Categorie

Elenco articoli con tag:

Città

(3,031 risultati)

Un poeta inglese / Philippe Morre: istantanea di ippopotamo con banane

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Nonostante le nove pagine che Poesia gli ha dedicato in febbraio di quest’anno, di Philip Morre resta purtroppo piuttosto difficile reperire i libri sia in Italia che in Inghilterra. Patrick McGuinness, nel saggio pubblicato da Poesia, parla di lui come di un poeta che è la quintessenza dell’inglese. Ci sono naturalmente anche molti altri autori che hanno formato Philip Morre: Montale, Callimaco, Caproni, Bonnefoy. Forse è appunto questa la quintessenza dell’essere inglese, fin da Chaucer e Shakespeare: una capacità di nutrirsi di altri idiomi e modi di pensare. In parte accade all’inglese quello che è accaduto al greco nel mondo antico: l’inglese è progressivamente diventata una lingua diffusa nel mondo per la sua grande capacità di assorbire.   Non solo non ha un’Academie o una Crusca, ma nel lessico e nella sintassi, e soprattutto in una voracità intellettuale che l’ha trasformata nella lingua delle scienze e in un grande veicolo delle letterature...

Samp al Sotto18 Film Festival / Rezzamastrella: un killer contro le tradizioni

Tra ulivi, trulli, strade bianche di Ostuni, muretti a secco, scalinate di Gravina di Puglia, linee ferroviarie deserte, la piazza di Galatina dove non si può che ballare una ossessiva, folkloristica pizzica. Un killer attraversa questo Puglia Dreaming: boccoli lunghi agitati dal vento o dalla corsa, simile a un Cristo pasoliniano su un campo di grano tagliato, con baffo, pizzetto e volto sghimbescio, giacca rosa su corpo magro, lisergica, nervosa reincarnazione di Frank Zappa in cerca di tradizioni da uccidere, da killerare.  Samp è un assassino professionista. Inizia sparando alla madre tra le linee nette, candide, all’interno di un trullo, per poi partire a prendere ordini da un Boss di paese, non senza essersi ristorato con un cappuccino con tazzulella ‘e cafè e succhiatina alle prosperose mammelle di una diversa figura materna. Il Boss gli ordinerà vari omicidi di “gente legata alle tradizioni, che pensa e agisce in modo naturale”, antiquari, vecchie comari di piazzetta, collezionatori di cartoline del bel tempo andato, bambini che aspettano un futuro che continui il passato e perfino Riccardo, l’amico del cuore di Samp, uno che “porta avanti l’amicizia, che non è...

Gallerie d'Italia: "Ma noi ricostruiremo" / Milano bombardata

Nella notte tra il 7 e l'8 agosto 1943 l'aviazione alleata sgancia le sue bombe sulla città di Milano. Replicherà con altrettanta violenza nelle notti tra il 12 e 13 e tra il 14 e 15 agosto. La Stampa del 14 agosto, scrive: “Milano ha subito un nuovo violento bombardamento. Si può dire che nessun rione, nessuna zona, nessuna strada centrale o periferica di Milano sia stata esente dal suo doloroso e sanguinoso contributo. Il centro ha avuto deturpazioni che rimarranno a testimonianza dello scarso spirito di civiltà dei nostri nemici. La periferia e i sobborghi, dal canto loro, hanno sofferto mutilazioni tali da meritare agli anglosassoni l’appellativo di gente inumana.” Milano è stata per tutto il primo novecento una città cantiere. Per sua scelta ideologica, economica, artistica. È la città dell'Esposizione Universale del 1906, del Futurismo di Marinetti, Sant'Elia e Boccioni, dei nuovi quartieri operai affidati alle migliori menti dell'architettura razionalista, dei piani regolatori “fascistissimi” degli anni trenta. Demolire e ricostruire non la spaventava, sentendosi parte di un progetto di trasformazione talmente radicale da accettare la perdita – in una sorta di partita...

