Perpetua e Il Gattopardo

Le opere di invenzione arricchiscono talvolta la lingua di parole nuove. Succede di norma per vie affatto accidentali e senza intenzione degli autori. Un caso esemplare: non c’era una parola che designasse un’attempata persona di sesso femminile al servizio d’un sacerdote (c’è motivo di credere sia mestiere con poche addette, oggidì). A metà dell’Ottocento, la lacuna, fino ad allora inosservata, fu colmata. Si trasse un nome comune dal proprio assegnato da Manzoni a una figura minore, ma ben caratterizzata dei “Promessi Sposi”. Del perpetua venuto così fuori, lo scrittore non porta ovviamente nessuna responsabilità. Per parte sua, egli aveva solo inteso dar nome a un personaggio, non proporre la designazione d’una figura sociale. In proposito, l’incidenza del caso è peraltro ancora maggiore. Nella prima release del romanzo, dal titolo differente, il medesimo ruolo era coperto da un personaggio di nome Vittoria. Fosse rimasto tale, l’italiano avrebbe continuato a fare a meno di un nome comune, per la designazione della domestica d’un prete. La parola vittoria era ovviamente indisponibile. Le innovazioni lessicali procedono spesso a casaccio, come la storia.

 

A proposito di storia e dei suoi accidenti, non va addebitato a Tomasi di Lampedusa ma a suoi corrivi interpreti l’innovativo gattopardo comparso nel lessico italiano subito dopo l’epifania del suo romanzo, sessanta anni fa. Esso qualifica persone pubbliche capaci di giostrarsi con spregiudicatezza nelle fasi di cambiamento storico. Lampedusa cercava solo un titolo per la sua opera, disse anni dopo un testimone attendibile. Lo trovò nel nome comune di una bestia: un gattone rampante, figura araldica della sua famiglia. Rese proprio tale nome. Gli attribuì un’iniziale rigorosamente maiuscola. Ne fece così l’allegoria della nobiltà. Il Gattopardo non è infatti un personaggio del romanzo, tanto meno il suo protagonista di facciata. È l’idea centrale del romanzo: con pregi e difetti, la nobiltà come valore da lungo tempo perento, a parere di Lampedusa. Degno perciò d’un monumento letterario che cogliesse il momento della fine della sua contingenza storica estrema. Ne dicesse la portata umana, quindi moralmente perpetua. Col garbo della parola ben scritta, mostrasse all’uopo ciò che cambia sempre e ciò che non cambia mai.

 

Comparso sotto altro titolo sul Corriere del Ticino del 15 giugno 2019.

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