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Filosofia

(602 risultati)

Demoni e gli angeli della narrazione / I racconti di Walter Benjamin

Benjamin è un narratore consapevole che l’arte del raccontare è da tempo al tramonto. La ragione di questo declino è la caduta dell’oralità, dei rituali che l’accompagnavano, e insieme la perdita di un’attitudine, quella di scambiarsi esperienze. Nelle Considerazioni sull’opera di Leskov Benjamin evoca le due figure “arcaiche” che hanno alimentato la narrazione orale: l’agricoltore sedentario, che nella sua stanzialità custodisce e tramanda tradizioni e storie della propria terra, e il mercante navigatore, che venendo da lontano ha molto da raccontare. Da queste figure si generano due forme del narrare, una incline a raccogliere memorie, l’altra intenta a rievocare avventure di terre lontane. Due linee che già in epoca medievale si compenetrano: l’artigianato, il sistema delle arti, la bottega permettono di preservare e trasmettere un universo complesso di storie. La narrazione orale, osserva ancora Benjamin, è diffusa in una società nella quale è forte il senso dell’ascolto, la sapienza dell’ascolto. Anche questa disposizione è da tempo in declino.    È nel cerchio di questa consapevolezza intorno al declino dell’oralità e dell’ascolto che prende forma la scrittura...

Per una politica senza generi / Le “con-fuse”. Conversazioni tra Deleuze e Parnet

«Le domande, come qualsiasi altra cosa, si costruiscono: e se non vi lasciano costruire le vostre domande, con elementi raccolti dovunque, con pezzi presi da qualsiasi parte, se ve le “pongono”, succede che non avete gran che da raccontare. L’arte di costruire un problema, questa si è importante: un problema, la sua impostazione, lì si inventa ancor prima di trovare una soluzione. Niente di tutto questo avviene in un’intervista».    Potrei fermarmi a queste righe dell’incipit di Conversazioni – scritto nel 1977 da Gilles Deleuze e Claire Parnet, ripubblicata nel 2019 da Ombre Corte – e costruire un piccolo viaggio filosofico sulla conversazione come “tracciato di un divenire”, propedeutico al pensiero del molteplice che si oppone al binarismo. Ma Conversazioni merita di essere ulteriormente citato, perché rappresenta un esperimento unico, dove le voci di chi domanda e di chi risponde si con-fondono, dando vita a «un divenire vespa dell’orchidea e un divenire orchidea della vespa, una doppia cattura dunque, poiché ciò che ciascuno diviene cambia tanto quanto colui che diviene». Ogni capitolo apre una conversazione, mai scandita da domande, dove Deleuze e Parnet...

17 maggio 1925 - 17 maggio 2019 / Il ’68 di Michel de Certeau

“Lo scorso maggio, la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia”, scrive Michel de Certeau nel vivo degli eventi del 1968. La liberazione della parola rappresenta la conquista che assume valore di fondamento, coincide con il “diritto di essere uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all’organizzazione anonima della società”. Nelle assemblee studentesche il principio per cui “Qui tutti hanno il diritto di parlare” è riconosciuto soltanto a chi parla a nome proprio, mentre viene rifiutato a chi si fa portavoce di un gruppo o si identifica con una funzione. De Certeau, nato nel 1925 ed entrato nel ’50 nella Compagnia di Gesù, pur avendo scelto di non avere figli – sarà per scelta anche maestro senza discepoli –, appartiene alla generazione dei padri, quella che ha vissuto nell’adolescenza la vergogna della disfatta nel ’40 e il collaborazionismo. I giovani hanno buoni motivi per aderire allo slogan “ribellarsi è giusto”, per rifiutare le ipocrisie celate dietro la maschera dell’amor di patria; nella “presa della parola” si esprime anche la rivolta contro i silenzi di Stato sulle torture in Algeria e le miserie della grandeur...

