Categorie

Elenco articoli con tag:

Memoria

(3,723 risultati)

Ribelle e anticonvenzionale / John Fante, l'italoamericano

L’avere sempre scritto di sé, anche servendosi di narratori impliciti, non ha giovato a John Fante fino a quando, poco prima della morte, Charles Bukoswki lo ha proposto al pubblico americano come un autore non già wop (“senza passaporto”, cioè immigrato e cattolico) ma wasp, ovvero bianco, anglosassone e protestante, in qualche modo confrére di Salinger e un po’ “maledetto”. Fin troppo sottovalutato in vita, è oggi considerato un autore cult controcorrente, ma in realtà è ancora in attesa di definizione. Certamente originale, Fante è stato ribelle e anticonvenzionale per aver fatto della propria vita il portato di una sofferta condizione sociale e il precipitato di uno stato esistenziale, ma è apparso tutto sommato indifferente al suo tempo, cui non importavano davvero le sorti di un giovane immigrato sognante e di una famiglia sfigata.      Solo quando nel 1952 esce Una vita piena Fante ottiene attenzione, trattandosi di un romanzo testimoniale, costruito in prima persona e costituito come tranche de vie, che dileggia gli italoamericani nel solco di una cultura sovranista, retaggio dell’Ottocento xenofobo, che a un critico come Henry S, Pancoast faceva dire così...

Catastrofi imprevedibili / Il senso asiatico della Storia

Di recente, ha prodotto una certa impressione il fatto che, secondo le proiezioni più attendibili, l’economia della Cina raggiungerà quella degli Stati Uniti nel 2028, ben prima del previsto. Questo ha innescato una cascata di commenti sul XXI secolo come “secolo asiatico” (dopo il XX “secolo americano”, e i secoli precedenti, almeno dal XVI in poi, come “secoli europei”).    Questo non significa affatto che i cinesi (1/5 della popolazione mondiale) diventeranno presto ricchi come gli americani, né come noi europei. Secondo l’FMI, il PIL (prodotto interno lordo) pro capite della Cina, con 10.839 dollari, è oggi al 59° posto (su 187 paesi), mentre il PIL degli US, con 63.051 dollari pro capite, è al 5° posto. Questo vuol dire che in media un americano in media è sei volte più ricco di un cinese.  Quanto a noi europei, non dovremmo poi lamentarci tanto: i quattro paesi più ricchi del mondo sono tutti europei, per quanto piccolini (Lussemburgo, Svizzera, Irlanda, Norvegia) e due di questi fanno parte dell’Unione Europea. L’Italia, con 30.657 dollari a testa, occupa il 25° posto; ovvero, ogni italiano in media è circa tre volte più ricco di un cinese. (Le altre...

Gruppo lavoro artistico teatro Metastasio / Sul buon uso dell'anacronismo

Sullo sfondo dell'inquadratura c'è la facciata gotica del duomo di Prato, con quella fissità, con quell'insistenza quasi offesa, che oggi assumono tutti gli scenari delle città italiane – chiese, piazze, torri – che il vuoto rende fantasmatici, e in quella rarefazione passa un carretto di legno sbilenco con una ruota sola, lo trascina un giovane con la mascherina che un altro, di lato, accompagna: si fermano proprio nel mezzo dell'inquadratura, si siedono da una parte del carretto diviso in due da un'insegna scritta con i caratteri a bastoni del cinema muto. “Posto di sblocco” c'è scritto, e, nell'epoca delle chiusure e dei confinamenti, è già un programma. Per un verso, questo carretto dai tratti arcaici – ma è un arcaismo, a pensarci bene, irreperibile nel passato e talmente disegnato dal non uscire del tutto dalla sua natura grafica per approdare nel pesante mondo delle cose – fa pensare al banco dello psicoanalista di Lucy Van Pelt nelle strip di Charles M. Schultz, a un gioco, a una parodia, a una velleità. Nell'inquadratura successiva, all'altro lato della postazione è seduto un uomo in tuta con un amplificatore appeso al collo: è un giapponese ma da quarant'anni vive...

