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Società

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Svolta ontologica / Per farla finita con la Natura

In piena foresta amazzonica, al confine fra Ecuador e Perù, scorre il Kawapi – uno dei tanti affluenti del grande Rio –, nella cui valle vivono gli Achuar, dell’etnia Jivaros, con i quali condividono la lingua e alcuni rituali religiosi. L’antropologo è a casa di Chumpi, uno dei suoi informatori, la cui dimora è una specie di capanno coperto di foglie di palma a pochi passi dalla boscaglia fittissima e dal fiume assordante. Fra la muraglia di alberi d’alto fusto e la modesta abitazione, un orto curatissimo per i fabbisogni della famiglia. Chumpi è preoccupato: quel pomeriggio la moglie Metekash è stata morsa da un ‘ferro di lancia’, ovvero da un serpente velenosissimo che gli Achuar conoscono bene e che non si avvicina quasi mai agli insediamenti umani. A cosa si deve quell’invasione di campo, quell’attacco letale all’amata Metekash? Chumpi non crede nella fatalità. Parla piuttosto di vendetta, perpetrata da Jurjri, spirito protettore della selvaggina, come arcigna reazione verso ciò che lui stesso, il giorno prima, aveva fatto. Venuto fortunosamente in possesso di un fucile, Chumpi s’era come esaltato: abbandonando ai rovi la consueta cerbottana, aveva commesso una vera e propria...

Digital Dishumanities / Tradurre l’errore

Giochi di parole e pratica pedagogica La traduzione di giochi di parole non è solo una pratica didattica utile e motivante, che può permettere agli studenti di migliorare, magari divertendosi, la propria competenza linguistica. Credo che questa attività abbia una valenza pedagogica e, indirettamente, politica più alta. Oggi, forse più che mai, è necessaria nella formazione, e non solo dei giovani, la presenza di esperienze che sollecitino il pensiero critico, in cui accanto al rigore e alla “cattiveria” dell’analisi sia richiesto allo studente di mettere in gioco la propria “creatività” (sull’anagramma creatività/cattiveria si veda Stefano Bartezzaghi, L’elmo di Don Chisciotte, Laterza, 2009, p. 15), nel tentativo di trovare soluzioni a problemi che sembrano impossibili da risolvere, o che non prevedono una e solo una risposta corretta.   La traduzione dei giochi di parole, come la traduzione degli errori intenzionali o non intenzionali, implica un confronto con testi ambigui e insoliti; obbliga a un lavoro di analisi complesso; costringe a comprendere i modi divergenti e non standard in cui la lingua straniera è utilizzata e i meccanismi che permettono a quel sistema...

Colum McCann / Apeirogon. Il dolore di due padri

Questa è la storia di due padri, uno israeliano e uno palestinese. Hanno visto le loro figlie uccise bambine dalla violenza che strazia quelle terre e invece dell’odio hanno scelto le parole. Insieme raccontano. “Sono Rami Elhanan, il padre di Smadar”. “Sono Bassam Aramim, il padre di Abir”. Da anni, nelle scuole, nei teatri, nelle librerie, per un attimo riconsegnano alla vita quelle ragazzine che mai diventeranno donne. Raccontano, con fatica, con dolore, perché la pace fiorirà solo nel dialogo, nella tolleranza, nella riconciliazione. “Non finirà finché non ci parliamo”. Questa è una storia vera ed è l’asse attorno a cui ruota, con superba lentezza, il brulicante universo che anima le pagine di Apeirogon, l’ultimo lavoro di Colum McCann, da poco in libreria in italiano (Feltrinelli, 528 pp.). Un libro-mondo che per dire uno dei territori più frequentati dall’immaginario contemporaneo scardina l’impianto tradizionale del romanzo, rimescola i generi e domanda tempo e fiato per compiere un tragitto vertiginoso fatto di schegge e stralci – 1001 secondo la lezione delle Mille e una notte.    L’apeirogon che dà il titolo al libro è un poligono dal numero infinito di lati. E...