Ambiguità di un progetto umano / Liberare la libertà

“L’ansia di spiegare la vita e il suo mistero non dà tregua allo spirito umano, è come se risuonassero in ogni uomo le parole rivolte ad Adamo e ad Abramo: umano dove sei? Vai in te stesso, scopri chi sei.” Finisce così, con un inizio, il cammino esplorativo di Michela Dall’Aglio, In principio era la libertà. Un itinerario tra filosofia, scienza e fede, ILMIOLIBRO, 2019.      Esplorando ad un tempo, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande di ciò che esiste, noi compresi, l’autrice si muove tra due prospettive polari, costantemente messe in tensione e anche ibridate con una inquietudine narrativa del tutto originale e coinvolgente. L’irrisolto, infatti, è un codice del libro, non solo indotto dal tema dei temi, ma da uno stile conoscitivo che cerca, senza crederci mai fino in fondo. Come dovrebbe essere ogni indagine con simili obiettivi e caratteristiche. La posizione interrogante è quella umana, situata all’estremità del cammino evolutivo dell’esistente, e in grado di farsi domande sul come e il perché della vita e dell’esistenza in sé. Le due prospettive messe in tensione si rifanno, la prima, – definita un’origine “oscura” –, all’ipotesi che tutto sia...

Il passato fa male? / C’è una volta

Una sera, camminando con la mia compagna per le strade di Porta ticinese a Milano, mi è capitato d’imbattermi in una battuta che capeggiava sulla lavagnetta di un’osteria: “l’unico passato che non fa male è quello di veldule”. Confesso che ho “liso” di gusto. Eppure non penso affatto che il passato faccia male, credo piuttosto che sia una grande risorsa se adeguatamente analizzata. Su cosa poggia, dunque, la convinzione che il passato faccia male? Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, la riconduce al senso d’impotenza che si prova di fronte a ciò che, essendosi compiuto, ci consegna a uno stato di rassegnata impotenza, come di fronte a quei treni di cui si dice che passino una sola volta nella vita:  «Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non poter infrangere il tempo e la voracità del tempo – questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria. (…)  Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; “ciò che fu” – così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere. (…) Così la volontà anziché liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua...

Abbecedario del reale / Buco

Autopsia è un termine usato come testimonianza oculare di date o episodi da parte degli storici per rendere il loro parere più autorevole L’autopsia è l’odore del nulla. Anne Carson, Nox   Un buco è un ventre più profondo, un buco è una parte di vascello, Buco è il nome di molti ristoranti ed è una pasta cava dove far entrare il sugo. Il buco scava lo stomaco per fame, dolore, paura. È il grande condottiero dell’assenza. Un buco è nero e non rosso, buio e non luminoso, inghiotte senza restituire, la bocca dei vulcani è un buco pieno di lava, la lava scava un buco nel terreno bucandolo di fuoco. Il buco piega come suggerisce il verbo tedesco Bogen e piegando e incurvando attira nel suo nulla. Il buco non è il cratere in cui si mescola. Il buco, come succede in fisica nei buchi neri, rallenta il tempo e non fa uscire la luce. Ci guarisce da ogni illusione di Creazione, da ogni desiderio di vita.   Signori, mi avete commissionato la parola ‘buco’ il giorno in cui mia madre è morta. La notte ho dormito nel divano accanto al letto. Ho ascoltato il suo respiro diventare sempre più fioco. Alle quattro e mezza il respiro è diventato silenzio. Ho ascoltato quel silenzio con l’...

Eugene Thacker. L'orrore della filosofia, la filosofia dell’orrore / Tra le ceneri di questo pianeta

In una delle proposizioni più note del suo Tractatus Logico-Philosophicus, la 5.6, Ludwig Wittgenstein sosteneva che “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Wittgenstein, che era celebre per l’accuratezza con cui sceglieva i modi della propria espressione linguistica, non poteva aver scelto quel verbo – “significano” – a caso, e tantomeno quel “significano” può essere interpretato, semplicemente, come un sinonimo di “sono” (il verbo “essere” è quello che di solito viene maggiormente, ed erroneamente, utilizzato nel riportare la proposizione wittgensteiniana): non si tratta, infatti, qui, di posizionarsi, per il filosofo austriaco, sul campo dell’ontologia, quanto su quello della teoria del significato.    Il problema che gli sta a cuore non è, quindi, tanto quello dell’esistenza di realtà irriducibili allo spettro linguistico, quanto quello del rapporto tra linguaggio e mondo, che viene indagato a partire dalla possibilità del primo di dare significato al secondo. Il linguaggio porta ad espressione un mondo che senza di esso sarebbe comunque lì, ma che sarebbe muto, rendendolo quindi, per noi, significativo, o meglio, significante. Questa...

