Digitale purpurea

Parigi, Parc Monceau. Ero lì per la grande Davidia in fiore (Davidia involucrata) che anche Proust avrà senz’altro conosciuto, quando una voce femminile mi fece volgere a un rialzo roccioso: «Cette année les digitales sont magnifiques!». Le lunghe spighe s’alzavano vigorose ben oltre il metro sul cespo basale di foglie pelosette: indimenticabili.

La mia cucciola di Davidia non mi ha dato per ora neppure un fazzoletto bianco di brattee, benché compia l’ottavo compleanno, ma confido di vederne presto sventolare qualcuno; ho invece già goduto in passato il mio annus mirabilis delle digitali purpuree e in questo maggio bizzoso le ritrovo, superbe, guardare dall’alto i garofani dei poeti (Dianthus barbatus). 

 

 

 

Erbacea biennale, talvolta perenne, mostra alla prima stagione una rosetta di foglie pubescenti, ovate-lanceolate con bordo crenato, che alla successiva dà origine al fusto eretto, alto fin quasi due metri, tomentoso e cavo con foglie alterne – le inferiori picciolate, sessili le superiori – via via più brevi fino al lungo racemo dei fiori globulari e penduli, tutti disposti su un solo verso. Rosa intenso o bianchi, sempre maculati di porpora, s’aprono progressivi fino all’apice lasciando il posto alle capsule fruttifere. Se poi si ha cura di recidere lo stelo appena appassiti tutti i ditali, la pianta ne getta altri, seppure meno generosi, prolungando la fioritura ben oltre il mese.     

Facili da coltivare, le digitali prediligono la mezz’ombra e i terreni acidi e leggeri dove si disseminano spontaneamente vagabondando dove meglio loro piace. In giardino hanno scelto il rezzo soffice dei pini neri e il piede dilavato del grande pino italico davanti casa, e lì le ho lasciate; chissà dove andranno a cacciarsi la prossima primavera.

 

  

 

Ve ne sono in natura anche di perenni (le pallide Digitalis lutea o grandiflora, la ramata Digitalis ferruginea), e in commercio sono disponibili ibridi con fiori più grandi a circondare tutto il fusto, con insolite varietà cromatiche: salmone, giallo, ocra. Specie officinale tossica, è coltivata per le note proprietà cardiotoniche e diuretiche da somministrare in dosi farmacologiche. Come altre piante velenose che ospitiamo nei nostri verzieri, anche la digitale ha alimentato misteri e miti. 

Nell’esaustivo erbario con voliera di Giovanni Pascoli la digitale purpurea ha un posto eminente e dà il titolo a uno dei suoi poemetti più memorabili. L’intima rievocazione di Maria e Rachele dell’adolescenza trascorsa in convento vibra di rattenuta sensualità attorno al fiore isolato e proibito, confinato in un angolo dell’orto delle monache. In un’atmosfera sospesa e segreta la digitale è subito definita «fior di …? / morte» e così descritta: 

 

In disparte da loro agili e sane,

una spiga di fiori, anzi di dita

spruzzolate di sangue, dita umane,

 

l’alito ignoto spande di sua vita. 

 

Eros e Thánatos si mescolano nel più sfatto, ambiguo e allusivo registro fin-de-siècle in cui Pascoli è maestro. E, più che delle venefiche, si dovrà tener conto di altre proprietà. Se è degno di fede l’a me ignoto Onussen – nessuna traccia nel vasto mondo della rete – estensore di uno Speculum rerum botanicarum (1549) e citato da Ippolito Pizzetti nella voce compilata per la garzantina Fiori e Giardino, si dovrà forse annoverare tra le fonti del testo pascoliano anche il mito narrato da Ovidio nei Fasti V, 231 ss. (e non nelle Metamorfosi, come Pizzetti mal ricorda). Vi si narra di Giunone lamentosa, ché Giove aveva generato Minerva senza il suo contributo.

 

 

 

La ninfa Flora le dà il giusto consiglio fitologico: basta toccare il fiore a lei mandato dai prati Oleni, unico dei suoi giardini, per rimanere gravida. Giunone coglie con il pollice il fiore e, appena toccato – interessante l’insistenza di Ovidio sul verbo tangere – subito concepisce Marte. Per Onussen quel fiore innominato è una digitale. Se davvero così fosse, e se Pascoli – fine cultore dei classici antichi – fosse stato sfiorato dalla medesima suggestione, dovremo tornare all’ultima parte del poemetto con una chiave di lettura più spinta, da deliquio erotico, cui di lì a qualche giro di mesi si sovrapporrà il finale del Gelsomino notturno

 

[…] «Io,»

 

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola

ero con le cetonie verdi. Il vento

portava odor di rose e di viole a

 

ciocche. Nel cuore, il languido fermento

d'un sogno che notturno arse e che s'era

all'alba, nell'ignara anima, spento.

 

Maria, ricordo quella grave sera.

L'aria soffiava luce di baleni

silenzïosi. M'inoltrai leggiera,

 

cauta, su per i molli terrapieni

erbosi. I piedi mi tenea la folta

erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

 

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!

tanta, che, vedi… (l'altra lo stupore

alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

 

con un suo lungo brivido…) si muore!»    

 

Insomma, un precedente trasgressivo, extramatrimoniale, più «molle e segreto» dell’epitalamio per le nozze dell’amico Briganti. Il Pascoli là voyeuristico, qui s’intrufola tra le due fanciulle ad origliare la confessione dell’innocente vergine, esile e bionda, irrimediabilmente perduta (deflorata?) per aver ceduto al fascino del proibito (le «dita/ spruzzolate di sangue, dita umane» del fiore che ha «un suo vapor che bagna/ l’anima d’un oblio dolce e crudele»). Il tutto sempre voluttuosamente censurato.

 

Ma, a differenza del gelsomino, profumatissimo, la digitale non inebria l’olfatto. Il poeta, che ben lo sapeva, ad altri attribuisce l’inesattezza: «Ché si diceva: il fiore ha come un miele/ che inebria l’aria». Prendano atto anche di questo i pascolisti: la digitale per eccitare non ha bisogno del profumo. E stiano in guardia le donne che si affidano agli anticoncezionali!

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