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Filosofia

(709 risultati)

Una libertà contestata / Libero arbitrio?

Rabbi Nachman di Breslav, uno dei grandi del chassidismo, a chi gli chiedeva cosa fosse la libertà rispondeva: Cosa c’è di misterioso nella libertà? Fai quello che vuoi e non fai quello che non vuoi! L'indubbia saggezza del maestro non rende meno discutibile questa affermazione stentorea e troppo sbrigativa, anche se in parte vera; infatti di misterioso nella libertà c'è tutto, la libertà stessa è un mistero! Fare quel che si vuole e non fare quel che non si vuole è un'espressione importante di libertà, che però si identifica non con la libertà tout court ma con il libero arbitrio, cioè con il tipo di libertà proprio degli esseri umani, quella che ci fa distinguere e scegliere tra il bene e il male, tra una strada e un'altra, tra un caffè e un cappuccino.   Per molti la libertà è solo questo e appartiene solo agli esseri umani. Come per Hanna Arendt secondo la quale Dio ha introdotto la libertà nel mondo per mezzo dell'uomo (Che cos'è la libertà? in Tra passato e futuro, Garzanti). Se le cose stessero così, se libertà e libero arbitrio coincidessero, con la nostra scomparsa la libertà non esisterebbe più.  C'è chi trova molto riduttiva questa concezione della libertà,...

4 / Parassiti in guerra

Ben poche malattie vengono sconfitte per la semplice forza della scienza e l’efficacia della tecnica, ha mostrato Bruno Latour in I microbi. La vittoria su di esse non si spiega con l’evidenza della ragione, non si piega alla logica del progresso; occorre tener conto anche della folla di alleati che entrano ad ingrossare le truppe degli scienziati. Fra i primi ad accogliere il pasteurismo sono i medici militari. Giovani in piena salute muoiono anche in tempo di pace nelle caserme che non sono poi molto diverse dai laboratori, spazi circoscritti dove i parassiti si diffondono ma dove si possono controllare i protocolli sperimentali. In tempo di guerra poi, le epidemie sono da sempre le armi più potenti; lo sappiamo dalla peste che diciamo manzoniana attorno al 1630, prima ancora alle “orrende guerre d’Italia” a fine Quattrocento, dove fa la sua comparsa la sifilide, forse importata dalle Americhe in quello scambio, diseguale anche in termini batterici, fra colonizzatori e indigeni. Nel 1802, più di 50.000 soldati francesi, sbarcati a Santo Domingo, vengono sterminati dalla febbre gialla, senza combattere. Passano una decina d’anni e tocca all’armata di Napoleone venire sconfitta...

Giustizia / Conflitti di diritti

In questi mesi segnati dalla pandemia abbiamo avuto l’esperienza collettiva di due diversi tipi di conflitto nel campo dei diritti. Il primo riguarda un conflitto tra diritti – principalmente tra il diritto alla salute (alla sicurezza) e il diritto alla libertà, ma anche tra diritto alla salute e all’educazione, diritto alla salute e al lavoro. Il secondo riguarda il conflitto tra “aventi diritto”: rispetto alle cure, rispetto alla protezione, o tra i diritti all’educazione, alla motricità, alla socialità di bambini e ragazzi e il diritto dei loro nonni, ma anche dei loro insegnanti più anziani, ad essere protetti dal contagio. Se il modo in cui questi conflitti si sono manifestati è nuovo, la potenziale conflittualità connessa ai diritti e all’avere diritti non lo è.  Vediamo meglio.   Per quanto riguarda il primo tipo di conflitti, si è molto discusso in questi mesi della tensione e del possibile conflitto tra diritti di libertà – di movimento, di incontri, di socialità – e diritti di sicurezza. In realtà il conflitto tra libertà e sicurezza non è nuovo, anzi è all’origine dello stato, come ci ha insegnato Hobbes. Per risolvere il conflitto altrimenti insanabile della...

Un nuovo volume della collana Riga / Kitsch Kitsch Kitsch, hurrah!

