Uno, due, tre: una satira indiavolata

12 Gennaio 2024

“Che questa commedia debba essere condotta a tempo eccezionalmente rapido, risulta a prima lettura” recita la didascalia iniziale di Uno, due, tre!, opera del 1929, l’anno della Grande Crisi, di Ferenc Molnár, drammaturgo e scrittore ungherese dell’altro secolo, noto soprattutto per il romanzo I ragazzi della via Pál e per la commedia Liliom. Vita e morte di un acchiappagalline. “Uno, due, tre!” è la scansione del tempo indiavolato di una vita che deve essere cambiata in un’ora, di una purezza ideologica che deve essere dimostrata fasulla e incrinata grazie a un climax sempre più vorticoso. È il metronomo di una dimostrazione di come i privilegi del capitalismo possano corrompere chiunque, e quindi un paradossale apologo sul cinismo da pescecani di chi ha tutto, il denaro, il potere, i bei vestiti, i buoni cibi, contro chi ha poco o nulla.

Gli amanti del cinema ricorderanno anche che Uno, due, tre! è il titolo di un vertiginoso, scoppiettate, incalzante film di Billy Wilder del 1961. Un film sfortunato: girato a Berlino poco prima della costruzione del muro che separò in due zone invalicabili la città nell’agosto del 1961, mette alla berlina capitalisti ingordi e comunisti corrotti o polizieschi, lasciando, tra risate incontenibili e corruzioni di una rigida purezza, l’amaro di due speculari fallimenti che si ergevano uno contro l’altro in uno scontro ideologico diventato guerra fredda. Un film sfortunato, perché uscì quando il muro era una triste realtà, anche di morte per chi cercava di varcarlo verso Ovest: la Berliner Zeitung lo criticò con amarezza: “Quello che a noi spezza il cuore, per Billy Wilder è motivo di divertimento”. 

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La commedia di Molnar, con spunti desunti dal film di Wilder, è stata ripresa subito prima delle feste di Natale in una produzione del Teatro Metastasio di Prato affidata ai Sacchi di Sabbia. La compagnia pisana da tre decenni ormai va in cerca di un teatro popolare, che affronti i miti contemporanei provando a rovesciarne ogni seriosità, mostrando come nei risvolti, anche delle tragedie, si possa ridere e, ridendo, pensare diversamente. Lo fa con un umorismo acre, intinto di spiritaccio toscano ma anche di leggerezza non banale, con raffinatezza intellettuale e delicatezza di visione. 

Hanno raccontato con levità sospesa il mito di Orfeo e Euridice. Hanno trasformato l’agiografia di san Ranieri, protettore della loro città, in una scalcinata miracolosa epopea, in cui l’oleografia è corrosa da divertita ironia. Hanno recuperato i contrasti popolari in ottava rima. Hanno trasportato i Tigrotti della Malesia di Sandokan e Compagni in una cucina, trasformando arrembaggi e scontri all’arma bianca nella giungla in affettamenti sul tagliere e lanci di carote, sedani, agli, patate e cipolle, in battaglie che rievocano fantasie adolescenti e atmosfere casalinghe dell’Italia umbertina di Salgari e di quella odierna. Hanno trasformato la storia di Abramo e Isacco in un gioco scenico originale, simile a un cartoon, animato con figure che nascono dalle pagine di un libro come un pop-up. E una dimensione ugualmente di fumetto hanno cercato in Essedice, storia autobiografica di formazione di un loro concittadino, il disegnatore Gipi.  

Da qualche anno hanno preso a rivisitare il mondo greco con Dialoghi di dei, Andromaca, I sette contro Tebe, umanizzando con difetti prosaici gli abitanti dell’Olimpo greco, portando tragedie di Euripide e Eschilo alla dimensione di drammi familiari, non lontanissimi dalle soap opera, con i cori che riflettono, con qualche sorriso anche qui, su quegli incredibili massacri. 

Di recente sono approdati al più corrosivo autore della commedia attica, Aristofane, compiendo un doppio passo verso questo Uno, due, tre!. In La più antica commedia del mondo, tratta dagli Acarnesi, una storia contro la guerra, hanno affidato la scena a un attore carismatico e versatile come Massimo Grigò che, nelle vesti un conferenziere, ci porta nella trama della commedia, ci fa ridere irresistibilmente, ci fa indignare e fa immaginare un mondo senza conflitti, di necessaria utopia. Con Pluto hanno affrontato l’ultimo testo di Aristofane, dedicato al dio del denaro e alle cupidigie dell’uomo.