Istruzioni per l'uso / Il metodo Aristotele

«Le parole “felice” e “felicità” – happy e happiness – vanno alla grande», scrive nell'incipit di questo suo stimolante e intelligente saggio Edith Hall, studiosa del pensiero classico e docente al King's College di Londra (Edith Hall, Il metodo Aristotele. Come la saggezza degli antichi può cambiare la vita, tr. di Duccio Sacchi.  Torino, Einaudi, 2019. Ed. orig. Aristotle's Way. How ancient wisdom can change your life, London, The Bodley Head, 2018). Vanno così alla grande che c'è chi chiede a gran voce – aggiungo – di inserire il «diritto alla felicità» nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Lo sostiene tra gli altri una associazione di epicureisti (non di epicurei), gli Amici della filosofia di Epicuro, i quali propongono una petizione in quel senso (per aderire cliccare qui), ricollegandosi al precedente della decisione del Congresso degli Stati Uniti che il 4 luglio 1776 ratificò il testo della Dichiarazione di Indipendenza steso da Thomas Jefferson (peraltro schiavista e misogino al par di Aristotele), che conteneva gli inalienabili diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (o Pursuit of happiness, non per donne e schiavi)....

In-ludere / L’estetica triste

Anselm Kiefer.    C’è ancora posto per la bellezza e la riflessione nelle nostre vite e nelle relazioni sociali? L’ipotesi che vorremmo poter difendere è che fino a che esisterà un essere come noi umani, capace per natura di immaginare l’inedito e generare quello che ancora non c’è, una certa presa di distanza dalla tacita appartenenza adesiva alle cose sarà possibile. Vorremmo sostenere l’idea che, per quanto il cosiddetto mental set o habit possano influire e vincolare il senso e la generatività umana, come sosteneva Boris Pasternak, “la vita trabocca sempre dall’orlo di ogni tazza”. Siamo fatti di una tensione che rinvia sempre a qualcos’altro rispetto a quello che c’è già, e non per scelta, ma per costituzione evolutiva specifica: ogni conformismo e ogni saturazione contengono per noi sempre un margine generativo. Certo, è una questione di tempo e di senso. Vale per il senso ciò che vale per l’arte, che, come sostiene Anselm Kiefer citando il Vangelo di Giovanni, “Là dove si trova, non potremo mai raggiungerla” [L’arte sopravvivrà alle sue rovine, Lezione tenuta al Collège de France il 2 dicembre 2010]. L’indecidibile e l’indicibile, per il fatto stesso che siamo...

Felice Cimatti / Cose. Per una filosofia del reale

Se il mondo – come diceva Heidegger – mondeggia, la lingua linguaggia? Il nuovo libro del filosofo Felice Cimatti, Cose. Per una filosofia del reale (Bollati Boringhieri, 2018), affronta un tema caldo del pensiero contemporaneo: è possibile far parlare le cose in nome di un realismo che vorrebbe superare i limiti del postmodernismo? E la domanda sembra senza speranza se si presuppone, come Cimatti, che il linguaggio sia il marchio dell’uomo mentre le “cose sono mute”.    Per affrontare questo interrogativo, Cimatti ripercorre un sentiero che da Heidegger giunge a Lacan passando per le recenti ontologie orientate all’oggetto. Nelle sue pagine si passa con disinvoltura dall’intreccio mortale tra essere ed ente ai tanti viventi e non viventi che si fanno carico di problemi metafisici quando non metà-fisici: dalla scatola di sardine di Lacan all’aringa di Heidegger, dall’albero di Cezanne alla lumaca di Ponge, dall’ape di Heidegger alla rana schiacciata di Mathias, dall’atomo di Carbonio di Levi alla vita da cani dei cinici, dal castagno di Artaud al pesce di Robbe-Grillet. Le cose saranno mute, ma sono spesso più illuminanti di tanti filosofi.   Anche se il libro non è...

