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Canto selvaggio

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Gli umili fiori dei boschi / Il trasformismo dei ciclamini

Come le viole dei campi, i ciclamini sono gli umili fiori dei boschi. Come quelle, reclinano il capo, non per modestia ma per diffidenza: almeno così azzarda la simbologia applicata al regno vegetale, forse per via del tubero velenosetto, saturo di saponine ma ghiotto boccone per i grifi suini, donde il didascalico nome popolare di panporcino. Anch’essi han battezzato un colore che, ciclicamente (l’avverbio è quanto mai pertinente), torna a tingere gli outfit femminili, specie d’estate quando il più profumato della famiglia, il Cyclamen purpurascens o Ciclamino delle Alpi, accende l’ombra del sottobosco.      Quel che più mi sorprende di questa piccola erbacea perenne, imparentata con le Primule, è il miracolo di trasformismo e d’ingegneria botanica di cui è capace. Chi mai immaginerebbe che dal solitario bocciolo a forma di mezzo fuso, con i petali pressati a spirale l’uno sull’altro, sortisca un fiore volgente all’indietro cinque alucce rosa carminio (lacinie riflesse), ovvero orecchie, come preferiva chiamarle D.H. Lawrence: («And cyclamens putting their ears back», Sicilian cyclamens). Entro la corolla – una coppa perfetta, traslucida, montata su cinque sepali...