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Memoria

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Tempo / Vita di quarantena in città

Dall’alto del quinto piano per la prima volta vedo la vita dei vicini, come sono le loro finestre, le piante sui balconi, le piastrelle sui terrazzini, l’invecchiamento delle imposte. Mentre la palla nella sua parabola inciampa sul filo dei panni e mia figlia corre a recuperarla, capisco con un’occhiata dove dormono i ragazzi degli altri: sui vetri delle finestre hanno appeso dall’interno sempre qualcosa di colorato che appare sfumato alla vista, ma dà calore. La quarantena mi ha fatto scoprire il terrazzo condominiale, dove un secolo fa stendevano i panni e oggi ci sono i segni colorati dei gessetti che le bimbe dei vicini tracciano a terra quando salgono, come noi, a prendere aria.    Noi giochiamo a palla asino, ogni volta che uno sbaglia prende una lettera, A, S, I, N, O; chi realizza la parola completa ha perso. Prendiamo il gioco seriamente e io cerco di renderlo più difficile gettando la palla obliquamente per far fare uno scatto imprevisto al corpo, perché mia figlia faccia un po’ di moto. I suoi undici anni sono come intorpiditi da questo mese e mezzo di reclusione forzata. Lei, che è una piletta di energia e anche in casa deve fare il parcours domestico, che...

Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...

Luigino Bruni / Il capitalismo e il sacro

Nel secolo scorso il comunismo, ateo e materialista, era visto come la peggiore minaccia alla religione oltre che ovviamente il nemico naturale del sistema capitalista. Per come sono andate le cose, oggi si può dire che la battaglia è stata vinta dal capitalismo; tra le ragioni che lo hanno portato a prevalere probabilmente c'è una visione più realista dei bisogni, dei desideri e della psicologia umana mentre il comunismo si è costruito attorno a un "uomo ideale" ma inesistente. Il capitalismo, inoltre, ha saputo assimilare e reinterpretare le radici religiose dell’homo oeconomicus facendole fruttare a proprio vantaggio. Così «il capitalismo del nostro tempo è sempre più simile a una religione o … a una idolatria. Il Cristianesimo del XX secolo ha combattuto una battaglia campale contro l’ateismo … senza accorgersi … che nessuna ideologia era mai riuscita come il capitalismo a eliminare la religione ebraico-cristiana dal cuore delle persone e dei popoli», semplicemente sostituendosi ad essa, come una nuova religione, o meglio come una vera e propria idolatria.    Questa è la tesi principale che l’economista Luigino Bruni discute nel saggio Il capitalismo e il sacro (Vita...

Bergamo / Il virus visto da dentro

Ho attraversato l’esperienza del virus, proprio questo virus, a Bergamo, in questi giorni. Chissà quanti l’hanno attraversata senza neppure averne consapevolezza, alcuni, i più giovani, senza conseguenze, altri morendo senza causa efficiente, senza che il tampone fornisse loro il sigillo di morte “autentica”. Le pagine dei necrologi sono lievitate da una a dodici, le notizie degli amici, dei conoscenti, dei giornali si diffondono, senza remissione. Io sto meglio, ma non è questo il punto. Chi, come me, il virus lo sta attraversando ha fatto un’esperienza sui generis. La descriverò qui con parole mie, che voglio condividere con il lettore.  Per la mia esperienza – sto attraversando il virus e sto sopravvivendo – non è tanto il fatto di essere stato inserito in una sala d’emergenza gremita; il non avere avuto un luogo dove stare, finché qualcuno non ti dà un giaciglio su cui coricarti, inadeguato, il tuo primo privilegio; neppure stare dentro al lazzaretto degli appestati, dove, se devi pisciare – poiché sei già attaccato a due tubi, liquido e gassoso – lo devi fare lì, in un contenitore di cartapesta, davanti agli altri, che ti guardano, come tu guardi loro. Fai un piccolo...