Adorno ce l’ha con il jazz

Se c’è una questione che ha per lo più lasciato perplessi anche i più strenui difensori del pensiero filosofico di Theodor Wiesengrund Adorno è il suo giudizio negativo sul jazz. Le sue critiche alla musica d’intrattenimento in quanto espressione e prodotto dell’industria culturale possono essere accettate o, almeno, comprese senza troppe difficoltà. Certamente c’è stato chi, come Hans Robert Jauss, ha preso le distanze dall’austerità dell’estetica della negatività, che, polemizzando contro l’arte destinata al consumo di massa, ha accusato di irrilevanza e volgarità la nozione di “piacere estetico”. Secondo Adorno, infatti, quella offerta – o piuttosto: propinata – dai prodotti artistici dell’industria culturale è una esperienza degradata, “gastronomica” e “pornografica” che rinnega l’ambiguità enigmatica, utopica e scandalosa che caratterizza l’arte autentica. Tuttavia, questa tesi, per lo meno nella sua unilateralità, può senz’altro essere discussa e precisata; ma, di per sé, con buona pace di Jauss, non è ingiustificata: soprattutto se intesa alla luce dell’idea secondo cui, come Adorno scriveva riprendendo Stendhal, quella offerta dall’arte è una promesse de bonheur, non la...

EpiStoa / Riprendere il filo eretico del pensiero

Nel suo ultimo pamphlet dal titolo Alessandro, redatto negli anni ottanta del I sec., l’irriverente Luciano di Samosata se la prende con quelli che fanno comunella e «vanno intorno strologando, trappolando, e tondendo i grassi» – nella succosa traduzione ottocentesca di Luigi Settembrini, ‘lucianizzata’ nel ’44 da Alberto Savinio e rimessa ora in circolazione da Adelphi (Luciano, Una storia vera e altre opere scelte da Alberto Savinio, Milano, Adelphi, 2018).    Alessandro ha compreso «che la vita degli uomini è tiranneggiata da due grandi cose, dalla speranza e dal timore, e chi opportunamente può usare di una di queste, tosto diventa ricco.» Si compra quindi per pochi spiccioli un colubro di quelli davvero enormi, ma innocui e mansueti. Serpentoni grandissimi che i bambini calpestano e, come i bambini, per gioco, sanno succhiare il latte dalle poppe delle donne. Ed eccolo lì, Alessandro, a organizzare un’epifania del dio medico Esculapio. Novello sacerdote del dio guaritore che si sostanzia nel serpente Glicone, Alessandro gli procura un tempio, un oracolo, e via, a fornire «a quei poveretti» del popolo, a prezzo di «mattoni d’oro», la conoscenza dell’incerto avvenire...

L'età del ferro / L’epoca dello spezzatino

1. Un recente studio dell’università di Yale ha avanzato l’ipotesi che leggere letteratura aumenti la speranza di vita e calcola in due anni il guadagno derivante da un regolare consumo di romanzi; citando i risultati di questa buffa ricerca, Alexandre Gefen (Réparer le monde: la littérature française face au XXI˚ siècle, Editions Corti 2017) fortunatamente non sa trattenere l’ironia, ma nota comunque che a questa notizia è stato dato sui media “uno straordinario risalto”. Il suo serio, accademico e fin troppo documentato volume (120 pagine tra bibliografia e note), che incrocia nel titolo il Réparer les vivants di Maylis de Kérangal con il “we can repair the world” di Obama, una scrittrice e un politico, non ha l’aspetto di una teoria e in fondo nemmeno di un saggio critico ma piuttosto di una constatazione: nei primi vent’anni di questo secolo la letteratura francese (in filigrana si legge “la letteratura occidentale”) è uscita dalla lunga parentesi dell’intransitività letteraria, della letteratura autonoma e ‘disinteressata’, è uscita dall’ideologia che “giudicava la qualità letteraria attraverso criteri formali” per ritrovare a pieno la propria funzione sociale. Si può...

Media e Illusione / Le tetradi perdute di Marshall McLuhan

Appunto per un prossimo viaggio a Toronto: andare alla Roberts Library dell’Università, dirigersi verso la sezione Thomas Fisher e cercare il settore Rare Books and Collections. Sembra che lì dentro sia conservato un appunto di Marshall McLuhan sul cavallo a bastone, il famoso manico di scopa usato dai bambini a mo’ di cavallino che tanto piaceva a Ernst Gombrich. Chissà che non si riesca trovare interessanti connessioni, e relativi cortocircuiti, fra il grande studioso dei media (quello della Galassia Gutenberg e di Understanding Media) e il grande studioso di storia dell’arte e delle immagini (quello di Arte e illusione, Immagini simboliche e Il senso dell’ordine). Si tratterebbe di un dialogo comunque intrigante, di una bella sinapsi in più nella rimpianta cultura del Novecento. Il geniaccio canadese, cattolicissimo e irriverente, che studia le invenzioni umane come protesi del corpo, da un lato. Il compassato connoisseur austriaco, emigrato al Warburg Institute di Londra e divenuto sir studiando il nesso fra norme e forme, dall’altro.    Il brogliaccio in questione avrebbe dovuto far parte dell’ultimo progetto di ricerca di McLuhan, lasciato in eredità al figlio Eric...

