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Filosofia

(759 risultati)

Sviste e lapsus / Walter Benjamin e l'arte dell'errore fotografico

Ancora oggi, nonostante Photoshop, è largamente diffusa la convinzione che la fotografia costituisca un documento fedele e oggettivo di certificazione dell’effettiva esistenza della realtà che riproduce, convalidato dall’assunto che l’immagine fotografica sia un calco ottico fedele della visibilità del mondo fisico. La nostra identità viene provata tutt’oggi mediante la riproduzione fotografica del nostro volto.  È, nondimeno, incontestabile il fatto che l’invenzione della macchina fotografica, oltre ad avere sollevato molte questioni di natura estetica relative all’artisticità delle fotografie, abbia fornito un notevole contributo alla conoscenza visiva di molti fenomeni naturali, rimasti fino al suo avvento invisibili all’occhio nudo. Tuttavia questi risultati non autorizzano gli eccessi di semplificazione riportati da alcuni manuali, con i quali assimilano il procedimento ottico-fisiologico innervato nell’anatomia dell’occhio umano al meccanismo ottico della macchina fotografica, in quanto inducono ad avvalorare un’insensata equivalenza tra l’immagine fotografica e l’immagine visiva. Per quanto superfluo precisiamo che sussiste un gap insormontabile tra il processo visivo...

19 febbraio 2016 - 19 febbraio 2021 / Umberto Eco: ridere con la verità

Che cos’è la filosofia? Semplice: leggere e rileggere il Parmenide di Platone, non capirci granché, e rileggerlo ancora. In questo celeberrimo dialogo il grande filosofo greco enuncia nove ipotesi sull’essere, tutte diverse fra loro, tutte convincenti. Di modo che, dopo averne terminato la lettura, si entra in crisi profonda, superabile in un solo modo: ricominciare daccapo. Così, “non ho mai smesso di leggere quel testo e chiedo di leggerlo a tutti i miei studenti”. Perché? “Credo che non riuscire mai a capirlo completamente sia la più grande lezione di filosofia possibile. E non c’è bisogno di scoraggiarsi se non lo si comprende appieno. Bisogna continuare a leggerlo e più volte”. Questa singolare definizione dell’attività filosofica è di Umberto Eco, e ben risponde al modo ben specifico in cui egli stesso, in più di sessant’anni di indefesso lavoro intellettuale, convintamente la praticava: non un’accigliata ricerca della verità ultima sull’uomo o sul mondo, ma una dubbiosa interrogazione circa il senso stesso di tale ricerca, un continuo arrabattarsi sui fondamenti del cosmo e sui principi della conoscenza, ben sapendo, con pervicace ironia, che tali fondamenti e tali principi...

Una nuova rivista / Evento, trauma, storia

Una storia che voglia andare nel profondo della comprensione psichica degli avvenimenti forse non può accontentarsi di concentrare la propria attenzione soltanto su ciò che è fattualmente successo, ma deve anche cercare in ciò che è stato desiderato, voluto, benché non sia accaduto nel tempo deputato. Ciò non per fare l’inutile avvocatura dei sé e dei ma, bensì per comprendere come, a volte, proprio ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato, può emergere successivamente dal suo spazio negativo e contribuire a produrre, après coup, fatti storici positivi di grande portata. Molti sarebbero gli esempi in tal senso. Ne farò alcuni. Si pensi alla “pugnalata alle spalle” con cui il nazionalismo tedesco, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, preparò la strada a quella che avrebbe dovuto essere la rivincita della seconda. Si pensi anche a un paese vincitore del primo conflitto mondiale, quale fu l’Italia, e alla “vittoria mutilata” che forte influenza ebbe nel nutrire e incanalare il risentimento sociale del belpaese, derivato dalla delusione seguita alle aspettative dall’esito vittorioso. L’enfasi propagandistica arrivò perfino a istituzionalizzare la figura del mutilato...

