Jacovitti: un secolo di salami e lische di pesce

9 Marzo 2023

Bosch più salami. Mi rendo conto che è un accostamento assurdo, apparentemente illogico, ma è questa l’equazione che mi sembra racchiudere meglio il nocciolo incandescente e straripante di quello strano fenomeno grafico non identificato che per 57 anni – dalla prima storia pubblicata sul “Vittorioso” poco più che adolescente (Pippo e gli inglesi, che inaugura la fortunata serie dei 3P: Pippo, Pertica e Palla) agli ultimi lavori d’occasione, realizzati poco prima della scomparsa, nel dicembre 1997 – ha sorvolato con successo i cieli del fumetto e dell’illustrazione italiana. Stiamo naturalmente parlando di Benito Jacovitti, autore immenso e smisurato – nel senso di larger than life – di cui proprio oggi festeggiamo il centenario. 

Bosch più salami, dunque. Iniziamo, invertendo l’ordine degli addendi, proprio dal più rustico e povero degli insaccati. Per me, ma non solo per me, Jacovitti è prima di tutto quello che disegna salami. Si può dire che avesse una vera e propria ossessione per i salami: nel solo Pinocchio – nella sua vita Jac si è confrontato tre volte con il capolavoro collodiano, da una prima illustrazione degli anni ‘40 a una versione a fumetti di qualche anno più tarda, fino all’edizione del 1964 – tra le straripanti e coloratissime illustrazioni fanno capolino ben 92 salami (ho promesso alla mia bimba novenne di ringraziarla pubblicamente per il conteggio, e qui assolvo il mio debito). Salami protesi su due gambe, salami mollemente adagiati in un angolo di una vignetta, salami che emergono dal terreno, salami che corrono, salami-serpenti, salami che reggono ossi, salami-pesce che nuotano nel mare, addirittura salami che di fronte alla tomba della bambina dai capelli turchini piangono disperati solidarizzando con il povero Pinocchio, salami salami e ancora salami, a volte, ma solo a volte, opportunamente posati su un tavolo per essere affettati. 

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Ma come è cominciata questa storia dei salami? Così la racconta direttamente Lisca-di-pesce (difficile da credere, vista la mole ingombrante, ma il soprannome con cui Jacovitti a lungo si è firmato sembra derivi dal suo fisico asciutto e affilato in età giovanile): “Stavo disegnando l'interno di una reggia, c'era un tappeto per terra, il tappeto di solito si disegna facendo delle pieghe per renderlo più reale. Mentre stavo disegnando le pieghe avevo bisogno di un oggetto da sistemarci sotto per giustificare quella determinata piega. Ci ho messo un salame e ho visto che la sua presenza lì funzionava, riempiva bene. Riempie nel senso che se io faccio uno spazio vuoto dentro ci devo mettere qualcosa e allora: il salame. Poi un po’ di gente che leggeva le mie tavole ha cominciato a farmi domande sul perché qualche volta avevo messo dei salami per terra e sono stato spinto ancora di più a inserirli di proposito, dato che creavano curiosità. Per quanto mi riguarda posso dire questo: quando disegno mi trovo davanti un foglio bianco, diviso in varie strisce. Dopo aver realizzato la prima vignetta, per non stare con la penna in bocca, ad aspettare l'ispirazione, cerco di disegnare qualche cosa; nella seconda vignetta disegno un salame, o qualcosa del genere, sotto il gomito di qualcuno, tra una persona e l'altra, metto un oggetto, le matite, le ossa... E questi segni sono sempre i soliti: sono pettini, rocchetti, dadi, puntine da disegno, vermi, macinini, piedi, mani che fanno le corna, pugni che escono dal terreno e che reggono dei vermi, api e naturalmente salami.” 

Che sia un salame con i piedi o un pesce con le ali, il senso è sempre duplice: da una parte, creare un effetto comico di straniamento, che scivola nell’assurdo e nel demenziale, poiché quello che vediamo nella vignetta è un oggetto o un animale comune ma colto in atteggiamenti del tutto decontestualizzati, mentre spesso assolve anche funzioni meta-narrative (ad esempio un verme che nel corso delle vignette fa dei commenti strampalati, come un coro ubriaco da tragedia greca); dall’altra parte, queste incongrue e continue presenze grafiche popolano lo spazio delle vignette e delle illustrazioni, creando quell’effetto di agglomerazione e complessità organica che permea le tavole di Jacovitti, in particolare le sue celeberrime “panoramiche”.