Il podcast Labanof di Radio 3 vince il Prix Italia 2020 / Lo scheletro è come una biblioteca

Nell’ultima edizione del Prix Italia, rassegna internazionale organizzata dalla Rai, che riunisce annualmente, dal 1947, radio e televisioni da tutto il mondo, ha vinto, nella sezione dedicata al “radio documentario e reportage” una produzione italiana: Labanof. Corpi senza nome di Fabiana Carobolante, Daria Corrias, Giulia Nucci e Raffaele Passerini, con la cura di musica e suono di Riccardo Amorese. L’Italia aveva vinto il medesimo premio solo due anni prima, nel 2018, con Il sottosopra di Gianluca Stazi e Giuseppe Casu (Tratti documentari). Per trovare un altro precedente però bisognava fare un salto indietro nel tempo di sessant’anni, a Clausura di Sergio Zavoli (1958), e al periodo eroico del documentario radiofonico italiano.   Questi riconoscimenti arrivano dopo che, negli ultimi anni, la produzione italiana di documentari radiofonici e audio ha cercato, con inaspettati slanci creativi e un ostinato e costante lavoro di ricerca, di ridurre il divario con gli altri paesi europei. In maniera inizialmente sotterranea una nuova generazione di autori, registi e sound designer ha cominciato a entrare in contatto con esperienze straniere, soprattutto nel momento in cui è...

Milano Filmmaker 2020 / Er e gli asini

  Er cammina lungo una strada asfaltata. Di lato, a destra e a sinistra, i campi. La macchina da presa la inquadra di schiena. Vediamo i suoi capelli neri che le cadono sulle spalle e i jeans bianchi che indossa. Cammina di fretta, come se sapesse dove andare; si mantiene vicina alla striscia bianca laterale che bordeggia nel suo procedere. Mormora qualcosa che non si comprende: frasi straniere, una litania, altro ancora. Er è Ermanna Montanari e questo è un film di un’ora dedicato a lei, un atto di amore del regista Marco Martinelli verso quella che è la sua attrice preferita, la sua musa, la sua prima compagna di lavoro, sua moglie. Un dono fatto a Ermanna dopo quarant’anni di vita e di teatro insieme, scrive il regista romagnolo nella scheda di presentazione dello spettacolo. Partendo da un ampio materiale d’archivio, Martinelli, con l'aiuto di Francesco Tedde, ha montato questo lungo monologo dell’attrice, che attraversa lavori di oltre vent’anni fa come Ippolito, tratto da Euripide, dove recita circondata da Chiara Lagani e Fiorenza Menni, Sterminio di Werner Schwab, dove interpreta il monologo della Signora Cazzafuoco, e poi altri spettacoli ancora in cui...

Tony Godfrey / Editoria: dove è finita l'arte contemporanea?

“La critica d’arte oggi è storia dell’arte, sebbene non necessariamente la storia dell’arte dello storico dell’arte”, scriveva in modo sibillino il critico americano Harold Rosenberg nel 1975. Ennesima prova che l’arte contemporanea segna uno scarto rispetto alla sua storia. Tony Godfrey ne è consapevole sin dalle primissime pagine di L’arte contemporanea. Un panorama globale (traduzione di Chiara Stangalino, Einaudi 2020, 279 pp. riccamente illustrate, 40 euro). Prende come pietra di paragone un evergreen quale Storia dell’arte di Ernst Gombrich, con le sue innumerevoli edizioni dal 1950 al 1994. Ne condivide appieno il celebre incipit – “non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti” – ma ne rileva alcune omissioni, a partire dalla disattenzione verso l’arte contemporanea (nel 1994 sono citati giusto David Hockney e Lucian Freud). Idem per le artiste donne (la prima, Käthe Kollwotz, spunta fuori solo nell’1989), per la parola degli artisti, per l’arte extra-europea (con rare eccezioni come le miniature moghul).   Sono cambiati i luoghi deputati dell’arte (dall’edificio sacro alla fiera, dallo studio al mondo intero), la funzione del mercato (nel...