Tanto dimenticano? / Bambini senza soluzioni

Vivo in campagna e ho la fortuna di avere uno spazio esterno. Ho anche due figli e qualche mattina fa, il piccolo di un anno e mezzo, dopo oltre venti giorni di questa nuova vita ha iniziato a urlare e usare alcune delle poche parole che sa pronunciare. “Chiavi”, battendo le mani sul cancello per aprirlo e uscire in strada, “spesa” perché voleva salire in auto, e pur di uscire sarebbe andato benissimo il supermercato, cercando anche di arrampicarsi fino alla maniglia dello sportello. Tra le fortune ascrivibili anche quella di vivere in un paesino lontano dalle zone più colpite dal Coronavirus. Mia figlia più grande ha quasi 6 anni, la notte ha degli incubi ed i sogni migliori sono quelli in cui incontra nuovamente i nonni e i suoi coetanei. Da un paio di settimane sta organizzando un pigiama party per quando sarà possibile uscire nuovamente di casa. Facciamo molte videochiamate e quella organizzata dalla scuola materna l'ha attesa per una settimana, in agitazione. In programma per le 17 ha iniziato il conto alla rovescia dall'ora di colazione, portando sul tavolo l'orologio sveglia e continuando a fissarlo fino all'ora stabilita. La sua faccia quando ha visto le maestre e i...

Una conversazione con Mark Cousins / L’accademia di Venere

Impresa da rabdomante illuminato, che va scovando vene sotterranee, ma anche biforcazioni, viottoli e carreggiate lungo i quali s’accampa per un poco la storia del cinema: Women Make Film, il nuovo documentario di Mark Cousins, è anche questo. 14 ore, divise in cinque blocchi e quaranta capitoli: un “road movie”, o meglio un film di film che raccoglie e monta, in maniera non cronologica, più di un secolo di sguardi di donne.    Mi trovo al Dublin Film Festival insieme ad altre due studentesse del Trinity College. La pandemia – che dopo appena qualche settimana mi costringerà ad abbandonare l’Irlanda – è ancora uno spettro senza contorni definiti. Di fronte a noi, Cousins sta introducendo la sua opera: percorre la sala da una parte all’altra, con umore palpitante, e ci mostra gli appunti di lavorazione. Sono decine e decine di foglie pinzati insieme che ricordano un’epopea ordita al contrario, il sogno orizzontale di un cinema come «magia degli accostamenti», secondo una formula presa in prestito dall’Hofmannsthal di Andrea o I ricongiunti.       Cousins ci racconta poi delle difficoltà di produzione. Di quando una notte scrisse a Jane Fonda una lettera...

Un delitto efferato / Bob Dylan. Murder Most Foul

Con un messaggio sul suo sito www.bobdylan.com e poi su vari social media, Bob Dylan ha annunciato l’uscita di questa sua canzone, Murder Most Foul, dedicata all’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas il 22 novembre 1963. La canzone, postata su youtube e ripresa da vari siti, è la prima in otto anni firmata da Dylan (dall’uscita di Tempest, 2012) e stando alla voce e dall’arrangiamento sembra registrata non più di cinque anni fa. “Murder most foul”, il delitto più efferato, è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5; lo spettro del padre descrive la sua morte ad Amleto) e tutta la canzone, come è nello stile di Dylan, contiene moltissime citazioni da canzoni e film, riferimenti letterari e storici, in particolare relativi all’assassinio di Kennedy il riferimento alla “collinetta erbosa” o grassy knoll verrà immediatamente compreso da chi è convinto che proprio dietro quella collinetta della Dealey Plaza di Dallas si celasse un tiratore scelto) ma non solo. L’ultima parte è una vera e propria litania, in cui Dylan invoca il disc jockey Wolfman Jack (Robert Preston Smith, 1938-1995) perché suoni, come lamento funebre per il presidente...

Rischi e opportunità del Covid-19 / Un umanesimo rigenerato

Con l'esplosione del Coronavirus siamo assoggettati a un isolamento fisico ma disponiamo di mezzi di comunicazione in parole (telefono), immagini (i video su Whatsapp e sui social, Skype), testi (email) e disponiamo di radio e TV che ci mettono in comunicazione con gli altri e con il mondo; allo stadio attuale, in risposta alla segregazione, ci siamo aperti e siamo diventati più attenti e solidali gli uni con gli altri. La vita di coppia o di famiglia migliora, a parte le coppie infernali. Sono i solitari senza telefono né televisore, e soprattutto i non confinati, vale a dire i senzatetto, a essere le vittime assolute dell'isolamento, tanto più che sono dimenticati dal potere e dai media.   Per quanto mi riguarda, pur subendo l'isolamento fisico, mi sono sentito proiettato psichicamente in una comunicazione e una comunione permanenti. Non solo attraverso gli scambi sms, email, telefoni e videochiamate con le mie figlie, i miei familiari, le persone che amo, i miei amici, ma anche attraverso informazioni che non solo ricevo dalla TV ma che continuo a ricercare in numerosi documenti su internet, ovviamente medici ma anche riguardanti tutti gli aspetti della crisi...