Per una società felice / L’insegnamento politico dell’Arcadia

Nell’antichità un popolo di un’impervia regione della Grecia ebbe fama di essere venuto al mondo prima degli astri e della luna, e di aver scoperto le fasi di questa, insieme al calcolo del tempo, rendendo possibile la storia.  Allora gli uomini percepivano nel paesaggio, nelle ombre degli anfratti silvani o nei lucori di improvvise radure, l’aura panica e il fluire irresistibile di eros, la presenza di ninfe e dei.  Paesaggio “ad alta densità mitologica secreta da millenni di convivenza umana” su cui il visitatore, Pausania il Periegeta, gettò nel II secolo d.C. uno sguardo “già archeologico” avvicinandosi alla città di Licosura.   In esso invisibili interstizi fra materia e soffio creatore, fra uomini e cose, accoglievano contrasti e opposizioni entro l’unificazione poetica in un senso superiore e inatteso.   Per intuizione e intelligenza suggerite dal cielo i greci e quel popolo misterioso “in possesso dell’amore del pensiero” riconobbero nel canto degli uccelli, un suono di origine naturale “privo di pensiero e di artificio”, il nomos, il quale corrisponde all’unità di una scansione tipica di note e suoni per ogni specie di uccelli, e a un metro che indica...

Fallimento / Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui

Ah la Schadenfreude (pron. sciàdenfròide), la terribile e deprecatissima quanto ambivalente «gioia per le disgrazie altrui». Nemmeno Tommaso d'Aquino, gran santo e teologo ma soprattutto finissimo filosofo, riuscì a sfuggire al suo fascino ambiguo, tant'è che nella Summa theologica pare abbia introdotto la seguente superba asserzione:   Affinché quindi la beatitudine dei santi venga da essi più apprezzata, e maggiormente essi ne rendano grazie a Dio, viene loro concesso di vedere perfettamente la pena dei reprobi.   Come dire che più ci si compiace della propria santità quanto più si gode di essere sfuggiti alla pena e viceversa. Insomma bisogna immaginare santi e beati che, contemplando dalle loro nuvolette i dannati gettati nei pentoloni bollenti e inforconati da' diavoli, godono (come ricci o come furetti, chissà perché) nell'assistere alla pena altrui. Anche l'Aquinate sembra dunque aver sdoganato la gioia malignazza per la disgrazia altrui, almeno a leggere questo divertente ma anche inquietante saggio della storica culturale inglese Tiffany Watt Smith, Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui (tr. it. di Claudia Durastanti, Milano, Utet/DeAPlaneta Libri,...

Una conversazione / Pierre Bourdieu. La violenza simbolica

Sergio Benvenuto – Nell’ambito del suo pensiero, Professor Bourdieu, lei ha elaborato il concetto di "violenza simbolica". Che cosa intende con questa nozione?  Pierre Bourdieu – La nozione di violenza simbolica mi è parsa necessaria per designare una forma di violenza che possiamo chiamare "dolce" e quasi invisibile. È una violenza che svolge un ruolo importantissimo in molte situazioni e relazioni umane. Per esempio, nelle rappresentazioni ordinarie, la relazione pedagogica è vista come un’azione di elevazione dove il mittente si mette, in qualche modo, alla portata del ricevente per portarlo a elevarsi fino al sapere, di cui il mittente è il portatore. È una visione non falsa, ma che maschera l'aspetto di violenza. La relazione pedagogica, per quanto possa essere attenta alle attese del ricevente, implica un'imposizione arbitraria di un arbitrio culturale. Per fare un esempio, basta paragonare – come si sta iniziando a fare – gli insegnamenti della filosofia negli Stati Uniti, in Italia, in Germania, in Francia, ecc.: si vede, allora, che il Pantheon dei filosofi che ognuno di questi tipi nazionali di insegnamento impone ai discenti è estremamente diverso e una parte dei...

