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Memoria

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Dijon, 22/27 novembre / Imparare ad aprire le ombre

lunedì   Mi trovo a Dijon da due giorni per l’allestimento di un’opera di Haydn, L’isola disabitata, che debutterà sabato prossimo. Luigi è qui da poco meno di un mese a provare coi cantanti. Al mio arrivo trovo Madame Devret ad accogliermi nell’appartamento di rue Berbisey che l’Opéra mi ha destinato. Da quando siamo stati chiusi, ogni volta che mi trovo ad alloggiare in una casa non mia, molto spesso in realtà, non riesco a non pensare come sarebbe trascorrerci un intero lockdown. Questa casa è calda e confortevole, ha il soffitto e i pavimenti in legno e una bella vetrata che divide la zona giorno dalla zona notte. Solo che ha punti luce decentrati e soffusi, di quelli che mandano morbidi aloni ocra tutto intorno e sembra fatta solo per trascorrerci serate infinite a chiacchierare con gli amici, magari con un bicchiere tra le mani (questa casa, infatti, è piena di bicchieri, tutti bellissimi).   Io però dovrò scriverci e studiare, almeno per il tempo che non trascorrerò in teatro. La prima cosa che faccio rimasta sola, dunque, è svitare e riavvitare freneticamente le lampadine e spostare ogni lampada possibile per concentrare la luce in un punto che coincida quanto...

Parole per il futuro / Vulnerabilità

Sono vulnerabili i fili che ci legano alla vita, e in questo sta la loro forza. Sono fluttuanti, sono ambigui quei fili. Come tutto quello che è vitale e che nella vita conta.   Che l’ombelico sia una ferita cicatrizzata è un fatto evidente e originario. Senza quella ferita non saremmo qui e da quella ferita si genera la nostra esistenza autonoma, ancorché per sempre dipendente, dagli altri e dal sistema vivente di cui siamo parte. In quanto dipendenti e vulnerabili, e perché tali, continueremo a divenire noi stessi finché saremo vivi, cercando la nostra autonomia. La vitalità di quell’autonomia sarà tale in quanto porosa: sarà sempre e comunque la sua porosità a caratterizzarne l’unicità. Che se la perdesse, quella porosità, la nostra autonomia imploderebbe in un’autistica chiusura fino alla morte.   Identificata con la ferita e con una certa accezione della ferita intesa solo come violazione del corpo e della mente, la vulnerabilità ha pagato un costo al narcisismo e a un certo modo di intendere il significato di essere umani e viventi. In tal senso è forse l’indicatore più efficace per cogliere le derive che hanno portato homo sapiens a porsi sopra le parti, fino a...

Vette conquistate, maestri mancati e colpi di grazia / Sergio Luzzatto. Vita e morte di Guido Rossa

Niente di niente – nessuna opera, nessuna persona, nessun progetto nella storia o nella vita – va preso semplicemente per quel che è. Per quel che dice, o si propone, di essere.  Vale anche per i libri, quando effettivamente si tratta di lavori accurati e fecondi. Preziosi, dunque, per i punti fermi e l'esatta conoscenza che fissano. Per le luci inattese che irradiano. Per la complessità di sguardi a cui conducono. Per le ulteriori strade che indicano. Alle quali, talvolta, alludono. Più o meno consapevolmente.  Perché tutto questo dovrebbe star dentro un libro irrinunciabile. Capace anche di andare oltre. Nel saggio di Sergio Luzzatto, Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa (Einaudi, pp. 237, euro 16), tutto questo lo trova puntualmente chi non si accontenta di accompagnare, sulla linea del tempo, gli eventi che compongono la biografia di Guido Rossa. Luzzatto procede puntigliosamente, e con esplicito coinvolgimento, ripercorrendo il segmento che corre tra il nascere del protagonista della sua ricostruzione (a Cesio Maggiore, Belluno, 1° dicembre1934) e la sua morte, a 45 anni, (il 24 gennaio 1979, Genova, alle ore 6.30 del mattino, assassinato sulla sua...