Silvia Bottani   Che cos’è il Kitsch? come potremmo definirlo? vira più verso il cattivo gusto (ossia un gusto differente che a noi non piace) o è semplicemente una mancanza di gusto (una indifferenza verso il gusto)?    Il kitsch continua a evolversi nella forma ma mantiene il suo carattere originale. Possiamo intenderlo come una menzogna che diventa una verità accettata e condivisa ma anche come una strategia di mimetizzazione e di sabotaggio messa in opera dallo scarto, da ciò che è fallato nei confronti di ciò che è compiuto, una forma di contaminazione che fonde high e low brow per creare un prodotto di massa. Possiamo ancora considerarlo come l'opposto speculare dell'arte? Forse no, almeno nei fatti, se una parte consistente di arte established ne è stata parassitata e se non esistono avanguardie.    Si tratta di un fenomeno meramente estetico, o pseudo-estetico, o invade anche i territori dell’etica e della politica? Se sì, in che modo?   Invade certamente i territori dell'etica e della politica, portando in primo piano un approccio caratterizzato da sentimentalismo e ironia che influenzano e orientano il discorso pubblico e la comunicazione....

Vedere attraverso / Trasparenza tra visibile e invisibile

Prima o poi capita a tutti di suscitare l’ilarità dei presenti andando a sbattere contro una porta di vetro, che, a causa della sua perfetta trasparenza, non appare visibile allo sguardo. Questo inconveniente accade perché, diversamente dai corpi opachi e da quelli lucidi, i corpi trasparenti possiedono la proprietà ottica di farsi attraversare dalla luce e di consentire, quindi, all’osservatore di vedere molto chiaramente anche gli oggetti che sono al di là del corpo rifrangente. Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso il termine trasparenza divenne improvvisamente molto popolare, entrando nei dibattiti sociali e politici di gran parte dei paesi occidentali ed orientali. Il significato che gli veniva attribuito, però, non era quello letterale di fenomeno ottico, bensì quello molto più allusivo di svariati traslati metaforici: “accesso”, “chiarezza”, “apertura”, “partecipazione” alla programmazione ed alla gestione di tutti gli atti che governano e decidono la vita sociale, politica ed economica dell’Unione sovietica di allora. Il responsabile di questa trasformazione semantica fu Michail Gorbaciov, il nuovo segretario del PCUS eletto nel 1985, che indicò la “glàsnost...

21 settembre 2020 / OGR | La cura del mondo

L'assoluta egemonia di una prospettiva economicistica ha avuto come prima conseguenza quella di sfaldare la possibilità di legame sociale e di promuovere una visione individualista e competitiva. Negli ultimi anni risultano evidenti i costi culturali e sociali, ma anche economici, di una modalità consumistica di abitare il mondo che non interroga le conseguenze del suo agire. Il riscaldamento globale appare come un’ultima chiamata, un invito non a operare correzioni parziali e aggiustamenti, ad adottare nuove strategie, ma a cambiare radicalmente la prospettiva e l’orizzonte di senso. Parlare di cura significa parlare di responsabilità comuni, di legami, di contaminazioni. È essenziale che il discorso torni ad abitare il mondo e che lo faccia partendo da una messa a tema dei nodi che testimoniano lo sfilacciarsi del discorso sociale.   Abbiamo organizzato, alle OGR di Torino, quattro incontri che provano a annodare un’idea astratta di cura del mondo a una messa a tema dell’altro fuori di noi e della relazione come condizione di possibilità di una partita necessaria.   21 settembre, 18.30 Gabriella Caramore | Il tempo ultimo   29 ottobre, 18.30 Melania Mazzucco...

Tornare a scuola / Didattica del virus

Siccome mi rivolgo agli insegnanti, alla vigilia di un anno scolastico che sarà tra i più difficili e incerti, mi preme innanzitutto chiarire che cosa ci accomuna tutti in quanto insegnanti. Ciò che condividiamo è una “pratica”: l’insegnamento. Ciò che, in quanto insegnanti, sappiamo del nostro mestiere, sebbene esitiamo talvolta a confessarlo pubblicamente, è che la nostra pratica non si definisce a partire dai suoi contenuti (se non derivatamente) e che non si risolve nella trasmissione degli stessi “alla più alta velocità consentita dal canale” (se non derivatamente). A definire quello che facciamo non è ciò che facciamo ma come lo facciamo. Per questo l’assegnazione dell’insegnamento al dominio delle “pratiche” (o delle “arti” nel senso greco delle technai) risulta pertinente. Il come insegnare la scienza pedagogica lo chiama “didattica”. Nei dipartimenti di scienze della formazione la didattica è oggetto di uno specifico insegnamento. In quanto insegnanti che si sono fatti le ossa sul campo, noi però sappiamo che la didattica non è una metodologia che si possa insegnare separatamente. La didattica non è cioè una propedeutica all’insegnamento (da filosofo, aggiungo poi che una...