Le pieghe della storia / Antonella Anedda, Geografie

«Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo». Così scrive Antonella Anedda, voce lirica tra le maggiori della nostra lingua, in questo suo ultimo imprevedibile e fulmineo libro che sfida con riservata e composta discrezione i generi letterari. Trattato poetico-filosofico, midrash, antologia di racconti-saggio, raccolta di aforismi. Geografie (Garzanti, pp. 168, euro 16) accetta tutte queste definizioni e insieme le trasgredisce in una sfida ai generi, come già aveva fatto, seppure in altre forme, con i precedenti La vita dei dettagli (Donzelli 2009) e Nomi distanti, uscito per la prima volta nel 1998, recentemente ripubblicato nella bella edizione Aragno.    Dentro queste pagine di viaggi e microviaggi, reali e immaginari, ci si sposta attraverso paesaggi, ambienti e personaggi (una sintesi di quello che Fosco Maraini ha definito con il binomio “endocosmo” e “esocosmo”) che potrebbero sembrare insignificanti senza il concreto apporto dell’intelligenza e della sensibilità di una mente allenata a rilevare i particolari, i “dettagli”, appunto: milioni di causa...

Il contesto e Porte aperte / Sciascia e la giustizia

Il contesto di Leonardo Sciascia è stato pubblicato nel 1971, suscitando molte polemiche all’epoca. Porte aperte, uno dei libri dell’ultima stagione narrativa dello scrittore siciliano appare del 1987. Eppure, per quanto concepiti a distanza di molti decenni, sembrano ruotare intorno a un medesimo tema.  Innanzitutto si collocano a pieno titolo nell’oramai collaudato filone che possiamo definire ‘diritto e letteratura’, che studia i prodotti letterari in rapporto alle questioni giuridiche che pongono (Giustizia e letteratura, doppiozero). Ma c’è un’altra ragione forse più importante: i due romanzi testimoniano l’ossessione di Leonardo Sciascia per il problema della giustizia, perché, come ha scritto, “per me tutto è legato”.   “Porte aperte” è privo di avvenimenti dinamici; è piuttosto una sorta di “antiromanzo filosofico” centrato sul rifiuto della pena di morte. La vicenda prende le mosse da un fatto effettivamente accaduto: un triplice omicidio accaduto a Palermo nel 1937. L’assassino, Giuseppe Ferrigno, come narrano le cronache, è un impiegato appena licenziato animato dal desiderio di vendetta, che colpisce a morte la moglie, il collega che lo ha sostituito e...

Modi del sentire / L'intimità come mistero

Sembra a volte che la parola intimità porti con sé un alone di senso che la avvicina a una promessa di autenticità, di spazio protetto nel quale è possibile – con una sorta di sospiro di sollievo dopo tanto affaticarsi alla superficie delle mascherate di ruolo e degli stereotipi della civiltà di massa e della tecnica – finalmente “toccare” la verità nascosta delle persone, la loro psiche o anima, il loro corpo al di là delle vestizioni nelle “uni-formi” dell’apparire, obbligatorie anche nel loro dovere essere eccentriche. Confesso un certo fastidio per questa voga che volta in positivo ogni pretesa intimità. Mi sembra una sorta di antagonista prefabbricato, un rifugio illusorio, troppo semplicistico, al divorante imperativo delle maschere sociali. Insomma mi pongo questa domanda: ma è poi davvero possibile, e come, l’intimità come disvelamento di sé al di là delle maschere di ruolo?    In realtà un vecchio quesito: mi pare che la ricerca e la valorizzazione dell’intimità abbia preso il posto – drammaticamente scomodo e irrisolto – del cangiante e plurivoco soggetto moderno alle prese con gli effetti della sua decostruzione.  La difficoltà di ogni intimità...

