Colonialismo: psiche e Storia

6 Agosto 2022

Esce, per Meltemi, il libro di Georges Balandier La situazione coloniale e altri saggi a cura di Alice Bellagamba e Rita Finco. Le curatrici hanno scelto tre scritti di Balandier all’inizio degli anni Cinquanta, e hanno aggiunto poi un ultimo capitolo, scritto nel 2001, che torna sul lemma “situazione coloniale”, a cinquant’anni di distanza. Il libro è corredato da un’interessante introduzione delle curatrici.

L’autore prende in prestito il termine “situazione coloniale” da Dominique Octave Mannoni, psicoanalista francese vissuto per una ventina d’anni in Madagascar. Mannoni è autore, nel 1950, di La psychologie de la colonisation, riedito nel 1984 con un novo titolo: Prospero e Calibano

Il richiamo a La tempesta di Shakespeare sembra essere, per Mannoni, allegoria della situazione coloniale, da lui sperimentata durante la vita africana. Mannoni descrive la “situazione coloniale” come condizione psicologica del legame tra il colonizzatore e il colonizzato, proponendo una precisa distinzione tra il complesso di dipendenza del colonizzato e il complesso di inferiorità del colonizzatore. 

Dopo essere forzato a uscire dal proprio habitus tradizionale, il colonizzato esperisce una sensazione di abbandono che lo rende dipendente dal colonizzatore, così come Calibano dipende da Prospero nell’isola dove sono entrambi costretti. Il colonizzatore, come Prospero, esplicita la pretesa di essere onorato e ammirato, ma nasconde un complesso di inferiorità che si mostra attraverso l’urgenza patologica a dominare il mondo; così come, nella Tempesta, Prospero è in grado di far accadere qualsiasi evento che riscatti il suo stato di inferiorità dovuto all’esilio. Da questa relazione nasce il potere coloniale, sul piano psichico.

Pur facendo riferimento all’analisi di Mannoni, Balandier – come Franz Fanon e Aimé Césaire – sembra insoddisfatto dell’elaborazione psicoanalitica. Preso dall’interpretazione analitica, Mannoni sembra trascurare i rapporti ideologici e materiali della situazione coloniale.

Nell’apprezzare il termine “situazione coloniale”, Balandier mostra l’interesse – assai raro negli anni Cinquanta – ad affrontare la situazione coloniale come questione sistemica. Tuttavia, se Mannoni si smarca dalle giustificazioni delle potenze imperialiste sull’essere portatrici del progresso, come pure dalle impostazioni di sterile pietismo verso il “povero colono”, Balandier va oltre, aggiunge alla “situazione coloniale” un corpo antropo-sociale essenziale. È forse in quel periodo, per la prima volta, che il termine “progresso” entra in crisi. “Portare loro il progresso” nasconde l’abiezione di un sistema di sfruttamento che giustifica le teorie della superiorità del colonizzatore, teorie che, a loro volta, mostrano paradossalmente il “complesso di inferiorità”.

Invero a ciò si aggiungono altri elementi: sul piano ideologico, la cristianizzazione diventa elemento corrosivo di sistemi di vita tradizionali, per esempio delle ontologie cicliche della temporalità che caratterizzano il mythos e il suo ciclo rituale, immettendo il piano del tempo come tempo lineare, storico. La modernizzazione trasforma l’Africa in un mondo dove accadono avvenimenti e trasformazioni repentine, l’esempio specifico delle ricerche antropologiche di Balandier è quello dei Fang. Qui l’autore dettaglia l’analisi dei cambiamenti coloniali attraverso la trasformazione di queste popolazioni che si trovano a essere classificate con il nome di Fang:

“Ci siamo impegnati a studiare gli aspetti e le implicazioni politiche di un movimento di ‘raggruppamento clanico’ che ha interessato tutti i Fang del Gabon, dopo essersi sviluppato tra i popoli affini e vicini del Camerun […] a seguito di questo movimento, o della sua fusione, è nato un pro[getto] di unificazione e modernizzazione dei villaggi, promosso da rappresentanti locali, che ha trovato il sostegno della maggioranza dei Fang.” (Balandier, p. 51/52)