W la radio / Diario di un’autrice radiofonica in quarantena

La sveglia è sempre alla stessa ora, sei del mattino. Quindici minuti di esercizi sul tappetino viola, colazione, bagno, vestiti, giacca e poi fuori. Le bambine salutano e mi augurano buon lavoro, io chiudo la porta, sfilo le scarpe e in punta di piedi salgo in soffitta, nascondiglio perfetto per lavorare qualche ora in santa pace. Lo studio approntato non è male – portatile, cuffia, casse, microfono, registratore – tradiscono solo la tuta, i capelli spettinati e lo stendino accanto al tavolo. Alle 7,30 arriva puntuale il messaggio di Nicola Lagioia, in conduzione a Pagina3, la rassegna stampa culturale di Radio Rai Tre di cui curo la redazione. Qualche giorno fa hanno montato nel suo salone un apparecchio che consente di registrare con una qualità superiore a quella di un collegamento telefonico, alle nove Nicola lo accende e inizia a parlare dal suo salotto, mentre un tecnico e un regista lo seguono dagli studi di via Asiago in guanti e mascherina, rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro; dall’altra parte della città poi ci sono io, che lo ascolto dal mio studio-piccionaia. Concludo il mio lavoro per la Rai, carico una lavatrice, chiudo il cestello, pigio il...

Che senso ha tutto l’effimero umano affannarsi? / Giorgio Fontana, Prima di noi

«Grande libro, grande male» («μέγα βιβλίον μέγα κακόν», méga biblíon, méga kakón): così suona uno dei più celebri motti della poesia alessandrina. Ma anche senza scomodare Callimaco, io d’istinto diffido dei libri lunghi. Credo che le ragioni siano due. La prima è che in questo modo io probabilmente cerco di giustificare la mia pigrizia (anche fisica: ho un’atavica indolente predilezione per gli oggetti librari maneggevoli). La seconda è che in un testo di grande mole avverto innanzi tutto un atto di presunzione, la richiesta di un’esorbitante apertura di credito. Se infatti chi pubblica è convinto di avere qualcosa di abbastanza importante da dire ai lettori, egli presume che il tempo che il lettore gli dedicherà sarà adeguatamente compensato: ma quanto più lungo è il testo, tanto maggiore è il tempo che occorrerà per leggerlo, e altro è un libro di due o trecento pagine, altro è un tomo di ottocento o mille. Proponendo un’opera di quelle dimensioni – così io mi figuro –  è come se il romanziere si mettesse sullo stesso piano dell’autore di Guerra e pace o di Menzogna e sortilegio. O del Signore degli anelli, anche: non è questione di valore estetico assoluto, ma di capacità...

Alcune considerazioni sul coronavirus / La violenza, il sacro – e poi?

Friedrich Hölderlin, forse il più grande poeta di lingua tedesca e uno dei maggiori pensatori moderni parlò, intorno agli anni 1800, della necessità di elaborare una “nuova mitologia”. Quest’ultima prese in qualche modo forma nel secolo XX quando i surrealisti identificarono la città moderna come, appunto, un territorio “mitologico” (Le paysan de Paris di Louis Aragon, romanzo-chiave anche per la lettura benjaminiana di Parigi, capitale del mondo, fornisce un esempio di tale mitologizzazione). Sempre nel Novecento, Roland Barthes fornì con la sua serie di articoli riuniti sotto il titolo Mythologies un ulteriore esempio per la possibile rinascita del pensiero mitologico. Barthes analizzò fra l’altro il modo in cui per noi moderni il latte o il vino oppure la carne rossa facciano parte di un sistema mitologico che non valorizza più le divinità, ma tutto ciò che una cultura data considera come essenziale o potente.  Il coronavirus appare in questa luce come un candidato sbagliato; si tratta, come ben sappiamo, di un fenomeno biologico spiegabile con metodi scientifici. Il virus che ha cambiato il mondo è sì potente, anzi potentissimo, ma non sembra direttamente legato a una...