Il ritorno dello scrittore polacco / Grandezza di Stanislaw Lem

Esistono autori sfortunati, messi nell’angolo perché affetti da disattenzione oppure perché girovaghi tra gli editori oppure ancora perché tradotti a singhiozzo. Stanislaw Lem, polacco nato nel 1921 e morto nel 2006, è uno di questi ma la sua sfortuna è immeritata. Conosciuto soprattutto, e forse quasi esclusivamente, per Solaris del 1961 (da ultimo in Sellerio) e per il conseguente film del 1972 di Tarkovsjij, al pubblico italiano giunge la sua produzione in termini incompleti e ondeggianti tra svariati editori, Sellerio, Marcos, Voland, Bollati Boringhieri, Mondadori con Urania, o addirittura in attesa di traduzione (su di lui doppiozero, Maculotti, “La fantascienza apocrifa di Stanislaw Lem” e Orlando Meloni, “Il ritorno di Stanislaw Lem”). Ma perché questa sorte nonostante la fama mondiale, la candidatura al Nobel nel 1977, la vendita nel mondo di migliaia di copie, il Premio di Stato della Polonia nel 1973, il Grand Prix al terzo Congresso Europeo di Fantascienza nel 1976?    La risposta più semplice, e come spesso avviene forse la più banale, è che il nostro paga l’atipicità rispetto alla letteratura di fantascienza dominante, in cui peraltro si immerse dal 1951...

Un saggio di Paolo Bertinetto / Arti dell’improvvisazione

Improvvisa la vita Ottiero Ottieri     Quando ripariamo un ventilatore con un pezzo proveniente da un altro elettrodomestico; quando cerchiamo di cavarcela in una situazione sociale inaspettata; quando immaginiamo un percorso alternativo, forse non sappiamo di stare facendo qualcosa di simile al sax di Coltrane che inanella uno sull’altro, con incredibili grazia e violenza, i propri taglienti sheets of sound. Non stiamo ovviamente facendo la stessa cosa, ma di certo qualcosa di imparentato con l’azione artistica improvvisata. Questo e altro il lettore può apprendere dal saggio di Alessandro Bertinetto, Estetica dell’improvvisazione (Bologna, il Mulino 2021), che si prefigge di elevare a dignità estetica una modalità dell’arte per cui l’Estetica moderna ha sempre mostrato una certa diffidenza: laddove, invece, gli ultimi due secoli hanno visto in generale, in molteplici contesti culturali, un rilancio dell’improvvisazione nelle diverse prassi artistiche. Se il secondo capitolo è dedicato a delineare il concetto-base dell’intero saggio: la «grammatica della contingenza; il primo e l’ultimo, rispettivamente La nascita dell’arte dallo spirito dell’improvvisazione e Un’...

Clorofilla / Venere e altre piante carnivore

In passato, qualcuno mi diede della Drosera, una piantina carnivora, o per meglio dire insettivora, ché mosche e zanzare, di carne, son ben scarse. Lì per lì, per consolarmi, mi dissi che, forse, era perché ho belle ciglia. Il nome di derivazione greca significa infatti “rugiadosa” in riferimento alle foglie cigliate con una gocciolina in cima ad ogni villo e scintillante al sole. Però non mi trucco, non metto rimmel per accentuare, incurvare, allungare e render più vezzosi i peli delle mie palpebre.  Ad ogni modo, non era il caso di offendersi. Anzi, andava proprio pigliato come un complimento. Le Drosere (Drosera rotundifolia) sono piante di notevole intelligenza ingegneristica, adattabili e con un loro fascino attrattivo, benché mortifero. Gli insetti – si sa – sono necessari per la riproduzione di molte specie vegetali che mettono in atto portentose strategie di richiamo. Ma, ce ne sono alcune che, dopo averli abbracciati, se li mangiano. E addio verginità vegetale cruelty free.      Siamo propensi a pensare alle insettivore come piante esotiche, nei vivai troviamo con facilità Nepenthes alata e Dionaea muscipula (altrimenti nota come “Venere...