Modi del sentire / Clemenza

«Siate clementi con i vostri alunni», invocava qualche tempo fa un’autorevole voce del mondo della scuola. Un’esortazione che si è sentita del resto spesso pronunciare di questi tempi pandemici. «Siate clementi con gli studenti» è stato ripetuto dalle nostre istituzioni universitarie. Siate clementi? L’esortazione a essere clementi è molto diversa dal generico «siate buoni» e si avvicina di più a un comunque generico: «Siate comprensivi e perdonate». Ovvero al significato primario di clemenza, che non nega l’applicazione della giustizia ma la spinge oltre, quasi un’eccedenza: emettete un giudizio giusto, una valutazione secondo equità e poi però fate intervenire almeno un pizzico di clemenza nei confronti del reo. Che nel linguaggio della scuola e dell’università vorrebbe dire alzate i voti, concedete sufficienze e fate passare anche chi non ha imparato. Perché? E soprattutto, dove sono qui i rei?    È della clemenza come del perdono, che pare faccia sentire tutti meglio, i carnefici e le vittime e i loro congiunti? Eppure la clemenza non è il perdono. E che cos’è allora? Qual è la sua condizione stereotipica, quali ne sono i motivi e l’utilità? Chi esercita o dovrebbe...

Almanacco / Dieci anni di doppiozero: Eccentrici

Artisti, pensatrici, filosofi, scrittrici, cantanti, poeti, fotografe, cineasti, psichiatri, psicologi, attrici, designer, politici, e altro ancora. Ottantotto testi per un e-book di tantissime pagine. Molti di questi ritratti portano in primo piano l’attenzione che abbiamo posto ai personaggi della società e della cultura – italiana e internazionale – non facilmente omologabili, irregolari: eccentrici, appunto. Sono solo una piccola parte di quelli che si trovano in “doppiozero”. Che si tratti di raccontare un protagonista del passato o persone scomparse da poco, lo sguardo è sempre volto a fornire informazioni, giudizi, visioni; includere il presente nel passato, perché quello che ci interessa è il futuro: futuro anteriore, si potrebbe dire. Non vogliamo inseguire l’attualità giorno per giorno, né escludere i ben noti giganti alle nostre spalle. La nostra idea è quella d’accogliere l'eredità e guardare al futuro, dare forma a ciò che accade mescolando il noto con l’inedito.   Questo e-book - scaricabile qui - è un dono a voi lettori che in questi anni ci avete sostenuto con continuità, con fiducia e dialogo, ma anche attraverso contributi economici per noi fondamentali....

Gli elementi di Mario Porro / Vagabondare per immagini

Nuvola, ombra, fango, acqua, mare, foresta ma anche catena, rete e orologio. Basta dare un’occhiata all’indice dell’ultimo libro di Mario Porro (Ipotiposi. Vagabondare per immagini, con illustrazioni di Anna Enrica Passoni, Medusa, Milano 2020) per comprendere che ci troviamo in un multiverso dominato dalla forza degli elementi naturali. Un mondo scrutato nelle sue componenti elementari, che Porro c’invita a prendere come modelli di riflessione e di visione. Come modelli della ipotiposi. Figura retorica che indica “una rappresentazione viva e immediata di un oggetto o di una situazione” (p. 202), l’ipotiposi è una descrizione così vivida da suscitare immagini nella mente di chi legge o ascolta. Un’iconicità o un vagabondare per immagini, come suggerisce il sottotitolo.   Ricorrendo agli elementi naturali, Ipotiposi è una critica alla ratio e all’ordo cartesiani, al dimostrare matematico e alla geometria euclidea, alla coincidenza di reale e razionale di hegeliana memoria, al cosmo conchiuso in se stesso, ai quadranti dell’orologio dove “scorre il tempo reversibile della meccanica classica, tempo spazializzato e quantificato, ridotto allo spostamento di lancette” (p. 39), a un...

Una mostra all'Hangar Bicocca / Chen Zhen, corti circuiti

A.S. – Cara Maria, ho bisogno di immaginare di scrivere a te, ho bisogno della parola “cara” e della fiducia nelle domande. Mi sono fermata all’Hangar perché è il primo museo che ha aperto qui a Milano, perché amo molto quegli spazi, la sensazione di un “più grande”, e poi perché mi ritaglio sempre, in conclusione, quel tempo in cui sostare sotto I sette palazzi celesti di Kiefer. Ma mi sono fermata anche perché ricordavo che ci avevi detto che avresti voluto parlare di Chen Zhen su “doppiozero”, prima che tutto chiudesse. Così ho pensato che di lui conoscevo soltanto le coordinate geografiche: Shangai prima, Parigi poi, un certo tempo in Tibet. Niente altro.  Quando mi avvicino a un artista che non conosco attraverso, prima, tutto lo spazio. Passo in mezzo alle installazioni, cammino fino alla fine. Non seguo un ordine: vago. Poi ritorno indietro e solo allora leggo, provo a capire, fotografo quello che vedo. L’esito del mio primo camminamento è sempre ingarbugliato, e non so se le parole che ora ti isolo siano state le sole.    Chen Zhen Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), 2000 (detail) Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020...