Sandel e Cottarelli / La tirannia del merito

Nel suo libro All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, (Feltrinelli, Milano 2021, che ha in copertina l’immagine stilizzata di un labirinto, et pour cause) Carlo Cottarelli afferma una verità inconfutabile: la tutela del merito è «un fondamentale principio di efficienza economica». La parte seconda dell’opera, quella che narra il ritorno dall’inferno (vogliamo sperare) è infatti dedicata al merito, principio tanto lodato e magnificato quanto spinoso e non scevro di problemi. Lo mostra infatti, con dissimili conclusioni, un altro testo di un altro autore ma della stessa casa editrice: La tirannia del merito (Feltrinelli, Milano 2021), che traduce la versione originale The Tyranny of Merit, di Michael Sandel. Sandel, la star mondiale della filosofia politica, il docente ad Harvard che incanta migliaia e migliaia di studenti nelle sue lezioni nella prestigiosa università statunitense ma anche sul web. Bene. Il testo di Sandel è integralmente dedicato al merito, all’efficienza della scelta effettuata secondo il merito, ma anche ai suoi effetti collaterali non sempre positivi e, nei confronti della giustizia, decisamente pessimi.   Un grado sufficiente...

Neolingua / Prof

Nell’italiano corrente prof è forma scorciata di professore, di professoressa e dei rispettivi plurali. L’accorciamento risuona frequentissimo nel parlato, in interazioni comunicative ormai quasi prive di limiti, quanto a registro, e ricorre anche con abbondanza nello scritto, come si vedrà. Le forme non scorciate ne subiscono un’estesa concorrenza. Il prof di cui si sta dicendo non è il prof giovanilistico e contestatario registrato dai dizionari come “gergale” nel corso della seconda metà del secolo scorso. Per dirla con un paragone up to date, se fosse un virus, si potrebbe dire che pur appartenendo forse allo stesso ceppo (ma c’è da dubitarne), non è lo stesso virus. È differenza di pedantesca sottigliezza: la si destina ad altra sede e ad altro momento, caso mai.  Qui interessa il prof presente, quello emerso con prepotenza nel parlato quando il Novecento cominciava a declinare. Lo ha fatto come forma di appello e sopra labbra ancora più fresche di gioventù di quelle del predecessore novecentesco cui si è alluso: “Prof, posso uscire?”; “Prof, ieri non ho potuto studiare”; “Che voto mi ha dato, prof?”. La funzione di appello gli ha fatto da incubatrice e, come in una...

Raven Leilani tra MeToo e Black Lives Matter / Chiaroscuro: un romanzo di rabbia

In questi giorni, cercando notizie su Raven Leilani, scrittrice afroamericana al suo debutto italiano con Chiaroscuro, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti e pubblicato di recente da Feltrinelli con la traduzione di Stella Sacchini e Ilaria Piperno, ho scoperto molte cose interessanti. Per esempio che per Leilani l’ultimo anno, tra successo del libro e padre e fratello morti, è stato intenso ma molto difficile. Che a un certo punto ha abbandonato la fede religiosa. Che le piacciono i completi da yoga. Che la sua scrittrice di riferimento è Audre Lorde. Ripesco quindi un piccolo saggio intitolato Usi della rabbia: donne che rispondono al razzismo, in cui Audre Lorde scrive (traduco dalla raccolta Penguin intitolata The Master’s Tools Will Never Dismantle the Master’s house): “La mia risposta al razzismo è la rabbia.   Ho vissuto a lungo con questa rabbia, ignorandola, nutrendola, imparando ad usarla prima che portasse le mie visioni alla rovina, come ha fatto per la maggior parte della mia vita. Una volta lo facevo in silenzio, spaventata dal suo peso. La mia paura della rabbia non mi ha insegnato niente. La tua paura di quella rabbia non insegnerà niente neanche a te”....