19 febbraio 2016 - 19 febbraio 2021 / Umberto Eco: ridere con la verità

Che cos’è la filosofia? Semplice: leggere e rileggere il Parmenide di Platone, non capirci granché, e rileggerlo ancora. In questo celeberrimo dialogo il grande filosofo greco enuncia nove ipotesi sull’essere, tutte diverse fra loro, tutte convincenti. Di modo che, dopo averne terminato la lettura, si entra in crisi profonda, superabile in un solo modo: ricominciare daccapo. Così, “non ho mai smesso di leggere quel testo e chiedo di leggerlo a tutti i miei studenti”. Perché? “Credo che non riuscire mai a capirlo completamente sia la più grande lezione di filosofia possibile. E non c’è bisogno di scoraggiarsi se non lo si comprende appieno. Bisogna continuare a leggerlo e più volte”. Questa singolare definizione dell’attività filosofica è di Umberto Eco, e ben risponde al modo ben specifico in cui egli stesso, in più di sessant’anni di indefesso lavoro intellettuale, convintamente la praticava: non un’accigliata ricerca della verità ultima sull’uomo o sul mondo, ma una dubbiosa interrogazione circa il senso stesso di tale ricerca, un continuo arrabattarsi sui fondamenti del cosmo e sui principi della conoscenza, ben sapendo, con pervicace ironia, che tali fondamenti e tali principi...

Un libro postumo / Friedrich Glauser, Le vacanze di Studer

La letteratura talora presenta opere incompiute non tanto per volontà dell’autore quanto per la sua morte. Libri non finiti, canovacci lasciati nel cassetto e riscoperti da chi successivamente li ha aperti. Qualche volta compaiono al lettore senza modifiche come i Pensieri di Pascal o Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Qualche altra invece, utilizzando indicazioni disseminate, qualcuno mette mano al testo, lo completa, lo riordina, si immerge in un’ispirazione non sua. Nel campo musicale è classico l’esempio della Turandot terminata da Franco Alfano in seguito alla morte di Puccini. Nel mondo letterario tra i casi più noti ci sono Hemingway con Festa mobile completata dalla moglie Mary, Kafka con America affidata a Max Brod, e Fenoglio, il cui Il partigiano Johnny fu coltivato dall’editore Einaudi che, oltre ad individuare il titolo, miscelò due stesure incomplete. Celebre è poi il caso di Il mistero di Edwin Drood di Dickens, che morì prima di aver svelato chi fosse l'assassino. Più autori si sono cimentati nella conclusione sfornando almeno 200 finali diversi. Fruttero e Lucentini diedero alle stampe anche un libro, La verità sul caso D., in cui hanno immaginato i più famosi...

Una nuova rivista / Evento, trauma, storia

Una storia che voglia andare nel profondo della comprensione psichica degli avvenimenti forse non può accontentarsi di concentrare la propria attenzione soltanto su ciò che è fattualmente successo, ma deve anche cercare in ciò che è stato desiderato, voluto, benché non sia accaduto nel tempo deputato. Ciò non per fare l’inutile avvocatura dei sé e dei ma, bensì per comprendere come, a volte, proprio ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato, può emergere successivamente dal suo spazio negativo e contribuire a produrre, après coup, fatti storici positivi di grande portata. Molti sarebbero gli esempi in tal senso. Ne farò alcuni. Si pensi alla “pugnalata alle spalle” con cui il nazionalismo tedesco, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, preparò la strada a quella che avrebbe dovuto essere la rivincita della seconda. Si pensi anche a un paese vincitore del primo conflitto mondiale, quale fu l’Italia, e alla “vittoria mutilata” che forte influenza ebbe nel nutrire e incanalare il risentimento sociale del belpaese, derivato dalla delusione seguita alle aspettative dall’esito vittorioso. L’enfasi propagandistica arrivò perfino a istituzionalizzare la figura del mutilato...

Daniel Carleton Gajdusek / Hanya Yanagihara, Il popolo degli alberi

C’è qualcosa di inafferrabile nella maniera di scrivere di Hanya Yanagihara, potente e avvolgente, di sfuggente ma dall’effetto palese, credo si tratti di un dono sorretto dalla grande abilità con cui la scrittrice di origine hawaiana maneggia la sintassi e la adatti alla propria visionarietà, alla fantasia. Francesco Pacifico, traduttore di Il popolo degli alberi (Feltrinelli, 2020) ha parlato di virtuosismo letterario e di come quel virtuosismo sembri un atto di guerriglia politica; parole che trovano conferma quando si legge il romanzo. Yanagihara spariglia le carte della narrazione, le rimescola, destruttura la forma romanzo, la rielabora in un finto, doppio, memoir. Si ispira a una storia vera ma ne scrive una d’invenzione, che è, per forza di cose e di talento, più vera del vero. La prosa poi è bellissima, quando si comincia a leggere Il popolo degli alberi non lo si vuole lasciare, ma non è solo normale attaccamento da lettore, è qualcosa di più; si ha la sensazione che sostando tra quelle pagine si abbia la possibilità di catturare un aspetto, un punto di vista che fino a oggi ci era sfuggito e di imparare.    «Quando compii undici anni mi regalò un libro che...