Sulla soglia della trascendenza / Barlumi d'altrove: racconti spirituali

«Una piccola figura umana si trova al cospetto di un'enormità indefinita dove terra, mare e cielo si fondono: da una parte l'ordinaria misura dell'uomo e, tutt'intorno a lui, una dismisura senza appigli». Nella nota introduttiva alla raccolta Racconti spirituali (Einaudi) il curatore, Armando Buonaiuto, descrive l'immagine di copertina del libro da lui voluta perché vi si ritrova l'atmosfera del dipinto di Caspar David Friedrich Monaco in riva al mare. Si tratta di una fotografia di Philip Mckay perfetta allo scopo, perché evoca molto bene il senso della parola spirituale. Un uomo, tanto piccolo da distinguersi appena, fronteggia un'immensità vuota, da cui proviene un vago senso di pericolo, qualcosa che inquieta, ma che ancora di più affascina e attira. L'uomo piccolissimo ci si avventura, si dirige deciso verso l'orizzonte diventando il fulcro di tutta la scena. Almeno così sembra a me.   Un racconto sappiamo dire tutti cosa sia; è un breve testo letterario. Di un racconto spirituale, invece, è molto più difficile dirlo. Me lo sono chiesta anch'io prima di leggere questo bel libro che raccoglie diciassette racconti e una poesia (di Natalia Ginzburg) di autori italiani e...

1921-2021 / Psicologia delle masse. Un secolo di politiche dell'inconscio

Ricorre quest'anno, in un momento di grande difficoltà planetaria per la pandemia da Covid, segnato dal recente riemergere anche in Italia e in Europa, in una sfavorevole congiuntura economica, del populismo e di derive autoritarie come il sovranismo, il centenario di un'opera di Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io, che sembra porre le basi per una comprensione dei fenomeni sociali sulla base di una lettura psicoanalitica delle politiche dell'inconscio.    «Nella vita psichica del singolo l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto [...] la psicologia individuale è, al tempo stesso, fin dall'inizio, psicologia sociale». Così nota Freud all’inizio del suo saggio (in OSF, Bollati Boringhieri, tr. it. di E.A. Panaitescu, p. 261) Pur non essendovi una rigida contrapposizione fra psicologia individuale e psicologia sociale, quest'ultima tuttavia si applica in senso proprio allo studio di fenomeni diversi, che hanno a che vedere col rapporto fra l’individuo e quelle moltitudini di sconosciuti, che si formano in determinate circostanze, che chiamiamo masse spontanee; oppure fra l’individuo e...

K. Revue trans-européenne de philosophie et arts / Pinocchio o della fame

Di quel pezzo di legno destinato a diventare burattino, Collodi dice che era “come tutti gli altri”. Nessuno avrebbe potuto immaginare a prima vista che fosse un pezzo speciale. Tutt’al più, si dice nelle prime pagine del libro, sarà buono per il fuoco di cucina: “a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli...”. In questo passaggio non c’è ancora la fame, ma la sua ombra cupa, in forma di una pentola che ribolle tra sé e sé, mentre attorno tutti sono affaccendati nei loro mestieri. Attraverso questa cucina fumosa si allude a un’epoca in cui la fatalità di rovesciare la pentola per terra rappresenta una vera e propria disgrazia. In Pinocchio la fame è onnipresente o, più esattamente, Pinocchio è il romanzo dell’onnipresenza della fame.   Una fame tangibile, insensata, che prende tutte le membra del corpo, anche quello di legno del burattino. Il libro mette al suo centro un tema che oggi resta per lo più dimenticato come motivo nella coscienza dell’uomo bianco europeo, ma che in Pinocchio la scrittura tocca con mano a ogni giro di frase. Oggi, in maniera immaginaria e fondamentalmente rassicurante, la si allontana agli anni della guerra o a quelli...