Breve storia della stupidità

Capita a volte, in sede privata ma anche in occasioni pubbliche, indotti da emotività o dal desiderio di arrivare con immediatezza all’interlocutore, di usare in modo superficiale o sbrigativo certe parole e espressioni dando per scontato il loro senso a partire dall’uso più comune, che non sempre corrisponde a ciò che si pensa davvero. O a ciò che si crede di pensare. Così sono le benvenute le occasioni in cui si incontra qualcuno che alle parole dà un peso sempre, che non le usa mai nel loro versante apparentemente più scontato e diretto. Una poetessa per esempio. Anche a costo di salutari disguidi, che poi per fortuna si possono sciogliere in una considerazione reciproca migliore. È quello che mi è capitato a Bookpride, dove ho avuto modo di dialogare con Patrizia Valduga, che ha appena pubblicato Poesie erotiche per Einaudi, quando riprendendo alcuni suoi riferimenti a William Blake, ho parlato di stupidità menzionando una frase di Blake: “To Generalize is to be an Idiot; To Particularize is the Alone Distinction of Merit” (“Generalizzare è essere Stupido, Particolarizzare è l'Unica Distinzione di Merito”) e un verso tratto dal poema Jerusalem: “He who would do good to another...

Fanny & Alexander / Un rito per Primo Levi

Siamo qua continuamente a combattere con la memoria che svanisce, non solo per l’età che avanza ma soprattutto per le distrazioni, gli stimoli mitraglianti, gli appoggi esterni che ti dicono: tanto schiacci un pulsante e trovi notizie, neppure devi più alzarti per prendere un libro, per andare a cercare un giornale… Confesso il mio metodo: quando vedo gli spettacoli scrivo, scrivo moltissimo, cerco quasi di fermare tutto quello che sento, che vedo, che provo. Dato che annoto nel buio, quando vado per rileggere poco capisco di quello che ho segnato. Ma delle volte, come nel caso di Se questo è Levi, una “performance/reading itinerante sull’opera di Primo Levi” la luce è buona. I tre atti si svolgono in ambienti illuminati bene. Posso appuntare con cura, sempre con l’ansia di perdere, mentre scrivo, qualcosa del flusso dello spettacolo. Silvio D’Amico, il grande critico, fondatore dell’Accademia d’arte drammatica e dell’Enciclopedia dello spettacolo, diceva: durante la recita abbandonatevi a essa, non appuntate, non pensate a quello che dovrete poi mettere su carta, ai collegamenti brillanti, alle idee pungenti. Siate come in trance, rapinati da quello che vedete (così l’ho capita...

Icona

L’immagine viene solitamente considerata uno strumento che può essere utilizzato per riprodurre efficacemente la realtà. Ma può presentarsi anche come un’entità che è dotata di un’esistenza autonoma. Ha affermato infatti lo storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp, nel volume Immagini che ci guardano: «Mentre la lingua parlata è propria dell’uomo, le immagini gli vengono incontro sotto il segno di una corporeità aliena» (pp. 9-10). Ne consegue che le immagini sembrano ricavare dal fatto di godere di un’apparente autonomia rispetto agli esseri umani una notevole capacità di suscitare sensazioni ed emozioni. Tutte le immagini devono essere considerate efficaci dal punto di vista espressivo, ma ciò appare particolarmente evidente in alcune di esse che riescono a imporsi nella cultura collettiva. Si tratta d’immagini che possono essere definite “iconiche”, in quanto sono particolarmente intense e in grado di entrare nella memoria di tutti, influenzando così fenomeni sociali, comportamenti e relazioni.  Già Marshall McLuhan aveva sviluppato ne Gli strumenti del comunicare il concetto di «icona», la quale, a suo avviso, doveva essere considerata non semplicemente un’immagine, ma...

Domani al Circolo dei lettori di Torino alle 18 / Sincerità

Scriveva Montaigne, il 1° marzo 1580, a 47 anni, nella lettera introduttiva ai Saggi: «Questo, lettore, è un libro sincero». Ma attenzione: questa è la traduzione in lingua italiana di Fausta Garavini dell'originale francese che così suona: «C'est ceci un livre de bonne foy, lecteur». Se il traduttore non è un traditore, livre de bonne foy equivale a libro sincero. Lo è in quanto l'autore intende rivelarsi per quello che è, nel suo modo d'essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artifici. Poiché, ecco che arriva la spiegazione, «è me stesso che dipingo». Dipingo me stesso come sono perché so come sono, mi conosco. Il punto è oltremodo interessante per noi perché attribuisce alla sincerità l'attributo di espressione vera della conoscenza, presupponendo che l'autore conosca se stesso, il vero se stesso, e lo dipinga come un autoritratto fatto guardandosi allo specchio.    La sincerità e il «principio di D'Artagnan» Un altro aspetto stimolante è che la dichiarata sincerità di Montaigne coincide per lui con la non utilità: «Questo libro, ti [lettore] avverte fin dall'inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine». Se lo avessi scritto «per...