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...

Ara Pacis / Le Radici di Josef Koudelka

Viaggiare è mettersi sulla via, la via verso un luogo o la via verso un tempo, l’ispirazione può venire tanto dallo spazio quanto dalla memoria. Ogni luogo di questo mondo conserva tracce del passato, in quelle tracce si può immaginare un uomo, una civiltà, o perfino un Dio. Per farlo occorrono due cose eminentemente umane: lo sguardo e la ragione. Ciò che non vede lo sguardo lo intuisce la ragione, e ciò che intuisce la ragione si trasforma in sguardo. Le fotografie di Josef Koudelka – in mostra fino al 16 maggio al museo dell’Ara Pacis a Roma – sono tutto questo. La raccolta è il resoconto di un duplice viaggio, nello spazio e nella memoria del Mediterraneo greco e romano. Radici – questo il titolo – è il risultato di numerose spedizioni condotte dal fotografo ceco tra Italia, Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro e Cipro del Nord, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania e Croazia, nel tentativo di svelare l’enigma che si cela all’incrocio fra i concetti di origine e di bellezza.     Un viaggio in cui non si incontra mai l’uomo, ma solo la sua ombra remota, e in cui il protagonista assoluto della scena è il...

Modi del sentire / Clemenza

«Siate clementi con i vostri alunni», invocava qualche tempo fa un’autorevole voce del mondo della scuola. Un’esortazione che si è sentita del resto spesso pronunciare di questi tempi pandemici. «Siate clementi con gli studenti» è stato ripetuto dalle nostre istituzioni universitarie. Siate clementi? L’esortazione a essere clementi è molto diversa dal generico «siate buoni» e si avvicina di più a un comunque generico: «Siate comprensivi e perdonate». Ovvero al significato primario di clemenza, che non nega l’applicazione della giustizia ma la spinge oltre, quasi un’eccedenza: emettete un giudizio giusto, una valutazione secondo equità e poi però fate intervenire almeno un pizzico di clemenza nei confronti del reo. Che nel linguaggio della scuola e dell’università vorrebbe dire alzate i voti, concedete sufficienze e fate passare anche chi non ha imparato. Perché? E soprattutto, dove sono qui i rei?    È della clemenza come del perdono, che pare faccia sentire tutti meglio, i carnefici e le vittime e i loro congiunti? Eppure la clemenza non è il perdono. E che cos’è allora? Qual è la sua condizione stereotipica, quali ne sono i motivi e l’utilità? Chi esercita o dovrebbe...

(quando il teatro vince con la morte – o perde) / Castelli accesi – castelli spenti

Il giorno 2 di febbraio 2021 Fabio Masi, condirettore del Festival Inequilibrio di Castiglioncello (Armunia), mi ha telefonando e piangendo mi ha detto: “Ti devo dare una brutta notizia. Paolo è morto, l’abbiamo trovato stamattina”.    Paolo Bruni. Scenotecnico e scenografo, collaboratore di tante compagnie, è stato trovato morto, impiccato, nel suo laboratorio accanto all’anfiteatro – là – al Castello Pasquini. Aveva fatto le scene per La fine del mondo, la commedia dei dinosauri del Lato oscuro di Nane Oca che ha debuttato in prima assoluta al Festival il 25 giugno 2019.   Il Castello Pasquini, neogotico, falso ma non lugubre, costruito a partire dal 1889 per volontà del barone Lazzaro Patrone sui terreni venduti da Martelli, il patrono dei macchiaioli, acquistato negli anni venti del novecento dalla famiglia Pasquini, poi abbandonato e decaduto, acquistato dal comune e restaurato – è divenuto sede degli spettacoli di danza, teatro e delle mostre. È stato la casa, negli ultimi decenni, del teatro emergente e più vivo, che l’ha illuminato. Ma da ottobre era molto buio, spento – solitario. Facendo filò, veglie, azioni, camminate, spettacoli ogni tanto dico che...