Un quadro / Georges de La Tour, San Sebastiano curato da Irene

Contro le pestilenze il santo più invocato è sempre stato San Rocco, a cui sono dedicate numerosissime chiese, chiesette, cappelle e edicole nei borghi e nelle aperte campagne devastate nei secoli da ogni genere di epidemia. A volte vere e proprie meraviglie, come la Scuola Grande di Venezia, con i capolavori di Tintoretto. Ma subito dopo San Rocco il protettore più invocato contro le pestilenze è sempre stato San Sebastiano, che in genere viene rappresentato come un bel giovane legato a una colonna, trafitto da uno o più strali, dal fisico perfetto (era il minimo, per un capo della guardia imperiale quale lui era) con solo il ventre coperto da un perizoma a volte succinto in modo sospetto, e lo sguardo variamente declinato dalla serenità alla forza interiore, allo stoicismo e in certi casi persino con una sfumatura di estasi. A essere rappresentata è quasi sempre la scena del supplizio, che tutti hanno presente per averla vista spesso riprodotta o direttamente in qualche chiesa o museo, che ha dato occasione a tanti capolavori, su cui non è il momento di insistere.   Meno nota invece è la scena successiva, quando il corpo del futuro santo crivellato di frecce, creduto senza...

Gosio, Zuppi, Canfora e le parole dell'odio / Odi et amo

Ma che cosa è successo, non dovevamo odiarci tutti? Non eravamo immersi fino al collo nei discorsi d'odio, gli hate speeches che inondano tutto, dal web alle nostre bocche? Com'è che di fronte all'emergenza del virus siamo diventati improvvisamente buoni e buonisti, cantiamo e suoniamo insieme, ci abbracciamo virtualmente molto più di prima, sembriamo trasformati in esseri miti, benvolenti e solidali? Ma è poi tutto oro quel che luccica?   Nazionalismi vecchi e nuovi   Da una parte sì: le parole sono veramente più educate, i comportamenti più gentili e gli atteggiamenti più solidali. E questa è una cosa buona, direi. Ma... verso chi? Verso gli Italiani, circondatisi di Tricolori e InnidiMameli. Insomma, notiamo che il virus ha fatto risorgere nazionalismi nuovi e insidiosi che ripropongono, ripulita dai tratti virulenti del sovran-populismo, la contrapposizione noi/voi. Che in Italia così suona: «Noi siamo più bravi dei paesi del Nord, siamo arrivati prima a proporre misure restrittive mentre voi cincischiavate non sapendo che pesci pigliare». Cui si risponde più o meno così: «Noi abbiamo abbastanza respiratori, mascherine e soprattutto posti in terapia intensiva che ci...

Eusocialità / Le origini profonde delle società umane

È venuto il momento dell’eusocialità, quello della “buona socialità”? In realtà noi umani eusociali lo siamo sempre stati, e non da ora, ma da moltissimo tempo, almeno da quando uno dei nostri predecessori, l’Homo habilis, è comparso nella savana africana separandosi da una linea di discendenza di australopitecine due o tre milioni di anni fa. La parola eusocialità, coniata alla metà degli anni Sessanta, è utilizzata da diversi decenni dall’etologia. L’ha messa in circolazione un importante entomologo e biologo, Edward O. Wilson, che negli anni Settanta aveva creato una nuova branca di studi, la sociobiologia, all’epoca molto discussa e criticata. Wilson, ancora in attività come studioso e come saggista, è stato docente per molti anni ad Harvard, titolare della cattedra di Biologia; la sua specialità sono le formiche, su cui ha scritto, insieme con il collega Berthold K. Hoelldobler, un meraviglioso libro, Formiche. Storia di una esplorazione scientifica (Adelphi), che fa seguito a due grossi volumi pubblicati da Einaudi nel 1976: La società degli insetti, altrettanto fondamentali. Si tratta di libri che anche un non-specialista può leggere, e da cui si può imparare moltissime...

Due romanzi / Silvia Ballestra e Claudio Morandini. Montagne

Claudio Morandini. Gli oscillanti   A Crottarda si arriva per tornanti bui, penetrando la montagna in gallerie e cupe strettoie, precipitando lentamente nell’oscurità di una valle ombrosa, fino al piccolo borgo adagiato su una terra bucherellata di foibe, cavità e bocche aperte sul cuore ipogeo della Terra.  Crottarda, dal nome che esala aria di grotte e cantine, oscurata dalla parete rocciosa, fluttua su un’enorme dolina e, dal mondo sotterraneo che le si apre tra le radici, risucchia l’umidità che riempie le case, le muffe che fioriscono sui muri coprendo di strati morbidi e odorosi le pareti. Qui la protagonista di Gli Oscillanti di Claudio Morandini trascorre le vacanze da bambina, estati lunghe impastate di noia e fantasie d’evasione, in stanze piene di umidità e di bicchieri di sale per farla asciugare e nei quali intingere le dita per succhiare di nascosto i cristalli bagnati.  Dal ricordo di quelle giornate di attese e silenzi e delle notti interminabili e fredde riaffiora un canto che si accendeva nel buio, un concerto di “suoni strani, remoti eppure nitidi”, modulati secondo una partitura misteriosa, come canto di balene che risale da abissi lontani....