Un libro di Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi / “Cellula”, sopravvivenze della scena

La cellula, l’anatomia, la scena e il cosmo. Un istantaneo, fulmineo salto di piani dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande che svela, già a un primo sguardo, tra titolo, sottotitolo e immagine di copertina, l’incommensurabilità dell’intreccio che il volume di Enrico Pitozzi ed Ermanna Montanari – uscito lo scorso giugno per i tipi di Quodlibet – intende evocare e proporre. Cellula è elemento primo, nucleo di possibilità, promessa di forma, corpo in potenza. L’anatomia, invece, è già indagine sul corpo formato, aggregato di cellule, perlustrazione del realizzarsi e dell’imporsi di una possibilità su tutte le altre. Ma la specificazione ci dice che quel corpo di cui si tenta l’anatomia è spazio scenico, l’intera scena come corpo, insomma, il luogo in cui ogni possibilità è rimessa in gioco, richiamata in causa per mettere in discussione e in crisi il già costituito, il mondo per come lo conosciamo. Per smentirne le apparenze e manifestarne origini ed essenze. Ed ecco che, ancora in copertina, dalle parole del titolo e del sottotitolo che abbiamo osservato fin qui, si genera l’immagine: non quella che ci si aspetterebbe – nessun diretto riferimento allo specifico...

Diario 1990 / Ricordo di Pier Vittorio Tondelli

Ho conosciuto Pier Vittorio Tondelli nel 1983, un anno dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, Pao Pao. Allora gestivo la programmazione del Teatro Affratellamento di Firenze e, come attività collaterali, organizzavamo presentazioni di libri. Chiamai Franco Cordelli, che fece una lettura affettuosa del libro, davanti a un pubblico giovane: in quegli anni il teatro aveva spettatori under 30, Pier Vittorio nell’83 aveva appena 28 anni. Diventammo amici e Firenze la sua città elettiva. Gli presentai, nel corso del tempo, protagonisti e comparse della scena culturale fiorentina: Federico Tiezzi, Sandro Lombardi e Marion D’Amburgo che allora si chiamavano Magazzini Criminali, Giovanni Agosti, Aldo Rostagno, Paolo Isidori, Giancarlo Cauteruccio che aveva fondato Il Marchingegno, che poi cambiò nome in Krypton, gli artisti Luciano Bartolini e Monica Sarsini, Tommaso del Signore, Frances Lansing e Cristiano Toraldo di Francia, Michelangelo Caponetto e Lorenza Pampaloni, Ennio Bertolucci, Carlo Ducci, Patrizia Adami Rook, Derno Ricci, Gianluca Gori, Sandro Pestelli, Lorenzo Mazzini. Anche Dani Karavan, che tornava di tanto in tanto a Firenze dopo la grande mostra che la città gli...

La scultura dalla preistoria ad oggi / Plasmare il Mondo

La storia dell’arte è finita? In un saggio pubblicato nel 1989, Hans Belting rileva la necessità di emancipare lo studio dell’arte dai modelli di stampo storiografico e stilistico, divenuti obsoleti. Gli sviluppi dell’arte moderna e contemporanea, la globalizzazione e l’emergere di esperienze artistiche precedentemente marginalizzate, impongono una revisione di questi modelli. Secondo Belting, la storia dell’arte dovrebbe aprirsi a una molteplicità di narrazioni in grado di aderire alla particolarità di ogni opera d’arte, indagando “sul mezzo artistico, sull’uomo storico e le sue immagini del mondo” (La fine della storia dell'arte o la libertà dell'arte, Einaudi, 1989, p. 51). Attraverso gli studi dello storico dell’arte tedesco si fa strada una storia antropologica delle immagini, che possono vivere in un’opera d’arte ma non necessariamente coincidere con essa (Antropologia delle immagini, Carocci, 2018, p. 10).     Plasmare il mondo. La scultura dalla preistoria ad oggi (Einaudi, 2021) è una di queste narrazioni alternative a quella storiografica, nella quale si avverte l’eco dell’approccio antropologico di Belting. È una lunga conversazione tra l’artista Antony...