Carteggi amorosi / Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere

«Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile». Lo scrive in una lettera il professore di filosofia alla studentessa, che subito comprende. Il grande démone è quello del Simposio di Platone, Eros.  Con questi toni inizia, nel febbraio del 1925, la corrispondenza amoroso-filosofica di Martin Heidegger – che sarebbe divenuto il filosofo di fama mondiale e all’epoca aveva trentasei anni, una moglie e due figli piccoli - con Hannah Arendt – anch’essa qualche decennio dopo non meno famosa del maestro e amante – mentre entrambi si trovavano nella piccola città universitaria di Marburg nel centro della Germania, tra Kassel e Francoforte. A Marburg l’università vecchia è una specie di costruzione massiccia, sorta di castello-chiesa-fortezza nel cuore della città (la nuova università, un po’ fuori, è di uno squallore e di una bruttezza insostenibili, ma ai tempi per fortuna non c’era). Lì la studentessa venuta dal nord (Königsberg) incontra il docente venuto dal sud (Meßkirch); è colpita dal suo pensiero, pensa che la filosofia sia tornata a vivere, che finalmente qualcuno abbia ridato la parola ai tesori del passato che sembravano morti.   Anch’egli...

29 agosto 1980 - 29 agosto 2020 / Franco Basaglia. “E mi no firmo”

Massimo: Alcune cose le sappiamo. uno dei primissimi giorni succede che l’ispettore capo dell’ospedale psichiatrico di Gorizia – una figura importante, si chiama Michele Pecorari – porta al nuovo direttore il registro delle contenzioni. È il librone su cui vengono scritti i nomi di chi la notte prima è stato legato al letto. Il direttore deve vistarlo, apponendovi una semplice firma. Si è sempre fatto così. Prassi vuole che adesso tocchi a Basaglia. L’ispettore gli consegna il libro e gli porge con molta deferenza la stilografica. lui toglie il cappuccio e si blocca. Passa un attimo, chi è presente nella stanza dirà poi che è sembrato un tempo lunghissimo. Un attimo e Basaglia, semplicemente, rimette la stilografica nel cappuccio. Alza lo sguardo e dice nitidamente: «E mi no firmo». Un gesto di rifiuto. Ci viene in soccorso un dettaglio biografico. Sembra una semplice nota di colore, ma in questa storia c’entra molto. Qualche anno prima, nel 1953, Franco Basaglia si è sposato con Franca Ongaro – c’entra molto anche lei in questa storia, e non solo perché è nel manicomio di Gorizia come volontaria nei reparti. Testimone dello sposo è stato il grande amico nonché ex collega di...

Biografie / Tutte le vite di Spinoza

Un’attrazione irresistibile sembra esercitare su molti, esperti e no, la figura del filosofo Bento (Baruch, Benedetto) Spinoza, 1632-1667, che ha ispirato romanzi, opere teatrali e figurative, poemi e persino gruppi rock e siti internet. Probabilmente perché fu ed è visto come una specie di Robin Hood della filosofia, ribelle e radicale e insieme mite e equo, ingiustamente perseguitato dagli uomini di potere.    La ricerca della felicità Spinoza visse in un’epoca di grande fermento intellettuale, in un contesto che permise a «un giovane e intellettualmente vivace mercante ebreo-olandese, intorno alla metà del secolo XVII, di rompere in modo radicale con il proprio passato e di fare della filosofia la propria vocazione». Così presenta Spinoza l’inappuntabile studioso Steven Nadler in un volume del 2006 dall’asciutto titolo di Spinoza’s Ethics. An Introduction, offerto al pubblico italiano quale La via alla felicità (sottotitolo L’Etica di Spinoza nella cultura del Seicento, Hoepli 2018, trad. di Emilia Andri), per strizzare l’occhio al lettore con quella paroletta magica, felicità, che invita all’acquisto e alla lettura. In effetti Spinoza vi è proposto come il pensatore...