Collezionare capolavori / I marmi Torlonia

“Innanzi tutto, c’era una promessa. E poi c’è un racconto”. Con le due parole chiave “promessa” e “racconto”, Salvatore Settis, curatore della mostra insieme a Carlo Gasparri (l’archeologo che nel 1976 fu incaricato dal Pretore di Roma di verificare le condizioni delle sculture della collezione della famiglia Torlonia e, tuttora, uno fra i pochi ad aver visto la raccolta nella sua interezza), introduce l’attesissima mostra I marmi Torlonia, col significativo sottotitolo Collezionare capolavori. Sospirata non solo per l’opportunità di vedere finalmente le opere classiche di raffinata bellezza, ad oggi ammirate solo da pochissimi eletti, ma anche per il rinvio da aprile a ottobre, dovuto alla pandemia covid-19, e perché pianificata ben quattro anni fa, a conclusione di un duro percorso giudiziario, andato avanti senza esclusioni di colpi. Infatti, chi ha seguito fin dall’inizio la genesi di questa mostra, sa che essa parte da lontano, dagli anni Sessanta. Ma anche chi non la conosce, immediatamente intuisce che dietro c’è “qualcosa”. Una storia piuttosto complessa e intricata, che sembra giungere, con questa mostra, a quella che alcuni hanno giustamente chiamato una “win win...

Milano Filmmaker 2020 / Il vedere commosso di Mauro Santini

«Giovedì 24 ottobre 1776: [...] la campagna, ancora verde e ridente, ma in parte già spoglia e già quasi deserta, dappertutto offriva l’immagine della solitudine e dell’avvicinarsi dell’inverno. Risultava dal suo aspetto un’impressione mista di dolce e di triste, troppo analoga alla mia età e al mio destino perché non ne facessi il raffronto.». La seconda passeggiata del sognatore solitario – ovvero del filosofo Jean-Jacques Rousseau – pare aprirsi con una placida meditazione sulla vita psichica della materia, teneramente sprovvista di alcun evento singolare. Eppure, all'improvviso, qualcosa accade: una concatenazione di eventi che qualche secolo dopo attirerà l'attenzione di un altro filosofo, Daniel Heller-Roazen, il quale dedicherà al sognatore solitario un capitolo di uno dei suoi libri più interessanti (Il tatto interno).    «Ero, verso le sei, sulla discesa di Ménilmontant» ricorda Rousseau «quasi di fronte al Galant Jardinier. Dal varco che si aprì all’improvviso fra le persone che mi camminavano davanti [...] vidi abbattersi su di me un grosso cane danese che, lanciatosi a capofitto innanzi a una carrozza, una volta accortosi di me non ebbe neanche il tempo di...

Don Roberto Sardelli / La scuola dell'acquedotto felice

«Avevamo bisogno di strumenti didattici, la scuola come la fai senza le sedie, senza le panche, senza un tavolo. […] Imparammo a rubare. Andammo in parrocchia… e non avevamo le sedie? E lì invece i ragazzi che andavano in parrocchia protestavano perché volevano le sedie un po’… c’erano le panche e volevano le sedie più dure, e noi: “Sì sì sì, sedie dure”. La notte andavamo, pigliavamo le panche e ce le portavamo dentro. Ancora ne ho due in campagna, ’ste panche lunghe. E quindi ci facciamo le panche! Poi i tavoli, come si fa? Lo stesso: in parrocchia! Rubiamo i tavoli dalla parrocchia. E ne rubammo due, due molto lunghi, su una struttura di ferro… E ci facemmo i tavoli. E poi ancora, la lavagna. E la lavagna? La lavagna ci vuole. La lavagna come si fa, come non si fa… E allora i più grandicelli dissero: “Ce la facciamo noi!”». Di fronte all’assenza della scuola in presenza, la presenza dell’assenza di una scuola grida forte. È il 1968, è l’anno della rivolta studentesca, mentre don Roberto Sardelli invoca, in una centrale periferia romana, una rivolta scolastica, una scuola rivoluzionaria.  In una «catapecchia di nove metri quadrati».   Siamo nella zona dell’Acquedotto...

Letizia Battaglia, Sabrina Pisu / Letizia Battaglia, una vita al grandangolo

Letizia Battaglia, di cui è appena uscita una biografia scritta a quattro mani con Sabrina Pisu, Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza (Einaudi, 266 p., 19 euro), ha sempre fotografato con il grandangolo. Secondo i manuali, i grandangolari sono obiettivi da paesaggio, offrono infatti una visione più ampia di quella dell’occhio umano che invece, per convenzione più che per calcolo, viene assimilata al 50mm È quello il “normale”, l’obiettivo per far tutto, quello che non distorce e che quindi va mediamente sempre bene, preservando il realismo della visione naturale. Cartier-Bresson, si sa, fotografava quasi sempre con il 50. Ma Letizia Battaglia no, lei andava in giro con il 35mm se non addirittura con il 28. Il problema è che questa grande fotografa palermitana per molti anni ha fatto la reporter e, credo, non si sia mai molto interessata ai paesaggi. Quello che l’ha sempre affascinata, invece, sono le persone, la loro vita, il loro modo di essere e di agire e – suo malgrado, ma necessariamente visto il periodo in cui ha lavorato a Palermo – la loro morte.   Ora, quando fai la reporter ciò che devi fare è mostrare qualcosa che è...

