Dantomania

Dante appartiene a tutti, specie in Italia. Cioè appartiene a quella patria che egli stesso, in qualche modo, rese possibile con la sua opera e il suo destino personale. Quest’idea di Dante fondatore è in verità un costrutto piuttosto recente. Fu l’Italia risorgimentale che, attraverso un’operazione di “nation building” culturale costituì, pezzo per pezzo, l’immagine del sommo poeta. Durante la seconda metà dell’Ottocento e per tutto il Novecento, Dante fu “valorizzato” e “amplificato” in ogni modo: alle statue onnipresenti, sempre più imponenti, si aggiunsero le grandi mostre, le pubblicazioni pregiate, gli album fotografici, i filmati, e così via. Tutto doveva, secondo la ricostruzione molto accurata di Dantomania, il libro appena pubblicato dallo storico francese Thomas Renard (Dantomania. Restauration architecturale et construction de l’unité italienne 1861-1921, Presses Universitaires de Rennes, 2019), servire, oltre all’immediato utilizzo politico-ideologico di Dante, a comprendere meglio il genio dell’Alighieri. Per situare correttamente i fatti della Commedia, bisognava, per esempio, sfogliare le pagine del volume La Divina Commedia illustrata nei luoghi e nelle persone (1898, 1921), visto che soltanto il nuovo medium della fotografia permetteva di capire fino in fondo l’ispirazione dantesca.

 

Rispettivamente per “leggere” la storia del Bel Paese, era necessario seguire la Divina Commedia spiegata a tutti grazie all’azione congiunta delle varie forme artistiche. Renard ha evidenziato come la rinascita di Dante, che portò in seguito a una vera e propria “Dantomania” monumentalistica, pittorica e sculturale, iniziò soltanto verso il 1818 con l’interpretazione politico-sociale fornita dal Foscolo: “Dante, jusqu’alors perçu comme latin, chrétien et méditerranéen, devient un Dante italien, dans un glissement de l’universalisme médiéval vers le nationalisme romantique.” “Dante, percepito fino ad allora come latino, cristiano e mediterraneo, diventa un Dante italiano, in un slittamento dall’universalismo medioevale verso il nazionalismo romantico” (104, trad. mia) Il rinnovato interesse per Dante, che coincideva in parte con il “ritorno” al Medioevo, spostò sin dall’inizio l’attenzione dall’opera alla vita e alle “idee” del poeta.

 

Ciò che contava era, per esempio, la celebrazione del giorno della sua nascita (il Parlamento del 1863 intendeva addirittura scegliere la nascita del poeta come data della festa nazionale), oppure la ristrutturazione più o meno corretta di tutti i luoghi danteschi. Salvo alcune rare voci critiche (vedi l’articolo di Papini Per Dante contro i Dantisti, 1912, o La Divina Commedia è un verminaio di glossatori di Marinetti, 1917), la maggior parte dell’intelligentsia italiana dell’epoca si impegnò anima e corpo nell’immensa Parallelaktion politico-mediatica. Le ambiziosissime celebrazioni del seicentenario, nel 1921, portarono – in special modo a Ravenna e a Firenze – alla costruzione di un “percorso” dantesco. La “società dello spettacolo” di quegli anni creò una “zona dantesca” ravennate basandosi in parte su un’architettura neo-medievale artificiale. Il nuovo aspetto della chiesa di San Francesco, per esempio, non corrispondeva ad alcuna realtà storica. Se il (finto) dantismo architettonico ha il suo monumento culminante nella Casa di Dante a Firenze, la “dantizzazione” di Firenze appare negli anni 1920 ovunque, creando di fatto una struttura urbana fittizia (‘autentificata’ grazie a un numero crescente di placche commemorative). 