Matriarcato / Il primato delle donne e il mito dei Mosuo

Mi ha colpito una pubblicità RAI per l’8 marzo 2021, festa delle donne. Proponeva lo slogan: “Un futuro egualitario è un futuro al femminile”. Era un modo per dire in maniera abbastanza esplicita che si vorrebbe un futuro (egualitario) sognato dalla sinistra a predominanza femminile. Le donne realizzerebbero finalmente la società egualitaria. Non eguaglianza solo tra uomini e donne, quindi, ma eguaglianza un po’ in tutto. In effetti “la giornata delle donne” fu un’iniziativa del partito socialista americano che risale al 1909. Questa festa insomma conserva un marchio di sinistra rivoluzionaria. (E non è un caso che in alcuni paesi ex-sovietici – come Russia e Ucraina – molti vorrebbero abolirla perché ricorda il passato sovietico.)   Da qualche tempo a questa parte si diffonde una teoria precisa, secondo la quale il sesso femminile è superiore a quello maschile. Anche se la natura di questa superiorità resta per lo più tema dibattuto. Quindi sarebbe meglio se le nostre società fossero dirette da donne piuttosto che da uomini. Sottolineo che si tratta di un pronunciamento soprattutto maschile; certamente anche molte donne lo condividono, anche se non possono dirlo...

Un'intervista / McCormick: democrazia machiavelliana

Negli ultimi dieci anni nessuno scienziato politico ha probabilmente fatto parlare altrettanto di sé nell’accademia americana. Le sue tesi sono discusse sul “New York Times”. Alcuni dei suoi articoli sono diventati dei veri classici studiati in tutto il mondo. Ha dozzine di seguaci tra gli studiosi più giovani, ma le critiche degli avversari sono sempre più aspre – anche in risposta a uno stile intellettuale che ama il confronto e rifugge dai giri di parole… Si parla di John P. McCormick: cinquantacinque anni, professore di Political Science presso l’Università di Chicago, con un antico rapporto con l’Italia. La particolarità dell’opera di McCormick è che da più di dieci anni propone di curare le democrazie occidentali con una terapia d’urto ispirata agli insegnamenti di Niccolò Machiavelli, da lui letto anzitutto come teorico del governo popolare e nemico delle degenerazioni oligarchiche. McCormick appartiene infatti a una nuova generazione di teorici radicali, che ha deposto il tradizionale sospetto del marxismo verso lo studio delle istituzioni per sfidare i pensatori liberali e repubblicani in quello che, sino a oggi, è stato il loro campo di ricerca privilegiato: la teoria...

L'ultimo futurista / Joe Colombo: una matita felice

Joe Colombo (1930-1971) sapeva disegnare. La sua ‘matita felice’ non aveva esitazioni mentre tracciava i contorni degli oggetti che progettava, dando così forma visibile a tutto quanto esisteva già nella sua fervida mente. Il tratto nitido, chiaro, privo di esitazioni dei suoi schizzi di progetto è rivelatore di un pensiero altrettanto nitido e chiaro. Non per nulla egli è stato uno dei designer più prolifici del secolo breve e, sicuramente, fra i molti, il più ingegnoso, tanto da essersi meritato il titolo, e con buona ragione, di 'leggendario' (Matteo Kries, 2005). Ha infatti all'attivo centinaia e centinaia di progetti, concepiti in meno di un decennio di attività, che oggi, a cinquant'anni dalla sua troppo prematura scomparsa, sono stati tutti censiti e schedati nel ponderoso volume curato da Ignazia Favata (con un contributo di Domitilla Dardi), Joe Colombo. Catalogo ragionato. 1962 - 2020, (Silvana Editoriale, pp. 300, € 85.00). Vi si annoverano gli oggetti ancora in produzione, i molti realizzati ma oggi non più prodotti, così come quelli che attendono di vedere la luce, insieme ad alcuni che la luce l'hanno vista soltanto di recente.   Sebbene Joe (Cesare all'anagrafe...

