteggiamento laico, da un lato, e nel legame con l'esegesi ebraica, quando per esempio scrive: “Abbiamo trattato il sogno come un testo sacro...”.

 

Le considerazioni di Meghnagi, nel mettere in luce le origini ebraiche della psicoanalisi, vanno al di là dell'elemento biografico riferito a Freud. Si tratta di sottolineare il rapporto contraddittorio che ogni figlio ha col padre. Da un lato il padre presenta il legame sociale con la tradizione, dall'altro il figlio presenta il legame con l'attesa. Il figlio è destinato a fondare qualcosa di cui sarà, a sua volta, padre. In questo senso si è tornati a citare la frase di Goethe: “Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se vuoi possederlo davvero”, che Freud fece propria.

 

Poi le pubblicazioni si sono addensate e negli ultimi anni la saggistica tende a concentrare le proprie attenzioni sul Padre, sulla relazione tra il Padre e il Figlio, sui padri. L'epoca, il paese, sembrano diventati un concentrato di condotte paterne contraddittorie. Da una parte atteggiamenti materni, assunzione di ruoli paritari, dall'altra autoritarismi delegittimanti, padri padroni. Sono convinto che Massimo Recalcati (Il complesso di Telemaco) abbia ragione quando sottolinea che l'“evaporazione” del padre, non ha a che vedere con la sua “assenza”. L'assenza è necessaria; se non ci fosse, come si potrebbe esercitare la scelta? Il padre sta appunto nella “precedenza che lascia essere”.

 

“Evaporazione” indica piuttosto la tendenza ad abdicare. Ciò avviene quando il padre è marmoreo, ottuso, incapace di pensare, di applicare la legge alle circostanze, al contesto. Il padre (il terapeuta!) neutrale, che si scandalizza o si lamenta di essere costretto a far fronte ai cambiamenti culturali e dei costumi, che si rinchiude nella torre eburnea e non sa distinguere le nuove maniere di presentarsi del figlio da un atteggiamento sconveniente e irrispettoso è padre marmoreo, abdica al ruolo generativo, diventa bacchettone. Così pure il contrario, il padre amico, che si mette sullo stesso piano del figlio, che pretende d'insegnare alla madre, anche lui bacchettone.

 

Difficile la condizione di padre. Nella mia esperienza, che risuona con il testo di Lizzola, è qualcosa che accade e che si sceglie contemporaneamente. Impossibile parlarne, scriverne, senza lasciare trasparire la propria esperienza con il padre e come padre, l'esperienza di paternità e figliolanza, come fossero contemporanee. Sempre il soggetto dell'enunciato (il Padre) è anche soggetto dell'enunciazione (sono io), anche quando parlo di mio padre. Se la paternità è relazione, io sono il figlio del padre di cui parlo. Col babbo si ha un'esperienza affettiva costante, anche quando è assente, impegnato. Durante l'adolescenza si sentono le tensioni di due generazioni che si scontrano, poi si comprende la saggezza di alcuni divieti, di alcuni obblighi: alzarsi in tram per lasciare il posto a un anziano. Senza rendercene conto pienamente, cerchiamo di fare lo stesso coi figli. Si tratta più di una voce di dentro che di una programmazione razionale.

 

Apprezzo le opere letterarie sul padre perché, talvolta più sottili di ogni saggistica, descrivono la realtà delle contraddizioni della vita quotidiana e della vita come esperienza che attraversa gli anni e gli eventi. L'opera di Antonio Scurati Il padre infedele (Bompiani) racconta, in una storia, la vita dei padri contemporanei, le loro contraddizioni, i demoni che attraversano, la perdita e la riconquista dell'identità paterna. Gli sdraiati di Michele Serra descrive, con ironia, la disperata sensazione di vuoto del padre abbandonato dal figlio.

 

Mi piace però ricordare sopratutto un romanzo del passato, L'oblio di Elie Wiesel (Bompiani), che lessi oltre vent'anni fa. La storia di Elhanan, padre ebreo, che perde la memoria e incarica il figlio Malkiel, giornalista di successo, di riconquistarla attraverso un viaggio. Romanzo che, man mano che il tempo passa, fa sempre più parte della formazione personale di un padre che, durante la sera, affida la sua vita al figlio.

 

Rimane ancora aperta la questione della Madre, di cui oggi parlano in pochi. Non si tratta né di ruolo, né di funzione. Si tratta di codici. Perché la Legge del Padre si stabilisca nel modo giusto, è necessaria, a mio avviso, la fiducia nella persona, incarnata nel codice affettivo materno. Ciò che mantiene sempre il legame sociale, anche quando appare spezzato. Sembra che di ciò, in tutto questo importante discorso sui padri, ci si stia dimenticando.

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