Mai dire Maid / Sarà mai felice una colf?

“Voglio un mondo in cui chiunque possa arrivare fin dove i suoi sforzi e il suo talento lo possono portare” ha detto il presidente Obama un centinaio di volte nei suoi discorsi al popolo americano. Non è il mondo in cui si muove Alex, la protagonista di Maid, una miniserie televisiva di Netflix tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother's Will to Survive).  O forse sì. Forse il mondo che Obama si immagina non è così diverso dal mondo di Maid, perché tanto in questa storia, come nella visione di Obama (la sua vision), si combinano gli elementi fondamentali della narrazione del sogno americano e cioè il talento, il duro lavoro, un movimento verso l’alto (“fin dove”), più un quarto elemento che in genere è solo implicato o relegato nello sfondo, ma altrettanto fondativo: la condizione degli umili senza arte né parte da cui i meritevoli si affrancano e che resta, lì in basso, negletta e deprecata. Attorno a questo dubbio girano le riflessioni del presente articolo.   Alex è una giovane madre statunitense che per uscire dalla relazione malata e violenta con il marito è costretta a entrare nella povertà estrema. Fugge di casa...

Larsen C di Christos Papadopoulos / Danza come esperienza estetica

Lo spettacolo – ipnotico, caustico, avvolgente – inizia con una luce che fende lo spazio della scena. Così facendo, il nero perfetto della scatola teatrale che giace nelle retine del pubblico appare ferito da quel fascio luminoso. Non siamo più di fronte a uno spazio-tempo a scorrimento immobile, ma a un ambiente esperienziale vero e proprio in cui si innesta un ticchettio cronografico. C’è uno stato di sommessa, sottile agitazione che permea l’inizio e che trova liberazione solo nel superamento di quell’immagine iniziale e scura, un’immagine tanto conchiusa e definitiva quanto semplice ed enigmatica. Da quella apertura disegnata dalla luce, che sì apre un varco ma in realtà non preannuncia nulla di ciò che segue, a una a una iniziano ad apparire immagini plastiche e misteriose. Questo primo segmento di luce è, dunque, uno spazio laterale. È una zona che si estende quasi discretamente verso il fondo della scena. Una sagoma emerge da una penombra in cui si staglia in maniera via via più chiara un preludio di corporeità: così la danza si annuncia. Si intuisce la natura umana di questa prima forma, da essa emana un calore. L’immagine è quella di una superficie liscia, mobile, duttile...

Corpus domini a Palazzo Reale, Milano / Il corpo in mostra

  Se qualcuno oggi vi proponesse di fare una mostra sul corpo e voi gli rispondeste: “La faccio volentieri, a patto di escludere tre cose: il sesso, i cyborg e troppi video”, credo che vi darebbero una bella stretta di mano liquidandovi in fretta. Eppure a Palazzo Reale di Milano, fino alla fine di gennaio, potrete vederne una fatta proprio così.    Fatta di opere concrete, materiali: in altre parole di oggetti. Molto poco tecnologica. E in un certo senso stranamente asessuata. La duplice mancanza del virtuale e del meccanico ci spinge a capire quanto noi stessi siamo già virtuali e meccanici. Senza bisogno di tante protesi o prolunghe. Perché dietro ogni corpo c’è sempre uno spettro, e dietro ogni essere vivente un manichino. La mancanza del sesso, d’altra parte, serve a non distrarci e a farci tornare all’essenza. Non che il sesso non lo sia, ma talvolta è utile cancellare qualcosa di troppo onnipresente per vedere meglio ciò che resta.    Curata da Francesca Alfano Miglietti e intitolata Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima, la mostra ci accoglie con un’affiche bianca e nera, che espone le impronte digitali dei trentotto...