 

 

Oggi, nel 2020, a un anno dal settecentenario dantesco del 2021, già non si contano più i comitati, i progetti di mostre, le presentazioni ufficiali, i dibattiti parlamentari, le discussioni di ogni genere. Le forzature ideologiche di cent’anni fa e la manipolazione della memoria sembrano rivivere, portando a una situazione dove il culto di Dante potrebbe occultare l’interesse per l’opera. Diversamente dalla situazione, diciamo del 1865 e del 1921, l’ermeneutica dantesca odierna permette una pluralità notevole di letture possibili. Dopo e grazie a Zanzotto, a Borges, a Eliot, a Mandel’štam Dante non può più essere letto seguendo una chiave di lettura “generale” o “nazionale” o comunque unilaterale.

Il paradosso legato alla messinscena della grande festa del 2021 sta proprio nel fatto che ciò che viene imposto dall’industria dantesca non ci allontana soltanto dall’opera ma anche dalla persona Dante. “Chi è Dante?” non è (anche oggi) una domanda retorica. “Chi è Dante?” non è un punto d’arrivo, bensì un punto di partenza. “Chi è Dante?” è, insomma, un problema. Per fortuna nostra, questo problema (e non solo questo) viene affrontato in uno straordinario libro a cura di Paola Allegretti, la più raffinata e intelligente lettrice di Dante degli ultimi decenni. Il tutto è fruibile in un austero volume dal titolo: Il dossier di Avignone (9 febbraio 1320-11 settembre 1320). Supplemento al Codice Diplomatico Dantesco. Un facsimile, insomma, di un documento storico che è tutt’altro che inedito. Dove sta allora la rivoluzione messa in atto dall’Allegretti? Ovviamente nel ricchissimo commento che accompagna il documento in questione. Un documento noto, ma non troppo, visto che ciò che racconta va ben oltre le più floride fantasie del tipo Il nome della rosa

 

Ciò che viene definito da Paola Allegretti come “Avignon-papers” sono due documenti legali, voluti e realizzati dalla Curia Romana a Avignone il 9 febbraio e l’11 settembre 1320. Prodotti come materiale preparativo indispensabile al processo che avrà luogo a Milano, nel 1321, contengono la deposizione giurata di un chierico milanese, tale Bartolomeo Cagnolati. La verbalizzazione avviene nei due casi in presenza di due cardinali nipoti di Papa Giovanni XXII ed è opera del notaio Gérald de Lalo. Nella sua deposizione il Cagnolati racconta come Matteo Visconti, signore di Milano, l’abbia coinvolto nel progetto di uccidere il pontefice tramite una “ymago”, una statuetta, cioè facendo ricorso a un rito magico-negromantico. In un secondo tempo, forse seguendo una strategia di doppio-gioco, Cagnolati riesce a portare con sé l’oggetto magico che doveva condurre alla morte del Papa. Dopo un incontro con Galeazzo Visconti e altre vicende, giunge infine ad Avignone dove, deponendo contro i Visconti, mette fine al pericolo che incombeva su Giovanni XXII. 

 

Da tempo i due documenti, l’uno pergamenaceo (Vat. lat. 3936), l’altro cartaceo (Vat. lat. 3937), sono stati studiati nel contesto della storia della chiesa in Lombardia e della storia della magia. Ciò che però non ha attirato l’attenzione degli studiosi è il fatto che in questi documenti appaia il nome di Dante. Si tratta degli unici documenti in assoluto nei quali il nome di Dante vivo appare! È questo il punto di partenza di Allegretti che decide di far “dialogare gli storici con i dantisti, i diplomatici con le questioni di critica del testo, la scientia astrologica e medica con la retorica, la spiegazione testuale con il secolare commento al poema.” (XXVIII) Seguendo questa pista, Paola Allegretti ci mostra un Dante “tangenziale” e “scomodo” o, per usare le sue parole: “Come se, ai nostri giorni, Dante Alighieri di Firenze fosse finito nella ripresa di una videocamera di sorveglianza, per strada. Proprio lui che passa per andare altrove, pensando a ben altro, e che lascia di sé un’immagine su cui non ha nessun controllo.” (1) 

