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È morto il pioppo

Tremulo è aggettivo bellissimo e icastico che a tutti i pioppi si addice. Nell’onomastica botanica tuttavia se l’è accaparrato il Populus tremula, certo il ballerino dalle migliori perfomances: i lunghi piccioli appiattiti, perpendicolari alla base delle lamine, fan mulinare le foglie al minimo refolo. Sono i più montani tra i pioppi, prediligono luce e frescura, e si inerpicano fino ai 2.000 metri. 

Con il Tremolo in Italia sono assai diffusi anche il Populus nigra e il Populus alba, facili da osservare lungo i corsi d’acqua e facili da distinguere all’occhio. Il bianco si presenta in forma perlopiù arborea, ha corteccia chiara negli esemplari giovani, scura e solcata di striature nerastre negli adulti. La chioma globosa è folta di foglie dalla marcata eterofillia: porta infatti lamine al contempo tondeggianti o ellittiche con orlo dentellato e picciolo breve, altre – all’apice dell’albero e sui polloni – palmate, con 3 o 5 lobi, e un più lungo peduncolo (5-8 cm). In entrambe le tipologie fogliari la pagina superiore è d’un bel verde intenso e opaco, mentre l’inferiore è tomentosa e d’un bianco argenteo lampeggiante al vento.

Il nero è il più popolare (ma attenzione alle false etimologie), mostra portamento eretto, fastigiato nella variante italica o a cappello espanso molto ramificato verso l’alto. Tiene foglie glabre, triangolari, finemente seghettate e apice acuminato. È l’albero iconico della pianura padana, piantato in schiere a guardia del Po dov’è coltivato nelle cultivar adatte all’industria della cellulosa, e alla produzione di pannelli e imballaggi: di rapida crescita, il pioppo offre infatti un legno chiaro, leggero e di facile lavorazione. 

 

 

I pioppi sono piante dioiche con fiori unisessuali, le cui infiorescenze sono costituite da amenti penduli (simili a quelli dei noccioli e delle betulle) maschili e femminili. I frutti, racchiusi in capsule bivalve, sono piccoli semi forniti di peli cotonosi utili a favorirne la dispersione anemofila. A maggio, una lanuggine di bianchi pappi naviga nell’aria e si deposita al suolo: a torto sono ritenuti responsabili di allergie ma anch’essi, come le fibre legnose, sono costituiti di cellulosa e male non fanno. 

Curiosamente, nella letteratura italiana c’è una fila di pioppi ch’è velata di mestizia. 

Le Myricae pascoliane accolgono un sonetto del 1889 dedicato ai Gattici – questo il nome gergale del pioppo bianco. Un albero luminoso, pur tuttavia qui figura nella sezione intitolata Tristezze dove è ritratto già spoglio, in un momento d’autunno prossimo al giorno dei morti:

 

 

E vi rivedo, o gattici d’argento

brulli in questa giornata sementina

e pigra ancor la nebbia mattutina

sfuma dorata intorno ogni sarmento

 

Già vi schiudea le gemme questo vento
che queste foglie gialle ora mulina;
e io che al tempo allor gridai, Cammina,
ora gocciare il pianto in cuor mi sento.

Ora, le nevi inerti sopra i monti,
e le squallide pioggie, e le lunghe ire
del rovaio che a notte urta le porte,

e i brevi dì che paiono tramonti
infiniti, e il vanire e lo sfiorire,
e i crisantemi, il fiore della morte.

 

Direte che da Pascoli altro non ci si poteva attendere. Delio Tessa, circa vent’anni dopo, si sofferma su un pioppo che non ne voleva sapere di morire in quel capolavoro dal fenomenale titolo L’è el dì di mort, alegher!. Uno schianto che ricorda gli analoghi (ma di querce) di Pascoli e Gozzano: 

 

 

L’è creppada la pobbia de cà 

Colonetta: tè chì: la tormenta

in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada

e crich e crach, ptaslonfeta-là

 

me l’à trada chì longa e tirenta,

dopo ben dusent ann che la gh’era!

L’è finida! eppur… bell’e inciodada

lì, la cascia ancamò, la voeur nò

morì, adess che gh’è chì Primavera…

 

andemm… nà… la fa sens…guardegh nò!

 

È morto il pioppo di casa Colonnetti: ecco: l’uragano di questo luglio se Dio vuole ce l’ha fatta e cric crac, pataslonfeta-là me lo ha scaraventato qui lungo e disteso, dopo ben duecento anni che c’era! È finito! eppure… anche inchiodato lì, germoglia ancora, non vuol morire adesso che viene primavera… andiamo… fa pena… non guardarlo!

 

 

Mi par giusto, appropriato, che Tessa sia sepolto nel Cimitero Monumentale di Milano, circondato non di cipressi ma di pioppi. Pioppi neri italici, detti anche cipressini per la forma colonnare che ricorda la conifera dei morti. Invece che il funereo dei cipressi, sono le sussurranti foglie di questi alberi ad avere il vanto di segnare il luogo della memoria. Più ciarlieri, danno una nota lieve di verde chiaro che invita a deporre il seme del piangere. È come se le pioppaie del Po avessero qui un loro un avamposto. 

Spicca il contrasto tra queste comuni piante e il maestoso profilo marmoreo del Famedio che immette alle ricche cappelle all’ombra dei cedri. Immagine della natura dimidiata di una città che vuole essere metropoli ma ha un’anima che ancora sa, per fortuna, di pianura lombarda. 

Bello è che i pioppi rendano omaggio a chi li ha cantati. Nel famedio con Tessa c’è anche Giovanni Raboni. Questi i suoi pioppi tratti, neanche a farlo apposta, da Quare tristis:

 

 

Quanti fossero i pioppi che importanza

può avere? so che c’erano, che adesso 

non ci sono, che a volte m’è concesso

di vederli, immenso fruscio, sostanza

 

visibile del vento – e so che è ancora

questa la linea che separa da

catastrofi nere o abbaglianti la

grigia dolcezza del giardino. Sfiorato

 

con gli occhi, soltanto, il sipario, lascia

che di là vada come sai che è andata,

che bruci la fabbrica bombardata

dalle fortezze volanti, che l’ascia

 

s’abbatta sulle betulle, che i morti

assassinino e perdonino i morti.

 

Piace pensare che, prima della fabbrica del Monumentale, i pioppi stessero già lì nella campagna del suburbio, e che quelli risparmiati dall’ascia siano rimasti a render santo questo campo.

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