Metafisica del populismo III / Che cos’è la paura

Il populismo vive di paura. La diffonde, l’asseconda, le offre dei bersagli immaginari, l’amministra con leggi specifiche il cui scopo è quello di tenerne sempre alimentato il fuoco (vedi: decreto sicurezza e legittima difesa). La sicurezza, del resto, a chi la si può presentare come la merce più preziosa se non a chi sempre trema? E di che cosa ha più bisogno l’istanza populista se non del timore e tremore della creatura? È un’ovvietà ma va ribadita una volta di più: senza paura il populismo sfiorirebbe. La sorda rabbia che agita il suo elettore ne è una compiuta espressione. Al suo fondo, la rabbia è un grido inarticolato. Quella rabbia non ha infatti valore per i suoi contenuti. Per un certo pensiero progressista la rabbia dovrebbe venir meno se le sue cause materiali fossero finalmente esplicitate e concretamente affrontate. Allora, si dice, lascerebbe il posto a un agire razionale e non vi sarebbe più spazio per la propaganda. Questo è però un classico esempio di quell’illusione “illuminista” che, sopravvalutando il potere della ragione critica (in realtà, come subito vedremo, impotente per natura), oscura il fenomeno che vorrebbe comprendere. Il “soggetto” populista resta un...

Stato poetico e esperienza estetica / Edgar Morin. Nel gioco dell'arte e della vita

Scopriamo il valore della creatività e dell’estetica nell’esperienza umana in questo nostro tempo, più di quanto non avessimo fatto in passato. Quello che più conta è che ne riconosciamo la distinzione specifica, dal punto di vista evolutivo. Insieme al linguaggio verbale articolato e al pensiero simbolico, a cui sono strettamente connesse, la creatività e l’esperienza estetica sono caratteri peculiari e distintivi della nostra specie. Si ha la sensazione che l’attenzione riservata alla creatività e all’estetica possa essere collegata al bisogno che abbiamo di immaginare un mondo diverso da quello in cui viviamo, in quanto ci appare evidente che il mondo attuale sarebbe candidato a un esito certo ed infausto, qualora continuasse a evolversi secondo i modelli di vita dominanti di homo sapiens. Abbiamo un urgente bisogno di immaginare vie inedite per la nostra vita e la nostra capacità poetica, quella capacità di creare l’inedito, ne risulta probabilmente sollecitata.  Si tratta di una buona notizia e le pubblicazioni in materia sono di particolare importanza, come il contributo di E. Kandel, L’età dell’inconscio; quello di E. O. Wilson, Le origini della creatività; e ora il...

Quell'intervista a Playboy / McLuhan, cinquant’anni dopo

Per diverse serate, tra il dicembre del 1968 e il gennaio del 1969, Marshall McLuhan ha ricevuto nella sua casa di Toronto il giornalista Eric Norden, che poco tempo prima aveva intervistato il regista Stanley Kubrick. Fuori faceva molto freddo e McLuhan e Norden hanno chiacchierato per parecchie ore davanti al tepore del caminetto acceso. Ne è uscita una lunghissima intervista pubblicata sul numero del marzo 1969 di Playboy, che all’epoca era una rivista alla quale collaboravano alcuni degli intellettuali statunitensi più importanti, compreso McLuhan, che nel dicembre del 1968 vi aveva pubblicato l’articolo Il capovolgimento dell’immagine surriscaldata.    Quella pubblicata da Playboy può essere considerata la più famosa intervista rilasciata da parte di McLuhan e si tratta di un lungo dialogo nel quale il più importante studioso dei media ha riassunto con efficacia il suo originale pensiero. L’intervista è apparsa per la prima volta in italiano all’interno del volume Percezioni. Per un dizionario mediologico (Armando), curato alla fine degli anni Novanta da Gianpiero Gamaleri, ed è poi uscita in una nuova versione nel libro Intervista a Playboy. Un dialogo diretto con...