Accademia Unidee / La bellezza del possibile

Immaginario ipertrofico e individuazione   Iniziamo con un testo fotografico che parla da solo. Lo useremo non per analizzarlo né per commentarlo, ma per farci aiutare. L’ordine degli oggetti, delle assenze e delle presenze, e la distribuzione dei segni nello spazio configurano un paesaggio disarticolato che parla di un immaginario ipertrofico. Sfugge da ogni lato la possibilità di comporre una mappa e il sentimento dell’osservatore che stenta a sentirsi partecipe è quello di un esploratore senza mappa. Un simile paesaggio esteriore coevolve con un immaginario interno che comprende abbandono e surmodernità, miseria e lusso, margine e centro, fino a produrre una provincia di significato comunque periferica, nel senso che assume questo aggettivo dal momento che il mondo sembra essere diventato una grande periferia. Una periferia di quale centro?, ci si potrebbe domandare.    Olivo Barbieri, Houston, TX, USA 2012. Qui sta forse il punto cruciale di un tentativo di lettura dell’immaginario contemporaneo e della sua criticità, nel momento in cui si compie lo sganciamento dal simbolico e dalla sua funzione di connessione tra realtà e immaginazione. Così come “la parola...

Un libro di Vito Teti / Nostalgia, il sentimento del tempo

Charles Percy Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (Cambridge 1959, Milano 1964) coglieva un elemento importante quando affermava che l’ignoranza della seconda legge della termodinamica valeva in negativo come, se non più dell’ignoranza dell’opera di Shakespeare. Ebbene se esiste un tema, un problema in grado di legare indissolubilmente cultura umanistica e cultura scientifica questo è il tempo. Problema rilevante per la fisica del Novecento, cuore della ricerca di Albert Einstein, domanda fondante e alle origini della filosofia occidentale con la divisione della realtà in essere e divenire (vale a dire in realtà immodificabile e realtà soggetta al tempo) sottofondo esistenziale della letteratura e di tutte le altre arti che può essere riassunta nell’espressione – oggi folgorante – che Orazio fa dire al servo Davo nelle Satire: Aut insanit homo, aut versus facit (L’uomo o impazzisce o scrive versi) o dalla locuzione – Non omnis moriar (non morirò interamente – presente in una delle sue più famose Odi).   In questo quadro, quella della seconda legge della termodinamica era ed è questione peraltro essenziale: vera e propria chiave di volta nella...

Paul Erdős / Matematica del caffé

“Un matematico è una macchina per trasformare caffè in teoremi.” Amava ripeterla spesso, questa boutade, Paul Erdős, noto per essere stato il solutore di problemi matematici forse più prolifico, e certamente più eccentrico, del secolo scorso. Nato a Budapest nel 1913 da una famiglia di origine ebraica, Erdős abbandonò l’Europa nel 1934 per sfuggire alla minaccia del montante antisemitismo, e approdò all’Institute for Advanced Study di Princeton. Quando al fisico Leó Szilárd – uno dei primi a intravedere le possibilità, anche nefaste, di sfruttamento dell’energia nucleare – fu domandato, negli anni ’50, se credesse all’esistenza dei marziani (un tema all’epoca piuttosto in voga), rispose: “Sono già tra noi, si fanno chiamare ungheresi.” Del gruppo di scienziati marziani che Szilárd aveva in mente facevano parte, oltre a lui stesso, John (János) von Neumann, Eugene (Jenő) Wigner, Edward (Ede) Teller, György Pólya ed Erdős.   Autore di quasi 1500 articoli, molti dei quali in collaborazione e tutti di alto livello scientifico (“non numerantur, sed ponderantur” era un altro dei suoi motti), Erdős, negli ultimi venticinque anni almeno della sua vita, condusse un’esistenza a metà...

Ipotiposi / Il linguaggio della neve

“Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche”, scrisse Mario Rigoni Stern nel ‘93 in un articolo dedicato alla cultura cimbra, poi ripreso in Sentieri sotto la neve. “Ma non di queste intendo parlare; dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d’antan”. Le prime nevi dell’autunno sono fiacche e incerte, nel cadere i fiocchi volteggiano e talvolta tornano verso l’alto, come colpiti da un ripensamento, un esperimento poco convinto e poco convincente. Niente a che vedere con la prima neve dell’inverno, la Brüskalan, inconfondibile per il suo “odore pulito, leggero”: sul terreno gelato dopo l’estate di San Martino, “in breve la neve copriva la polvere delle strade; l’erba secca sui pascoli, la segatura di faggio nei cortili, le tombe nel cimitero. Le voci, i rumori del paese; i richiami dei passeri e degli scriccioli si ovattavano e a questo punto la Brüskalan diventava vera sneea: neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo”. Si poteva allora andare in soffitta a prendere due tavole arcuate, rudimentali sci, o lo slittino, e scivolare sopra mucchi...