Ogni storiografia è autobiografia / Carlo Ginzburg. La lettera uccide

La lettera uccide, scrive Paolo di Tarso. La lettera uccide chi la ignora, replica Carlo Ginzburg.  In estrema e brutale sintesi, questo pare essere il senso dell'ultimo libro di Carlo Ginzburg, appena uscito per Adelphi, La lettera uccide. Si tratta di un libro densissimo, coltissimo e appassionante. Tredici capitoli, di cui due inediti, che, nella vasta produzione di questo storico, richiamano, per impostazione e struttura, titoli come Occhiacci di legno o, anche, Il filo e le tracce. Gli argomenti affrontati apparentemente sono eterogenei, da sant'Agostino a Garcilaso de la Vega, da Giovanni Gentile a Montaigne, passando per Machiavelli, Michelangelo, padre Matteo Ricci ed Ernesto De Martino nonché parecchi altri. Riassumere il testo pare quindi a tutta prima assai difficile. Ma, al di là della congerie (in senso nobilmente retorico) di nomi e dati, vi sono alcuni pochi elementi ricorrenti, alcune costanti che, ci permettiamo di dire, sfiorano quasi l'ossessione. Sicché il riassunto del libro pare invece poi abbastanza fattibile. Tentiamolo.   Si tratta di esperimenti mentali, o esercizi, come li chiama a più riprese l'autore, e tutti sottintendono, o “implicano”,...

2001-2021 / Mulholland Drive: viaggio al termine dell’inconscio

Un uomo legato, gambe e braccia, a un letto. Del suo aguzzino si vedono solo i piedi, con eleganti scarpe scure, e le mani, tra le dita una siringa. L’uomo è un detective alla ricerca di risposte, sulle tracce di un mistero che una giovane donna si è portata nella tomba lasciando dietro di sé solo pochi fumosi indizi. L’aguzzino è un medico affiliato con una misteriosa organizzazione criminale: «Le ha chiesto di ricordare. Cosa deve ricordare? Mentre sarà addormentato, il suo subconscio ci fornirà la risposta. Sogni d’oro».  Qui “inizia” Mulholland Drive: da una scena di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, una delle pietre tombali, insieme a L’infernale Quinlan di Orson Welles, del noir classico. Definito un “noir apocalittico” – per la sua tematica, certo, ma anche per gli effetti esplosivi che ha avuto sull’immaginario cinematografico a venire – il film denuncia la crisi dell’identità americana nell’era del maccartismo. Lynch lo saccheggia con gusto sia per Strade perdute che per Mulholland Drive, due manifesti della crisi psichica dell’uomo all’alba della globalizzazione.       Questo millennio cinematografico si è aperto con la celebrazione delle...

L'opera di Edouard Louis / La malattia del maschio

Negli ultimi due mesi ha avuto inizio su Facebook una campagna di sensibilizzazione caratterizzata dalla medesima potentissima valenza eversiva del movimento #metoo nato nel 2017: con l’hashtag #tuttacolpamia la pagina femminista Abbatto i Muri ha pubblicato – e pubblica tuttora – quotidianamente le testimonianze anonime di molestie di ogni genere a sfondo sessuale. Lo scopo preciso è quello di far emergere quella collettiva voce inconscia che nella società spinge le donne a sentirsi colpevoli degli abusi subiti perché troppo arrendevoli, remissive, provocatorie.   I racconti postati definiscono situazioni ed esperienze di ogni tipo che, al di là del trauma esplicitamente riconosciuto dello stupro, individuano l’evento della molestia sessuale come un fatto intrinsecamente presente a vari livelli nella vita di ogni donna. La sopraffazione maschile sembra innervare come una fitta rete capillare la totale dimensione del vivere sociale, basando la propria dignità sul valore biologico assegnato a quello che di fatto è un concetto culturale di mascolinità. È ben noto il pregiudizio secondo cui per sua costituzione ormonale e fisica il maschio sia fatto in un certo modo innato e...