Scienza e società / Vaccini: dati scientifici e decisioni politiche

I vaccini per il Covid-19 sembrano ormai vicini alla distribuzione. Nelle ultime settimane, diverse aziende farmaceutiche si sono avvicendate nel comunicare i risultati dei test e il grado di efficacia dei prodotti che stanno per essere messi sul mercato. Tuttavia sono tornate le polemiche, puntuali come non mai quando si affronta questo tema. E sono state scatenate anche dalle parole di Andrea Crisanti, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di dare priorità ai dati scientifici, senza affidarsi precipitosamente agli annunci lanciati alla stampa e non supportati da valide documentazioni. Le parole dell’ormai noto docente dell’università di Padova sono state interpretate come un invito a non fidarsi dei vaccini, se non addirittura come un’apertura alle posizioni antivacciniste che negli ultimi anni hanno goduto di un’enorme risonanza mediatica e di un’inedita visibilità. Crisanti si è quindi trovato costretto a chiarire il senso delle sue affermazioni inviando una lettera aperta al “Corriere della Sera”, sforzandosi di rimettere in primo piano il ruolo della trasparenza, del rispetto e della fiducia negli sviluppi del sapere, ricordando fra le altre cose che la scienza...

Didattica a distanza / Perché la scuola no?

C'è un personaggio di un bel film, un leader nero di nome Jeriko One (oggi sarebbe di Black Lives Matters) che nell'ultimo discorso che fa, prima di essere assassinato da un poliziotto la notte del capodanno del 2000, esclama: stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic! (These people are rearranging deck chairs on the Titanic). È la sensazione che si prova in questo momento in questa strana scuola che è scuola senza esserlo, parte dentro parte fuori – non avevamo bisogno di questo per capire che la “modalità blended”, così come la DaD, non funziona. Facciamo scuola senza farla, rispettando norme e principi che appartengono a un'altra era geologica. I profili di licei e istituti tecnici e professionali, i cosiddetti PECUP, sono di dieci anni fa. Anche fingendo di non sapere che furono scritti in allegato alla controriforma Gelmini, che di fatto negava gli strumenti minimi per raggiungere gli obiettivi lì trascritti, resta che quei profili, quei curricoli, quella ripartizione delle discipline sembrano scaturire da un carotaggio geologico: quando non si aveva consapevolezza (e quindi ci si comportava come se non esistessero) della crisi ambientale, delle pandemie (che...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...

Cile / Pedro Lemebel, Irraccontabili

In piedi davanti alla tomba di famiglia, il viso liscio e le spalle bagnate dalla pioggia che scivola sul giaccone nero, Pedro Lemebel racconta di quando decise di non firmare più i suoi testi con il cognome del padre, Mardones. All’epoca, all’inizio degli anni Ottanta, aveva vinto un concorso letterario “con un racconto molto gay”, la storia di un ragazzo omosessuale che, durante l’apocalissi, si arrangia in qualche modo prostituendosi.  Arrivarono i giornalisti per intervistarlo e furono accolti dal padre, del quale lo scrittore ha ereditato anche il nome di battesimo; Lemebel non era in casa e, per una serie di fraintendimenti dovuti all’omonimia, convinti di essere di fronte all’autore del racconto, consegnarono il premio al Pedro Mardones sbagliato, che, a sua volta, credette di essere il fortunato vincitore di un concorso televisivo. Gli fecero delle domande, a cui fu felice di rispondere, poi gli scattarono un po’ di fotografie.  Nei giorni successivi, l’uomo sperava di andare in televisione, magari chiamato come ospite di qualche programma proprio per la sua recente vittoria. Invece uscì sul giornale la sua immagine accanto a quel racconto in cui un giovane cede...