A 250 anni dalla nascita / Hegel e Hölderlin. I giovani che volevano la mitologia al potere

Il 27 agosto di duecentocinquant’anni fa nasce a Stoccarda Hegel. Alcuni mesi prima, il 20 marzo, è nato a Lauffen am Neckar, nello stesso principato del Württemberg, Hölderlin. I destini del più grande filosofo dell’idealismo tedesco e del più grande poeta del Romanticismo tedesco s’incrociano, dal 1788, all’università, nel Seminario teologico protestante di Tubinga, dove stringono una forte e profonda amicizia, che, successivamente, sarà estesa a un altro compagno di studi, più giovane di cinque anni, precoce e geniale, quando questi farà il suo ingresso nello Stift: Schelling. Il carteggio mai interrotto tra i tre, negli anni in cui, subito dopo la laurea, si avventurano nel lavoro precario di precettori, in diverse città (non senza nuovi ricongiungimenti momentanei: prima tra Hegel e Hölderlin, a Francoforte; poi tra Hegel e Schelling, a Jena) testimonia di questa amicizia fraterna che si nutre della condivisione di idee, speranze e progetti e, forse, del sentimento di corrispondere a una missione generazionale. Il cemento iniziale dell’amicizia è, infatti, il fervore per le idee della Rivoluzione francese, coltivate in un club politico nato segretamente nello Stift di Tubinga...

Il potere evocativo degli oggetti / Bollas: essere un carattere

La feticizzazione dell’oggetto, spiegava Marx, sta nella sua ingannevole promessa di trasferirci magicamente le sue proprietà intrinseche, mentre in realtà siamo noi che vi proiettiamo le nostre. La questione è nota ma forse, osserva Bollas, non ancora sufficientemente interrogata: “in che senso assegniamo alle cose i nostri stati psichici? Perché non si tratta solo di un’intenzione conscia, ma di un’istanza profondamente inconscia del Sé nel mondo degli oggetti”, che in qualche modo viene evocata, rivelata, al punto che “alcuni oggetti, come chiavi psichiche, aprono porte che conducono ad esperienze inconsce intense e ricche in cui articoliamo il Sé che noi siamo, mediante il carattere elaborativo della nostra relazione. Questa scelta costituisce la joussance del vero Sé, una beatitudine frutto della scoperta di oggetti specifici che liberano l’idioma nella sua articolazione” (Christopher Bollas, Essere un carattere, Raffaello Cortina editore, Milano, 2020, pp. 234, euro 22, p.4 e 7).      Si tratta di un passo denso, e forse inutilmente complicato, che vale la pena analizzare minuziosamente. Ciò che Bollas sta qui spiegando, ma che si può comprendere appieno solo...

Pensare al futuro anteriore / Ivan Illich: un rivoluzionario gentile

  “Soltanto gli uomini liberi possono cambiare idea e sorprendersi; e benché non esistano uomini completamente liberi, alcuni uomini sono più liberi di altri” [Ivan Illich]   Ripensare e rivoluzionare le nostre forme di vita   Muovere in azione, con chi passa gentile, ti situa sulla sponda più autentica del fine della vita. La lettura di Celebrare la consapevolezza, il primo volume delle Opere complete di Ivan Illich, uscito da Neri Pozza Editore, Vicenza 2020, porta con sé una risonanza con un verso di Pier Luigi Cappello: “Affondava le radici nel futuro”. Nonostante la quarta di copertina riporti una lapidaria affermazione di Illich: “Non permetterò all’ombra del futuro di posarsi sui concetti mediante i quali cerco di pensare ciò che è e ciò che è stato”, è difficile smentire la propensione all’utopia come motore del percorso di una vita, e di un pensiero articolato e complesso, quale è stato il suo. Poche altre sue opere possono confermare questa distinzione di Illich a cercare e pensare al futuro anteriore meglio di I fiumi a nord del futuro, il suo testamento raccolto da David Cayley, pubblicato in italiano da Quodlibet, Macerata 2013. L’incessante cercare di...