Il linguaggio delle emozioni / I no vax del Settecento

“Chi innesta è 52 volte più pio di chi lascia correre!” Questa frase appartiene al repertorio del sacerdote fiorentino Gaetano Veraci, operante nella chiesa di San Miniato. Fu pronunciata nel 1756 nell’Accademia degli Instabili di Firenze, per cercare di arginare le conseguenze del vaiolo, diventate ormai devastanti. La malattia era riuscita infatti a seminare il terrore in Europa per la sua contagiosità e per una letalità altissima, con picchi del 30%. Sembrava quasi impossibile combatterla, anche a causa degli scetticismi e delle resistenze verso le scoperte mediche che attraversavano il corpo sociale. Un esempio eloquente si era avuto già agli inizi del secolo, quando due viaggiatori – il console veneziano Jacopo Pilarino e il dragomanno di origini genovesi Emanuel Timoni – avevano cercato di spiegare che esisteva un metodo per combattere l’epidemia. Nelle loro esperienze nel vicino Oriente, avevano appreso di una pratica plurisecolare proveniente dal cuore del continente asiatico: consisteva nell’usare sostanze ricavate dal corpo dei malati per provocare un’infezione lieve a un paziente sano, rendendolo immune all’insorgere di forme più gravi. Pur provando a interloquire...

Un libro fotografico di Matt Black / American Geography: povertà e bellezza

Qual è il limite estremo della povertà? E quello del male? E quello dell’orrore? Non è nell’azione che conduce a uno status ma oltre, quando appunto la soglia del limite è superata da tempo. L’orrore inizia quando non c’è più niente da fare, quando è troppo tardi. Nessuno ne saprà niente perché non c’è nessuno che guardi, in quell’incrocio disperato di strade deserte, dove anche le insegne cadono a pezzi, dove non c’è nessuno e niente da condividere. Il freddo, scelto da Matt Black come stagione di fondo, è anch’esso un limite. Devi stare più che puoi accanto a una fonte di calore. Una vecchia stufa, che appare sopraffatta dal freddo, soltanto una scintilla nel gelo. Il materasso gelato sotto la neve, abbandonato sul marciapiede, sembra un giaciglio per fantasmi, per gente già morta da tempo. Sfogliando queste magnifiche fotografie mi sono tornate in mente certe notti nordiche, quando uscivo per lavoro e il termometro diceva meno 36. Il freddo non lo puoi dimenticare. Per chi vive all’aperto è come una malattia: se si diffonde dentro di te sei spacciato. Perché il freddo ti prende e poi non ti lascia neppure se lo bruci. È il freddo stesso che brucia.    El Paso, Texas...

Materia per materia / Insegnare le scienze umane

Una storia edificante   Durante un consiglio di classe il professor Adalberto Somma che insegna matematica in un liceo delle scienze umane fa notare che l’allieva Piera Pieri è molto brillante nella sua materia e si chiede come mai non abbia frequentato il liceo scientifico. La conclusione che possiamo trarre da questa affermazione è che se l’allieva fosse stata molto brava in letteratura italiana e in latino avrebbe dovuto iscriversi al liceo classico e se fosse stata fortissima in lingua straniera forse avrebbe potuto iscriversi al liceo linguistico. Ma la domanda che sorge dopo questo racconto è: chi dovrebbe iscriversi al liceo delle scienze umane e che capacità, passioni e interessi deve avere? Quello in cui insegno è un liceo considerato “debole” per il riverbero della cultura idealistica di stampo crociano e gentiliano che ha sempre visto negativamente le scienze sociali. Le critiche di Croce e Gentile alla sociologia, alla pedagogia (si pensi alla battaglia persa da Maria Montessori in Italia) e alla psicologia pronunciate a convegni e vergate inizialmente sulle pagine di “La Critica” hanno lasciato un segno deciso che è presente negli angoli più impensabili della...