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L’adattamento di Uno, due, tre! e la regia dello spettacolo sono della compagnia, con una buona mano di Giovanni Guerrieri, faccia da moschettiere con baffoni ritorti all’insù e spirito insieme caustico e profondamente leggerissimo. Grigò è il protagonista, Norrison, banchiere nella commedia del 1929 (nel film di Wilder James Cagney era il direttore delle vendite della Coca Cola nella Berlino divisa in due). Giulia Gallo, fondatrice della compagnia con Guerrieri, è Lydia, la figlia di un amico banchiere che nel soggiorno presso Norrison si innamora di un tassista comunista, qui interpretato da Annibale Pavone, un altro attore dai molti registri, felicissimo negli imbarazzi del proletario che si vede proiettato in un mondo che non è il suo. I molti altri personaggi del testo di Molnár sono affidati a un solo attore, Tommaso Taddei, con una lunga militanza nel teatro sperimentale e d’arte toscano. 

Il ritmo sempre più stringente è dato dalla notizia che irrompe mentre Norrison sta per andare in vacanza sulla neve: arrivano il banchiere suo amico e la moglie, i genitori di Lydia. E la ragazza confessa di essersi innamorata, sposata e di essere rimasta incinta, di un poveraccio, comunista per di più. I genitori arriveranno tra pochissimo: Norrison ha a disposizione una sola ora per rimediare all’incauta custodia. Ed escogita un’unica via d’uscita possibile: trasformare quello che nel testo rivisto dai Sacchi si chiama Antonio Scarpa nel nobile rampollo di un’antica famiglia, industriale, giocatore di golf e, ça va sans dire, raffinato e spietato capitalista.

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A differenza del film di Wilder che inizia con parate socialiste, canti dell’Internazionale e presenta scene in esterni a volte concitate, con vari passaggi dalla Porta di Brandeburgo, nella commedia originale e in questa traduzione il luogo è unico. L’unità di tempo è concentrata in un’ora, che è anche la durata effettiva dello spettacolo visto al Metastasio. 

La concitazione è suggerita già da Molnár con questa didascalia: “Mi limito quindi a far notare che l'attore che impersona Norrison deve, dal momento in cui dice a Lydia: ‘Sedetevi e guardate’ e comincia a dare i suoi ordini, procedere con un crescendo di rapidità, sì da raggiungere alla fine un vero record. Bisogna che agisca a guisa di un mago, che malgrado la rapidità degli ordini e della esecuzione di essi, rimanga internamente calmo, tranquillo, presente a sé stesso, tutto precisione e sicurezza”. E Grigò incarna perfettamente quel crescendo, quella precisone, quella sicurezza, con molteplicità di sfumature capaci sempre di rendere sempre nuove le reazioni agli imprevisti che costellano la pièce. Ma l’idea forte sta nell’affidare i personaggi di contorno a un unico attore. A sottolinearne la natura servile egli appare a mezzo busto con parrucche, vestiti, accessori diversi, modulando voci differenti, con atteggiamenti lievemente variati, da un sottomondo di soggezione gerarchica che si rivela tramite una botola nella grande scrivania di Norrison. Taddei diventa segretario, segretaria, industriale soggetto al banchiere, sarto e molte altre figure, con una sottolineatura evidente della finzione, del gioco teatrale della commedia, che accumula tipi e “umori”.

Agli entusiasmi amorosi e alle ingenuità a volte giocate sullo svenevole di Lydia corrisponde una rude graniticità adolescenziale del tassista Antonio di Pavone, che Grigò, con i suoi ritmi, scanditi ogni dieci minuti dal tempo dato da una segretaria, cerca di travolgere. Lo fa spogliare e lo riveste, mostrando, quasi con empito didattico brechtiano, come un uomo si può trasformare in un altro uomo grazie al potere corruttore del denaro e del potere, e a una certa implicita complicità dei sentimenti, che interrogandosi sul “chi me lo fa fare” approda a un riconoscimento della superiorità di una “bella vita” di agi.

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Lo spettacolo fluisce coinvolgente nella sua stringente ora. Liberatorio come una schietta risata, intelligente, sfuma nel divertimento questioni importanti, mostrando con un’amarezza sempre diluita dai meccanismi del comico, ma non per questo meno pungente, il potere corruttore e corrosivo del denaro. Ma soprattutto si rivela un meccanismo scenico implacabile, affidato ad attori dalle mille risorse espressive. 

Non si segnalano al momento le date di repliche in tournée, a causa di impegni precedenti di alcuni degli attori. Uno, due, tre! dovrebbe girare nell’autunno prossimo: non perdetelo! 

Le fotografie sono di Luca del Pia.

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