Mario Barenghi / Poetici primati. Saggio su letteratura e evoluzione

Letteratura e evoluzione: è lecito un accostamento tra questi due termini?  Se intendiamo l’evoluzione non in senso storico, non come il progredire nel tempo delle vicende umane, ma in senso darwiniano, ossia come la vita si evolve sulla Terra è possibile un confronto tra questo paradigma e la letteratura?  Queste domande non sono nuove, per quanto possano apparire ancora oggi paradossali a tutti coloro che si sono formati alla scuola della storiografia letteraria tradizionale, che in Italia e in molti altri paesi è quella che si basa sui principi dello storicismo. Vale a dire sull’idea che l’avvicendarsi degli eventi del mondo e insieme ad essi delle forme simboliche, tra cui quelle artistiche, segua una traiettoria riconoscibile, una direzione determinata. Il modello storicistico ha sostituito a fine Settecento in campo artistico e in particolare in ambito letterario quello classicistico che per secoli ha inteso l’arte come una pratica basata su un fascio di valori estetici immutabili: la costruzione armonica, lo stile elevato, la simmetria delle parti, la compiutezza del tutto. Essi erano la marca identificativa del valore delle opere d’arte, fossero esse figurative,...

Il progresso come immaginario / Fragile

Gli ultimi anni hanno reso evidente il declino di uno dei grandi miti della modernità, quello del progresso. Parliamo apertamente di “mito” per fuggire un facile malinteso; ovvero poiché tale crisi non ha investito la nozione tout-court di “progresso”, bensì una sua specifica accezione otto-novecentesca. Quella di una Zivilization universale, finalisticamente determinata, sorretta dalla fiducia in una crescita illimitata, nell’allargamento indeterminato dei mercati, nell’estensione sconfinata della città, nella sovrapproduzione alimentare, nella liberazione dal lavoro manuale e dal mantra dell’innovazione per l’innovazione.  Questa costellazione di idee è rapidamente precipitata in una realtà storica opposta. Un mondo caoticamente globalizzato, sovrastato dal sovraccarico informativo, economicamente instabile, ecologicamente insostenibile e cinicamente disilluso sul piano dei rapporti di lavoro e della ridistribuzione delle risorse. Questo ci pon — con eclatante offesa per una concezione lineare della storia — di fronte a un secondo e più tecnologico Ottocento, nel quale, epidemie a parte, assistiamo a nuove lotte tra imperi e nazioni, movimentazioni di massa, rivoluzioni...

Roberto Esposito / Abbiamo bisogno del potere?

“Non esiste, né è mai esistita, una società che abbia fatto a meno del potere”, dunque non esiste società che non sia attraversata e continuamente trasformata dal conflitto. Così Roberto Esposito nel suo ultimo libro, Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Einaudi, 2020, affronta il nodo vitale che nella crisi contemporanea stringe il pensiero filosofico alla prassi politica, ripensa nel segno di Claude Lefort la messa in scena dell’antagonismo nel “governo della società”, propone una teoria dell'“istituente” contro i paradigmi della “potenza destituente” e del “potere costituente” che, nella loro feconda opposizione, hanno dominato la riflessione filosofico-politica degli ultimi decenni. È istituente il pensiero che mantiene un rapporto con la negazione e decostruendo la sostanzialità del potere ne “rivela il centro vuoto, di volta in volta occupabile solo dalle forze che momentaneamente prevalgono, prima di essere sostituite da altre, altrettanto sostituibili” e che sulla scorta di un linguaggio foucaultiano fa subentrare alla categoria di soggetto quella di soggettivazione, o più precisamente, qui, di un movimento, l’istituire appunto, che è un compito sempre...

4 marzo 1950 –17 luglio 2020 / Enrico Ganni tra Benjamin, Grass, Enzensberger

Credo che mancherà a molti l’eleganza gentile e l’ironia garbata ma mai irriverente di Enrico Ganni. Chi l’ha conosciuto rivede il suo sorriso un po’ timido, quasi trattenuto per non eccedere e per non urtare la sensibilità dell’interlocutore, ricorda di lui la misura, le parole spontaneamente sorvegliate, la lucidità dei giudizi. Queste doti umane Enrico le ha messe al servizio del suo lavoro di editor, a cui è approdato definitivamente nel 1995 dopo un’intensa attività di traduttore dal tedesco – molti classici, Goethe Fontane, Kafka – e di insegnante di traduzione. In quell’anno iniziava la sua attività in Einaudi raccogliendo e continuando il lavoro svolto nei vent’anni precedenti da Roberto Cazzola passato nel frattempo all’Adelphi. Ricordo questi tratti della persona e queste tappe della sua vita professionale perché in Ganni carattere e professione costituivano una sintesi di rara efficacia che ha reso possibili risultati di straordinaria importanza. La mitezza di Ganni faceva tutt’uno con la sua franchezza e con la determinazione schietta a dire i no che all’editoria di cultura sono vitali per progredire.    Nello stesso tempo sapeva stabilire con i suoi autori...