75 milioni di voti a Trump / "Meglio una guerra nucleare che aggiungere un'altra lettera a LGBT"

Non riesco più a contare gli articoli che dal 3 novembre in qua sono usciti per chiedersi non tanto come abbia fatto Joe Biden ad accumulare 80 milioni di voti (cifra inaudita) ma come abbia fatto Donald Trump a mantenere, anzi ad accrescere il suo bottino elettorale fino ad arrivare a 74 milioni di voti (cifra altrettanto inaudita per uno sconfitto). Sei milioni di voti sono uno scarto che non si era mai visto, ma non avrebbe dovuto essere maggiore? Biden avrebbe dovuto vincere almeno con il 65% dei voti, non con il 52%. Ribattere che l’America è sempre stata politicamente polarizzata e che ben pochi presidenti hanno vinto con un margine uguale o superiore al 53% non è un argomento. Affrontavano candidati che rientravano nelle norme della politica. Trump non rientra in nessuna norma, salvo forse nelle linee guida di qualche manuale sul disordine narcisistico della personalità. E dunque? E dunque, da qui sono partite le analisi. Ma più che procedere hanno annaspato, perché una risposta unica non c’è. Ci vorranno mesi per analizzare i risultati delle elezioni statali, di contea e cittadine, che spesso hanno registrato la schizofrenia di elettori che hanno votato sia contro Trump...

Quarta e ultima parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Scego sui temi del colonialismo, nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   EM. Per quanto riguarda il colonialismo, a fronte dell'indegno sintomatico silenzio istituzionale con cui è passato l'ottantesimo anniversario della proclamazione dell'impero e la nascita dell'Africa Orientale Italiana, nel 2016, c'è comunque un crescente interesse, non solo tra specialisti, per le rimozioni del colonialismo fascista e da lì di quello liberale, direttamente proporzionale direi alle spinte filo-fasciste o nazionalistico-sovraniste in senso inverso. Personalmente credo che, benché necessario, il discorso sia ancora tutto troppo 'giornalistico': se si parla di uso dei gas o di madamato è perché si parla delle menzogne di Montanelli o del (brutto e sbagliato) monumento a Graziani ad Affile, come a dire che il tema del colonialismo sia un'appendice del discorso antifascista e che ci sia “bisogno” della vergogna del presente per parlarne. La mia impressione è che questo rischi di essere ancora un...

Accademia Unidee / Insegnare a vivere

MICHELANGELO PISTOLETTO. Nel primo paradiso, la condizione degli esseri umani primordiali non conosceva la sofferenza che deriva dal desiderio di comprendere e dal dovere di scegliere. Dal momento che non erano stati gli uomini a concepirla, la creazione dell’Eden fu attribuita a un dio onnipotente. Mentre invece il creatore del secondo paradiso è l’umanità stessa. Essa, grazie all'autonomia acquisita con la conoscenza, ha finito per esercitare sul mondo un potere di una efficacia tale da mettere il mondo stesso in pericolo. Un potere la cui potenza distruttiva contraddice l’idea stessa di paradiso. Se è evidente che non possiamo tornare indietro, allo stadio del primo paradiso, è altrettanto chiaro che bisogna assolutamente superare lo stadio del secondo. E diventare i giardinieri del Terzo Paradiso, che ci accompagna nell’era della responsabilità, mettendo a profitto l’età della conoscenza. Il termine “paradiso” deriva dall’antico persiano Paraidaeza e significa “giardino protetto”. Protetto dai venti del deserto, nella natura arida della Persia, dove bisognava avere la volontà e la capacità di sopravvivere.   EDGAR MORIN. Se il termine “paradiso” ha un senso originario...

Peter Zumthor / Il Museo delle miniere di zinco

È il 1994 quando la Norvegian Public Roads Administration elabora un programma di finanziamenti volto alla valorizzazione di alcuni percorsi stradali selezionati all’interno del territorio norvegese per il loro articolarsi all’interno di un contesto dall’elevato fascino paesaggistico. Si tratta di un programma dalla durata ventennale: entro il 2024, saranno 250 le strade lungo le quali i luoghi più interessanti dal punto di vista paesaggistico e culturale saranno evidenziati e caratterizzati da una serie di interventi di arte, design e architettura. Un programma che opera nel lungo periodo e che oggi conta 18 itinerari che coprono una distanza di 2.151 chilometri e lungo i quali numerosi interventi permettono di apprezzare in modo tangibile paesaggi, luoghi, culture e specificità locali.      Si tratta di interventi puntuali, a volte anche minuti, piccole “perle” sparse nel territorio che esprimono diverse culture del progetto eppure programmati all’interno di una rete pensata a carattere nazionale. Il programma ha generato nel corso degli anni una serie di positive sinergie: numerosi cittadini hanno commissionato piccole strutture ricettive lungo i percorsi; le...