Scuola di drammaturgia / Lucia Calamaro: “Scritture” senza dogmi

“Il problema della formazione in Italia è molto serio”, appuntava Luca Ronconi a margine della sua nomina a direttore del Teatro Stabile di Torino (Prove di autobiografia, Feltrinelli 2019, p. 184). E aggiungeva: “non voglio un insegnamento unilaterale. Penso sia utile studiare psicologia: senza questa profondità, l’espressione artistica sarà necessariamente anchilosata”.  Guidata dallo stesso desiderio di ampliare gli orizzonti culturali, prima che tecnici, Lucia Calamaro comincia l’avventura di Scritture, una nuova scuola di drammaturgia progettata con Riccione Teatro, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro (bando aperto fino al 15 aprile 2021). Una scuola itinerante, strutturata per settimane immersive, che prevede la concentrazione di giorni consecutivi di lavoro, e lunghe pause di rielaborazione personale. Il plurale scelto nel titolo parla chiaro: niente canoni, niente dogmi, ma il desiderio di unire la qualità di ricerca di un laboratorio intensivo con la continuità didattica garantita dai grandi centri di formazione.  Abbiamo colto l’occasione per parlare con Lucia Calamaro di formazione, di nuove generazioni,...

Duecento anni / Baudelaire, l’infinito nelle strade

Duecento anni fa, il 9 aprile, nasceva Baudelaire. Duecento anni: un tempo in cui la presenza del poeta è via via diventata più intima a quelle che oggi chiamiamo ragioni della modernità, ma anche più intima alla nostra lettura del mondo, dei suoi enigmi, delle sue ferite. La poesia di Baudelaire è il pentagramma su cui molta poesia venuta dopo di lui ha scritto la propria musica: dopo Baudelaire è un’espressione che può comprendere Rimbaud e Valéry, Trakl e Eliot, Whitman e Pasternak e moltissimi poeti.  Per questo riaprire I Fiori del male è ritornare a un principio in cui temi e figure, accenti e registri di tutta la poesia che diciamo moderna sono come raccolti, o annunciati.    I Fiori del male sono un libro poetico che si può collocare nel cuore della nostra epoca. Come per la Commedia di Dante, quella poesia non ha mai cessato di interpretare un tempo successivo a quello in cui il suo autore è vissuto. Anche Baudelaire ha compiuto una peregrinazione, ma nell’inferno della metropoli, che è ancora la nostra metropoli. Lungo questa peregrinazione, l’invisibile si è mostrato nelle vesti del visibile. L’estremo nel ritmo del quotidiano, l’infinito nelle...

Luca Ricolfi, La notte delle ninfee / Hume e la pandemia

Luca Ricolfi è sociologo esperto di analisi dei dati, e presiede la Fondazione David Hume a Torino. Pur mai citato, il grande filosofo scozzese mi pare sia protagonista occulto del bel libro che Ricolfi ha scritto in tempo reale per discutere il malgoverno di un’epidemia, La notte delle ninfee (La Nave di Teseo 2021). Il libro analizza con grande ricchezza empirica quello che è successo in Italia e nel mondo nell’anno della pandemia Covid-19, in termini di governo – nel bene o nel male – dell’emergenza pandemica. Un evento imprevisto ma prevedibile, che ha cambiato il mondo in profondità anche per l’imprevidenza dei governi.   L’epidemia ha una sua aritmetica, sostiene Ricolfi, abbastanza semplice da capire. Si riproduce come le ninfee in uno stagno: ogni notte raddoppia, passando da 1 a 2, da 2 a 4, e così via finché il raddoppio arriva bruscamente a 1.000 e fa morire la vita dei pesci (noi, i cittadini-consumatori) dello stagno. Il custode addetto alla pulizia (il governo) non è infatti intervenuto prontamente a ripulire lo stagno (sospendere le attività commerciali e gli spostamenti delle persone) finché i numeri erano piccoli. Ha tergiversato per le pressioni...