Estetica ecologica / Il filosofo e la polpetta

Illuminazione in un vagone ferroviario: “sono vegano – rivela un ragazzo sedutoci accanto –, mangio però le polpette quando le prepara mia nonna; due volte l’anno, quando torno a trovarla”. Ipocrisia? incoerenza? contraddizione? sistematico rovescio delle regole? Macché – spiega Nicola Perullo nel suo ultimo, magistrale libro Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente (Mimesis, pp. 168, € 16) –, semmai estremo buonsenso risonante, capacità di sapersi adattare alle situazioni volgendole a proprio favore, senza pregiudizi, senza principi indiscussi e indiscutibili. Intercettando corrispondenze, facendo riecheggiare le istanze dei vari soggetti che sempre e comunque intrecciano le varie linee della loro esistenza. “Sono cresciuto insieme a mia nonna e le sue polpette – spiega il giovane vegano –. Lei è vissuta in un’altra epoca, è una persona senza cultura, non capirebbe la mia scelta”. Più che rivendicare i principi che si è dato a monte, il nostro compagno di scompartimento preferisce insomma convivere con – e conseguentemente sciogliere – i nodi problematici che volta per volta, a valle, possono emergere nel flusso della vita di tutti i giorni. Tra far del male a...

Francesca Rigotti / Fare buio al buio

Neanche il buio è più quello di una volta. Se l’illuminismo ha vinto molte battaglie ma a quanto pare ha perso la guerra, l’illuminazione ha stravinto su tutti i fronti. “Ogni cosa è illuminata”, nel senso che più niente sfugge alla luce. Le cose, le case, le strade, le campagne, il cielo. Si cerca la luce per sentirsi sicuri, per esorcizzare la paura e la morte. “Infuria, infuria contro il morire della luce”, diceva Dylan Thomas. Ma il buio non è solo minaccia, è anche riposo, possibilità di riflettere, di isolarsi, di negarsi. Il buio è anche ciò che custodisce il segreto, che nasconde e accoglie; è la paura, ma anche, a volte, la protezione, il rifugio; il pericolo, la minaccia e la difesa; l’aggressione e l’intimità, degli amanti e di ciascuno con se stesso... Ma negarsi alla luce diventa sempre più difficile. Sottrarsi alla vista, cercare zone d’ombra, angoli bui, è già un atto sospetto di per sé. Di noi, tutto deve essere visibile e tenuto sotto controllo, solo così possiamo essere protetti. E solo protetti in ogni momento della giornata (del giorno che include la notte, come la donna è inclusa nell’uomo e non viceversa) e da ogni parte, possiamo sentirci non minacciati,...

Ipotiposi / Fra la terra e il mare

“C’è su questa terra una condizione di vita, ci sono circostanze paesistiche (se di ‘paesaggio’ è lecito parlare nel caso che abbiamo in mente) nelle quali una siffatta confusione e l’eliminazione delle distanze di tempo e spazio fino alla vertiginosa uniformità hanno luogo, si può dire, per natura e di diritto, sicché l’abbandono al loro fascino in ore di vacanza può in ogni caso considerarsi lecito. Alludiamo alla passeggiata in riva al mare”. Hans Castorp, il protagonista della Montagna incantata di Thomas Mann, dal suo “esilio” nel sanatorio sulle Alpi svizzere, evoca con piacere nostalgico l’esperienza “disturbante” di una passeggiata sulla spiaggia. Lì consolidate distinzioni si con-fondono, vengono meno i nostri abituali riferimenti, le coordinate di quella coppia benedetta o maledetta della storia del pensiero occidentale, lo spazio e il tempo, i kantiani a priori della sensibilità, perdono valore. Dalla passeggiata non si giunge mai a casa in tempo, perché il tempo ci ha perduto o noi lo abbiamo smarrito; i criteri con cui abitualmente misuriamo distanza e profondità si fanno incerti: quali dimensioni possiede la vela che si perde nella “schiumosa lontananza verdegrigia...

Antropologia ed etica / Il diritto di avere diritti

Il popolo Kichwa, che vive nella parte occidentale dell’Amazzonia, ha un termine, Ilaktas, che potrebbe corrispondere al nostro città, per indicare l’insieme della foresta, dove “vivono” montagne, alberi, paludi, formando un’architettura cosmologica complessa in grado di ospitare tutti i viventi, che sono sempre in stretta e costante relazione fra loro. Noi usiamo altre terminologie per indicare la medesima cosa: ecosistema, per esempio, potrebbe essere un concetto occidentale che gli si avvicina, anche se il suo senso, passato attraverso il filtro della scienza, ha irrimediabilmente perso ogni riferimento a quel contatto intimo e imprescindibile che hanno le emozioni e le relazioni fra i viventi. Ilaktas è un’entità che vive e pensa, ed è la città non solo dei viventi, ma va oltre, comprendendo elementi che siamo abituati a pensare inanimati come l’acqua e le montagne. Non sono concetti astratti, ma entrano di fatto nella vita delle persone, tanto che è stata motivo di una causa legale da parte della popolazione Kichwa nei confronti dell’Ecuador, dove si è arrivati a stabilire che Ilaktas, la foresta vivente, ha gli stessi diritti che si riconoscono agli umani. Se ne parla in...

Il miscredente e il professore / David Hume e Adam Smith: storia di un’amicizia

Per confermare l’alta opinione che aveva Aristotele dell’amicizia, Hume scriveva: “Consentiamo che tutte le forze e gli elementi della natura concorrano nel servire un solo uomo e obbedirgli, consentiamo che il sole sorga e tramonti al suo ordine: il mare e i fiumi scorrano a suo piacimento, e la terra produca spontaneamente tutto quello che gli possa risultare utile o gradevole. Costui sarebbe comunque infelicissimo fino a quando non gli si desse almeno una persona con cui poter condividere la propria felicità e di cui godere la stima e l’amicizia”. Adam Smith, in Teoria dei sentimenti, restringe il fuoco sulla forma più estrema dell’amicizia, quella motivata dalla virtù e dall’eccellenza: soltanto questa, per lui, può “meritare il sacro e venerabile appellativo di amicizia”. Meno retorica e più bella la definizione di Hume: stima e amicizia. Binomio inscindibile di un sentimento ormai quasi estinto o in via di estinzione. Narciso non ha amici, quella che ammira è soltanto la sua immagine riflessa sull’acqua. Ma è proprio l’amicizia il tema centrale della riflessione proposta da Dennis C. Rasmussen nel suo Il miscredente e il professore, di recente tradotto per Einaudi da Marco...

Forma e imitazione / Diventare noi stessi

Come siamo giunti a vedere e sentire il mondo come lo vediamo e sentiamo? Come le idee si fanno mondo? Come siamo diventati e diventiamo gli esseri umani di oggi? Il cammino di attraversamento proposto dalla guida, nel senso proprio di una guida per un viaggio, di Francesco Valagussa (in Forma e imitazione. Come le idee si fanno mondo, Il Mulino, Bologna 2020), esalta le vie del divenire umani e suscita una profonda nostalgia, mista a indignazione, riguardo all’attuale triste indifferenza, anche istituzionale, verso gli studi classici, in particolare di storia e filosofia.    Lasciamoci, perciò, guidare in un cammino che va da Omero a noi, che viviamo di immagini, quindi di imitazioni più o meno riuscite delle forme, al punto di illuderci, cioè di giocare con il mondo, come se quelle immagini fossero le forme stesse, o di dimenticare del tutto le forme e vivere “di segni di segni, perché ci fanno difetto le cose”. A un certo punto della nostra storia l’appartenenza tacita e coincidente con il mondo inizia a trasformarsi in domanda. Gli umani si distanziano dal fondo della vita e la visione cristallina dell’idea compare nella sua assolutezza. È l’intelletto che ha fatto...

Disagiotopia / Il disagio dei giovani nell’età del nichilismo

I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.  Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel...