Alfabeto Pasolini

Categorie

Elenco articoli con tag:

Filosofia

(888 risultati)

Le non cose / Byung-Chul Han, come abbiamo smesso di vivere il reale

“Mentre tutto trema nel delirio del clima /e brama di uccidere maligna inventa // Rari sono i luoghi in cui resistere”, diceva Andrea Zanzotto non molto tempo fa (Conglomerati, Mondadori, 2009). Ancora una volta il poeta, poco prima di andarsene, ci avvertiva alla sua maniera ctonia, dicendoci che qui nel mondo che c’è dobbiamo resistere, almeno là dove si può. Certo le grandi crepe con cui il reale contemporaneo sta facendo i conti ne annunciano una qualche trasformazione, ma non è ancora così chiaro contro quali minacce dobbiamo resistere, in difesa di che cosa esattamente? Spesso la riappropriazione della Physis (la primigenia corporeità naturale), a fronte delle incapacità del Nomos (le leggi degli uomini), sembra essere una delle pulsioni dominanti, la forza dell’una sembra prevalere sull’altro.   È proprio analizzando il mondo che c’è che Byung-Chul Han indica nel recupero della naturalità (dopo vedremo meglio) la strada maestra. Il “Günther Anders del XXI secolo” (Davide Sisto, qui) lo fa da tempo e in modo sempre più convincente. La coerenza delle sue analisi è come se volesse cercare una coerenza nello stesso apparire sulla scena dei fenomeni. È un’analisi seria e...

Corrado Bologna e Federico Albano Leoni / Le lacrime come la voce

L' unica cosa che non tace, in questi tempi bui, è la voce. Anzi la sentiamo fragorosa e stordente. Dai rettangoli abitati degli schermi delle nostre riunioni o lezioni a distanza, dove spesso non appaiono neanche i volti, si alza una voce senza corpo, talora più impostata e calibrata, a cui abbiamo imparato a prestare un'attenzione inusuale. Una voce acusmatica. Porfirio di Tiro, a cui dobbiamo la sistemazione degli scritti di Plotino, chiama così la voce di Pitagora. Racconta che i discepoli di Pitagora ascoltavano le lezioni del maestro da dietro una tenda, sentendo dunque la voce senza poterne vedere la fonte. Il buio dello schermo fa da sfondo a voci che sanno di dover prendere su di sé il carico di corpi assenti, e chi è in ascolto esercita la sua attenzione valorizzando timbro, tono, frequenza, colore, registro e affidandosi alla voce come fosse un vento che ha il profumo del corpo invisibile da cui promana. Tutta la nostra immaginazione viene convocata dal suono della voce, al fine di evocare ciò che non vediamo. “L’orecchio è in grado di avvertire ciò che è proprio, in realtà, dell’occhio, poiché entrambi vivono dell’esperienza e dell’apprensione di una sola bellezza....

Carte d'amore / Dialogo sull'amore con Antonio Prete

“Tutti li miei penser” – scrive Dante Alighieri nella Vita Nuova – “parlan d’Amore”.  Ma come si scrive di amore? Non c’è forse un certo pudore nell’avvicinarsi a questo “paese che non ha confini”, nel cercare di circoscriverlo, raccontarlo al di là di nomi, corpi, ricordi, al di là del “tu” cui ogni amore si rivolge? E ancora: che cosa è questo “tu”? Già Fedro nel Simposio ricordava quanto nessun uomo avesse mai osato celebrare degnamente Eros. Eppure l’amore è esperienza comune.  Carte d’Amore prosegue il cammino di Antonio Prete attorno ai modi del sentire: nostalgia, lontananza, compassione, interiorità. Un cammino che qui si fa figure dell’amore – apparizione, seduzione, tenerezza, e ancora ombra, lettera, gelosia – e paesaggi dell’amore – giardino, mare, strada, corpo. A separare questi due momenti un intermezzo: il Simposio. Sappiamo del banchetto in onore di Eros, sappiamo di Pausania, di Aristofane, sappiamo di Agatone e di Diotima. Antonio Prete in questo nuovo libro procede per indugi e divagazioni: l’amore, sembra raccontare la forma di questo saggio che saggio non è, si può solo provare a dire, nominare qualcosa della sua lingua, affacciarsi, lasciare che “...

Letteratura mondiale e metodo / Erich Auerbach, storia e stile

Il capolavoro critico di Erich Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale “è coscientemente un libro scritto da una determinata persona, in una determinata situazione, all’inizio degli anni quaranta”. Ho riportato tra virgolette questa affermazione perché è di Auerbach stesso e la si legge negli “Epilegomena zu Mimesis” pubblicati nel 1953.  La localizzazione storico-geografica e ancor più quella biografico-autoriale intendeva rispondere alle numerose prese di posizione, talora critiche, che il libro aveva suscitato. La si potrebbe però anche leggere come un’enunciazione sintetica del suo metodo critico. Questa giustificazione autoriflessiva del proprio lavoro si trova oggi in un volume di scritti del critico tedesco, raccolti e curati con raffinata intelligenza da Guido Mazzoni per nottetempo nella neonata collana ‘extrema ratio’ sotto il titolo di Letteratura mondiale e metodo. Il volume accoglie anche il fondamentale “Filologia della Weltliteratur” (1952), le “Quattro ricerche sulla storia della cultura francese (1951), gli studi su Vico, che hanno impegnato Auerbach dal giovanile lavoro del 1921 fino agli anni cinquanta, e infine una serie di riflessioni...

Teorie e grandi catastrofi / Filosofi col mal di denti

Nell’agosto del 1756, Jean-Jacques Rousseau viveva e scriveva, in relativo isolamento, in uno chalet detto l’Ermitage annesso al Castello della Chevrette, nei pressi di Montmorency, dove l’aveva invitato Madame Louise d’Épinay. Nel suo eremo lo raggiunsero due poemi che Voltaire gli inviò di persona, il primo sulla legge naturale, il secondo sul terremoto di Lisbona dell’1 novembre 1755. Rousseau apprezzò il primo, ma ebbe parole molto severe sul secondo. Voltaire se la prese a male e meditò a lungo una risposta, che forse fu addirittura il Candide. Ma la rottura fra i due grandi non si ricompose più. Fu un’altra delle infinite scosse di assestamento, o di disassestamento, da attribuire al terremoto del 1755, che causò la distruzione non solo di Lisbona ma anche di molte città e villaggi vicini, di varie città a sud di Gibilterra, in quello che allora era il regno di Fez e oggi è il Marocco, e che fu avvertito in tutta l’Europa continentale e in buona parte del Nord Africa. Dopo il terremoto di Lisbona l’Europa non fu più la stessa, e nemmeno l’amicizia tra Rousseau e Voltaire si salvò.    “Rimproverate a Pope e a Leibniz di insultare i nostri mali sostenendo che tutto è...

Un saggio di Massimo Cacciari / Attualità di Musil. Paradiso e naufragio

Il densissimo saggio di Massimo Cacciari (Paradiso e naufragio, Einaudi 2022) dedicato all’Uomo senza qualità di Robert Musil ne riscrive l’interpretazione, mettendo in evidenza la ricerca dell’uomo contemporaneo e le sue aporie. Mentre nella prima parte del romanzo domina l’ironia verso i protagonisti della Grande Stupidità dell’Azione Parallela, ministri e banchieri, gran dame e borghesi, nella seconda parte cambia tutto. Il tono si fa partecipe e commosso, seguendo la ricerca impossibile di unione mistica dei “fratelli siamesi”, Ulrich e Agathe, in un amore che è una via moderna verso Dio. Questa impossibile possibilità colora l’intero romanzo, inducendo a rileggerlo in una chiave diversa.   L’uomo moderno crede in Dio o nel proprietario della ditta mondiale? È questa ironica domanda che introduce il tipo capitalista, rappresentato da Arnheim. Egli nella propria “visione del mondo” pensa che il denaro sia la forza duttile e fantasiosa che permette di regolare i rapporti umani senza ricorrere alla coercizione. A lui si contrappone il tipo creativo rappresentato da Ulrich, l’uomo senza qualità. Nel grande romanzo la sua ironica intelligenza guida e infine affossa l’Azione...