E qui arriviamo a Bosch, nel senso di Hieronymus Bosch, pseudonimo di Jeroen Anthoniszoon van Aken. Eh sì, cosa c’entra il visionario pittore olandese con il nostro bonario disegnatore molisano? Sono proprio le panoramiche il punto di contatto tra i due artisti. Le panoramiche sono quei disegni in cui Jacovitti affastella insieme un brulichio di personaggi che abitano nello stesso spazio, quello della tavola, senza che nella lettura ci sia una sequenzialità chiara da seguire (non ci sono vignette, ogni situazione è contigua ad un’altra, senza soluzione di continuità), eppure la leggibilità delle singole scenette è sempre chiara ed evidente. Non solo, il colpo d’occhio a volo d’uccello suscita un senso di vertigine e ammirazione per questo brulichio di personaggi assurdi, ordinato e disordinato insieme, ammirazione che va poi consolidandosi quando l’occhio comincia ad esplorare ed entrare in quella mappa straripante di situazioni carnascialesche e comiche. 

Lo stesso brulichio lo possiamo trovare naturalmente nell'opera di Hieronymus Bosch, assieme allo stile grottesco e fantastico, nelle rappresentazioni dei vari Giudizi Universali o nei Trionfi della Morte, con il loro portato di contrappassi visivi per gli umani peccatori. In Il giardino delle delizie il pittore fiammingo anticipa sia la seminale stampa di Hogenberg La Mappa Blu, dove sono ammassate moltissime scene raffiguranti proverbi popolari, comprese le tematiche del mondo all'incontrario, sia la notissima tavola di Pieter Brueghel sui Proverbi Fiamminghi. Come nota Erik Balzaretti nel catalogo della mostra Jacovitti. Il teatrino perpetuo (2017), le assonanze tra le grandi pagine di Jacovitti e questa tradizione sono rivelatrici di un sentire comico e popolare, che si muove su un sentiero secolare di “realismo grottesco” con cornice fantastica. 

E se la scuola fiamminga si appoggiava sulla finezza dei dettagli, la resa perfetta delle figure e l’equilibrio compositivo dell’insieme, Jacovitti stravolge genialmente il modello senza tradirlo, rifacendosi alle sperimentazioni proto-fumettistiche e ai primi cartoonist e vignettisti (con chiari richiami a “Yellow Kid” Outcault, “Krazy Kat” Herriman e “Popeye” Segar). Il risultato è un tratto pulito – frutto in realtà di una tempesta di piccoli segni, inchiostrati, ricordiamolo, nel momento stesso in cui vengono disegnati – che definisce personaggi pupazzosi e morbidi, grotteschi e assurdi, che saltano e fanno arzigogolate capriole pur restando fermi, con ricco corredo di balloon, didascalie e cartelli che spuntano da ogni dove.

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L’invenzione linguistica è l’altro motore di Jac: battute nonsense o a doppio senso, freddure, scioglilingua, storpiature di proverbi, nomi assurdi di personaggi strappati alla commedia dell'arte di piazza, invenzioni e ibridazioni varie, insomma ciò che lui chiamava jacovittate o jacovitterie. E non si può non trovare in questa superfetazione lessicale un modello per la generazione successiva di fumettisti, da Bonvi con la lingua neogermanica degli Sturmtruppen e le parole troncate di Cattivik, agli inimitabili gerghi con cui parlano i personaggi di Andrea Pazienza. È interessante notare che proprio Pazienza, fuoriclasse del nuovo fumetto alternativo scaturito dalle temperie della contestazione, nella prima intervista televisiva che gli fece Luca Raffaelli nel 1981, a domanda diretta sui suoi modelli non citi i campioni del fumetto underground, o che so Moebius, ma nientemeno che Jacovitti, autore peraltro molto lontano non solo dai movimenti giovanili ma dalla sinistra in genere.

La collocazione politica di Jacovitti meriterebbe un approfondimento pacato, necessario nelle valutazioni storiche di un giubileo centenario. Jac si definiva sornionamente un estremista di centro, uno che cerca sempre di stare sopra le parti. Padre ferroviere fervente fascista, cresciuto sotto il regime da balilla e avanguardista, sosteneva che già nel ‘39 il fascismo non lo convinceva più. Collaboratore storico della stampa cattolica, non stupisce che abbia prestato più volte la sua matita alle campagne elettorali della DC contro comunisti e socialisti. Vista dall’Italia in cui viviamo oggi, colpisce comunque la libertà di invenzione e toni che era concessa a Jacovitti nei suoi fumetti per bambini e ragazzi, oggi che una pelosa ipersensibilità porta ad adattamenti censori (come nel caso recente di Dahl) o non permette di riconoscere la differenza sostanziale tra linguaggio grafico e violenza politica (vedi l’equiparazione tra le botte squadriste davanti a un liceo fiorentino e le foto di potenti attaccate a testa in giù di fronte a un liceo milanese). 