Attenzione / Travolti dallo tsunami dello streaming

Queste settimane di reclusione forzata verranno ricordate anche per la riscoperta di internet, nella sua versione “streaming”. Le piattaforme digitali negli ultimi anni sono state attaccate duramente, perché violano la nostra privacy, si arricchiscono con i nostri dati, creano filter bubble e polarizzione politica, facilitano la diffusione di fake news e hate speech, ma in questi giorni abbiamo riscoperto l’utilità di Twitter e Facebook nel tenerci in connessione con gli altri lontani da noi. La socialità persa nel mondo reale è stata ri-mediata online, in qualche forma. Tutta una serie di attività sociali non mediate da tecnologie, come riunioni, aperitivi, lezioni frontali e chiacchiere tra amici, hanno traslocato online, piazzandoci per ore davanti agli schermi. La socialità perduta è “rinata” in streaming. Non contenti di ciò, finita la giornata di lavoro online, abbiamo continuato a stare online, guardando contenuti audiovisivi in streaming. Un articolo di Jaime d’Alessandro su Repubblica ci dice che alle nove di sera in Italia il traffico dati è aumentato del 40% rispetto a due mesi fa. La metà della banda utilizzata dagli italiani per connettersi ad internet è utilizzata...

Tradizione / Esperienza, competenza

In questi giorni surreali e drammatici, scanditi da bollettini medici e trasmissioni giornaliere occupate dal contagio, l’assessore regionale lombardo Giulio Gallera ha fornito uno spunto di riflessione. Questo politico, catapultato come tutti in una realtà sconosciuta e imprevedibile, adempiendo al ruolo istituzionale di aggiornamento, ha annunciato in un’intervista che sarebbero stati banditi posti per gli ospedali lombardi a favore di medici anche non specialisti di altre regioni. Ed ha aggiunto che non si trattava soltanto di un meritevole intervento di solidarietà, ma di un’occasione unica. L’apprendere sul campo quanto non si conosce dai libri, utilizzare l’esperienza dei sanitari che già vi operano, ricevere le loro conoscenze per poi servirsene in un futuro pur non auspicabile. Questo messaggio era annegato tra parole elementari, dati precisi, statistiche crudeli, numeri di consolazione. Non si tratta in verità di un tema contingente, legato alla eccezionalità del momento. È la questione, generale e tormentata, della trasmissione dell’esperienza da chi ne sa di più a chi ne sa di meno, sia nel campo interpersonale comune sia in quello professionale specifico. Questione...

Vigilare / La faccia nascosta dell’epidemia

Molti sono i giornalisti e gli intellettuali che, negli ultimi tempi, si sono cimentati nel descrivere, spesso con dovizia di particolari, lo scenario che ci si presenterà dopo l’epidemia. Queste analisi scontano necessariamente due limiti. Primo: le dimensioni di questa crisi non permettono di mantenere il distacco necessario a immaginarne ragionevolmente gli esiti. Secondo – ed è questo ciò che più rileva – tali esiti dipendono in gran parte dalla comprensione critica che, su ciò che sta accadendo, come collettività siamo in grado di costruire. Ed è questo che dovrebbe allora occuparci e, soprattutto, preoccuparci. La sensazione, infatti, è che l’emergenza stia legittimando una narrativa pericolosa, che reca come implicito il fatto che il solo metterla in discussione o problematizzarla rende colui che lo fa una specie di nemico della salute pubblica, che si sottrae a una tanto stucchevole quanto fittizia “unità nazionale”, alla quale saremmo tutti chiamati.   In altre parole, o uno si compra l’intera retorica di #iorestoacasa, dell’inno nazionale dai balconi, degli arcobaleni attaccati alle finestre e del quotidiano decreto del Governo (retorica sdoganata in modo più o meno...