Il paradigma della forza / Arendt, Castoriadis e l’enigma Putin

Stupore. È la sensazione che abbiamo provato, noi europei e occidentali, di fronte alla pandemia, convinti che le epidemie appartenessero a tempi o a luoghi remoti, e che si è ripetuta di fronte alla guerra scatenata da Putin. La guerra è piombata nel cuore dell’Europa, dopo settant’anni di pace, e di colpo ha archiviato l’ordine mondiale post-1989, che stava scivolando e fluttuando dall’egemonia dell’“Impero Light” americano (è la notoria definizione del politologo canadese Michael Ignatieff) a una forma instabile di multipolarismo, con l’emergere di nuove potenze economiche come la Cina e l’India e con il consolidamento dell’Unione europea, a seguito dell’allargamento a Est e dell’integrazione economico-monetaria.   Ma c’è un’ombra dietro questa guerra, che si tende a trascurare. È l’ombra del Potere. Per dirla meglio, si tratta della natura del Potere e dell’establishment russo attuale che ha preparato e sta conducendo la guerra d’invasione in Ucraina, rimettendo in campo un uso politico disinvolto dello strumento “guerra”, per rideterminare confini e frontiere, che consideravamo “illegale” e improbabile, soprattutto da parte di uno Stato membro del Consiglio di sicurezza...

Diario 10 / Un dormiveglia con Hegel

Lunedì 4   Abele era pastore di greggi, come tutti sanno, invece Caino coltivava la terra. Abele la vittima e Caino il carnefice. Ma oggi mi è scappato detto che in fondo, considerando com’è nata la sua disgrazia, Caino suscita una certa simpatia a differenza di Abele, perché l’idea di fare un’offerta al Signore era venuta proprio a lui, a Caino, forse mentre zappava. E cosa offre al Signore? I prodotti del suolo, dice la Bibbia.  Non è precisata la specie vegetale ma si può pensare all’insalata, alla lattuga, ad esempio, oppure al radicchio, dipende dalla stagione, ammesso che a quei tempi fosse già in atto la rivoluzione terrestre. Ma se il periodo dell’anno è incerto, la Bibbia precisa che il primo a voler onorare il Signore è stato Caino che ha offerto in dono i prodotti del suolo, quindi in lui c’era dell’affetto filiale, un dettaglio tutt’altro che irrilevante, anche se di solito è passato sotto silenzio.   E se poi le cose si sono messe male è stato perché lì attorno c’era anche suo fratello, che vedendo cosa faceva il primogenito ha pensato di fare la stessa cosa. Questo bisognerebbe considerarlo: uno ha avuto l’idea, l’altro ha agito per imitazione. So bene...

Arjun Appadurai / La vita segreta delle merci

Non c’è che dire, il mondo in cui viviamo è piuttosto strano. Criptovalute, blockchain, bitcoin, bastano poche parole per evocare un’economia di cui in tanti fanno fatica a capire le logiche. Non bastava il mercato azionario con i suoi alti e bassi, con i suoi “miliardi bruciati” e le sue “bolle speculative” a farci andare, perplessi, alla ricerca di cerini e sapone, adesso ci mettiamo a caccia di meccanismi ancora più complessi e oscuri. Quelli secondo cui una moneta che nessuno ha mai visto e toccato può assumere un valore completamente diverso a seconda che uno di coloro che – sembra – ne possiede in quantità (ma quantità di che? come si pesa un bitcoin?) decida di accettare la suddetta moneta in cambio delle automobili elettriche che produce (vedi su doppiozero l’articolo di Riccardo De Bonis).   Macchine, e quindi cose, in cambio di bit insomma, che qualcun altro scambierà con qualcos’altro, sempre ammesso che nel rapidissimo circolare di queste sequenze elettroniche, qualcun altro ancora non decida che da quel giorno non crede più che un ulteriore qualcuno possa credere in quei bit. Al terzo passaggio tra bit, transazioni e merci, la gran parte degli esseri umani...