23 novembre 1921 - 23 novembre 2021 / Fred Buscaglione: dal whisky facile

La sera del 15 gennaio 1935 – XIII dell’Era Fascista, alla vigilia della guerra di Abissinia – il quattordicenne Ferdinando “Nando” Buscaglione (nato cent’anni fa a Torino, il 23 novembre 1921), studente di violino – ’l merlus, il merluzzo, lo chiamava lui – si trovava fra il pubblico del Teatro Politeama Chiarella di via Principe Tommaso (dove nel 1910 Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Boccioni avevano  presentato il Manifesto della pittura futurista), insieme all’amico fisarmonicista Renato Germonio, conosciuto alle adunate del sabato, ad ascoltare e a spellarsi le mani per applaudire nientemeno che Louis Armstrong nella storica serata del suo primo concerto in Italia organizzato da Alfredo Antonino, personaggio di spicco dell’ambiente d’avanguardia musicale torinese, fondatore dell’Hot Club, primo ritrovo di jazz in Italia, frequentato da intellettuali come Mario Soldati, Massimo Mila, Cesare Pavese.    Per Nando Buscaglione quel concerto segnerà il suo futuro di musicista: dal violino studiato al Conservatorio si dedicherà sempre più al contrabbasso, con puntate verso la fisarmonica, la tromba, il pianoforte («Ero una specie di orchestra vivente», ebbe a dire...

Allah 99 / Hassan Blasim, un iracheno irriverente

«L’uomo di YouTube ruba le scarpe dicendo: Di sicuro queste non vi serviranno quando entrerete nel vostro paradiso». Allah 99 è il nome di un blog ed è il titolo di questo libro, e novantanove sono anche i nomi con cui il libro sacro della religione islamica definisce la divinità. Il numero indica quello delle interviste che Hassan Blasim sta raccogliendo per il blog. Le persone intervistate sono segnate da esperienze traumatiche, da episodi violenti, dal terrorismo, da guerre civili, da lunghe esperienze di emigrazione clandestina, da rifugi precari, dall’essere rifugiati politici, dall’essere accolti ma mai abbastanza, dal non essere accolti affatto. Persone che hanno perso tutto, che hanno dovuto abbandonare affetti e cose care, più volte. Quote di sentimento perdute e mai più ritrovate.   Persone che trovano, talvolta, la maniera di sorridere lasciando da parte per pochi istanti il dolore. Cicatrici, ferite laceranti, pesi terribili da portare con sé, solitudini a più livelli, a ogni latitudine. Molto amore, però, angosce compensate da istanti di fratellanza, dal sesso, da grandi bevute, dalla lettura, da una carezza che qualcuno fa ogni tanto a qualcun altro, da qualche...

Parole per il futuro / Domani

Quando siamo nel tempo e le cose avvengono con una progressione che sembra allineare i momenti gli uni dopo gli altri, desideriamo il domani. Se siamo innamorati, o in un gruppo che si eccita per un progetto che condivide, o in viaggio, e vogliamo vedere luoghi diversi.  Viceversa, se a scuola temiamo un compito in classe o un’interrogazione, o in qualche modo di avvicinarci a una resa dei conti in cui saremo insufficienti, del domani abbiamo paura e ci ritiriamo dal futuro come da un pericolo. Queste due tensioni contrastanti le conosciamo quando siamo nel tempo. Ma a volte siamo anche fuori dal tempo. Quando sogniamo, o quando siamo insieme a qualcuno, così intimi nell’essere e nel parlare, nel toccarci e nel guardarci che il solo controllare che ore sono è un tradimento.    Questa esperienza è ordinaria e la facciamo di continuo. Chi non controlla l’orologio per prendere un treno? E chi non si sente giustamente umiliato se chi fa l’amore con noi guarda l’orologio? Pensare che qualcuno o qualcosa ci fa perdere tempo è in fondo disprezzarne la compagnia, come se la nostra vita aspettasse un momento successivo per ricominciare a svolgersi. Così come, se non si è...