Viveiros De Castro con Karen Barad / Amazzonia e cosmologia queer

Che cosa hanno in comune la meccanica quantistica, l’antropologia dei popoli amerindi, il femminismo e gli studi di genere? Apparentemente nulla. Si tratta di ambiti disciplinari molto lontani tra loro come terre separate dalla deriva dei continenti. Eppure da qualche anno si avverte una scossa che tutti li attraversa simultaneamente. Un movimento tellurico che non sarebbe azzardato definire come una comune tendenza epistemologica o come un nuovo paradigma ontologico, in grado di generare sussulti sismici gemelli nonostante le lunghe distanze. Lo potremmo chiamare un paradigma queer, ma solo perché l’aggettivo suona più inclusivo e semanticamente ricco rispetto ad altre connotazioni, meno accattivanti, che potrebbero ugualmente definirne l’orizzonte: immanente, neomaterialista, metamorfico, post-umano.     È ciò che emerge se si leggono in concomitanza due testi assai diversi provenienti da oltreoceano e pubblicati di recente in Italia, riconducibili l’uno al campo degli science studies, l’altro a quello dell’antropologia: Performativià della natura. Quanto e queer di Karen Barad (edizioni ETS) e Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove di Eduardo...

Donne e sacerdozio / Sebben che siamo donne...

Cominciava così una vecchia canzone in cui le donne, mondine o contadine prima ancora che proletarie, a fianco dei loro compagni a vario titolo inneggiavano alla fondazione della lega dei lavoratori, proclamando con orgoglio: sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue e ben ci difendiamo. Ci si trovava allora all'interno di quel contesto vernacolare che tanto piaceva a Ivan Illich, in cui la separazione netta dei ruoli e delle competenze tra maschi e femmine garantiva a queste ultime una certa dignità, un minimo di potere, piccolo e circoscritto, purché mantenessero sempre un rispetto formale, soprattutto in pubblico, per il ruolo degli uomini maschi. «Nel regno del genere – scriveva Illich, intendendo con esso sostanzialmente l'età pre-industriale che preferiva chiamare epoca vernacolare appunto – uomini e donne sono collettivamente interdipendenti; e questa dipendenza reciproca pone limiti alla lotta, allo sfruttamento e alla disfatta… La cultura vernacolare è una tregua, a volte crudele, tra i generi» (Ivan Illich, Genere, Neri Pozza).   Lentamente le cose cambiano, e sono cambiate anche grazie alle donne che cantavano con coraggio quelle...

Tre libri di Alessandro Vanoli / Si passano le stagioni e si aspetta l’estate

Faremo come le lumache di Prévert che si misero in cammino per andare al funerale delle foglie (Jacques Prévert, Chanson des escargots qui vont à l’enterrement, in Paroles, 1945, Paris, Gallimard, 1972). Partono una bella sera d’autunno e arrivano però che «hélas... c’est déjà le printemps». Le foglie erano morte ma adesso sono tutte resuscitate.    Anche noi partiamo una bella sera d’autunno, non per andare a un funerale però, bensì per parlare di autunno in autunno partendo da un libro sull’autunno (Alessandro Vanoli, Autunno. Il tempo del ritorno, Bologna, il Mulino, 2020). E come le lumache di Prévert, attraverseremo l’inverno (Id., Inverno. Il racconto dell’attesa, 2018) per arrivare alla primavera (Id., Primavera. La stagione inquieta, 2020). Dovrebbe seguire l’estate ma non è ancora stato pubblicato il libro che completa il quatuor, e quindi faremo ancora come le lumache di Prévert: ci metteremo a cantare la canzone dell’estate, a bere e a trincare e a cantare a squarciagola, perché si potrà tornare a cantare, e poi torneremo a casa, molto lentamente, e la luna veglierà su di noi.     Partiamo in autunno e dall’autunno con Vanoli, di cui apprendiamo nel...