Coincidentia oppositorum / La guerra è roba da vecchi?

Quindici giorni fa sono stato invitato dall’Associazione lacaniana internazionale a discutere con Charles Melman, il grande vecchio della psicoanalisi francese, allievo della prima ora di Jacques Lacan, che gli aveva affidato la gestione della propria scuola designando in lui il proprio continuatore. Poi, si sa, le vicende non sempre vanno nel modo più lineare, le scuole lacaniane si sono moltiplicate lungo tante linee di frattura, talvolta dolorose, talvolta feconde. Ma questa è un’altra storia.  Avrei dovuto discutere con Melman del destino di una società, la nostra, ormai disancorata, o largamente disancorata, dal riferimento religioso. Era una sua proposta, una sua preoccupazione. L’aveva manifestata l’estate scorsa, quando iniziammo a parlare di questo dialogo che alcune comuni amiche romane volevano promuovere in seno all’Associazione. Poi, un mese fa, è scoppiata la guerra russo-ucraina. Melman ha proposto di ragionare sull’urgenza, di ragionare sulla guerra. Ha anche proposto un titolo o una domanda. La guerra è roba da vecchi? Così mi ha scritto in una mail. La guerre est-elle un truc de vieux?   Abbiamo poi fatto questo dialogo, ho accolto la domanda del grande...

1947 - 2022 / Dal Lago e la sociologia come critica

La morte prematura di Alessandro Dal Lago acquisisce un particolare valore simbolico, soprattutto se valutata in rapporto allo stato della Sociologia italiana. La sua vocazione critica e la sua apertura interdisciplinare – in particolare grazie al dialogo costante tra sociologia, antropologia e filosofia – rappresentano un modello per i giovani sociologi nostrani, troppo spesso ammaliati dalle sirene di una deriva pragmatica, quantitativa e mercatista, frutto di un drammatico complesso d’inferiorità nei confronti delle scienze quasi esatte. Oltre alla cura e/o all’introduzione di testi chiave della cultura sociologica e filosofica, come quelli su Georg Simmel, Hannah Arendt, Hans Jonas, Erving Goffman, Michel Foucault ecc., l’attività intellettuale di Dal Lago consta di una vasta produzione monografica.  Alla prima fase fondativa che riguarda la specificità metodologica del suo approccio, dal manuale Etnometodologia (Il Mulino, 1983) scritto con Pier Paolo Giglioli, al testo Oltre il metodo. Interpretazione e scienze sociali (Unicopli, 1989), segue un elevato numero di esplorazioni su una vasta gamma di fenomeni culturali. La sua ricerca più recente non disdegna il confronto...

L’ampia produzione in un Meridiano / Nicola Chiaromonte, chi era? Chi è?

Nicola Chiaromonte, chi era? Chi è? Leggendo il corposo Meridiano che gli è stato recentemente (novembre 2021) dedicato – a cura di Raffaele Manica, autore anche del saggio introduttivo, appassionato e assai avvincente – si possono tentare varie risposte. Nicola Chiaromonte è stato un vero antifascista, esule e combattente nella Guerra di Spagna; è stato un pensatore, un filosofo, un letterato, un critico teatrale; è stato soprattutto uno spirito libero e un osservatore mai banale delle cose d'Italia, e non solo, visto che ha soggiornato diverso tempo all'estero, in Francia e negli Stati Uniti, per esempio. Ha fondato e diretto per anni la rivista “Tempo presente” (1956-1968); le sue cronache teatrali sono apparse sulle colonne del “Mondo” e poi, da ultimo, sull'“Espresso”, fino al gennaio 1972, quando è morto, a Roma, all'età di sessantasei anni. Quest'uomo, amico di Alberto Moravia, di Albert Camus, di Mary McCarthy, che compare in romanzi di Natalia Ginzburg e Saul Bellow col suo nome e cognome, in un romanzo di Malraux sotto pseudonimo, quest'uomo, circonfuso di un alone di leggenda, rimane però, e non solo per il grande pubblico, uno sconosciuto. Come ebbe a scrivere un altro...