Diario clinico 3 / Quando il giornale era un mappamondo

“Basta pareti”, urla la bambina, perché i piccoli sono azione e stare al chiuso sembra una punizione di cui non si capisce la ragione. L’isolamento coatto forza gli adolescenti a inabissarsi sempre più in se stessi, la scuola è l’inaspettato oggetto del desiderio, gli adulti sognano: quello che vorrei è qualcosa di più del poter andare in un posto, è una vita al di là della casa.  Anche se nessuno ci vede, ci sentiamo sotto esame tutti. Ci domandiamo chi siamo, mentre dubitiamo e regrediamo, risucchiati in simbiosi strampalate, timorosi di ogni lasciatura. Cittadini un po’ infantilizzati che, come bambini con la paura di andare a dormire, vedono ingigantite le ombre della sera. Penso alla riflessione di Anna Freud, l’idea di un Super-io più crudele e spietato quando gli adulti faticano a prendere posizione. L’apparizione intermittente dell’altro, la sua smaterializzazione, il prevalere di un one-to-one senza triangolazione acuisce l’incertezza identitaria.    Come se avessimo perso il nostro appoggio, quello che Georg Simmel, in La metropoli e la vita dello spirito, (a cura di Paolo Jedlowski, Armando,1995), definisce in questo modo: “La base psicologica su cui si...

Luoghi, amici e storie / Marco Belpoliti. Pianura, eccetera

Una domanda che ci si può porre a proposito di Pianura, l’ultimo libro di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. 280, € 19,50), riguarda il genere a cui appartiene. Che cos’è? Un libro di viaggi, di memorie, di descrizioni? Una raccolta di saggi, una galleria di ritratti, un’autobiografia? Un quaderno di appunti, un diario? D’altro canto, il titolo non contiene misteri. Tema dell’opera è la Val Padana, la pianura evocata dalla fotografia di Luigi Ghirri che illustra la sovracoperta: un albero che appena s’intravede nella nebbia, accanto a un’edicola sacra, di quelle che s’incontrano a tutti i crocicchi delle nostre campagne. La valle del Po, dunque, a partire dall’area emiliana dove si è svolta gran parte della vita dell’autore, nativo di Reggio Emilia, con importanti indugi sulla Romagna e sul delta del Po, e sporadiche incursioni verso l’Appennino, nonché nella Lombardia pedemontana (la Brianza), dove Belpoliti ha vissuto (molto meno presente la città di Milano, dove da tempo abita). Ad apertura di libro, una mappa disegnata dall’autore riproduce questo scenario geografico, e riporta i principali luoghi di cui si parlerà, a volte corredati da sommari appunti. Al centro Reggio, e poi...

La Rete nella narrativa americana di oggi / Qualcos'altro di cui avere paura

Il bel libro di Luca Pantarotto Fuga dalla rete. Letteratura americana e tecnodipendenza (Milieu edizioni, 2021) pone molte domande sulla tecnologia che influenza le nostre vite. La rivoluzione digitale ha finito per coinvolgere anche la letteratura e Pantarotto ci offre un censimento accurato di tutto quello che gli scrittori di narrativa americani, il Paese della Silicon Valley dove nasce Internet, hanno prodotto in un arco di tempo che va dalla nascita del "cyberpunk" all'ultimo racconto appena uscito di Don De Lillo. Nessuno degli scrittori presi in esame riesce a restituire in un romanzo il mimetismo cui ci siamo conformati, non appena la rete e i social network hanno colonizzato l'esistenza, invadendo il nostro tempo e il nostro pensiero. Nessuno di loro ci ha messi di fronte a questa spregiudicata capacità di adattamento, che ha ridisegnato velocemente i confini delle convinzioni sociali, politiche e morali. Una delle prime ragioni per le quali l'America non ha ancora prodotto il "Grande Romanzo Americano dell'era di Internet" sta nelle biografie degli scrittori. I più giovani, più o meno della stessa generazione, sono Mark Doten...