La biblioteca di Atlantide / La macchina che vede di Paul Virilio

Paul Virilio è stato un intellettuale originale e difficilmente classificabile. Potrebbe essere definito un urbanista, un sociologo o un filosofo, ma in realtà era soprattutto un dromologo, perché s’interessava principalmente alle questioni relative alla velocità. Questo tema, infatti, ritorna di frequente nei suoi numerosi libri. Libri solitamente di dimensioni contenute, ma ricchi di citazioni e densi sul piano concettuale. Si potrebbe quasi dire che in questi libri la velocità non è solamente il tema maggiormente ricorrente a livello di contenuto, ma anche una variabile in grado d’influenzare la struttura formale del testo. Vale a dire che la vera e propria ossessione per la velocità che caratterizza il lavoro di ricerca di Virilio sembra aver portato questo autore a eliminare le introduzioni, le spiegazioni e le parti di raccordo che vengono solitamente rivolte al lettore. I volumi così, come se fossero sotto l’effetto di un processo di accelerazione, si presentano fondamentalmente come una successione di citazioni e concetti.   I riferimenti di Virilio provengono da ambiti disparati: dall’urbanistica, dall’architettura, dalla letteratura, dall’arte e dalla storia...

Esercizi / Ricordarsi di vivere

“Sembra che dover rinascere sia condizione della vita umana; dover morire e risuscitare senza uscire da questo mondo”. Questa splendida considerazione di María Zambrano posta come epigrafe d’apertura, ispira l’ultimo libro di Laura Campanello, Ricominciare. Dieci tappe per una nuova vita (Mondadori, 2020, pp. 156).  Il tema è da tempo sulla bocca di tutti, specie all’indomani di crisi economiche, ambientali o esistenziali e, naturalmente, in questi mesi di pandemia e di sospensione delle abituali dinamiche che scandivano le nostre esistenze che in molti casi richiederanno, quando potranno tornare a scorrere più liberamente, di reinventare il proprio modo di stare al mondo. L’analista filosofa si propone non solo di riflettere su questa necessità con taglio biografico, partendo cioè dalla capacità di evidenziare le risorse presenti nella vicenda personale di ciascuno di noi, ma soprattutto di accompagnarci in un viaggio di consapevolezza in dieci tappe, per l’appunto (Perché ricominciare? Riconosci il momento giusto; ascolta la tua anima; riordina la tua vita; supera il lutto; fai delle scelte giuste; trova la tua via; diventa te stesso; comprendi i tuoi desideri; accetta la...

Ipotiposi / Neve

Nell’edizione del ’63 di Le parrocchie di Regalpetra, Leonardo Sciascia aggiunse un racconto, La neve, il Natale, in cui la presenza rara di una nevicata nella Racalmuto in cui nacque, nella Sicilia agrigentina di Pirandello, ribadisce il legame fra il coagularsi dell’inchiostro della scrittura e l’ac-cadere della morte. All’improvvisa felicità infantile per la sorpresa di una visita inattesa, presto si sovrappone una notazione luttuosa, il richiamo alla “disperazione e morte” che quel bianco incantato provoca negli uccelli e nei più fragili fra gli umani. “Col freddo i vecchi se ne vanno. Quagliano – qui dicono. Quagliare vuol dire cagliare, l’inavvertito cagliare della vita, la morte che lentamente si coagula nel corpo di un uomo, si fa gelida forma. È una espressione che viene usata per coloro che giungono senza strazio alla morte, ma a me piace spremerne un senso pirandelliano e universale”. La forma che si é raggelata blocca in un rigido stampo il magma incandescente della vita, e il manto depositato dalla neve diviene così lenzuolo, sudario. Al momento del ritrovamento del primo cadavere nel corso della cerimonia del Rosario, in quella parodia del “giallo” che è Todo modo,...

Modi del sentire / Democrazia

Ci sono condizioni per cui una democrazia può diventare una macchina totalitaria? Sì, diventando massa. È il passaggio da democrazia a massa che indagheremo, utilizzando i concetti della psicoanalisi che sono in grado di chiarire la struttura dei fenomeni collettivi perché, se è vero che non c’è inconscio collettivo, occorre però considerare che un fantasma inconscio può arrivare a collettivizzarsi. Freud pensava che lo studio dell’inconscio fosse indispensabile anche per l’analisi degli ordinamenti sociali. E Lacan è con lui quando scrive che l’inconscio è sociale.   Innanzitutto, ricordiamo che la barbarie non è un’apparizione subitanea di caratteristiche nuove, ma il venire alla luce di ciò che era sommerso, tenuto dormiente solo dalla rimozione di pulsioni arcaiche. Chi si lascia assorbire dal fascino della massa, dall’identità che regala, pur facendo ritorno a uno stadio evolutivo primitivo, non è un primitivo: egli s’immerge, ben bardato di orpelli civili, nel sonno di un mondo ancestrale. La pericolosità della fascinazione per la massa, infatti, può sorgere anche quando un popolo ha raggiunto un alto livello di sviluppo: la civilizzazione, da sola, potrebbe non essere...