Scuola / Un vecchio prof. disilluso

Ho letto il bell'articolo di Enrico Manera. Concordo pressoché su tutto. Potrei sottoscriverlo. Queste che aggiungo sono solo considerazioni personali che ne prendono in qualche modo spunto. Vorrei partire in particolare da quel passo dove Manera dice di noi insegnanti che siamo una “classe amareggiata, macerata a lungo nella disillusione, in cui ci sono soluzioni biografiche, anche eccellenti, mentre dal punto di vista generale e politico il senso di sconfitta è schiacciante e pesante”. Perfetto. È proprio così.  E questi sono i pensieri attuali di un vecchio professore, amareggiato e disilluso (e anche un po' depresso).   Innanzitutto l'emergenza. Ha cambiato qualcosa l'emergenza, nella scuola? No. Ha solo messo in evidenza ciò che già c'era, ed era anche ben percepito (da chi nella scuola lavora), ma platealmente ignorato da quelli che Manera chiama i “decisori” (non so se con ironia; forse sì, visto che i decisori decidono ben poco, mi pare). Non serve citare gli immancabili Carl Schmitt o Walter Benjamin per capire il valore delle emergenze, dei casi estremi. Essi sono rivelatori. Ma ciò è chiaro anche al buon senso: quando si giudica della verità di un'amicizia?...

Immunità / Pandemia e modello asiatico: cosa è successo?

Sono sempre a rigirarmi tra le mani la domanda: perché quel pezzo di Asia ha reagito meglio alla pandemia? È l’eredità del confucianesimo che rende quei popoli più capaci di far fronte collettivamente alle disgrazie? È una loro superiorità tecnologica, e quindi i migliori sistemi di tracciamento? O una disponibilità all’obbedienza come noi manco ci sogniamo? O, nel caso della Cina, la dittatura tout court? Nella newsletter asiatica di Internazionale del 31 ottobre Junko Terao intervista Ilaria Maria Sala, giornalista italiana a Hong Kong da vent’anni con una lunga esperienza di Cina e Giappone. “Non credo serva scomodare Confucio,” dice Sala, “il vero elemento che accomuna questi paesi è l’esperienza delle precedenti pandemie. La Sars nel 2013 e la Mers nel 2015…”. Da qui consapevolezza, tracciamento, quarentene, mascherine e molto altro. Ma aggiunge una chicca: “Qui non solo le misure di prevenzione non si contestano (…), ma sono richieste dai cittadini, che non si fidano delle autorità politiche, temono che non facciano abbastanza.” Pensando a quanto negazionismo e riduzionismo abbiamo avuto in occidente, siamo agli antipodi: l’esperienza della Sars ha questo lascito. E quindi,...

Semplicità / Enzo Mari in Triennale

Nel 1971 Enzo Mari progetta un divano letto con una struttura costituita da profilati d’acciaio e imbottiture di poliuretano espanso. Si chiama Day-Night. Semplice, elegante, efficiente: basta un piccolo spostamento e si trasforma da divano di casa in letto singolo: una rotazione. Lo disegna per De Padova. L’imprenditrice che lo ha commissionato lo trova bello, ma decide di non produrlo. Enrico Astori, fondatore di Driade, che non ha una fabbrica, lo accetta e lo mette in produzione. Per quanto sia promosso in modo efficace, il divano resta invenduto. Non incontra il gusto del pubblico e Mari accusa il colpo. Scrive che il pubblico lo rifiuta “in quanto non lo riconosce come facente parte del sistema culturale”. La ragione pratica l’individua poi nel suo costo: troppo basso, si guadagna troppo poco con questo mobile. Riflette: gli oggetti di buon disegno offerti a prezzi bassi risultano “poveri” e non rappresentano uno status symbol per nessun consumatore. Sono trascorsi pochi anni dal Sessantotto studentesco e dall’autunno caldo, a cui Mari ha partecipato con la passione di un giovane, anche se ha passato i trent’anni.    Divano Day-night, Design Enzo...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti (3) / E fu il ballo

