festival scarabocchi 2020

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Tradizione

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Lo chansonnier russo / Aleksandr Vertinskij: carteggi di amori sovietico-decadenti

Aleksandr Vertinskij in posa da viveur. L’epistolario a cui si fa riferimento in queste pagine è un misto d’amore e di politica, dove pure la componente storico-governativa rientra nella categoria degli affetti. Amore di patria, parallelo a quello per una donna (e per le figlie), provato con lo struggimento e la passione di cui soltanto gli emigrati russi sono stati capaci. Colui che sarebbe diventato un idolo dei palcoscenici, prima nella Russia prerivoluzionaria, poi in giro per il mondo sulle scene della diaspora e, infine, su quelle sovietico-staliniane, nacque a Kiev nel lontano 1889. Il destino gli riservò un’infanzia difficile, figlio illegittimo di una coppia clandestina (ben nota e chiacchierata in città), rimase orfano di madre a tre anni. Il padre morì a sua volta di disperazione e il piccolo, separato dalla sorella, fu affidato a una zia molto dura di carattere. Alunno del prestigioso ginnasio kieviano N. 1, compagno di Paustovskij e Bulgakov, ne fu presto espulso per ragioni di cattiva condotta. La severità della matrigna lo spinse alla ribellione fino a portarlo sulla via del teppismo. Fu sorpreso in flagrante furto delle offerte lasciate dai pellegrini al...

Cremona / Gregnapàpula

Deriva presumibilmente dall’accostamento della voce pàpula, da considerare come un’alterazione di pàrpula a sua volta derivato da parpàja, “farfalla” (dal latino medievale parpalia) al verbo grignà: digrignare i denti e poi ridere, sghignazzare o anche deridere… una farfalla (notturna) che sghignazza, adorabile.

Una conversazione con Giuliano Scabia / Paesaggi con visioni

Firenze, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, sembra il luogo perfetto per ritornare sui propri passi. Qui, il ricco percorso di un artista come Giuliano Scabia si presenta come il terreno fertile in cui scoprire le dimensioni inesplorate di una poetica che, anche nei suoi voli più lontani, ricongiunge il suo autore a un presente che coinvolge ognuno di noi. L’attenzione per l’intricata filigrana di motivi che concorrono alla creazione di quello che chiamiamo semplicemente “oggi” rappresenta uno degli aspetti chiave della ricerca di Scabia, il quale esplora paesaggi in cui si condensano – come accade per la sua «stralingua» – stratificazioni di tempi e di storie. È proprio dalla consapevolezza della presenza di questa ricchezza sedimentata che è possibile muovere i propri passi, oltrepassando la soglia che separa l’ignoto da ciò che si conosce. In un anno inaspettato come il 2020, che ci costringe a una riflessione sul nostro modo di vivere lo spazio, le parole di un artista come Giuliano Scabia ci aiutano a comprendere in che misura natura, lingua, musica e cammino costituiscano paesaggi in cui si snoda il nostro vissuto, portandoci a riflettere sul significato di partire,...

Le atomiche sul Giappone, 75 anni dopo / Nagasaki, dimenticata dagli anniversari

La colonna di fumo che si è prodotta dopo l’immane esplosione a Beirut dell’altro ieri ha la medesima forma del fungo atomico generato dalla bomba sganciata dall’aereo americano su Hiroshima, e oggi è il settantacinquesimo anniversario di quell’evento tragico che ha segnato la storia del nostro Pianeta in questo lasso di tempo. Gli anniversari servono a ricordarci eventi lieti e eventi luttuosi, a consolarci e a metterci anche in allarme, questo in un momento in cui sembra che altre nazioni e paesi si stiano dotando di questo immane strumento di morte. Ne avevamo già parlato in occasione delle vicende legate all’atomica pakistana (qui) e il 16 luglio Riccardo Venturi ci ha rammentato l’anniversario della prima bomba nucleare fatta esplodere in un poligono in attesa di usarla direttamente sul campo di battaglia o, come è poi avvenuto, lasciandola cadere su due città giapponesi.    Le cronache ci ricordano che alle ore 8 e 14 minuti e 45 secondi l’aereo statunitense battezzato Enola Gay sganciò la bomba a sua volta chiamata Littel Boy sul centro della città di Hiroshima secondo un meccanismo preventivo che ne avrebbe assicurato la deflagrazione a 600 metri dal suolo. Fatto...

Due studi / Cinema, gesti e corpi

In una foto del 1930 una giovane donna e un giovanotto sono seduti in poltrona, mentre altre persone sistemano dei sensori sulle loro braccia. La didascalia recita: “Testing subjects for their reactions to screen episodes”, in altre parole si tenta di verificare le reazioni dei due giovani davanti a un film (lo schermo non si vede, ma sulla parete di fondo si notano bene piccole aperture quadrate per le proiezioni). La foto è tratta da The Art of Sound Pictures (New York 1930) di Walter Pitkin e William Marston. È proprio quest’ultimo, sul tavolo in fondo, a controllare i dati assieme alla sua collaboratrice Olive Byrne; tra parentesi: pare sia lei ad aver suggerito le fattezze di Wonder woman, il personaggio dei fumetti creato proprio da Marston, non a caso un convinto femminista.     La foto dimostra quanto il tema delle reazioni del pubblico fosse ben presente nella fase di passaggio dal muto al cinema sonoro. Il fenomeno del forte coinvolgimento fisico e psichico dello spettatore non comincia certo coi film: da sempre, come ha spiegato David Freedberg (Il potere delle immagini, 1989), dipinti e sculture (sacri e non solo) possono suscitare inattese reazioni emotive...

Fantascienza sovietica / La chiocciola sul pendio

Dovremmo essere tutti d’accordo, ormai, sull’importanza non secondaria (e sulla bellezza) della letteratura fantascientifica. Ma se la fantascienza viene spesso vista come una letteratura di pertinenza anglo-americana, a cui si aggiungono ogni tanto voci provenienti dal resto del mondo, Italia compresa, non può andar taciuto che nel secolo scorso i narratori del blocco sovietico abbiano avuto un ruolo tutt’altro che marginale. Lo scrittore più famoso è stato senza ombra di dubbio il polacco Stanislaw Lem, noto al grande pubblico per il romanzo Solaris. Ma le sue opere, a eccezione proprio di Solaris, pubblicato da Sellerio, Golem XIV, pubblicato da Il sirente, e Vuoto assoluto, pubblicato da Voland, sono in questo momento assenti dalle nostre librerie e reperibili solo nel mercato dell’usato.    È imbarazzante che i libri di un gigante come Lem debbano circolare quasi clandestinamente, ignorati dal grande pubblico e, tocca dirlo, anche dai lettori forti, il cui gusto in questi anni con ogni probabilità è cambiato e si è perso per strada una delle voci più innovative e profonde della letteratura mondiale. Augurandomi che qualche altro editore – oltre a quelli già citati...

Rivolta contro l'ingiustizia / Il Cipollino di Gianni Rodari

Originariamente intitolato Il romanzo di Cipollino (1951), il libro di Gianni Rodari che ho scelto di raccontare è noto come Le avventure di Cipollino, titolo assunto dal 1957 e mantenuto nelle diverse riedizioni. Il protagonista è un ragazzino-cipollotto dal ciuffo e dal carattere vitale ed esuberante, sorto dalla penna di Rodari e dalle matite di Raul Verdini nel 1950 per le pagine di «Il Pioniere», la rivista di area comunista per l'infanzia diretta dallo scrittore stesso: le tavole sarebbero presto diventate un romanzo. Nell'edizione che ho riletto in questi giorni i disegni sono di Manuela Santini (Einaudi 2009, 1980 per il testo). Non ho memorie di infanzia del libro, mentre ne ho di La torta in cielo e delle filastrocche che hanno accompagnato le mie scuole elementari (nella prima metà degli anni Ottanta): è invece una felice scoperta degli anni della paternità, ora nella libreria di mia figlia undicenne. Questo dato biografico, confermato da amici/amiche, è forse una spia di come il “primo” Rodari, apertamente sociale e politico, sia meno noto, in qualche modo messo in ombra da quello maturo, einaudiano e antologizzato, 'decomunistizzato', socialdemocratico e...

L’ultimo Montalbano / Cronache di una fine annunciata

La storia è nota? Forse. Ma ricordiamola comunque – tenendo conto che anche la notorietà e il possibile oblio ne fanno parte. Alla fine del 2004, celebrati e ricelebrati i successi mediatici della saga del commissario Montalbano, appena compiuti gli ottant’anni Andrea Camilleri decide di scrivere un ennesimo romanzo dove la sua creatura, secondo molti critici assai invecchiata, esce definitivamente di scena. Detto fatto. Il libro, provvisoriamente intitolato Riccardino, è consegnato ai primi dell’anno successivo alla casa editrice Sellerio, dove viene secretato, con il mandato di pubblicarlo soltanto dopo la scomparsa dello stesso Camilleri. Lo scrittore, riaffermando in pieno la sua volontà autoriale, decide di far morire il suo eroe insieme con lui. Con una posa alquanto teatrale (da “tragediaturi”, direbbero entrambi), personaggio e autore spariranno nell’identico momento, condividendo lo stesso curioso, enfatico destino. I media gongolano, il pubblico applaude, gli studiosi fremono. E Riccardino diviene leggendario senza che nessuno lo abbia letto, mentre qualcheduno maliziosamente sussurra che, forse, questo libro è pura fantasia fatta circolare a esclusivi fini di marketing...

Bologna, 10:25

C’è un’immagine che racchiude tutto l’orrore del 2 agosto 1980. Una giovane donna che si allontana a piedi dalla stazione di Bologna, trascinandosi accanto la bicicletta. Ha lo sguardo fisso, la bocca spalancata. Piange e urla: “Bastardi!..., assassini!...”. Alle spalle si lascia la più atroce strage del dopoguerra. La prima carneficina con fotografie e filmati a colori. Un attentato apocalittico causato da venticinque chili di esplosivo, contenuti in una borsa dentro la sala d’aspetto di seconda classe. Una bomba che alle 10,25 fa crollare trenta metri di pensilina, uccidendo ottantacinque persone e ferendone duecentodiciotto.   Opera dei fascisti, dichiara il 4 agosto 1980 in Senato l’allora presidente del consiglio Francesco Cossiga (il quale poi cambierà opinione). Non a caso. Il decennio prima è stato segnato dai morti di piazza Fontana (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972). E ancora: della Questura di Milano (1973), di piazza della Loggia a Brescia e dell’Italicus a San Benedetto Val di Sambro (1974). Attentati che hanno portato a piste nere e depistaggi dei servizi segreti. Anche per la strage di Bologna, si vuole seppellire la verità. Già il pomeriggio del...

Provincia di Avellino / Mancùsu

Aggettivo che in alcuni dialetti irpini indica un luogo esposto a settentrione, al riparo dal sole. Una terra mancosa è una terra povera, che dà pochi frutti. Ma è anche una terra dove trovare refrigerio nelle ore più calde. Il termine, che sulle prime parrebbe avere la stessa radice di mancare, deriva in realtà dal fatto che il nord è situato a sinistra, dunque a manca, del sole quando sorge.

Pensare al futuro anteriore / Ivan Illich: un rivoluzionario gentile

  “Soltanto gli uomini liberi possono cambiare idea e sorprendersi; e benché non esistano uomini completamente liberi, alcuni uomini sono più liberi di altri” [Ivan Illich]   Ripensare e rivoluzionare le nostre forme di vita   Muovere in azione, con chi passa gentile, ti situa sulla sponda più autentica del fine della vita. La lettura di Celebrare la consapevolezza, il primo volume delle Opere complete di Ivan Illich, uscito da Neri Pozza Editore, Vicenza 2020, porta con sé una risonanza con un verso di Pier Luigi Cappello: “Affondava le radici nel futuro”. Nonostante la quarta di copertina riporti una lapidaria affermazione di Illich: “Non permetterò all’ombra del futuro di posarsi sui concetti mediante i quali cerco di pensare ciò che è e ciò che è stato”, è difficile smentire la propensione all’utopia come motore del percorso di una vita, e di un pensiero articolato e complesso, quale è stato il suo. Poche altre sue opere possono confermare questa distinzione di Illich a cercare e pensare al futuro anteriore meglio di I fiumi a nord del futuro, il suo testamento raccolto da David Cayley, pubblicato in italiano da Quodlibet, Macerata 2013. L’incessante cercare di...

Area tridentina / Stránio

stránio. (area tridentina) di Fausta Libardi   Durante la grande guerra, per sgomberare il teatro delle operazioni, le popolazioni della Valsugana che abitavano lungo il confine dell’Impero vennero deportate nell’entroterra. In Boemia, nei campi, c’era il tifo; a mia nonna, sfollata con due figli bambini, un contadino generoso portava ogni tanto qualche gallina che era morta di malattia. Quando ripensava a quel periodo (avveniva di rado) alla nonna ghe vegnía stránio: lo struggimento che rende di nuovo presente il dolore e l’umiliazione del passato. 

Ol’ga Knipper - Anton Čechov / Lo scrittore, la malattia, l’attrice

«Buon giorno cagnolino» «Buongiorno mio cane arrabbiato… mio cagnolino feroce… mio cagnone…». «Mio [cavallo] ungherese». Anton Pavlovič Čechov si rivolgeva così alla moglie, l’attrice Ol’ga Knipper, quando le scriveva dall’”esilio” di Jalta. Lei, prima di sposarlo, era stata l’Arkàdina del Gabbiano, la matura, annoiata proprietaria terriera sposata a uno scrittore parassita d’anime, Trigòrin. Anton aveva visto Ol’ga recitare nella famosa edizione del Gabbiano del Teatro d’arte di Mosca diretta da Nemirovič Dančenko e Konstantin Stanislavskij nel 1898, quella che aveva lanciato il testo, Čechov e quel gruppo di artisti radicali nemici della routine nell’empireo dell’arte scenica, aprendo le strade alle rivoluzioni teatrali del novecento. Lei aveva trent’anni, otto in meno dello scrittore medico. In un altro spettacolo Čechov l’aveva definita meravigliosa, la migliore di tutte.  Poi lei fa amicizia con la sorella di Anton, Marija. Qualche mese dopo Ol’ga è in vacanza nel Caucaso e lo scrittore aggiunge poche righe a una lettera della sorella: «Salve, ultima pagina della mia vita, grande artista della terra russa. Invidio i Circassi che vi vedono ogni giorno». Ol’ga risponde: «...

31 luglio 1920 - 31 luglio 2020 / Franca Valeri: quattro date per cento anni

Per Paolo Poli Franca Valeri era “il mio unico maestro”; Arbasino dichiarò che “poteva sempre perderci la testa”, come se fosse la prima volta che la vedeva, nello stesso tempo proclamandosi “uno dei suoi fan più antichi”. Due encomi piuttosto celebri e di vistoso pregio, a cui si potrebbe aggiungere quello di Gadda, che, chiamato da Valeri a produrre una commedia per lei, avrebbe preso congedo lasciandole in dono l’idea, e come consacrazione la certezza che l’avrebbe scritta meglio da sola. Se non fosse abbastanza, ci sarebbe anche Gianfranco Contini, che nel 1963 introduce l’edizione Einaudi di La cognizione del dolore annettendo al canone multilinguistico di Gadda le origini dell’espressività regional-gergale dei tre “mimi più valorosi: da Eduardo al Totò meno consunto e a Franca Valeri”.    Per parte sua Valeri (al secolo Franca Maria Norsa) veste con orgoglio simili dichiarazioni di stima – è lei a scrivere che i sentimenti si provano come pantaloni o un cappello, mai provata l’invidia –, e sono suoi tratti lapalissiani, in tutte le celebrazioni dedicatele, durante i molti premi ricevuti, le assolute pacatezza e imperturbabilità. Ma attingendo ancora a un’...

33 poesie / Cees Nooteboom: viaggi, isole, tombe

L’occhio del monaco è un libro di poesie di Cees Nooteboom tradotto nel 2019 da Fulvio Ferrari per Einaudi, che segue Luce ovunque, uscito nel 2012. Nooteboom è autore di libri di viaggio, saggi, romanzi, poesie, nato all’Aia nel ’33, che ha viaggiato sin da giovanissimo in tutto il mondo, aprendosi e aprendo la sua scrittura a tutte le influenze, lasciandosi contagiare da passioni e rituali, mescolandosi con altri tempi e altri luoghi. L’isola dei monaci è il luogo dove ha iniziato a scrivere questa ultima silloge, un’isola nel cui stemma vi è un monaco grigio al cui occhio non si può sfuggire, che tutto vede e tutto rassicura, ma più di ogni altra cosa invita a vedere. La costruzione del libro ricorda questo occhio da cui sembra non voler uscire, dove sembra voler sostare; una costruzione circolare, come se perimetrasse l’isola o come se perimetrasse l’occhio del monaco, portando ogni verso avanti ma al contempo indietro. Lo schema metrico sempre uguale contiene incontri e sogni lungo trentatré poesie: sono descrizioni di immagini oniriche, talvolta surreali, altre realistiche. Pochi sono gli interni, nei quali spicca come oggetto il letto, molti gli esterni, moltissimi gli...

Gregorio di Tours / I miracoli di San Martino

“Oh indicibile triaca! Oh inesprimibile balsamo! Oh inestimabile antidoto! Oh purgante celeste, se così posso dire! Questa polvere vince le arguzie dei medici, supera la dolcezza degli aromi ed è più forte di qualsiasi unguento! Pulisce il ventre come l'agrimonia e i polmoni come l'issopo, purifica la testa come il piretro. E non solo rafforza le membra deboli, ma, beneficio ben più importante di qualsiasi altro, lava e deterge le macchie della coscienza”.    Chi prorompe in questa serie di esclamative? E, soprattutto, a proposito di quale polvere? Si tratta di Gregorio di Tours e la polvere di cui si magnificano le virtù curative, di gran lunga più efficaci di tutte le erbe officinali prescritte da qualsivoglia medico, è quella del sepolcro di San Martino. Abbiamo tratto questa bella citazione dalla pregevole opera appena uscita per i tipi di Einaudi, I miracoli di San Martino, tradotta, introdotta e accuratissimamente commentata da Silvia Cantelli Berarducci (collana I millenni, impreziosita da dodici magnifiche riproduzioni tratte dalla vetrata di San Martino della cattedrale di Chartres). I de virtutibus sancti Martini libri IV sono il racconto dei miracoli avvenuti...

Mario Barenghi / Poetici primati. Saggio su letteratura e evoluzione

Letteratura e evoluzione: è lecito un accostamento tra questi due termini?  Se intendiamo l’evoluzione non in senso storico, non come il progredire nel tempo delle vicende umane, ma in senso darwiniano, ossia come la vita si evolve sulla Terra è possibile un confronto tra questo paradigma e la letteratura?  Queste domande non sono nuove, per quanto possano apparire ancora oggi paradossali a tutti coloro che si sono formati alla scuola della storiografia letteraria tradizionale, che in Italia e in molti altri paesi è quella che si basa sui principi dello storicismo. Vale a dire sull’idea che l’avvicendarsi degli eventi del mondo e insieme ad essi delle forme simboliche, tra cui quelle artistiche, segua una traiettoria riconoscibile, una direzione determinata. Il modello storicistico ha sostituito a fine Settecento in campo artistico e in particolare in ambito letterario quello classicistico che per secoli ha inteso l’arte come una pratica basata su un fascio di valori estetici immutabili: la costruzione armonica, lo stile elevato, la simmetria delle parti, la compiutezza del tutto. Essi erano la marca identificativa del valore delle opere d’arte, fossero esse figurative,...

Diario 7 / Vertigini al contrario

Si possono pronunciare tante parole buone sulla montagna e su chi la sceglie per passare un periodo di vacanza, una fuga nel tempo o un’intera vita. Io pronuncio la parola ottundimento. Una parola che in realtà può non sembrare così buona, se è vero che di solito la usiamo per indicare un indebolimento progressivo della vivacità mentale. Eppure se la vivacità mentale è il requisito che dobbiamo sviluppare per sopravvivere nei contesti di civiltà in cui siamo costretti a spendere le nostre vite, il suo indebolimento progressivo, a favore di una capacità di meditazione più distesa come quella che si raggiunge in montagna, rappresenta una conquista notevole. Immagino che la questione, ridotta all’osso, abbia a che fare con la percezione del tempo. Si sa che il tempo psicologico non corrisponde al tempo matematico, e che ognuno vive questo scarto a modo suo. In città il mio tempo psicologico è spaventosamente più rapido del tempo matematico. In montagna lo scarto si riduce notevolmente. In certi momenti addirittura mi sembra che i due tempi arrivino a convergere.     La decelerazione del tempo psicologico è ciò che chiamo ottundimento. Ma nel mio caso non ha nulla di...

Trenta poesie famigliari / Il Pascoli di Garboli

Rileggo un libro da me molto amato, appassionante e divertentissimo; e sono un po’ sulle spine. L’editrice Quodlibet, che con merito ha tra le sue vocazioni anche quella di riproporre testi importanti eppure dimenticati o introvabili sul mercato, ha da poco riproposto le Trenta poesie famigliari di Cesare Garboli (con una introduzione di Emanuele Trevi, Quodlibet, Compagnia extra, 2020, 20 €). Uscì per la prima volta nel 1985 nella collana economica dei classici Mondadori, e Garboli figurava come curatore del manipolo di poesie pascoliane. Cinque anni dopo, ricomparve nella Nuova Universale Einaudi con un sorprendente cambio d’intestazione: il curatore che assurgeva al ruolo di autore.   Quello che poteva sembrare un colpo di mano, o meglio un coup de théâtre in flagrante stile garboliano, altro non era che la presa in carico di un dato di fatto. Come dichiarato da Garboli medesimo nella prefazione a questa seconda edizione, a petto di una risicata antologia di testi, e neppure tra i maggiori, l’ipertrofica mole delle pagine della nota al lettore e della cronologia finivano per fagocitare le 30 poesie, tutte per giunta dotate di glosse e cappelli introduttivi a larghe tese....

Imaging, Technology and the Natural World / On Earth. Le avventure dello sguardo

“Dopo la Guerra Civile, gli Americani ritornarono ad esplorare il loro continente, specialmente l’eccitante, e poco conosciuto, Ovest. Uno degli strumenti delle loro esplorazioni era la fotografia, che all’epoca era ancora una novità. Il fotografo-come-esploratore era una nuova tipologia di creatore di immagini: in parte scienziato, in parte reporter, e in parte artista. (…) Esplorando nello stesso tempo un nuovo medium e un nuovo soggetto, ha realizzato immagini nuove, che erano oggettive, non aneddotiche, e radicalmente fotografiche.”   Lucas Foglia, Kenzie inside a melting glacier juneau icefield research program Alaska, 2016, courtesy of the artist. Con queste parole di John Szarkowski si apre l’introduzione del catalogo della mostra “The Photographer and the American Landscape”, tenutasi nel 1963 al MoMa di New York; l’intento era quello di raccogliere e presentare il lavoro di tutta una serie di fotografi che avevano non solo registrato, ma anche ridefinito e plasmato, il concetto di paesaggio naturale (e di fotografia di paesaggio), autori che, al di là dei differenti approcci, condividevano un unico scopo: raccontare, citando ancora le parole di Szarkowsi, “com’è...

Nastassjia Martin, Croire aux fauves / Attenti all'orso!

“L’orso è partito, ormai da ore, e io aspetto, aspetto che l’obnubilamento si dissolva. La steppa è rossa, le mani sono rosse, il viso tumefatto e lacerato non è più lo stesso. Come ai tempi del mito, è l’indistinto a regnare, io sono questa forma incerta dai tratti scomparsi sotto gli squarci aperti nel volto, ricoperti di umori e di sangue: è una nascita, perché manifestamente non è una morte.” Cosi comincia, senza tanti giri di parole, il bel libro scritto dall’antropologa Nastassjia Martin, Croire aux fauves, uscito l’autunno scorso in Francia e di prossima traduzione in Italia. Fin dalle prime righe, infatti, di questo si tratta: di “credere alle fiere”.   In queste giornate estive in cui le cronache parlano con frequenza di incontri e di scontri con orsi sulle montagne trentine (ma il discorso potrebbe allargarsi anche al lupo), e delle polemiche che li accompagnano, credere alle fiere non vuol dire prenderle sul serio perché selvaticamente pericolose. No. Qui, con uno di quegli spiazzamenti propri all’antropologia, vuol dire piuttosto: prestarvi fede. E, in un certo senso, come fa l’autrice, affidarvisi, consegnandosi all’altrui capacità. Con l’andamento frammentato...

Un'anticipazione / Disuguaglianze

Le disuguaglianze investono tutte le dimensioni del vivere (Barca, in De Rossi, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, 2018). Per lungo tempo l’attenzione degli scienziati sociali si è soffermata sulle disuguaglianze di reddito e di produzione, tralasciando le numerose altre dimensioni che concorrono a determinare asimmetrie di opportunità, come ad esempio, l’istruzione, le cure sanitarie, la sicurezza personale, la qualità ambientale, la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali, le reti di mobilità, l’efficienza amministrativa e giudiziaria. Allargando la prospettiva alla qualità della vita delle persone, lo spazio delle disuguaglianze si dilata ben oltre le disparità di ricchezza e reddito, rendendo più complesse e urgenti le politiche di contrasto. Le disuguaglianze di opportunità che derivano dalle differenti possibilità di accesso a servizi essenziali condizionano i risultati che le persone sono in grado di ottenere nel corso della loro vita (Accessibilità), pur senza alcuna connessione con la volontà o l’impegno dei singoli perché generate in una «lotteria alla nascita» che assegna posizioni di partenza differenti per genere,...

Midland a Stilfs / Thomas Bernhard. Tre novelle sui precipizi

C’è qualcosa in rovina, qualcosa che sfugge, qualcosa di morto. Una meta, un luogo perfetto, sognato, sempre più in alto, su un monte, in un’altezza separata dal mondo. Ma la felicità di quel luogo è solo una finzione, probabilmente un ricordo, quasi sicuramente qualcosa che svanisce, se non una macchina di supplizio. È un’ascesa (un’ascesi) alla separazione del mondo o forse piuttosto un’espulsione da esso, imposta da interessi di altri; oppure è un modo in cui qualcuno che fa una vita ne sogna una diversa, come se fosse la realizzazione di una qualche felicità primordiale e non uno sprofondare nella ripetizione, nell’inanità, nel disgusto di una vita piatta, incarcerata nella necessità materiale, senza luce, insopportabile. L’esistenza, così, tende a trasformarsi in abitudine alla morte. L’atto, solo l’atto è vita, corrente che si consuma immediatamente agendosi. Il pensiero scaccia dall’Eden, diventa paura dell’atto, arte della formulazione, arte della presentazione, dilazione e tormento. Imprecisa Matematica dell’impossibilità di esserci, di vivere. Insomma: teatro mentale dell’assenza e della tortura; vale a dire Thomas Bernhard.     Sono usciti da Adelphi nella...

Al MAC di Lissone / Sean Shanahan: l'infinito nel cavo della mano

Cosa si può dire di un colore? Nonostante l'apparente semplicità, un colore non è una cosa semplice. Si può nominarlo il più accuratamente possibile, magari indicando il suo numero di Pantone. Si possono elencare le cose che quel colore ricorda, le associazioni mentali che evoca, e man mano esplorare la nebulosa di significati e immagini che nella nostra memoria è in qualche modo legata a quel colore. Si può addirittura scriverne una storia, come ha fatto Michel Pastoureau; o farne delle teorie generali, come la versione ufficiale della scienza, che si basa sulla teoria della luce di Newton; o la teoria di Goethe, radicata nella percezione umana; o le teorie esoteriche, come quella di Rudolf Steiner; o ancora come le teorie dei fisiologi, degli psicologi e dei semiotici, quelle dei filosofi e quelle dei pittori. Tutto questo rimane ovviamente nel campo del concetto e non potrà mai sostituire l'esperienza diretta. Parole, metafore e sinestesie sono tutto ciò che il linguaggio può offrire a chi non vede quel colore. E l'essenziale rimane lost in translation.   Per questo è sempre spiazzante parlare del lavoro di Sean Shanahan, in questi giorni in mostra al MAC di Lissone con...