Formíggini: i consigli di un editore piccino picciò 

10 Novembre 2022

Restare «piccini picciò» non significa per un editore farsi sopraffare dalle regole del mercato e dai concorrenti: anche l’editore «picciò» deve saper stare sul mercato, deve sapere cosa fare e come farlo. E Angelo Fortunato Formíggini – figura di rango dell’editoria italiana nella prima metà del Novecento – ne era ben consapevole. Sapeva innanzitutto che una carriera editoriale – in un mercato dominato dai grandi e grandissimi – si salva se si contengono le dimensioni della propria casa editrice. E da questa cognizione, perseguita lungo la carriera, sorse il motto citato, e sorse in una circostanza singolare.

Nel 1928 Formíggini pubblicò un’operetta davvero curiosa, il Dizionarietto rompitascabile degli editori italiani, ironica ma caustica lista dei colleghi editori che operavano allora in Italia. Come ogni lista, solleva una certa vertigine (Eco docet), una sorta di ebbrezza mitigata da un garbato umorismo di origine yiddish, cultura ebraica cui l’editore apparteneva. Elencando gli editori di Roma, a un certo punto Formíggini si auto-segnala, e lo fa con una frase che resta scolpita nella memoria: «La mia casa editrice è piccina, piccina, picciò. Io, naturalmente, non la baratterei con un palazzo, tanto è vero che ho sempre resistito a tutte le seduzioni di tramutarla in qualche cosa di più grosso. Il mio maestro, Oliviero Franchi, mi raccomandava: «Sta bén sémper piccol!». E ho il rimorso di non avergli dato retta anche di più».

Insomma, restare «piccini picciò» era per un editore (forse ancora lo è) una norma aurea e un salubre principio di sopravvivenza; non solo, come detto, per potersi confrontare con i colossi del mercato, anche per riuscire a fronteggiare la poderosa quantità di grattacapi che grava su un’impresa editoriale; crucci sempre identici: dalle supreme seccature della Signora Burocrazia fino alla molestia di certi autori e collaboratori, quelli rigonfi di se stessi.

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Lo percepiva bene Formíggini, che infatti, a latere della propria attività d’imprenditore, si fece anche commentatore dei problemi del proprio mondo lavorativo e della fisiologia dell’oggetto libro. Lo fece con una nutrita serie di interventi pubblicati nelle pagine della rivista che aveva fondato nel 1918, epoca in cui la produzione libraria s’era inaridita e la guerra aveva distratto la stampa quotidiana dal mondo dei libri: «L’Italia che scrive», mensile di varia informazione bibliografica, sede anche per discutere in generale sui grattacapi dell’editoria. Fu in quelle pagine che – dal 1918 al 1938 – pubblicò una serie di articoli e commenti sul cosmo materiale dei libri, a volte raccolti sotto una rubrica titolata Manuale di propedeutica editoriale.

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L’esplorazione di questo spicchio della scrittura di Formíggini – quello dedicato alla quotidianità del piccolo editore – è da qualche tempo iniziata. Diciamo che il primo a farne qualcosa di integrato fu lui stesso, quando nel 1922 riprese due contributi usciti nella rubrica e ne fece una pubblicazione autonoma edita a Torino: il Manuale teorico-pratico di propedeutica editoriale (per inciso: un raro fascicolo oggi assai ricercato dai bibliofili). Nel 1936 riprese in forma di opuscolo, per i tipi della propria casa editrice, il lungo articolo Il francobollo per la risposta.

Ci fu anche un seguito di maggior dimensione: nel 1938 radunò un più ampio gruppo di articoli per un volume che doveva rappresentare il bilancio di tre decenni del proprio lavoro: Trent’anni dopo. Ma l’opera non fece in tempo a vedere la luce: nel 1939 la vicenda dell’ebreo Formíggini, con la promulgazione delle leggi razziali, si concluse col suicidio: il suo manoscritto, con quella appendice di scritti dedicati all’editoria, uscì postumo. E ora hanno visto la luce ben due raccolte di quegli scritti: una parziale curata per Elliot da chi scrive col titolo Vita da editore; l’altra – la principale per ampiezza antologica ma anch’essa in forma di selezione – è il volumetto Lezioni di editoria curato da Gabriele Sabatini per Italo Svevo.

Perché l’edizione s’intitoli così lo segnala il curatore: le questioni del mestiere editoriale impartite dalle colonne della propria rivista erano talvolta dette lezioni dallo stesso Formíggini. E tali francamente ci sembrano: una gradevole serie di lezioni su disparati temi della gestione tecnica e commerciale di una casa editrice. Vi sono discussi, con uno stile sempre disinvolto e un po’ beffardo, i problemi inerenti la manodopera e il costo delle materie prime, le norme inerenti il prezzo dei libri e gli sconti da applicare, senza rinunciare a lezioni che, impregnate di sorridente ironia, squalificano alcuni sgradevoli peccatucci: pretendere che un editore dedichi all’autore ore e ore di attenzione per un parere di lettura, raccomandare a un editore mediocri collaboratori, donare a una persona il libro sbagliato (incidente assai frequente). 

Una parte degli scritti è dedicata ai progetti messi in atto da Formíggini: un’inchiesta sull’utilità delle biblioteche circolanti e su come esse potevano incidere – in senso positivo o negativo – sul commercio librario; articoli dedicati all’idea di un censimento dei lettori italiani, alle cosiddette “cartoline parlanti”, al progetto di schede bibliografiche da inserire nelle copie dei libri stampati.

Fu per lui anche spontaneo difendere gli editori dai nocivi suggerimenti in grado di causare gravi danni materiali: lo fece nel pezzo Consigli agli editori del 1923, in cui chiedeva a gran voce di non considerare l’editore un estraneo o un nemico e di non danneggiarlo, perché così facendo si recava danno all’editoria in generale, cioè «a quel complesso meccanismo per cui le opere dell’ingegno, uscite dal cervello di chi le ha prodotte e materializzate in un manoscritto, si moltiplicano in un grande numero di copie stampate e giungono al maggior numero possibile di lettori».

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E sempre rivolto alla figura dell’editore, stese nel 1928 l’articolo Come si diventa editore, in cui ribadiva che se un rappresentante della categoria «non avrà senso pratico, cioè senso di misura e giusta valutazione delle possibilità, ruzzolerà rapidissimamente».

Ma per la carica di ironia pungente, e pur sempre affettuosa, sfolgorano due articoli della raccolta. I libri in omaggio, del 1918, è traversato da un quesito concreto: come non accorgersi che chiedere libri in omaggio agli editori è cosa sconveniente? Vi risuona la dura affermazione che reclamare un libro «per recensione» e poi non farla è come non pagare un debito. Il francobollo per la risposta del 1936 è uno scritto arguto e graffiante: dipinge la figura dell’editore come un tale che, lavorando per la cultura, dovrebbe secondo molti lavorare gratis. Tutti si rivolgono infatti a lui ponendo quesiti superiori alle sue forze, e si ritengono anche legittimati a importunarlo includendo nella lettera a lui spedita un francobollo per la risposta, come se il gesto assegnasse il diritto di avere a disposizione una sua intera giornata a costo zero.

Pur dedicati a questioni e dispute nel mondo editoriale, si esce dalla lettura di questo bel libro – dopo averne delicatamente reciso le pagine col tagliacarte, essendo elegantemente intonso – con una conquista forte: la certezza che Formíggini è stato uomo arguto e spiritoso, figura dotata di un grande cuore sorridente. Qualità che ne fanno un gigante della storia culturale del Novecento.

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