Artpod / The Farewell Painting | David Salle

La scena ospita un dramma minuto. Una voce sussurra e noi rimaniamo in ascolto, in attesa di una rivelazione che non arriverà. Lo spazio è ripartito in un trittico, forma che dall’altare attraversa i secoli e arriva qui nuda, dissanguata, senza più traccia del sacro: due danzatori colti in un gesto coreografico, la riproduzione di un dipinto di Thomas Jones, A Wall in Naples,  del 1782 – dettaglio prelevato dalla carne pittorica di un paesaggista gallese inebriato dalla luce del Grand Tour –, i corpi degli stessi ballerini quasi solarizzati; piccole, piccolissime, come note a piè di pagina, le donne di una tribù africana, un appunto fotografico repentino che dice del corpo e di altro.    Farewell, arrivederci. La pittura di David Salle è priva di malinconia, ma in questa tela, più che in altri capitoli della sua vicenda pittorica, s’insinua una corrente appena intiepidita da un afflato emotivo. La rêverie si dispiega: una porzione di superficie senape inquadra i due danzatori, infilzati da una lama di giallo che s’incunea nel fianco delle figure – l’uno tocca l’altra, le mani di lui le coprono le orecchie con un gesto che anticipa un’intera enciclopedia di...

Artpod / Nero con Punti Rossi | Alberto Burri

Da secoli, la parola “tela” è sinonimo di “quadro”, tanto è radicato nella storia dell’arte il suo uso come supporto di dipinti di formato vario, di diversa destinazione. Accade insomma che quello che non si vede – la base materiale – serva a dare un nome anche all’immagine che la ricopre.  In Nero con punti rossi di Alberto Burri (1956), invece, la tela è il davanti e il dietro, il sopra e il sotto. Verso la fine del Seicento, il pittore fiammingo Cornelis Gysbrechts riprodusse alla perfezione proprio la parte posteriore di un quadro, in un’illusoria inversione. Ma qui, in Nero con punti rossi, le due tele – quella che vediamo e quella che solo intuiamo – sono reali.  Da alcuni anni Burri aveva inserito nelle sue opere frammenti ricavati da sacchi di juta, senza nasconderne il logorìo, le macchie, le sfrangiature. Non era la prima volta che materiali della vita quotidiana venivano applicati direttamente a un quadro (lo aveva fatto Picasso, ad esempio, con un’impagliatura di sedia). Lo spazio della vita e lo spazio dell’arte sperimentavano così – attraverso quella che solo in apparenza era una trovata tecnica – uno scambio imprevisto: un crossing-over che innerva gran...

Artpod / Caspar David Friedrich | Claudio Parmiggiani

L’opera di Parmiggiani ci permette di distinguere due forme del sentimento religioso. La prima forma definisce il sentimento religioso come una fuga dal mondo, aspirazione a un mondo al di là del mondo, a un mondo trascendente il mondo, più vero del mondo in cui noi viviamo, a un “mondo dietro al mondo”, come direbbe Nietzsche. Esiste, cioè, una forma del sentimento religioso che ha come suo presupposto la miseria di questo mondo, la povertà di mondo di questo mondo e che manifesterebbe l’aspirazione a un mondo non corrotto dal tempo, eterno, beato, a un mondo, paradossalmente, libero dal mondo; un mondo che non conosce più la morte, il tempo, la vita, il divenire; un mondo, dunque, al di là di questo mondo. In questo senso la prima forma del sentimento religioso concepisce la spiritualità come un rifugio trascendente rispetto all’atrocità dell’immanenza del mondo. Da questa prima forma del sentimento religioso deriva un certo modo di intendere la spiritualità nell’arte. Si pensi, per esempio alla stagione storica dell’astrattismo come viene codificata teoricamente in Lo spirituale nell’arte di Kandinsky: l’opera d’arte si realizza come emancipazione dalle strettoie della materia...