Figure a colori / Via del Corso

L’ultima volta che vidi un Papa fu il 18 aprile 1982, avevo 15 anni, ero appena uscito dalla stazione dei treni di Bologna, di ritorno da Firenze e l’auto col Santo Padre poco dopo passò dai viali. Furono stampate delle cartoline fra cui una bizzarra, ora introvabile, un fotomontaggio con Wojtyla sopra il Palazzo dei Notai che saluta Piazza Maggiore, come un grande Godzilla. Mia nonna, solitamente abbottonata, in quei giorni si lasciò andare a un Evviva il papa!. Il Papa è sempre in chiesa o alla finestra o su un aereo o in piazza San Pietro fra la folla. Non si era mai visto un Papa da solo, per la strada, sul marciapiede. 

“Sono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio” / Due sguardi su Claudio Lolli

Tre note su Claudio Lolli di Massimo Recalcati   Prima nota: la sua musica mi ascoltava La musica è qualcosa che davvero ascoltiamo? Quando ho ascoltato le prime canzoni di Claudio Lolli in una scuola occupata di Quarto Oggiaro, nella estrema periferia milanese, ero davvero “io” che le ascoltavo? La musica non assomiglia forse ad un quadro o ad un libro? Sono io che guardo e che leggo o sono il quadro a guardarmi e il libro a leggermi? Ricordo bene la sua voce e le sue parole tra noi mentre io ero, in quell’inverno del 1976, come tutti quelli della mia generazione, attraversato da grandi dolori e furori. Lolli mi ha insegnato per primo che l’esperienza della musica non è quella di un semplice fluido sonoro che visita le nostre orecchie. Ascoltare le sue canzoni era fare l’esperienza perturbante di essere ascoltati, di sentirsi ascoltati, dell’incontro con qualcuno che ti sapeva ascoltare. Non ero io, dunque, che ascoltavo la sua musica e le sue parole, ma erano la musica e le sue parole che mi ascoltavano. Ascoltavano il mio e il nostro grande furore e dolore; erano la sua musica e le sue parole a soffiare via “l’inferno dalla fronte”. Non ero semplicemente “io” che lo...

L’oscurità luminosa / Miss Rosselli

L’11 febbraio del 1996 moriva Amelia Rosselli, un grande poeta del Novecento. Si gettò dalla finestra della sua mansarda di via del Corallo lo stesso giorno e mese di una poetessa che aveva molto amato e tradotto, Sylvia Plath. Da anni ormai non scriveva più: “Prima avevo la poesia. Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei. Ma ora che la scrittura mi ha abbandonata non ho più nulla”, aveva detto in un’intervista a Sandra Petrignani. D’altra parte i suoi disturbi, sia fisici che psichici, le impedivano di concentrarsi; sentiva le voci, era convinta di essere perseguitata dalla CIA, e contro il nemico rappresentato dalla CIA combatteva da anni, chiedendo aiuto a chiunque e diffidando sempre. Chiunque poteva essere un nemico, un complice di quei fascisti che avevano assassinato suo padre e suo zio, Carlo e Nello Rosselli, nel ’37 a Bagnoles de l’Orne. Da quel momento la storia di Amelia Rosselli è una storia di peregrinazioni e inutili tentativi di sfuggire al trauma che ha marchiato in modo definitivo la sua e la nostra storia.   Alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Roma; si dedica alla musica e poi alla poesia. A Roma trova molti amici, vive di collaborazioni,...

Resistenza e rinascita / Albert Uderzo, il padre di Asterix

Per capire la grandezza di Albert Uderzo, il disegnatore francese scomparso martedì all’età di 92 anni, non servono molte parole. Basta prendere una pagina qualsiasi di un albo di Asterix – la serie creata insieme a René Goscinny più di sessant'anni fa, si stima ce ne siano 375 milioni di copie in giro per le case del mondo – e cercare i molti disegni dove compaia un personaggio, apparentemente secondario, che non parla mai. Un cagnolino bianco, con la punta delle orecchie nere, inserito per scherzo in un’avventura del 1965, e che d’allora non ha più lasciato la coppia comica più nota del fumetto europeo. Quel minuscolo cane in genere occupa appena un angolo del disegno, di poco sporgente sopra lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra, eppure la sua presenza ha la capacità di illuminare l’intera tavola. Poche e precise linee lo caratterizzano, rendendolo estremamente mosso, espressivo e soprattutto necessario, un piccolo mimo, un coro in miniatura che accompagna l’azione.   Sono partito da Idefix non solo perché i miei occhi di lettore bambino cadevano come calamitati su di lui, mentre seguivo rapito le avventure del piccolo grande guerriero gallico e del suo enorme e...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Nuovo cinema paralitico / Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare. L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza.  L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.   Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai...