in genere
Maria Nadotti

nata a Torino nel 1949, ha vissuto a New York dal 1980 al 1992 e successivamente ha passato lunghi periodi in Palestina. Oggi vive tra Milano e Berlino. Giornalista, saggista, consulente editoriale e traduttrice, scrive di teatro, cinema, arte e cultura per testate italiane e estere tra cui Il Secolo XIX, Il Sole 24 Ore, Lo Straniero, L’Indice, Artforum, Ms. Magazine, Conjonctures; e collabora con il settimanale Internazionale.
È autrice di Silenzio = Morte: Gli USA nel tempo dell’AIDS (Anabasi, 1994); Cassandra non abita più qui (La Tartaruga, 1996); Sesso & Genere (il Saggiatore, 1996); Scrivere al buio (La Tartaruga, 1998); Prove d’ascolto (Edizioni dell’asino, 2011); e coautrice di Nata due volte (il Saggiatore, 1995).
Ha ideato e curato vari libri tra cui: Off Screen: Women and Film in Italy (Routledge, 1988); Immagini allo schermo: La spettatrice e il cinema (Rosenberg&Sellier, 1991); Elogio del margine: Razza, sesso e mercato culturale (Feltrinelli, 1998); Il cinico non è adatto a questo mestiere: Conversazioni sul buon giornalismo (Edizioni e/o, 2000); Modi di vedere (Bollati Boringhieri, 2004); Dieci in paura (Edizioni Epoché, 2010); La speranza, nel frattempo. Una conversazione tra Arundhati Roy, John Berger e Maria Nadotti (Casagrande, 2010); Riga 32 - John Berger (Marcos y Marcos, 2012).
È autrice di due mediometraggi documentari: Elogio della costanza (2006) e Sotto tregua Gaza (2009).

09.11.2018

Lo sguardo delle nuvole / Ricordare Jean Mohr

“Cara Maria, nel caso tu non l’abbia ancora saputo, Jean è mancato serenamente ieri mattina”.  A darmi questa notizia il 4 novembre è Yves Berger, figlio di John, che del fotografo svizzero Jean Mohr (1925-2018) è stato compagno di strada e di avventure, collaboratore e ‘complice’ a partire dal 1962, quando si incontrarono per la prima volta a Ginevra. Risale a quell’anno l’avvio di un sodalizio professionale che nel tempo si è trasformato anche in una formidabile amicizia. Ne sono nati una serie di libri la cui importanza politica, sociale, artistica e letteraria resta non solo attuale, ma tuttora anticipatrice: A Fortunate Man: The Story of a Country Doctor (1967), inedito in Italia, A Seventh Man (1975) [Il settimo uomo, Contrasto, 2017], Another Way of Telling. A Possible Theory...

26.09.2018

Domani a “Le vie del cinema”, Milano / Che fare quando il mondo è in fiamme

“What You Gonna Do When the World’s on Fire?”, verso iniziale di un negro spiritual ripreso più tardi dal cantante e chitarrista nero Lead Belly (1906-1949), è il titolo del nuovo film di Roberto Minervini. Virato in urgente e imperativa domanda politica attuale, “Che fare quando il mondo è in fiamme?”, quel verso introduce limpidamente il film che il regista e la sua troupe hanno costruito mescolandosi alla gente di Tremé, uno dei quartieri più antichi di New Orleans, il primo nella storia della città ad accogliere le gens de couleur libres, le persone di colore non più schiave.  Tremé, che in base al censimento del 2000 contava 8.853 persone, 3.429 case e 2.064 famiglie (4.918 persone per km²), dopo il passaggio dell’uragano Katrina nell’agosto del 2005 annovera oggi, secondo il...

09.02.2018

È una questione di linguaggio / Frida Kahlo o della finzione narcisistica

Frida Kahlo (1907-1954), l’artista messicana che a partire dai tardi anni settanta è assurta a figura di culto e a icona massmediologica internazionale, ci ha lasciato un ridotto – e spesso spudoratamente autoriferito – corpus di opere pittoriche, un diario, un ampio epistolario. Nonché una leggendaria storia personale che va, di giorno in giorno, arricchendosi di tessere spesso misteriose e contraddittorie e che, a tratti, ha ingoiato o soffocato l’opera della pittrice riducendola a testo confessionale, puro verbale dell’inconscio, materiale narrativo dove il contenuto sembra sganciarsi dalla forma e su di essa prevalere.   Ma l’opera di Kahlo è davvero e soprattutto autobiografia? Ed è legittimo utilizzarla come tale, senza analizzare attentamente i modi in cui l’artista sceglie di...

03.02.2018

Riflettere / Rossana Rossanda. Questo corpo che mi abita

Mentre nel nostro belpaese infuria con tiepida e non solo maschile ipocrisia il cosiddetto dibattito sul caso Weinstein – artatamente sovrapposto al (confuso con il?) movimento femminile globale autobattezzatosi “#MeToo” – esce per i tipi della Bollati Boringhieri una piccola raccolta di scritti di Rossana Rossanda, intellettuale, politica e donna. Si intitola Questo corpo che mi abita ed è stato fortemente voluto e appassionatamente curato da Lea Melandri, che lo accompagna con una illuminante postfazione da leggere forse prima delle pagine di RR. Di che cosa si tratta? Dal 1988 al 1997 – dieci anni esatti – uscì in Italia una rivista trimestrale dal titolo Lapis. Percorsi della riflessione femminile (oggi disponibile in formato digitale sul sito). Era diretta da Lea Melandri e aveva una...

04.12.2017

Lea Melandri. «Alfabeto d'origine» / Per scrivere bisogna andare «fuori tema»

Alfabeto d’origine. È il titolo che la teorica femminista Lea Melandri ha voluto per un piccolo e prezioso libro (Neri Pozza, 2017) in cui ha raccolto le sue riflessioni sul tema della «scrittura d’esperienza», uno dei punti nodali di una ricerca condotta con tenacia su testi propri e altrui. E uno dei vertici del pensiero politico che ha costruito nel tempo, agendo insieme ad altre donne, leggendo, insegnando (dai corsi delle 150 ore negli anni settanta e ottanta, alla scuola di Affori, alla Libera Università delle Donne di Milano), creando riviste (A Zig Zag, Lapis) e luoghi d’incontro dove scambiare pensieri, esperienze, ricordi, desideri e ripensare collettivamente le idee ricevute che bloccano il pensiero e dunque ogni ipotesi di espressione autentica.     ...

22.11.2017

Lo sguardo di chi l'ha tradotto / I Love Dick

Eccomi qui, dopo vari ripensamenti, a fare qualcosa che per le patrie lettere è stato a lungo un anatema. Sì, mi accingo a scrivere, complici gli amici di “Doppiozero”, di un libro da me curato e tradotto. A scriverne, proprio perché l’ho curato e tradotto.  Anni fa, quando in Italia l’era digitale muoveva i primi passi, le riviste culturali e letterarie ponevano un veto severo a una pratica considerata sconveniente. “Conflitto di interessi”: lo si spiegava più o meno così. Come se il traduttore/curatore, neanche fosse l’autore del libro, scrivendone criticamente, tirasse acqua al proprio mulino, agisse pro domo sua, insomma non fosse nella posizione ideale per dire la sua sul testo in oggetto. Personalmente ho sempre pensato che la lettura più approfondita, acuta e dunque critica di...