Si definiva anche anarcoide, Jacovitti, ma bisogna riconoscere che quando si avventura nella satira pura il suo sguardo è più individualista, con venature qualunquiste, che dissacratore. Le storie del dopoguerra apparse su diversi giornali satirici – La rovina in commedia, Il paradiso sosvastico, Battista l’ingenuo fascista, come anche le vignette anticomuniste dei Due compagni, ideate inizialmente da Fellini – rivelano un sapore decisamente reazionario. Per questo, solo un direttore coraggioso e folle come Oreste del Buono (più anziano di lui di un giorno soltanto) poteva pensare di riuscire a far accettare ai lettori di “Linus” negli anni ‘70 una figura ingombrante come quella di Jac. D’altronde, è lo stesso del Buono a sentenziare che sono tre gli autori che hanno descritto meglio l'Italia del Novecento: Fellini, Sordi e Jacovitti.

Disegno di Jacovitti per il numero speciale della rivista "Il Grifo" dedicato a Fellini (1993).

 

Come chiosa Goffredo Fofi, Jacovitti è stato il Fellini del nostro fumetto, e la sua arte merita di essere riconosciuta, studiata e goduta ora che il pregiudizio che lo ha colpito in vita è definitivamente svanito, valutandone criticamente le svolte e le contraddizioni. È con Fellini che Jacovitti ha potuto verificare una sicura comunanza di visione, ed è ben noto che Fellini stimava molto Jacovitti, e viceversa. Del resto, ha scritto Calvino di Fellini che la sua opera è stata nettamente influenzata dall’esperienza dei giornali umoristici dell’anteguerra, dal “Marc’Aurelio” al “Bertoldo”.

A parere di chi scrive, la forza primaria e irresistibile di Jacovitti è di natura comica, non satirica. Jac conosceva perfettamente i meccanismi delle gag, delle comiche mute, dei cartoni lisergici come i Looney Tunes e le Merrie Melodies, dei generi più lontani tra loro, ed era capace di ibridarli con una comicità stralunata ma iperpopolare. Attraverso la parodia dei generi letterari e cinematografici: il western con l’inimitabile Cocco Bill, il cowboy che beve camomilla, il noir con Bobby Cianuro, il gangster movie con Jak Mandolino, la fantascienza con Microciccio Spaccavento, il giallo con l’arcipoliziotto Cip, la pirateria con Gamba di Quaglia... Ma anche con la parodia delle posture e delle maschere nazionalpopolari – il cornuto, il ricco e il povero, il prepotente tronfio, il ladro squattrinato…– sulle quali costruisce un universo fantastico, ma un fantastico da italiano medio, da piccolo-borghese nell'Italia del boom economico. In fondo possiamo dire che Jacovitti mette in fumetto, con più tenerezza, gli stessi personaggi di I mostri di Risi

Quanti leggono i suoi fumetti oggi? Già per la mia generazione, cresciuta negli anni ‘80, Jacovitti non era più il compagno di scuola e di merende di ogni ragazzo, come lo era stato con il diffusissimo Diario Vitt che aveva genialmente anticipato la stagione delle agende fumettose, da Lupo Alberto alla Smemo. Rispetto ad altri autori della sua generazione (penso ad esempio a Hugo Pratt) Jac mi sembra lontano dal pubblico di oggi. Anche se in realtà quel tipo di fumetto umoristico e comico rinasce oggi in autori come Sio e Pera Toons, che hanno molta presa tra bambini e ragazzi a colpi di freddure, calembour, giochi di parole, con un disegno però volutamente povero e schematico. In questo senso, se si esclude forse il successo di Leo Ortolani, il mondo di Jac è veramente di un altro secolo.

“Sono orgoglioso di essere un pagliaccio”, si legge nella postuma Autobiografia mai scritta, curata nel 2011 da Antonio Cadoni per i tipi di Stampa Alternativa. “Sono matto. Fui, sono e sarò un clown. Per quanto mi riguarda io non sono capace di fare le caricature degli altri, non mi metto mai in piazza a studiare le persone. So già che non assomiglieranno mai a quello che disegno. Solo io c’entro qualcosa: con gli occhi di fuori e il naso a palla come ogni buon clown. Insomma, se i miei eroi sono tristi, magri, grassi o folli, non fa differenza, purché anche il sottoscritto, nella sua vita, sia stato almeno per un momento tutte queste cose. Io mi sento un autore di un altro pianeta. E continuerò a disegnare nell’aldilà.” 

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