Capitolo dopo capitolo, l’autrice collega la straordinaria detective story di Avignone con l’universo della Commedia dantesca, mette in luce il contesto storico, caratterizzato dall’antagonismo estremo fra i Visconti e la figura altamente ambigua di Jacques Duèze (cioè papa Giovanni XXII), ritraccia la micro-storia dei protagonisti, fornisce tutti i dettagli scientifici che riguardano i documenti avignonesi, ricostruisce la loro ricezione, ecc. ecc. Non è qui il luogo per entrare pur superficialmente in un dibattito tecnico-filologico importante (ma per farlo, bisognerebbe essere all’altezza della mirabolante erudizione dell’autrice). L’essenziale – ed è questo il punto sottolineato da Allegretti – sta piuttosto altrove, cioè nella possibilità, anzi necessità di leggere e di intendere Dante in modo diverso. Tale diversità (provocatoria) si può riassumere partendo da quattro aspetti. 

 

Il primo riguarda un Dante pesantemente presente e vicino ai conflitti politici più “caldi” dei suoi tempi. Qualcuno che pur non essendo un personaggio di prim’ordine sulla scena politica, prende posizione e partecipa attivamente alle vicende del mondo. Non un sant’uomo, ma un personaggio preso nelle intricatissime vicissitudini della sua epoca.

Il secondo aspetto, fondamentale, è il legame del poeta con il mondo della magia, “un Dante, di cui si dimentica la reale immatricolazione a Firenze nell’arte maggiore dei Medici e Speziali” (1). Allegretti ricostruisce in extenso il ruolo dell’astronomia nell’opera dantesca, ribadendo che, malgrado la caratteristica “anti-magica” del viaggio di Dante, sia “indubitabile che nel viaggio-racconto e in tutte e tre le cantiche egli registri profezie che gli fanno alcuni morti. Questo non è profetismo biblico, ma è, si passi il termine, necromanzia, o sciomanzia (se si preferisce a norma di Servio), cristiana.” (72) La reale possibilità della partecipazione dell’Alighieri a riti magici (legati, di più, a un contesto estremamente grave) rappresenta evidentemente il contrasto più estremo con la saggezza di un personaggio che sa misurare per così dire al millimetro il valore etico di tutti coloro che incontra nell’aldilà. Ciò che a noi pare incomprensibile potrebbe spiegarsi all’epoca di Dante con il riferimento all’astronomia e alla divinazione. 

Il terzo aspetto è, anch’esso, di grande rilevanza. Dal ritratto che si evince seguendo il libro di Allegretti traspare un Dante manipolatore e, in primo luogo, un maestro-regista per quel che concerne la ricezione della Commedia, che resterà il metro di misura pressoché unico per giudicarlo. Insomma, “Dante, con la sua scrittura, crea (volontariamente) tutte quelle realtà che ha desiderato immaginare e raccontare” (65) e tutti i tentativi di lettura risultano come intrappolati nella struttura circolare e auto-referenziale dell’opera.  

 

Occorre infine sottolineare come grazie all’analisi scientifica e alla rigorosa interpretazione fornita dall’autrice la persona e l’opera di Dante appaiano ora più complesse e più interessanti. La montagna esegetica che ha ricoperto l’opera dantesca durante i secoli ha portato sovente a un appiattimento. L’approccio agiografico e celebrativo e una filologia spesso sterile hanno, paradossalmente, spostato l’attenzione dai testi – sempre freschi e sconvolgenti – a un Dante fabbricato che assomiglia di più alle irreali statue urbane che a una persona in carne e ossa. Allegretti dimostra invece che la filologia virtuosa può convivere con la curiosità ermeneutica. A ben guardare, ogni lettura radicalmente nuova ricrea l’opera, che non potrà più essere letta come prima. Grazie al libro di Paola Allegretti possiamo leggere Dante in una nuova luce, e questo sì è un bel regalo per i settecento anni dalla nascita del poeta.   

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