Bianciardi giornalista: aboliamo la famiglia!

14 Dicembre 2022

La carriera di Luciano Bianciardi giornalista prese vita il 26 febbraio 1952, quando su «La Gazzetta» di Livorno – quotidiano cittadino finanziato dal pci – apparve l’articolo Bugie sociali. Scaturì da quella minuscola offensiva un pregevole corpo di articoli, elzeviri e corsivi che quasi toccò il numero di mille; una materia distesa esattamente su vent’anni, fino al 15 novembre 1971, quando il «Guerin sportivo» pubblicò il suo ultimo scritto, un divertito “dialogo con i lettori”. Nel complesso, uno spazio di scrittura pubblicistica su cui è destino – per pregio culturale e amabilità narrativa – si debba soffermare l’attenzione dei lettori, come da anni si va trattenendo la mia e come già s’è appuntata quella della critica letteraria: ragione per cui tento un percorso inconsueto, forse fragile, soffermandomi su primo e ultimo articolo di Bianciardi. Vi risuonano due diverse melodie: nel primo una sonorità dissidente e nel secondo un’aria di arguzia, fatta anche – forse – di ironica contraffazione.

Appena laureato alla Normale di Pisa, Bianciardi era rientrato a Grosseto dove diresse la biblioteca Chelliana e insegnò storia e filosofia al liceo. Doppio lavoro, certo, ma unico edificio: il liceo grossetano si apriva proprio al piano di sopra. Riuscì all’inizio del 1952 a ottenere, tramite uno studente, il contatto col giornale livornese e produsse il primo articolo, analisi critica della provinciale società grossetana che già dispensa lo spirito “corsaro” di Luciano. Ecco come si dischiude, con una stroncatura, la carriera del giornalista: «Una parte notevole delle idee correnti in un certo ambiente, mettiamo nella società italiana d’oggi, è costituita da pregiudizi, cioè da bugie travestite».

L’articolo prosegue sottolineando che l’efficacia delle bugie sta tutta nel grado di verosimiglianza: se è troppo scoperta, una bugia non è efficace e non serve, diventando piuttosto una favola; se invece risuona come vera serve eccome, comincia a circolare e appena trova il terreno adatto mette radici: «Va da sé che la bugia sociale è nata per uno scopo, e che, pur essendo falsa, ha sempre un significato vero, nasconde cioè un’intenzione: è anche chiaro che a qualcuno fa comodo che la bugia circoli, e che qualcuno perciò l’ha inventata. La bugia si sradica proprio mettendo in chiaro di essa fine, origine e significato». Si sente dire ad esempio che la natura dell’uomo è immodificabile, e questa è un’abile bugia, che circola travestita da diverse varianti, dall’eterno femminino al motto del «mondo nuovo sempre vecchio». In sostanza, si chiede Bianciardi, che cosa significa questa bugia?

Significa che le cose, nel mondo, debbono andare sempre come vanno ora, che non ci vogliono mutamenti sostanziali, che addirittura non è possibile cambiare qualcosa, proprio perché la natura dell’uomo non si può mutare. [...] C’è sotto la bugia, evidentemente, la bugia sociale, appunto, che abbiamo criticata e che serviva, in sostanza, a comandare la passività, l’accettazione di uno stato di cose dichiarato immutabile: non vi ribellate, non c’è niente da fare.

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Non male come inizio: indocile, ma colmo di lucidità e basato su una materia in sé colta, visto che l’articolo si fondava sulla lettura di un saggio – di cui era appena uscita la traduzione italiana – del giovane professore statunitense Barrows Dunham: Man against myth, libro pubblicato a Boston nel 1947 e tradotto nel 1951 col titolo Miti e pregiudizi del nostro tempo nei Saggi Einaudi. 

Palesi sono le ragioni per cui Bianciardi rimase colpito da quel libro: sono pagine che esprimono l’importanza di lottare per dissipare le residue oscurità mitologiche dell’umano sentire, e riconoscono il prevalere in quegli anni di una «ambigua oscurità che forse è il crepuscolo e forse è l’alba». Inevitabile che il saggio convincesse Bianciardi, che ne condivideva il tracciato di “filosofia di liberazione”. Vale constatare che l’oscurità di cui scriveva Dunham è oggi – per la crisi dei valori illuministici e delle idee di progresso ed emancipazione, per la paralisi stessa della politica – molto più fitta.

Non basta: se il saggio risonava in armonia con le idee di Bianciardi, anche le vicende biografiche del professore – docente statunitense di filosofia alla Temple University di Filadelfia – avrebbero destato il suo interesse, se solo avesse atteso un paio di anni prima di parlarne. Dunham ebbe infatti notorietà come martire della libertà accademica quando nel 1953 fu licenziato per «arroganza intellettuale» dopo essersi rifiutato di fare dei nomi (fornì solo i propri dati anagrafici) alla Commissione per le Attività Antiamericane, organo investigativo che negli Stati Uniti indagava sulle attività sovversive dei dipendenti pubblici. Quando Bianciardi venne a conoscenza di questi fatti di certo constatò come lui e Barrows Dunham fossero nati da una stessa radice.