Aspettando gli Oscar / Minari. Il linguaggio ritrovato

Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. (Paracelso)   Con ben sei candidature agli Oscar 2021 (miglior film, regia e sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, migliore colonna sonora), Minari di Lee Isaac Chung si conferma uno dei film più interessanti e chiacchierati di questa travagliata stagione di cinema, e non solo per motivi inerenti all’opera in sé e per sé. Pochi mesi fa, quando la pellicola è stata presentata ai Golden Globe, la scelta di concorrere per il premio di miglior film in lingua straniera (che si sarebbe poi aggiudicato), invece che per quello di miglior film, ha generato una controversia sulle regole di partecipazione. Pur essendo una produzione americana diretta da un regista statunitense, nato a Denver nel 1978 da genitori di origini coreane, e che in Minari rivisita per l’appunto un periodo della propria infanzia trascorsa in una fattoria dell’Arkansas, la prevalenza di dialoghi sottotitolati ha impedito di fatto al film di candidarsi al premio più ambito, poiché il criterio linguistico che richiede più del 50% dei dialoghi in lingua inglese, per la...

Artpod / Più vicino agli dei | Enzo Cucchi

Questo ex voto qualcuno lo ha fatto, una mano di uomo lo ha tracciato, ed è arrivato fino a noi, a porci le sue domande. È arrivato su una tavola di grandi dimensioni, olio su tela, ha attraversato più di tre decenni, è arrivato tutto blu emerso dal nero, trafitto e gocciolante di fiammelle e argentei bagliori. Malgrado la nostra incredulità, si sente chiaro il boato che lo ha germinato, assumendo la forma di mandorla di luce spiccata dal cuore. Cosa ci mostra? Una “selva oscura”, una notte in cui ardono decine di fiammelle disposte a corona, e al centro, sospesa su un monte, una fortezza dalle mura orlate di cuspidi. Oppure è l’ombra di una città, con le sue case e le sue torri svettanti, ora dormiente, o abbandonata, o stregata. La selva però potrebbe anche essere un cielo, e quelle onde bianche nuvole che segnano il manto notturno, e le vampate stelle vorticanti. Un tuono ha fatto scaturire dal suo fragore questa mandorla, sospesa chissà dove, e ha guidato la mano del pittore.   Si impone e si sottrae alla vista, e per questo ci seduce, ci trascina all’inseguimento del senso sepolto, ci chiede il perché di quel risuonare così intenso dentro di noi. Il titolo dell’opera,...

Un saggio di Peppino Ortoleva / In un mare di viltà

Esiste una zona d’ombra dove lo sguardo raramente si arrischia, anche per non fare strani incontri. Si tratta di una regione protetta da una certa discrezione, perché non si guarda volentieri in direzione della viltà. Tutt’al più la si giudica come una debolezza di carattere oppure se ne fa uno scivolone, tanto rovinoso quanto occasionale. Ma più in generale se ne tace.  La viltà permane come una sorta di resto rispetto all’immagine dell’umanità a cui più spesso e volentieri tendiamo a dare credito. Si tratta di un resto non interrogato, di un avanzo, negletto e possibilmente dimenticato, di quelle che vengono pilatescamente definite le “pagine vergognose” della nostra storia personale e del genere umano. Notoriamente i resti sono difficili da vedere, occorre allenare la vista a guardare tra gli interstizi delle grandi questioni.   Uno come Balzac l’aveva magistralmente intuito: i moralisti si occupano sempre di quegli orrori che – “belli grossi e ben visibili” – attirano la loro attenzione e sono facili da mettere a fuoco. Guardando alla società, si dedicano alla figura dei carnivori, ma “trascurano i rettili”. Sono, cioè, attirati dal carattere vistoso delle grandi...