E fu il ballo. Tra la primavera e l’estate del ’45. E dopo. Una gioiosa febbre dei corpi che finalmente tornano a muoversi scuotendo l’immobilità pietrificata degli anni di guerra.  Il sepolcro è stato scoperchiato. Ora, la vita freme. I corpi si cercano, si toccano, respirano gli uni accanto agli altri, si esplorano annullando la distanza ostile in cui si erano murati. Il ballo genera fiducia, scioglie ogni diffidenza difensiva. È un teatro di sentimenti: nascono amori, si stringono amicizie, si diffondono i semi di una socialità nuova. Aperta, distesa. E si attenua il peso delle memorie luttuose, si comincia, ma ci vorrà altro tempo, a sbrogliare la matassa dei sentimenti negativi. “Tutta Torino balla” intitola “L’Unità’” del 23 aprile 1945. Ma accade ovunque, per le strade e le piazze delle città e dei paesi, nelle corti delle case popolari, nelle aie delle cascine di campagna, persino ai bordi delle macerie accumulate. Balere improvvisate, un grammofono, e poco altro. Quando va bene, un’orchestrina sgangherata, strumenti rimediati. Tutto è improvvisato, perché tutto è nuovo. Fra questi paesaggi precari scocca la scintilla d’energia che, più tardi, darà vita alla...

Una fotografia / Eugène Atget. L’ostacolo dell’albero

A prima vista chiedersi ciò che una fotografia mostra può sembrare un fatto ridondante: mostra quel che mostra, ed è anche per questo motivo che il medium fotografico è stato da subito celebrato come “the pencil of nature”, mostrazione (e non dimostrazione). Confrontati a una straordinaria fotografia di Eugène Atget l’interrogativo di cui sopra sembra comunque lecito: cosa mostra quest’immagine presa in un parco vicino a Parigi? Nulla o quasi, poiché lo sguardo viene immediatamente bloccato dall’albero in primo piano. Proprio per l’idea balzana di interporre fra noi e il paesaggio malinconico del parco di Sceaux il tronco di un albero, la lettura della fotografia, appena iniziata, si arresta. L’occhio che distingue lo stagno vede la superficie mancante occupata dal tronco dell’albero. Il meccanismo di lettura abituale che (come avviene con un paesaggio dipinto) scruta i tre piani dell’insieme subisce un corto circuito: invece di procedere dal primo piano al secondo, intermedio, e fermarsi all’orizzonte, qui si parte dal piano intermedio, cioè dallo stagno, per essere proiettati con forza all’indietro, verso il primo piano, dove “sta” l’albero, si torna poi di nuovo al piano...

Le scuole vuote, la distanza delle istituzioni e il bisogno di stare insieme / La scuola in cortocircuito

In questi giorni, mentre si ipotizza che la riapertura delle scuole non avverrà prima del 2021 e si susseguono le dichiarazioni politiche sulla sua priorità, il lungo silenzio sui problemi della ripresa scolastica in presenza è stato rotto dalle notizie e dai commenti sulle proteste studentesche contro la Didattica a distanza che si stanno svolgendo un po' ovunque.  A Torino, un caso di cui si è parlato molto, nell'isolato pedonale dell'Università di Palazzo Nuovo, studenti e studentesse del liceo classico e linguistico “V. Gioberti” manifestano chiedendo di poter tornare alla didattica in presenza e sottolineando tutti i limiti della Didattica a distanza (Dad) nell'intero paese. Limiti che vanno dalla fruibilità dei contenuti per tutti alla diseguaglianza di opportunità legata agli strumenti digitali. È infatti cosa ben diversa potersi collegare, leggere documenti e comporre testi utilizzando un computer di ultima generazione con la fibra digitale oppure dover fare le stesse cose con un telefono cellulare e le offerte “sui giga”.   Le manifestazioni testimoniano il bisogno di luoghi di socialità e di stare insieme come condizione per un apprendimento efficace, una...