A proposito di questo “raggruppamento clanico” – i Fang – Balandier fa riferimento a un progetto – termine tipicamente connesso all’idea occidentale di finalità cosciente – di modernizzazione coloniale definito Alar Ayong. Si tratta di un viaggio che trasforma profondamente il senso identitario dei Fang, a partire dal colonialismo post bellico: “… queste popolazioni che conosciamo oggi come Fang o Beti, erano società fortemente segmentarie in cui l’ayong (clan) rappresentava la più ampia unità sociale e la maggiore autorità politica”. Così scrive Enrique Okenve nel 2014, in un numero dell’International Journal of African Historical Studies

In altri termini, i Fang si trasformano. Si passa dalla frammentazione di clan indipendenti a unità di gruppi dipendenti tra loro. Il colonialismo impone un repentino cambiamento dell’ontologia, che si accoppia con gli habitus antecedenti, creando una condizione nostalgica di massa. 

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Questo fenomeno specifico è esemplare, e forse non riguarda solo i Fang, ma è caratteristico della dipendenza dall’ideologia occidentale, ha risvolti materiali enormi: massacri etnici, devastazioni ecologiche del continente, schiavismi, oppressioni delle masse locali, sottomissione a potenze straniere, devastazioni comunitarie e linguistiche locali.

Le forme di antagonismo tipicamente europee, come, per esempio, le guerre di liberazione, non sono altro che classici esperimenti sociali risorgimentali. Rivendicano stati-nazione che, a loro volta, presentano i rivoluzionari come liberatori di nazioni inesistenti prima del colonialismo e conducono verso un circolo vizioso senza ritorno. Non rimane che la nostalgia di un mondo dissipato, che permane nel sogno del colonizzato, spesso nella forma di un riscatto che, nell’impossibilità di un ritorno alle origini, produce idee di liberazione rivelatesi, nel dopoguerra, utopie astratte.

Qui forse dobbiamo tornare alle amare considerazioni shakespeariane, tirando in ballo, un’altra opera: il Giulio Cesare

Dieci anni fa una compagnia di teatranti di origine africana, mise in scena il Julius Cesar presso la Royal Shakespeare Company.

Le ragioni di questa scelta derivarono dal fatto che il Giulio Cesare fosse l’opera di Shakespeare più nota e diffusa in Africa. Invero il Giulio Cesare descrive il vuoto di potere che si crea dopo una liberazione dal tiranno. Balandier negli anni Cinquanta aveva anticipato queste linee di derivazione del colonialismo come condizione di trasformazione irreversibile, potremmo metterla così: quando il colonizzato apprende il modus vivendi del colonizzatore, assume quella maschera bianca, che copre la pelle nera, come scrive Franz Fanon. 

La situazione coloniale è un fenomeno complesso; in questo senso le idee psicoanalitiche intorno all’ambivalenza di ogni “cosa umana” – come scrisse Franco Fergnani nel 1978, in La cosa umana, a proposito di Jean-Paul Sartre – sono necessarie, ma insufficienti. Il colonialismo moderno è stato un movimento di forzatura dell’ambivalenza nell’epoca dominata dal progressismo, qualsiasi senso abbia il termine “progressismo”, con l’idea che lo accompagna – l’idea che l’uomo sia padrone di tutte le cose e possa manipolarle indefinitamente – distrugge la nostra ambivalenza costitutiva, il nostro colloquio interiore. Balandier, in questi saggi degli anni Cinquanta, è profetico.

Il colonialismo non è soltanto un fenomeno psicologico, benché l’analisi di Mannoni colga un’importante parte di questa ambivalenza distinguendo il complesso di dipendenza del nativo dal complesso di inferiorità del colonizzatore: il colonialismo è anche un’esperienza storica che ha prodotto una mutazione della psiche umana. 

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