Artefatti e forme della società / Bruno Latour, Design, politica e tecnologia

C’è un gatto che miagola davanti alla porta: vuole uscire per una passeggiata. Il proprietario dell’ufficio dove si trova quella porta s’innervosisce parecchio: passa il suo tempo ad aprire e chiudere perché l’animale fa va-e-vieni di continuo e lui, cagionevole di salute, non tollera le correnti d’aria. Il gatto vorrebbe la porta sempre aperta. Lui sempre chiusa. Da cui questi continui miagolii, da un lato, e queste continue aperture e chiusure, dall’altro, con relative arrabbiature e strepiti collettivi. Uno stress.  Risolve la questione Gaston Lagaffe, protagonista del noto fumetto belga di André Franquin, anche perché quel gatto gli appartiene, lo adora, e quel tizio lì è il suo capo: ne va del benessere del micio, ma anche del suo posto di lavoro. Così, taglia un pezzo di porta, in basso, e con due cardini e il pezzo di legno costruisce una gattaiola: d’ora in poi la porta resterà chiusa, non ci saranno più correnti d’aria, i raffreddori scongiurati, e il gatto potrà comunque entrare e uscire a suo piacimento.   È bastato un colpo di ingegno, una sega, due cardini e qualche chiodo non solo per superare il problema ma, a ben vedere, per invertire i rapporti di forza...

Falso nome di Ricardo Piglia / Ma io non sono Roberto Arlt

Non è un segreto: la frizione tra realtà e finzione, l’equilibrio di forze che spingono le une contro le altre (a volte le une verso le altre) – questo è il nucleo dell’opera di Ricardo Piglia, in narrativa come nella critica. Non si tratta di dire che, nei suoi testi, come d’altra parte in ogni testo letterario, realtà e finzione siano in contatto e in tensione; si tratta invece del fatto che questa tensione è il tema e il motore delle narrazioni e degli interventi critici dello scrittore argentino.  La centralità di questo elemento si manifesta in diversi modi. Sul piano tematico compare la figura del bovarismo, in particolare in due testi: il romanzo Solo per Ida Brown e il saggio “La lanterna di Anna Karenina”. In entrambi i casi il bovarismo è articolato come “l’illusione di realtà della finzione come segno di ciò che manca nella vita” (“La lanterna di Anna Karenina”, in L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007, p.128, trad. Alessandro Gianetti). Questa configurazione del conflitto realtà-finzione indica un movimento e una dinamica: il lettore, reale o fittizio, cerca nel testo ciò che è assente nella vita; da qui la spinta all’identificazione con i personaggi della...

Chiude la Biennale di Architettura / L’assenza del passato e il principio di precauzione

Si è appena conclusa la XVII Mostra internazionale di Architettura di Venezia, con un incremento del numero di visitatori rispetto al 2018 che da una parte conferma la tendenza delle ultime edizioni, dall’altra il successo di molti altri eventi e mostre di questa estate. Emerge un diffuso desiderio di prossimità, normalità, e di certi riti, rassicuranti, come ad esempio suggerisce il caso del Salone del libro di Torino dello scorso ottobre.   Le istituzioni culturali non sono state le uniche a beneficiare del ritorno alla apparente normalità che ha contrassegnato l’estate scorsa. Negli stessi mesi della Biennale di Architettura, ad esempio, l’Architecture Billings Index (ABI), un indicatore economico che misura l’attività edilizia nel settore non residenziale negli Stati Uniti, risulta in continua ripresa, nonostante il progressivo aumento dei costi del lavoro e dei materiali da costruzione. Tutto questo con grande soddisfazione di molti architetti e delle diverse componenti del settore delle costruzioni, un settore che si caratterizza per la sua vasta impronta ecologica, il suo consumo energetico, e la sua considerevole produzione di rifiuti. L’andamento dell’ABI...