Scritti inediti / Piera Oppezzo, Esercizi di addio

Quando ero bambina mia madre mi diceva spesso, come gioco, “due rette parallele non si incontrano mai nel tempo e nello spazio”, io le chiedevo cosa fossero due cose parallele, e lei mi rispondeva che erano come i binari su cui corre il treno. Le rare volte in cui aspettavamo un treno io guardavo le rotaie e tutto mi era chiaro, poi il treno partiva con noi sopra e dal finestrino vedevo l’intersecarsi di un gran numero di rotaie e rimettevo in discussione tutto. Quando lavoro sulla letteratura femminile, su alcune autrici, mi viene talvolta in mente mia madre e le rotaie: l’opera di alcune di loro sembrerebbe destinata a non incrociare mai il grande pubblico, a stare sempre parallelamente nel tempo e nello spazio alla letteratura conosciuta e acclamata. Sembrerebbe. Poi il treno parte, in un poi imprevedibile, e una gran quantità di binari si incrociano, si snodano, si raccordano. Penso a, tra le altre, Goliarda Sapienza, Fausta Cialente, Alba De Céspedes, Dolores Prato.   Per anni leggendo Piera Oppezzo, i cui libri trovavo nei vari mercatini in giro per il Paese, mi pareva di stare in quella meravigliosa linea ferroviaria che da Napoli giunge a Piedimonte Matese: per un...

A un anno dalla scomparsa / John Prine, songwriter's songwriter

“He never was anything but humble and gracious”  Ted Kooser, US Poet Laureate   L’autore degli autori   Nei giorni immediatamente successivi alla morte, avvenuta il 7 aprile 2020 a causa del Covid-19, una delle espressioni più utilizzate, nei necrologi e negli articoli, per definire John Prine è stata “writer’s writer” o “songwriter’s songwriter”. Pitchfork ha addirittura intitolato il lungo editoriale di commiato Remebering John Prine, The Ultimate Songwriter’s Songwriter. Questa espressione, nel mondo anglofono, si riferisce a cantautori poco noti al grande pubblico ma molto apprezzati dagli altri cantautori. Nel caso di John Prine, tuttavia, risulta certo stringente ma alquanto riduttiva se limitata al mondo della canzone. Il suo impatto sulla cultura americana può essere compreso solo entro un perimetro più vasto. La platea di persone che riconoscono nella poetica di John Prine un punto di riferimento fondamentale della loro formazione è composta da scrittori, attori, registi teatrali e cinematografici, autori e presentatori televisivi, pittori e scultori. Prine è stato “writer’s writer” nel senso letterale del termine, un “autore degli autori” che ha...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (9) / Ferocia

Spicca la ferocia sul finire del 1945. E l’anno dopo, il primo della nuova Italia. È come se la guerra non fosse mai finita. Eppure la pace è arrivata, alla fine è arrivata, ma in un paesaggio di rovine. Dell’anima anche. Nuovi demoni non smettono di aggredire l’umano. Si sono soltanto cambiati d’abito. Sono le efferatezze riportate dai resoconti giornalistici a raccontare lo stato in cui versa il Paese, gli assalti delle sue emozioni, i sentimenti distruttivi e i loro barbari furori, la sovranità della paura. Ancora la paura. E pesa come una cappa di piombo sulla vita di tutti i giorni.    La storia del dopoguerra italiano si fa strada attraverso la dispersa episodicità della cronaca nelle sue nere accensioni. Dobbiamo guardare lì dentro, rimestare quel calderone di pulsioni e istinti irriducibili, che smantellano l’idea stessa di convivenza, rompendo gli argini di ogni ragionevolezza. Lì dentro s’intravvede un’Italia in bilico: la sua notte non è finita, l’insicurezza un’insidia costante. Così la ricostruzione del Paese si avvia avendo accanto la morte. “Noi ci siamo abituati alla morte, da anni vediamo la gente morire”, scrive Enzo Biagi ricordando quell’arco di anni...