Spazi post-sovietici / Tol’jatti, da città del futuro a passato prossimo

Nel 1930 lo scrittore M. Il’in (pseudonimo di Il’ja Maršak, fratello del più noto Samuil, poeta e autore di numerosi racconti per l’infanzia) scriveva nel suo Rasskaz o velikom plane ("Racconto sul grande piano"), libro per ragazzi sul primo piano quinquennale, che il centro della nuova città futura non sarà un castello o un mercato, ma una fabbrica. Soltanto un anno prima iniziava la costruzione della prima “nuova città”, Magnitogorsk, dove la vita del centro urbano ruotava attorno al nuovo stabilimento metallurgico, presto diventato uno dei principali punti di forza dell’industrializzazione sovietica. Apparvero altri luoghi sulla carta dell’Urss, nel corso dei decenni, sorti in virtù delle necessità economiche e produttive del paese: le naukogrady (città scientifiche), dedicate allo sviluppo della ricerca in vari settori dell’industria con possibili applicazioni militari – si veda il caso della prima, Obninsk, fondata nel 1946 e sede del primo reattore nucleare per scopi civili; le città chiuse, categoria dove rientravano parzialmente anche le naukogrady, ma comprendenti anche centri dedicati alla produzione d’armamenti, e, infine, le monogoroda, le monocittà, insediamenti dove...

1991-2021 / “Il silenzio degli innocenti” e l’invenzione del serial killer

14 febbraio 1991. Trent’anni fa. Esce nelle sale americane The Silence of the Lambs. Film violento, macabro, cupo, che segna profondamente l’immaginario contemporaneo. Agli antipodi del prodotto sdolcinato che ci verrebbe da associare a San Valentino, la festa degli innamorati che proprio dall’America ha conquistato il mondo con l’avvolgente inarrestabilità della melassa. È pur vero che anche il santo eponimo, vescovo di Terni nel III secolo d.C. e martire cristiano, fece una fine truculenta: torturato lungamente e poi decapitato, peraltro alla veneranda età di 97 anni. Ma resta lecito chiedersi cosa spinse i produttori americani a scegliere una data così particolare per lanciare un film tanto disturbante. E anche per questo, ovviamente, così importante.    Il 1991 è in effetti un momento fondamentale per la definitiva inclusione nei canoni della cultura pop contemporanea della figura del serial killer. Oltre a Il silenzio degli innocenti (titolo che i distributori italiani preferirono alla traduzione letterale, un “Silenzio degli Agnelli” forse potenzialmente imbarazzante nel nostro Paese) nello stesso anno esce un’altra opera assai significativa sul tema, in questo...

Un ritratto / Cioran: «Poiché in me tutto è ferita»

«Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere, la sola, peraltro». Questa riflessione è forse il centro del pensiero e della vita di Emil Cioran che lo ha ripreso e sviluppato in tutta la sua opera e nel suo vasto epistolario, del quale ora il lettore italiano ha a disposizione un’ampia scelta in tre importanti volumi: Lettere al culmine della disperazione.1930-1934 (Mimesis, 2013), Una segreta complicità. Lettere 1933-1983 con Mircea Eliade (Adelphi, 2020) e L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arsavir e Jeni Acterian (Mimesis 2021), che ci consentono un’ulteriore riflessione intorno al pensiero e al linguaggio del filosofo rumeno. Iniziamo da un tema essenziale: il suicidio, di cui parlerà in tutta la sua opera con appassionata ambivalenza. (AEA, p. 1667). «Il suicidio è l’atto più normale che si possa eseguire. In esso dovrebbe confluire ogni riflessione e concludersi ogni carriera, dovrebbe sostituire la fine involontaria e degradante. E che ciascuno di noi possa scegliere la sua ultima ora» (CAH, p. 567).   Della morte per suicidio di Nicolas De Staël così scrive il filosofo: «Ancora giovane – non aveva che quarantun anni – era arrivato al...

Romanzo di Londra / Un Adamo fra le rovine

Nato sotto l’Impero asburgico nel 1893, Miloš Crnjanski, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale sul fronte galiziano-russo e su quello italiano entra in diplomazia. Nel 1940, ottenuti diversi incarichi in Portogallo, in Germania e in Italia,  decide di prolungare il suo esilio in Inghilterra. Tornerà a Belgrado, malgrado la sua avversione al comunismo, nel 1965. Poi, dal 1972 al 30 novembre del 1977, giorno in cui morirà di una morte lenta e volontaria, non scriverà più nulla.  Quasi tutta l’opera matura di Crnjanski è stata pensata e scritta da espatriato in un paese straniero, ai margini del dibattito politico e letterario jugoslavo, ai margini della società letteraria inglese e perfino ai margini della stessa comunità serba di Londra. Probabilmente a causa di ciò, la sua gloria postuma non ha mai raggiunto quella del suo grande compatriota Ivo Andrić, premio Nobel nel 1961.  Per Crnjanski e sua moglie Vida gli anni in Inghilterra furono privi di luce. E di questo si narra nel suo ultimo romanzo, Romanzo di Londra (1971).   Povertà, frustrazione e nostalgia sono le dee che visitano il minuscolo appartamento di Mill Hill, alla periferia di Londra,...

Altre rivoluzioni / Miles Davis e le forme della libertà

In un’intervista con il compositore, storico del jazz e rabbino Bob Gluck, il batterista Barry Altschul dichiarò: “per me la definizione di libertà è vocabolario. Più vocabolario musicale hai, più sei libero”. Il sassofonista Anthony Braxton, che con Altschul condivise la breve ma intensa avventura del quartetto Circle all’inizio degli anni ’70, grande appassionato di scacchi, da par suo dichiarò: “per me la bellezza degli scacchi sta nel fatto che offrono una splendida opportunità per osservare le strutture e le relazioni, i progetti, le strategie sugli scopi, e i rapporti fra queste strategie, le variabili, gli obiettivi e il conseguimento degli obiettivi. La bellezza degli scacchi si estende anche alla fisica e alle pressioni. Per quanto mi riguarda, gli scacchi dimostrano ogni cosa”.   Fin dalla sua apparizione sul finire degli anni ’50, il cosiddetto free jazz si porta appresso un pregiudizio o una nozione non del tutto corretta, l’idea cioè che dietro la volontà di suonare una musica libera dalle costrizioni formali (siano queste ritmiche, melodiche o armoniche), si annidi lo spettro dell’anarchia e del caos. Le dichiarazioni di Barry Altschul e di Anthony Braxton,...

Autobiografie / L'archeologia del sangue di Enzo Moscato

Per chi non lo sapesse, Montecalvario si trova subito sopra via Toledo. Non è propriamente un quartiere, né una strada. Topograficamente, lo si può intendere come l’insieme di vicoli dei Quartieri Spagnoli che salgono dalla parte centrale di via Toledo fin sotto Corso Vittorio Emanuele, verso la collina di San Martino. Enzo Moscato, nel suo Archeologia del sangue, primo volume di una trilogia autobiografica, pubblicato nel novembre 2020 da Cronopio, lo definisce a più riprese “rione”, identificando in quell’insieme di vicoletti, bassi, soprannomi, strani figuranti di mestieri antichi e personaggi scomparsi, il luogo della sua origine: il posto dove tutto cominciò. Chi conosce la materia di cui il Teatro dell’autore attore napoletano si nutre, sa bene che essa prende vita da quello che sarebbe meglio definire come un “non luogo” dell’anima, difficile da inquadrare. È l’autore stesso, in uno dei racconti del libro, a tornare su questa questione:   Si può parlare dei Q.S. (or, if you like it, dei “Naples Spanish Quarters”), in vari modi: in modo “materiale”, cioè: fisico, geografico, topografico, antropologico, piscologico, sociale […]. E poi c’è, o ci sarebbe, un’altra maniera...

Pittura e poesia / Rilke e l'arte del paesaggio

Calco della voce francese paysage, la parola italiana paesaggio appare la prima volta negli ambienti pittorici veneti del Cinquecento, in particolare tra i leonardeschi e intorno a Tiziano e la sua scuola. Fino all’epoca romantica la parola sarà usata quasi solo in riferimento alla pittura, poi il suo uso sarà esteso in altre aree semantiche: un cammino analogo hanno la parola inglese Landscape e la tedesca Landschaft. Dal linguaggio della pittura il paesaggio passa via via ad essere oggetto di molti saperi, anche se di poche cure. La voce entrerà nella Costituzione italiana con l’espressione “tutela del paesaggio”. Per via delle molteplici implicazioni, una storia del paesaggio, della sua rappresentazione, sarebbe pressoché impossibile. Già riferendosi a un’eventuale storia del paesaggio nella pittura Rilke scriveva nel 1902: “Grande e singolare sarà il compito del suo autore, un compito sconcertante per novità e profondità inaudite”. Lo scriveva ad apertura di uno scritto che introduceva una monografia sui pittori di paesaggio raccolti a Worpswede, nella campagna prossima a Brema, dove in un villaggio nato intorno alle torbiere, sotto il cielo immenso di una pianura lambita dal...

Etica e fede / L'eredità di Barth e Bonhoeffer

Quando m’iscrissi alla facoltà di teologia evangelica dell’Università di Magonza per acquisire quelle conoscenze che mi erano indispensabili per affrontare l’argomento della mia tesi di laurea, la Germania Occidentale portava ancora evidenti le ferite e le mutilazioni della guerra. Era dicembre 1958, chiese diroccate, edifici semidistrutti, muri anneriti dalle fiamme, interi spazi cittadini coperti di macerie… tutto raccontava quanto i tedeschi avessero loro stessi sofferto dopo aver inflitto sofferenze inaudite a tanti popoli. Ma il clima che imperava, il discorso pubblico, erano quelli di un’impressionante rimozione collettiva. Sebald, con la consueta secchezza, nel saggio Luftkrieg und Literatur ne parla e sembra quasi dire che i tedeschi si vergognavano delle sofferenze subite con i bombardamenti.   Racconta episodi agghiaccianti, come quello della madre che corre per prendere un treno, la valigia che ha in mano si apre improvvisamente e rotola fuori una specie di fagotto nero, è il corpo carbonizzato della sua bambina, che lei si portava dietro, nel misero bagaglio di profuga. Rimozione, vergogna delle proprie sofferenze. Era questo il prezzo da pagare per poter rendere...

Il flauto magico all’Opéra-Bastille / Carsen a Parigi: Mozart, la morte e le stagioni

L’ultima opera di Mozart, Die Zauberflöte (Vienna, Teatro Auf der Wieden, 30 settembre 1791: due mesi e cinque giorni prima della morte), è un enigma travestito da favola. Oltre le complicate stratificazioni simboliche e le evidenti quanto insistenti allusioni iniziatiche e massoniche, l’aura esoterica di questo “singspiel” – cantato e recitato secondo i principi costitutivi dell’opera nazionale tedesca – s’incrocia con le contraddizioni e le approssimazioni di un libretto al quale non basta la libertà del fantastico per giungere a una effettiva plausibilità. Del resto, molto se non tutto viene superato grazie alla musica di Mozart, miracolosa partitura nella quale la profondità si realizza dentro a una sublime semplicità. E l’emozione si tramuta in superiore consapevolezza.     Il nodo principale, che ogni regista incontra nell’affrontare Il flauto magico, riguarda una struttura fondamentale delle favole, la distinzione fra i buoni e i cattivi. Con ogni evidenza, in quest’opera il trionfo del Bene o del Male è un accadimento estemporaneo e soggetto a circostanze che stanno fuori da quel che viene raccontato. Per quasi tutto il primo atto, il Bene è incarnato dalla...

Fotogrammi / L'eterno passato di Fassbinder

«Mia carissima Marie, se tu sapessi come la morte e l'amore si alternano per incoronare di fiori, terreni e celesti, questi estremi istanti della mia vita, certamente mi lasceresti morire gioiosamente. […] La mattina e la sera m'inginocchio, come non seppi mai fare prima, e prego Iddio; ora lo posso finalmente ringraziare della mia vita, la più tormentata che un uomo abbia mai vissuto, perché me la compensa con la più splendida e voluttuosa di tutte le morti».    Queste sono le parole che Heinrich von Kleist scrisse alla cugina Marie dieci giorni prima del suicidio compiuto con Henriette Vogel, non moglie né amante, ma solo compagna nella morte. Anima ascetica, rivoluzionaria e vagabonda, lontano dai canoni classici della Germania di quegli anni ed estraneo al movimento romantico, Kleist è stato tra i drammaturghi capaci di esprimere un'inquietudine talvolta aspra e indigesta, attraverso la sua abilità a imbrigliare gli opposti, gli ossimori e le contraddizioni. E non è un caso che alla banale domanda «A quale personaggio si ispira?», redatta in un questionario inviato da una classe di un istituto superiore, Rainer Werner Fassbinder risponda «mi ispiro a Heinrich von...