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A partire da quel contributo, e nell’arco di pochi mesi, Bianciardi produsse una serie di articoli di tonalità polemica che già coprono l’ambito di interessi che avrebbe coltivato negli anni: una satira delle espressioni di vita e di lingua della piccola borghesia di provincia, quella cinica società arroccata nei propri privilegi che Bianciardi confuta e irride. «La Gazzetta» di Livorno chiuse nel 1954, Bianciardi entrò in contatto con la neonata Feltrinelli e si trasferì a Milano: assunto dalla casa editrice e poi licenziato (per «scarso rendimento»), scrisse La vita agra, che ebbe rapido successo, consacrandolo scrittore. E accadde qualcosa di rilevante: Indro Montanelli recensì per primo il romanzo e offrì all’autore di collaborare con il «Corriere della Sera», ma Bianciardi scelse di dirigersi altrove. Cominciò a scrivere per testate più popolari e rotocalchi anche “erotici” come «Playmen», «Le ore», «Abc». La produzione giornalistica decollò e prese vita un pregevole versante della sua produzione intellettuale.

Un materiale ricchissimo, frutto d’infaticabile attività e offerto a un ampio numero di testate (è impressionante leggerne l’elenco) e che alla fine raggiunse il numero complessivo di 964 pezzi: vasta mole di brevi scene in cui Luciano sottopone a ironica descrizione i costumi degli Italiani negli anni del boom economico, il cosmo della comunicazione televisiva, la produzione letteraria e cinematografica, le vicende dello sport e della politica. Il tutto secondo uno stile su cui è gradevole adagiarsi: i suoi articoli sono edificati nella forma del racconto, sempre limpidi e disinvolti, di sobria aggettivazione e traversati da un’attitudine parodica che gli permette di illuminare le tare della coeva società di massa.

L’editoria si è a più riprese dedicata a questo spicchio dell’opera di Bianciardi: vi sta soprattutto lavorando da anni la figlia Luciana, in una sorta di ascesa editoriale mediante l’etichetta di ExCogita: nel 2000 ha visto la luce L’alibi del progresso, raccolta di articoli risalenti agli anni di Grosseto; nel 2007 (poi ripreso nel 2016) è uscito Il convitato di vetro, critiche televisive che Bianciardi aveva redatto negli anni Sessanta; nel 2008 ecco la corposa edizione dell’Antimeridiano Scritti giornalistici, bel volume di quasi duemila pagine che raccoglieva quasi tutto: minime lacune che ora sono colmate dall’elegante edizione completa che ExCogita ha pubblicato in perfetto tempismo col centenario della nascita (14 dicembre 1922) mandando in libreria Tutto sommato. Scritti giornalistici 1952-1971, tre volumi di quasi tremila pagine, con l’aggiunta di un quarto volumetto di indici, e in tiratura di soli 250 esemplari. L’edizione compie un ulteriore passo e cambia rotta: se nell’Antimeridiano gli articoli erano raccolti per singola testata, qui lo sono per cronologia, secondo una decisione editoriale pienamente condivisibile: delinea meglio la progressiva vicenda ideativa dell’autore.

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Ora, già dal Convitato di vetro Bianciardi emergeva come lucido anticipatore dei disastri della comunicazione: l’11 febbraio 1968, quando tutti giudicavano la televisione un fattore di progresso, esprimeva nel corsivo Convitato a desinare apparso su «ABC» qualcosa che andava controcorrente: la televisione «non uccide, certo, ma può fare di peggio. Può imbottire teste, formare opinioni, indurre ai consumi». Una linea di pensiero che si sviluppa in un ampio numero di articoli: se ne esploriamo le date e le opinioni ci accorgeremo che precedono – per il coincidere critico verso le fondamenta culturali di una nazione conservatrice – il Pasolini “corsaro” dei primi anni Settanta.

Ne sgorga una solida storia della nazione, osservata da uno scrittore di sostanza anarchica («Io sono anarchico, nel senso che auspico una società basata sul consenso e non sull’autorità», annunciò nel Dialogo con Tortora uscito sul «Guerin sportivo» il 13 settembre 1971), certo un anticonformista che usò la scrittura per un impegno di rilievo sociale ma battendo percorsi eccentrici. Assumo come esempio l’articolo Abbiamo il divorzio. Aboliamo il matrimonio apparso in «AZ» a febbraio del 1971, due mesi dopo il varo della famosa legge 898. Generale fu l’assenso: invece Bianciardi dichiarò che meglio sarebbe stato mettere in discussione l’istituto del matrimonio. E se l’ironia di Flaiano si restrinse in quell’occasione all’aforisma («Cosa vuole che se ne facciano i contadini del divorzio?»), Bianciardi affondò la lama. Descrive innanzitutto la situazione della crisi matrimoniale già in atto da tempo in Italia: uscita la legge, ci si attendeva nei grandi tribunali italiani l’intasamento delle sezioni civili, e invece nulla: «Le domande di divorzio, sinora, non raggiungono il migliaio, e la Sacra Romana Rota si stropiccia soddisfatta le mani, perché proprio lei scioglieva, anzi annullava, più matrimoni ogni anno». Dunque il primo favore è stato fatto agli ambienti vaticani. E quali le ragioni della mancata ressa di domande?

Innanzitutto la pigrizia e la diffidenza degli italiani. Coppie divise da dieci anni e più, ormai non sentono doveroso “timbrare” ufficialmente la propria condizione. Non hanno voglia di ricorrere all’inevitabile avvocato, che sta lì pronto come una faina attorno al pollaio, deciso a lucrare un mezzo testone almeno su ogni matrimonio fallito.

Insomma, l’Italia era piena di coppie “separate in casa” che non avevano nessuna voglia di comparire dinanzi a un giudice a deporre sul perché e percome della loro esistenza di estranei, di gente che viveva tutto sommato tranquilla la propria condizione e non desiderava una legge che ne sancisse la liquefazione. La situazione era questa, e dunque

la battaglia per il divorzio è stata una battaglia di retroguardia: non a caso il clero ha ceduto, dopo una difesa assolutamente formale. Una battaglia di retroguardia costosissima e inutile. La battaglia vera doveva essere un’altra, e non a caso taluni spiriti eletti si auguravano che la legge sul divorzio non passasse, fiduciosi nell’aurea norma del “tanto peggio, tanto meglio”. Bisognava battersi, dicono costoro, contro il matrimonio in quanto istituto. 

Una posizione davvero inattesa, ma in tutta onestà come negare che nel fondo dello spirito laico, conquistato il diritto sacrosanto a divorziare, circoli l’estremo quesito: perché non andare alla radice e far traballare il senso del matrimonio?

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Bianciardi ha scritto quel che il demone gli dettava, e per tale ragione dovette affrontare alcuni processi, uno dei quali costituisce la materia di una ulteriore edizione di ExCogita, un libro di grande interesse che esce anch’esso nel centenario per le cure di Luciana Bianciardi e Federica Albani: Imputati tutti. “La solita zuppa”: Luciano Bianciardi a processo. Vi è ripercorsa una vicenda giudiziaria che vide lo scrittore protagonista e che appare davvero spassosa. Nel racconto La solita zuppa egli svela con impudente ironia una libera società senza restrizioni morali in ambito sessuale ma con una dispotica imposizione alimentare: che per tutta la vita si debba mangiare solo semolino. Era il 1965 e si beccò una denuncia per offesa al pudore. L’edizione ripropone il racconto completo, con le parti all’epoca censurate, e grazie ai documenti ricostruisce i fatti di un processo che vide tutti imputati – autore, editore e stampatore – e si concluse con una assoluzione. Uno dei tanti processi intentati alle invenzioni letterarie che, pur offendendo la morale comune, escono sempre vincenti, anche quando condannate.

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La vicenda del giornalista Bianciardi non terminò con la sua morte, il 14 novembre 1971, ma il giorno dopo. Il 15 uscì postumo per la rubrica Così è se vi pare del «Guerin sportivo» una serie di risposte a note figure del mondo artistico e sportivo: Giuseppe Berto, Gino Paoli, Vittorio Adorni e Lando Buzzanca. Ora, è noto che la famosa serie di dieci domande e dieci risposte scambiate con lettori spesso famosi, come in un chiacchiericcio nazional-popolare e colto al contempo, lascia il sospetto che Bianciardi scrivesse anche le domande falsamente firmate da nomi in vista. Assumiamo per vero che fosse proprio Buzzanca a porgli le ultime, sta di fatto che Bianciardi scrisse in questa occasione le sue estreme righe, a modo loro spiritose. Sollecitato a definire Dacia Maraini, rispose: «L’unica Dacia consentita a uno scrittore italiano». Mentre su Dino Buzzati espresse il luogo comune di «rappresentante per l’Italia di Kafka» già da tempo circolante (forse stancamente circolante).

Ma il punto di maggiore interesse, quello che rimanda all’essenza del nostro, è la reazione alla domanda su chi lui leggesse più volentieri tra Bassani, Soldati e Pasolini: «Leggo più volentieri Pasolini: è dei tre il meno inutile. Soldati è un gastronomo. Bassani è un signore che scrive bene. Pasolini è un poeta». Non aveva dunque soltanto anticipato le idee di Pasolini: ne era stato anche lettore e onesto ammiratore. Il cerchio si chiudeva, ed era tondo. Ben tondo, nonostante in quei giorni fosse ricoverato a Milano per un coma etilico: aveva scritto le sue ultime righe nella camera d’ospedale. È un particolare ammirevole, che contrasta con l’avvilente scena del suo funerale, a cui si presentarono in quattro. Destino degli ironici, più ancora che degli anarchici.

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