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L’infinito in uno spot

In questi giorni, all’Infinito di Giacomo Leopardi tocca in sorte una reiterata epifania nella programmazione delle reti della televisione pubblica italiana, con il pretesto di una celebrazione bicentenaria. C’è ben più del rischio che, per quanto la poesia possa essere considerata un bene immateriale e quindi, in linea di principio, inattaccabile dal degrado, essa venga egualmente sfigurata dall’usura, come altre delicate e preziose opere radicate in un passato di ormai vertiginosa diversità.

È del resto cominciata già qualche anno fa un’anamorfosi del pensatore, prosatore e poeta recanatese che ha avuto, come esito, la proiettiva creazione di un’icona pop. “Giovane favoloso”, creatura “fragile”, languido rimedio e innesco dolciastro per le turbe esistenziali e sentimentali dell’adolescenza in cui pare eternamente permanga, malgrado l’anagrafe e ben oltre l’età della scuola, l’attempato pubblico dell’industria culturale nazionale.

 

Nello spot televisivo, la recitazione dell’idillio non è stata affidata, come si sarebbe fatto un dì, alla declamazione professionale di un attore o a quella, forse malferma, ma partecipante, di un vate (la recente morte di Andrea Camilleri ha del resto privato la nazione dell’ultimo su piazza). 

Per segmenti o forse (e più propriamente) per tweets, a dire L’infinito sono le voci di due decine di popolari protagoniste e protagonisti della scena nazionale della musica di consumo. Sono in altre parole voci che procurano alla nazione di oggi la dose di una poesia dalla rilevanza sociale quantitativamente verificabile. Riguardo al testo, si propone così se non un’equivalenza, certo una correlazione tanto allusivamente pregnante, quanto fuorviante e fasulla. L’apice viene raggiunto nel momento in cui “E il naufragar m’è dolce in questo mare” sortisce conclusivamente dalle profonde e sensuali corde vocali di Mina Mazzini: in ossequio, del resto, al principio che “...l’importante è finire”.

 

 

Mentre le voci proferiscono i versi, questi corrono sullo schermo come, vergati dal poeta medesimo, li mostra un celebre e prezioso manoscritto. Tratto caratterizzante dell’immagine resta d’altra parte, per silhouette e a rappresentare il poeta, una proiezione speculare, ridotta e poi variamente modulata, della slanciata figura che compare di spalle in un dipinto del romanticismo tedesco: Der Wanderer über dem Nebelmeer di Kaspar David Friedrich.

 

A duecento anni dalla sua realizzazione, tale dipinto è oggi un luogo comune figurativo e ricorre frequentemente, in vari modi, nelle reti sociali e nella correlata comunicazione. Esso è tuttavia (o perlomeno dovrebbe essere) inaccostabile a Giacomo Leopardi e alla sua opera. Una consapevolezza teorica e storica anche molto modesta del pensiero e della prassi del poeta lo dice, come dice che non basta l’eventuale coincidenza temporale per fare di tutta l’erba un fascio.

Non si parli allora, per cortesia, di divulgazione meritoria. Divulgare è cosa seria e, a farlo seriamente, comporta una radicale onestà. Comporta infatti che ci si conformi alla più rigorosa attitudine scientifica, provando a diffonderne con modi semplici ma esatti la consapevolezza, se non proprio la pratica. E la più rigorosa attitudine scientifica, nel caso di ciò che riguarda la cultura, è appunto un’attitudine filologica. Approssimazioni, pressapochismi, ammiccamenti, fomentazioni e rinfocolamenti di luoghi comuni non sono i modi di chi divulga, sono quelli di chi imbonisce e di chi, in sostanza e con la scusa pelosa di farlo per il bene dell’umanità, propala fake news.

Costringere L’infinito in uno spot siffatto non è quindi un modo di portare la cultura e Giacomo Leopardi in televisione. È una delle tante forme con cui oggi si manifesta nella società nazionale e nella sua comunicazione il tanto deprecato populismo. Come si vede, da autentica marca morale della temperie, esso serpeggia comicamente ben al di là dei suoi eclatanti epifenomeni politici.

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