Saremo tutti neomarrani / Edgar Morin: vita, incontri, fatti

È il pomeriggio di un giorno di primavera del 1931. Edgar ha 10 anni e sta giocando con i cuginetti nel prato, vicino alla piazza Martin-Nadaud, contigua al cimitero di Père-Lachaise da cui è separata da un muro, a Parigi. Stranamente, qualche giorno prima, una mattina, gli zii lo avevano prelevato senza che avesse potuto vedere i genitori, improvvisamente partiti per una meta ignota. Ma Edgar non ci pensa. È spensierato, vive quei giorni dai parenti come se fossero giorni di vacanza. D’altronde, sono gli ultimi giorni di scuola. A un certo punto, vede sopraggiungere un uomo tutto vestito di nero che lo rimprovera di stare seduto sull’erba e di sporcarsi: è il padre. Edgar ha un presentimento, che soffoca però dentro di sé: la mamma è morta. Per molto tempo non gli diranno la verità e il piccolo Edgar si rinchiuderà a riccio, senza chiedere esplicitamente una conferma ai suoi sospetti.   Annuisce alle “benevole” menzogne e nasconde le lacrime, di giorno nel gabinetto, di notte sotto le lenzuola. È la “Hiroshima interiore” di Edgar Morin, quella che lo segnerà per sempre. Un senso di colpa lo afferra, e si deposita sotto la forma di un’angoscia primitiva, destinata a...

Più / Max Picard: pietre, volti, maschere

«Non sono un filosofo astratto» scriveva di sé Max Picard nel 1947, «è difficile classificarmi in qualche maniera secondo lo stile. In me pensiero e immagine formano un’unità, il pensiero in me diventa immagine, è inestricabilmente legato all’immagine; non è che si trasforma in immagine, è che nasce in primo luogo come immagine».   Il pensiero e l’immagine Questo pensiero che nasce come immagine e all’immagine rimane legato Max Picard non lo rappresenta con immagini, come poteva fare René Magritte, il suo stretto contemporaneo che filosofava per immagini, ma con parole. Max Picard fu una figura particolare di scrittore-filosofo-saggio. Nato nel 1888 in Germania a Schopfheim, vicino a Basilea, da genitori ebrei svizzeri, e rimasto in un primo tempo in Germania, vi studiò medicina e esercitò la professione. Nel 1919 interruppe l’attività medica e si trasferì in Svizzera, nel Canton Ticino: prima sul Lago Maggiore, a Locarno e Brissago – luoghi allora vivaci, oggi vicini alla morte civile – e dal 1927 sul Lago di Lugano, a Sorengo, a Sant’Abbondio, a Caslano e infine a Neggio: tutti luoghi che mi sono divenuti noti ma non familiari, nel senso che continuo a guardarli e ammirarli...

Una antologia Stile moderno / Georg Simmel e l'estetica sociale

Se, come affermava Goethe, non bisogna cercare nulla dietro i fenomeni poiché sono essi stessi la dottrina, sono gli oggetti stessi a guidare il sapere e a dettarne la forma, proprio gli aspetti materiali della cultura costituiscono per Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo tedesco, occasione di pensiero. “L’ansa del vaso diventa uno dei problemi estetici più degni di meditazione” scriverà Simmel nel 1905 nel suo saggio “di estetica” dedicato a questo elemento liminale, cerniera tra l’oggetto e la mano che ne fa uso, “inglobato nel tessuto di gesti finalizzati di cui è fatta la vita”, poiché è nell’ansa che “il vaso si affaccia in forme visibili e manifeste nel mondo della realtà […]” (p. 307). Il singolare approccio di Simmel traspare già da queste brevi citazioni: l’attenzione alla materialità della cultura non si dissocia mai dall’esigenza di cogliere e descrivere “la vita dello spirito”.   Il volume Stile moderno. Saggi di estetica sociale (Einaudi, 2020), che raccoglie saggi già noti come testi inediti, a cura di Barbara Carnevali e Andrea Pinotti, ci propone di tornare a Simmel assumendo l’esigenza di riscoprire il suo pensiero, di coglierlo nella sua...