La nuova teoria della rappresentazione / Antonio Damasio, Sentire e conoscere

In estrema sintesi: questo libro dice l’impossibile e lo dice a tutti. Ci sono alcuni temi sui quali ciascuno di noi sviluppa un estremo scetticismo riguardo alla sua possibilità di capirne qualcosa, e non si tratta necessariamente degli stessi argomenti. Certe persone reputano inverosimile arrivare a comprendere come si monta la panna, altre non si sognerebbero mai di sostituire una luce di posizione della loro vettura e preferiscono chiamare all’istante un elettrauto; per vari individui la resa riguarda la fiscalità, per un numero altrettanto significativo la filosofia, o l’informatica. Se c’è però una materia di postulata ignoranza che accomuna più o meno chiunque, questa è il funzionamento del cervello, della mente, e le definizioni che stanno lì intorno. Ed è per questo che leggere il libretto Adelphi di Antonio Damasio equivale ad assistere a un salto in alto da oro Olimpico: siamo di fronte a una preparazione immensa che nega se stessa o la fatica indispensabile per conquistarla, e lo fa nella forma di un solo, flessuoso, naturale movimento di leggerezza. Corsa, sponda, volo, materasso.   Il record qui non è solo la capacità di spingersi dove gli altri non arrivano, ma...

Diario 7 / La vita da elettrone del professore

Lunedì 14   Certe scuole tengono desti gli spiriti animali, è risaputo, istituti dove il professore è sempre in tensione, dove tutto è difficile. La popolazione studentesca ostile. La segreteria inospitale. Gli addetti alla custodia dei locali, un tempo chiamati bidelli, poco o niente collaborativi, o disposti alla delazione. Un insieme di fattori che tuttavia preservano dall’invecchiamento precoce. In fondo le asperità sono sempre vitali, dice Bruce Chatwin.  Ben diverso il caso in cui il professore non deve mai lottare per sopravvivere. Trova parcheggio nel cortile della scuola. In segreteria sono accoglienti. Non deve battersi per le fotocopie e al suo ingresso nell’aula gli alunni sono silenziosi e scattano in piedi, docili nell’affrontare il dialogo educativo.  Un contesto ideale, ma che presenta delle controindicazioni. Il professore rischia di impigrire e scivolare un giorno dopo l’altro verso la stanchezza esistenziale, che può evolvere in spossatezza. E la sonnolenza colpisce anche a metà mattina, durante una verifica.    Gli alunni sono chini sui banchi, ognuno intento alla propria versione. Nessuno fiata. Si avverte solo lo stormire del...

Come non fare niente / La fine dell'attenzione

Il clima delle epoche di decadenza del passato, anche remoto, era con grande probabilità molto simile a quello che attualmente stiamo vivendo, con tanto di pandemia e guerra con milioni di profughi. Si de-cade da una qualche conquista di prosperità, si assiste a un’alterazione delle sensibilità individuali e collettive generate da quella prosperità, si è attoniti davanti alle novità più radicali e sconvolgenti, non si capisce più bene come interpretarle, se come potenziali ulteriori progressi o minacce vere e proprie all’esistente. Grandi giochi emotivi mediatici. Categorie idee e principi paiono usurati, allo sbando, e le mere quantità sono soverchianti. Angoscia. Paura.  Non mi sto divertendo a raccontarla nera, mi limito solo a condividere riflessioni e stati d’animo, sensazioni, se volete, che semplicemente ci stanno opprimendo con intensità crescente. Ci sono le emergenze del nostro tempo, e parallelamente c’è una elaborazione intellettuale che le legge e ne dichiara la pericolosità; ma soprattutto c’è la fatica a “sistemarle” in un conteso teorico sufficientemente coerente: è proprio questo, l’insuccesso della ‘presa cognitiva’ sui fenomeni che a mio modo di vedere...

Non solo Putin / Guerra: la logica della potenza

La geopolitica ci insegna sostanzialmente due cose. La prima appare poco più di un’ovvietà: la logica degli imperi è la logica della potenza. La seconda, infinitamente più inquietante della prima, è che gli imperi, che osservano la logica della potenza, non dispongono della potenza ma ne sono disposti. Siamo soliti rappresentarci l’impero come una volontà tirannica, spesso incarnata nelle bizze di un uomo solo al comando, ma non è così. È la logica della potenza che tira le fila del gioco. Non ci sono scelte da parte degli esecutivi ma qualcosa che assomiglia alla rigida osservanza di un destino manifesto, un dover essere e un dover fare piuttosto che un libero agire. Gli imperi non godono del privilegio del libero arbitrio. Sono stretti nella morsa di un non poter fare altrimenti quello che fanno. Ciò che eventualmente li può portare alla sconfitta è allora soltanto un errore di calcolo consistente nel non aver avuto chiara consapevolezza del proprio destino.    Non c’è nulla di nuovo in questa idea di potenza. Nel V secolo a.C., come storico delle Guerre del Pelopponeso, Tucidide l’ha espressa in modo compiuto raccontando la tragica vicenda della piccola isola dei Meli...

Paolucci, Storia stupefacente della filosofia / Voci nella testa: chissà, se sono le mie

«Una droga è quella sostanza che, quando iniettata in un topo, produce un articolo scientifico», scriveva sir William Osler, patologo, bibliofilo, storico, scrittore canadese e gran burlone, che firmava i suoi aforismi con il nome di penna Egerton Yorrick Davis. Assioma che, se applicato al libro di Alessandro Paolucci, Storia stupefacente della filosofia (il Saggiatore, 2022), porta alla conclusione che se una droga – che sia il Ciceone, o il Papaver somniferum – viene iniettata nel corpo di un filosofo, vuoi Platone, Friedrich Nietzsche o chi ti pare, produca un’opera filosofica. Certo non funziona esattamente così, nonostante bisogna ammettere che anche insospettabili uomini di cultura come Walter Benjamin, Jean-Paul Sartre, Michel Foucault, nomi che aleggiano nel libro di Paolucci, abbiano fatto, nel tempo, uso di sostanze più o meno stupefacenti. Ma questo “doping letterario” – o “illuminazione profana”, come la chiama Benjamin – li squalifica in quanto filosofi, poeti, scrittori, critici, narratori, come avrebbe fatto se fossero stati atleti olimpionici?   Se volessimo abbozzare un elenco di intellettuali e artisti che hanno avuto esperienze allucinogene varie – a...

Epistemologia virale / La scienza pensa?

Nel cuore della tragedia pandemica – ha osservato il filosofo della scienza Etienne Klein (Vita e pensiero, n. 1, 2021) –, vi è stata l’opportunità rara di svolgere un’opera di divulgazione sulle procedure della metodologia scientifica. Al di sotto del baccano assordante di tanti dibattiti, qualche voce accorta ha cercato di chiarire cosa fossero un esperimento a doppio cieco o randomizzato, quale fosse la differenza fra una correlazione e una relazione di causa-effetto, ha spiegato come fare buon uso delle statistiche. Sforzi tanto più meritevoli nel nostro paese, dove il preoccupante analfabetismo di ritorno si allea talvolta con l’atavica diffidenza verso il sapere scientifico (anche negli ambienti “culturali”).   Nell’esplorare l’ignoto o il poco noto, la ricerca scientifica, soprattutto in ambito terapeutico, richiede un lungo e paziente lavoro di analisi, di sperimentazioni e controlli; confronti serrati e critiche severe devono (dovrebbero) intrecciarsi fra ricercatori di molteplici laboratori, nel lavoro collettivo che si svolge all’interno della comunità o della città scientifica, come la chiamava Gaston Bachelard. Quel che abbiamo sperimentato in questi due anni è...

Parole per il futuro / Normalessere

Uno, due, tre, quattro: fino a trenta, fino a cinquanta. E daccapo. Quando sta male Alice conta. Le palline di vetro del lampadario sospeso sopra il suo letto, le scanalature dell’armadio, le piastrelle del bagno e, una volta fuori casa, le persone sull’autobus e quelle in fila per il pane. Ripetere mentalmente la serie dei numeri ha l’effetto di un calmante: è un compito da eseguire quando dobbiamo far riposare la testa. Che così si sente più libera di pensare ad altro. A lei non era mai capitato, il cambio della sua postura era fluido, leggeva in solitudine, socializzava quando era in compagnia, adesso c’è qualcosa che non funziona, il meccanismo di autoregolazione sembra inceppato. In casa non si concentra e soffre di claustrofobia, quando esce non ci trova più gusto, le sembra che al mondo non ci sia più nulla da mordere. Il fuori è uno scenario di cartapesta.  Alice non soffre di un disturbo alimentare, ma continua a parlare di vuoti e pieni, di sensazioni che evocano stati di smaterializzazione. Non è nemmeno esile, eppure convive con il timore di una dissoluzione progressiva: riuscirà a trovare la forza per rimanere in piedi? Inadeguati, inconsistenti, persuasi di...

Parole per il futuro / Coraggio

Per quanto ho potuto mi sono tenuta alla larga dalle relazioni di potere, in primo luogo per la loro stupidità. Ma ogni tanto, mio malgrado, mi è capitato di inciamparci e di accorgermi di quanto, paradossalmente, il potere si nutra di… pavidità. Il piccolo potente, soprattutto quando il suo regno è infimo e periferico, è spesso pavido, altrimenti non avrebbe bisogno di adepti, paggetti, maschere, scuse, manovre e bugie per esercitarlo. (E non parlo degli ovvi e doverosi compromessi e negoziazioni che fanno parte del vivere politico e che hanno una loro etica.) Il pavido potente – il potente perché pavido – non guarda negli occhi, sfugge e manda avanti i sottoposti, cercando di agganciare la parte dipendente che ognuno ha. E se questa è molto estesa, la pavida impresa riesce. Il dis-incontro col potere pavido e arrogante perlopiù fa perdere tempo, rallenta i passaggi innovativi di tutti. E ostacola il coraggio.    Il conformismo è il nemico numero uno del coraggio ma non gli si oppone in maniera diretta, lo fiacca per così dire dall’interno, lo attacca da dentro, lo svuota. Nettare del potente, assassino di ispirazioni e cambiamenti, il conformismo è portatore di un...

Un volume di Rüdiger Safranski / Biografia del tempo

Il filosofo e scrittore tedesco Rüdiger Safranski ha gli occhi così chiari da parere trasparenti. I suoi pensieri sono visibili, il tempo li attraversa. Soprattutto questa volta in cui Safranski parla e scrive proprio del tempo. (Rüdiger Safranski, Il tempo. Che cos’è e come lo viviamo, Keller, 2021). È l’ultima sua opera tradotta in lingua italiana. Ma non è l’ultima opera di Safranski, che è scrittore e filosofo e che scrive di filosofi e di filosofia che sembra spalmare crema nutritiva sugli occhi di chi legge. L’ultima opera, non tradotta, e che è presente da tempo nelle classifiche dei libri più venduti in Germania è Einzeln sein. Eine philosophische Herausforderung [Il singolo. Una sfida filosofica], affascinante racconto storico-filosofico del formarsi del concetto di individuo unico e singolo in una galleria di periodi e personaggi storici (Machiavelli, Lutero, Montaigne, Rousseau, Diderot, Stendhal, Kierkegaard, fino a Arendt, Sartre e Jünger).    La biografia del tempo In questo libro invece il protagonista di cui si seguono vita e avventure è il tempo. Quel tempo che, come fa dire Hugo von Hoffmansthal alla Marescialla nel Cavaliere della rosa (1911), giusto...

Sentire-pensare la ferita

Come a volte capita alcuni piccoli libri sono grandi libri. Questo di Josep Maria Esquirol è un grande libro nella sua scelta di concisione: un andamento aforistico che non si disperde, anzi svela di pagina in pagina un argomentare strutturato, alla fine stringente, dove il sentire non offusca il pensare e il pensare non ottunde il sentire. Già il titolo annuncia con precisione una scelta di campo: Umano, più umano. Un’antropologia della ferita infinita (Vita e Pensiero, Milano 2021). L’umano non è troppo, anzi è troppo poco: le vie di fuga superomistiche non sono un’opzione convincente, il nietzscheanesimo a poco prezzo, trasformato in enfasi letteraria senza la tragedia esistenziale del suo autore, e senza le implicazioni di un modo di vivere che lo voglia prendere sul serio, sono lo sfondo dal quale si differenzia con nettezza questa linea antropologica alternativa.   È come se l’autore applicasse alla scrittura quel che dice della vita, del gusto e del sapore della vita, del buon sapore del sentirsi in vita, del sentirsi vivo (p. 72). Dice di essere “d’accordo con la saggezza popolare: ‘bisogna essere felici con poco’. Ebbene, sono d’accordo purché questo poco si accentui...

Parole per il futuro / Entusiasmo

Con Rosa ancora ci si scrive. Da quando parla inglese ha smesso di pulire case. Lavora in una mensa, corre la maratona e sogna un lavoro d’ufficio. Se qualcuno può farcela è lei, ha una volontà di ferro. Ci siamo incontrate in un’aula di periferia, le pareti macchiate di umido e il ruggito dell’autostrada in sottofondo – un corso d’inglese per stranieri. Ed è stato lì che per la prima volta ho assaggiato il sapore che ormai associo all’America: un mix di ottimismo, fantasia e voglia di futuro.  Quella classe, stipata di adulti e tutte le ragioni per disperare, vibrava di entusiasmo. C’erano giorni in cui l’energia nell’aria faceva girare la testa. Soprattutto a me, perché negli ultimi anni in Italia quella frequenza ormai stentava a ingranare e sembrava roba da pazzi, visionari o sprovveduti.   E parlo del tempo che precede la pandemia, quando i motivi per guardare al futuro con entusiasmo non mancavano. In quei mesi il mio cinismo ha iniziato a sciogliersi ma l’ho liquidata come una faccenda da immigrati. Speranza e ottimismo sono il bagaglio necessario di chi se ne va. “Per ricostruirsi una vita, si deve essere forti e ottimisti. E dunque siamo molto ottimisti”, scrive...

Sul vivere, d’après / François Jullien, aspirare alla felicità?

Gli uomini “tendono alla felicità, vogliono diventare e rimanere felici”: l’incipit del freudiano Disagio della civiltà non sembra sospettare che possa esserci altra soluzione. Certo, possiamo non intenderci sul contenuto della felicità, ma resta scontato, quasi fosse un’idea regolatrice, che tutti gli umani, sotto tutte le latitudini, aspirino senza eccezione a realizzarla nella propria vita. Ogni azione, ogni scelta tende a un fine – ricchezza, successo, piaceri –, così esordisce l’Etica Nicomachea; ma questi fini restano subordinati a un Fine in sé, che non è mai scelto in vista di altro se non di se stesso, a un bene supremo sulla natura del quale tutti concordano. “La felicità sembra essere al più alto grado un fine perfetto”, scrive Aristotele, saldando un legame che resterà indissolubile nelle pieghe del pensare dell’Occidente, quello che connette la felicità alla “finalità”, all’agire orientato verso uno scopo. Non è forse il bene, per definizione, “ciò a cui ogni cosa tende”? François Jullien, in Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità (Cortina, 2006), mostra come sulla dialettica del desiderio che “tende a” si sia radicata la prospettiva drammatica con cui la...